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L’odio omofobo di monsignor Babini

monsignor Giacomo Babini, vescovo emerito di Grosseto Non poteva che creare discussioni e scandalo il reportage di Panorama su alcuni preti che se la godevano con boy escort e danze sessuali in locali a clientela omosessuale. L’autore dell’articolo ha aperto il vaso di pandora dove, non ancora colmo, ci si è fiondata l’ipocrisia più becera, lo stillicidio verso un mondo oscuro, almeno sinora, l’immoralità contro altra immoralità. Che i sacerdoti facessero sesso, anche omosessuale, non è cosa di oggi. La vera novità è che oggi la chiesa di Roma si trova a fare i conti con un suo clero un po’ allo sbando dove il monarca assoluto che la regge non si affida che a regole da lui stesso dettate senza nessuna altra intenzione di compromesso. Azzoppata dai tanti scandali pedofili che hanno leso la credibilità di centinaia di curie sparse nel mondo, l’omosessualità dei preti sembra essere diventata più urgente e nefasta per il Vaticano.

Così il “solito” monsignor Babini, vescovo emerito di Grosseto, interrogato sulla vicenda dal “solito” sito che poco ama l’omosessualità, riesce a dare una soluzione a dir poco incredibile contro quei preti toccati dall’inchiesta del settimanale mondadoriano.

“Dunque – dice monsignor Babini -, ho già espresso in varie occasioni la mia netta contrarietà alla omosessualità che considero una vera perversione contro natura. Ora se queste cose vengono commesse in tal modo osceno e turpe da sacerdoti, sarebbe il caso, come si faceva una volta, di mandarli in carcere e farceli rimanere a vita. Non sono degni di indossare la tonaca e la tolgano, la hanno infangata, come hanno colpito la Chiesa”.

Dimentica Sua Eccellenza che son lontani i tempi quando i papi inchiodavano le lingue dei “malfattori” ai portoni delle chiese, rei di offese al regno papale; o quando si facevano enormi falò per buttarci dentro gli eretici. Cosa ancor più grave dimentica che gli atti omosessuali tra adulti consenzienti non sono e non possono essere puniti dalle nostre attuali leggi. Lo fanno altri Stati talebani dove il massacro verso gli omosessuali è così vergognoso da far tacere persino la sua chiesa.

Ma finora, Monsignore, resta quasi prudente. Ma non per molto e così finisce per sentenziare quello che un porporato saggio dovrebbe tacere:

“Questi ex preti che devono essere ridotti allo stato laicale e cacciati, meritano, salva la misericordia di Dio, di finire la loro vita all’Inferno che li aspetta. La omosessualità in un prete, se tradotta in pratica depravata, è addirittura più grave della pedofilia, si tratta di uomini viziosi e perversi, che si sono abbandonati a oscene pratiche contro natura […] Io come Vescovo sarei maggiormente comprensivo con un prete pedofilo che si penta e soffre della sua condizione che di questi viziosi. Le  dico di più, se mi fosse capitato un pedofilo non lo avrei  denunciato, ma cercato di redimere. Un padre come è il Vescovo per un sacerdote, non denuncia i figli che sbagliano e si pentono. Ma con i viziosi bisogna essere intransigenti”.

Che squallore, meglio un prete pedofilo che non un prete omosessuale, è questo che pare dire il vescovo emerito, tanto da creare stupore e incredulità persino tra i suoi.

L’esercizio omofobo dell’alto prelato non passa inosservato neppure a Famiglie Arcobaleno, Certi Diritti, AzioneTrans, Psicologiagay.com e degli esponenti del movimento lgbt italiano: Paola Biondi, Giuseppina Petrucci, Aurelio Mancuso, Luca Valeriani, Guido Allegrezza, Lucky Amato, che dettano in una nota:

“La gravità delle affermazioni di Monsignor Babini meriterebbero un intervento immediato delle gerarchie ecclesiastiche. Sappiamo delle difficoltà della chiesa cattolica, delle gerarchie ecclesiastiche e del Vaticano a far fronte a tutti gli scandali che avvengono al loro interno riguardo le violenze pedofile che sono state tenute nascoste per molti anni alle autorità. Ciò che non compendiamo è l’indifferenza, per non parlare di grave complicità, di fronte a dichiarazioni gravi e omofobe che dimostrano del pregiudizio e dell’odio che spesso alimenta la violenza fisica contro le persone omosessuali. Ci auguriamo che quanto prima i vertici ecclesiastici intervengano su Monsignor Babini per chiarire una volta per tutte se quanto egli sostiene è frutto di opinioni personali o se le sue dichiarazioni rappresentano il pensiero della chiesa cattolica.

Siamo oltremodo scandalizzati per come Monsignore Babini sminuisca con le sue dichiarazioni l’orrendo crimine della pedofilia prendendosi beffa dei minori cosi doppiamente violentati, una prima volta fisicamente e ora con queste parole indegne.

L’Emerito farebbe bene a sapere che la comunità scientifica psicologica e psichiatrica distingue nettamente l’omosessualità che è una variante naturale della sessualità umana dalla pedofilia che è una parafilia inserita nella categoria dei Disturbi sessuali e della Identità di Genere.

Invieremo la dichiarazione di Monsignor Babini alla Procura della Repubblica di Grosseto affinché si possa valutare se nelle dichiarazioni del Monsignore si ravvisano forme di reato, in particolare per quanto prevede la legge Mancino”.

L'odio omofobo di monsignor Babini é stato pubblicato su queerblog alle 10:00 di giovedì 29 luglio 2010.


Gli approfondimenti di Queerblog: uno Zero in omosessualità

Uno Zero in omosessualità

Renato Zero è un bravo artista; ha saputo coniugare musica e poesia accompagnando entrambi, nella luce del successo, con un intenso carisma personale, modellato nel tempo a misura dei suoi idolatranti fan. I suoi successi raccontano un mondo onirico, un dolore o una speranza, costruiti con meticolosa puntigliatura per ammaliare il pubblico, farlo proprio sul palcoscenico, identificarlo con l’artista. A me, salvo qualche brano, non è mai piaciuto; gli artisti spesso predicano bene e razzolano male. E Renato mi è parso, sempre più spesso un predicatore che esercita l’arte della musica popolare. Nulla di più! Nulla con l’arte altamente poetica alla De Andrè o Guccini, o persino Antonello Venditti.

Non mi sono mai neppure preoccupato della sua presunta o vera omosessualità, pensando ai tanti ragazzi gay che ogni giorno devono farci i conti con la loro condizione personale e sociale. Non mi piacerebbe neppure che un tipo come Renato Zero si ergesse a icona della nostra comunità, raccontasse il suo amore per i ragazzi, visto come ha trattato finora l’omosessualità. Il cantore dell’amore è lo stesso che cinque anni fa ci paragonò ai bambini down, riuscendo in un sol colpo a offendere categorie “delicate” dall’alto della sua “normalità”; che spiegò come un fervente papalino, che i preservativi erano “maligni”, e persino sull’aborto disse la sua. Contro, ovviamente.

Naturalmente tanta devozione non è mai passata inosservata da parte della chiesa, e così: cantate natalizie in Vaticano e fervide accoglienze. E lui: “Un tempo cantavo per un manipolo di disadattati e parlavo di depressione, disagio, paura di vivere, emarginazione”.

Uno Zero in omosessualitàNel 2006, visto che in tanti continuano ad insistere sulla sua presunta omosessualità, pare abbia dichiarato:

“Ho dichiarato di essere omosessuale per non svolgere il servizio militare, ma in realtà sono fatto di ben altra pasta”.

Zero smentisce poi di aver detto quella frase.

A me, come ad altri, è bastata una dichiarazione di Arcigay, anche se poi, chi lo ha fatto (il militare), racconta di bei “Pao Pao” di tondelliana memoria. Per Zero, se vera, quella resta la sua unica “rivelazione”, prima di fiondarsi a squarciagolare su Triangolo o Mi vendo.

Ora, viene fuori questa ennesima esternazione del re dei sorcini, quasi che l’omosessualità necessiti della sua presenza o della sua avversione. A 60 anni, e col successo confermato e lustro, Renato potrebbe continuare a deliziare i suoi fan – gay e non – con la sua musica; in fondo a chi piace, piace per la sua arte mica per quello che fa in privato.

A proposito dell’intervista rilasciata a Giancarlo Dotto per Diva e donna, Renato dice:

“Ma quando pensiamo a Totò pensiamo alla sua sessualità? Quando lo guardo e lo ammiro non mi chiedo se lui era omosessuale, eterosessuale o asessuato. Dietro la meraviglia di un talento, ma che me ne frega di accertare il sesso. Questa necessita oggi di voler alzar il tombino. Mi sembra una vendetta sociale. Che vogliono questi signori? Perché vogliono guardare nelle mutande degli altri? Perché le loro sono vuote”.

Probabilmente è come dice Zero; anzi lo è. Qualcuno recentemente ha fatto una disamina della questione, domandandosi se essere gay possa essere garanzia di successo. Si parte da Oscar Wilde e Pasolini per finire con Zero, Valerio Scanu, Mengoni e Marco Carta. Un esercizio di inutile affiliazione, visto che il quartetto smentisce, smentisce, smentisce. E poi, diffido tremendamente da chi esordisce dicendo di “non aver nulla contro i gay, anzi…”

Uno Zero in omosessualitàDiversamente, penso che anche nel mercato discografico, particolarmente quello italiano, c’è molta omofobia; paura che le fan abbandonino il proprio idolo perché gay o lesbica, come se il mercato fosse a solo appannaggio delle ragazzine. I gay non acquistano musica? Son tutti pirati informatici?

C’è che Renato Zero, omosessuale o no (ma chi se ne frega!) e un artista che per promuovere le proprie produzioni musicali allude alla sua aleatoria sessualità. E le polemiche, strano ma vero, vengono fuori solo in occasione di qualche suo tour o di uscita discografica. Non vi sembra un tantino sospetta?

Lasciate che Renato Zero sia eterosessuale, omosessuale, bisessuale, pansessuale, trisessuale. Lasciate che canti in Vaticano o nei musei. Di musica e artisti il mondo ne è pieno: mica c’è solo Renato Zero. Per fortuna!

Gli approfondimenti di Queerblog: uno Zero in omosessualità é stato pubblicato su queerblog alle 08:01 di mercoledì 28 luglio 2010.


L’Italia omofoba oltre il sindaco di Spresiano

Il sindaco di Spresiano, Riccardo MissiatoQuello che è successo ieri per voce del sindaco di Spresiano non è solo una esternazione di bassa lega di una infingarda estate; non è la volontà di un primo cittadino di far parlare di sé e della comunità che rappresenta, finendo per dare una rappresentazione di alta discriminazione e violenza. Il sindaco Riccardo Missiato è semplicemente l’immagine bacchettona e povera di un paese che non si rassegna ad avere tra i suoi cittadini gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Un paese di miseria e finta nobiltà, che discute di accoglienza e diritti ma a trovarsi un omosessuale in casa o tra i concittadini, diventa altro di intollerabile e nefasto.

Di luoghi dove gli omosessuali vanno per una rinfrescata, per trascorrere una domenica di divertimento e di riunione tra amici, ce ne sono sempre stati e ovunque tra mari, fiumi e natura, e neppure la solerzia puritana di certi amministratori locali potrà cancellarli definitivamente. Al massimo si sposteranno di alcuni chilometri. Probabilmente, sta nelle cose, incontri occasionali danno vita a qualcosa di più intimo. E un po’ a ragione del sindaco, c’è chi lascia “robaccia” che potrebbe benissimo mettere in un sacchetto e buttarla altrove. Ma in questo caso poco c’entra l’omosessualità degli individui, ma la loro buona e civile educazione.

Incontri sessuali, specie di questa stagione, avvengono anche tra eterosessuali e nessuno fiata. Succedono in spiaggia e altrove. Nessuno resuscita, in quei casi, la presenza di famiglie o di fanciulli. Gli omosessuali non a caso scelgono luoghi dove il “cruising” non reca danno a loro né ad altri. Meglio che il Piave conosca, magari, le battaglie dell’amore che non quello di baionette e granate di passata memoria, non le pare signor sindaco?

Certe cose, poi, succedono, chissà mai perché solo nella nostra amata terra. Il sindaco di Spresiano, giunta di centrosinistra, più di 11 mila anime, non è altro che la rappresentazione di quello che è il paese politico e sociale, che costruisce “dossier froci” per screditare l’uno o l’altro concorrente, magari della stessa parte politica; che usa le transessuali di notte per martirizzarle di giorno; che narra in famiglia e altrove che il gay o la lesbica sono anormali, depravati, malati da far risorgere l’elettroshock, infischiandosene se quel becero insegnamento arma poi la mano di qualcuno e l’indifferenza degli altri.

Pare che Missiato abbia chiesto scusa per le sue dichiarazioni, ma un amministratore della cosa pubblica, a qualunque schieramento politico appartenga, deve avere il massimo rispetto per tutti, omosessuali e transessuali compresi. Che ai suoi occhi appaiano “malati” o intollerabili.

Spiace davvero molto che questa estate, siano proprio responsabili di una spiaggia o amministratori pubblici a salire sul podio delle discriminazioni e dell’omofobia.

Il racconto vero è che questa Italia necessita un radicale cambiamento mentale e sociale. E politico. In qualunque altra parte dell’Europa e del mondo civile, un Missiato sarebbe stato fortemente censurato dalla politica e dalla società civile. Qui da noi, chi dice che i gay vanno perseguitati o presi a calci, o addirittura curati, al massimo vengono accolti da un silenzio imbarazzante, quasi correo.
Valgano per eventuali altri, le parole di Franco Grillini:

Puntuale come ogni estate il caldo da alla testa e spuntano i moralizzatori da strapazzo che al grido di “ordine per Dio” si sostituiscono alle forze dell’ordine per fare “pulizia morale” (parole del sindaco in questione) indipendentemente dall’esistenza di reati specifici. In genere costoro se la prendono con i nudisti, vale a dire che gli essere umani più innocui sulla terra e più rispettosi dell’ambiente. In questo caso si parla della frequentazione delle rive del Piave con comportamenti che non piacciono al sindaco facendo di ogni erba un fascio.

Anche il presidente di Arcigay, Paolo Patanè dice:

“Chi ha responsabilità di pubblica amministrazione deve sempre prestare la massima attenzione alla tutela di tutti i cittadini ed evitare recisamente un linguaggio evocativo di comportamenti violenti e discriminatori”.

È ora che questo sbruffone paese diventi più civile, più rispettoso verso ogni suo cittadino invece che tutta questa muffa di odio e disprezzo.

Foto | Blog dei genitori di Spresiano

L'Italia omofoba oltre il sindaco di Spresiano é stato pubblicato su queerblog alle 17:00 di giovedì 22 luglio 2010.


L’AVIS: nessuna discriminazione verso i gay che donano sangue

L'Avis: nessuna discriminazione verso i donatori di sangue gayC’è un’Italia benemerita, una parte della nostra nazione che guarda ai bisogni degli altri e cerca di risolverli. La donazione di sangue è tra i più generosi atti di aiuto. E ci sono persone a rischio che, nonostante la loro dedizione alla generosità non possono farlo. Da qui a dire che basta essere omosessuali per non diventare donatore di sangue, occorre una sana meditazione e un pensiero diverso. Ci sono molti omosessuali e altrettanti eterosessuali che si sottopongono alla donazione del proprio sangue; creare discriminazione verso chi ama persone dello stesso sesso non è un esercizio di buona medicina. Quello che è accaduto a Milano, va ripensato dai responsabili del Centro trasfusioni, non si può dire che l’omosessualità, per sua natura, è di per sé un comportamento a rischio. Questa è discriminazione bella e buona.

Se ne sono accorti anche i responsabili dell’AVIS, l’Associazione Volontari Italiani Sangue, che dopo il fattaccio milanese hanno ricevuto una marea di mail che chiedevano una diversa posizione verso i donatori di sangue, omosessuali. Naturale che in casi così delicati ci siano dei protocolli da seguire per il bene del donatore e per chi riceverà quella preziosa donazione, a AVIS oggi, per bocca del suo responsabile politiche sanitarie di AVIS Nazionale, Pasquale Spagnuolo, afferma che, per quanto riguarda loro, non vi è mai stata e non vi sarà discriminazione verso i donatori di sangue gay.

“Le norme vigenti – dice Spagnuolo – non intendono discriminare a priori una categoria di persone, ma assegnano al medico responsabile della selezione del donatore il compito di individuare, indipendentemente dall’orientamento sessuale e dal genere, eventuali comportamenti sessuali a rischio cui conseguono l’esclusione permanente o temporanea”.

Per i tanti che sono interessati alla questione pubblichiamo integralmente quanto detto da Spagnuolo.

AVIS ha, tra i suoi obiettivi prioritari, la promozione della donazione periodica, volontaria, non remunerata, anonima, responsabile finalizzata a garantire, insieme agli altri attori del sistema, adeguate quantità di sangue e dei suoi derivati, sicure e di qualità, per tutti gli ammalati che ne presentano la necessità. Inoltre, in molte realtà collabora direttamente con il sistema trasfusionale in via convenzionale nella selezione del donatore e nella raccolta di sangue e di emocomponenti.

Per garantire il rispetto dei principi di massima sicurezza e qualità esistono numerosi riferimenti normativi per la stesura dei quali AVIS ha fornito e fornisce un significativo contributo.

Tra questi riportiamo il Decreto Ministeriale 3 marzo 2005: “Protocolli per l’accertamento della idoneità dei donatori di sangue e di emocomponenti” che nell’Allegato 4 stabilisce i criteri di esclusione permanente e temporanea.

“Esclusione permanente: persone il cui comportamento sessuale le espone ad alto rischio di contrarre gravi malattie infettive trasmissibili con il sangue.”

“Esclusione temporanea: rapporti sessuali con persone infette o a rischio di infezione da HBV, HCV, HIV. Esclusione per 4 mesi dall’ultima esposizione al rischio.”

Le norme vigenti non intendono discriminare a priori una “categoria” di persone, ma assegnano al medico responsabile della selezione del donatore il compito di individuare, indipendentemente dall’orientamento sessuale e dal genere, eventuali comportamenti sessuali a rischio cui conseguono l’esclusione permanente o temporanea.

Per garantire pertanto la sicurezza del donatore e del ricevente la trasfusione si deve almeno:
– ricorrere a donatori periodici, volontari, non remunerati, anonimi, responsabili;
– effettuare una accurata selezione del donatore;
– eseguire i test a disposizione per l’individuazione delle principali malattie infettive trasmissibili, cui si aggiungono altri interventi più specialistici.

Cardine quindi di questo percorso è la selezione del donatore di sangue che avviene attraverso una serie di procedure atte a valutarne l’idoneità alla donazione stessa.

Esse prevedono un colloquio anamnestico col Medico responsabile della selezione del donatore seguito da eventuale visita medica; una serie di esami di laboratorio; la lettura di una nota informativa circa la potenzialità di trasmettere infezioni con la donazione; infine la sottoscrizione di un modulo di consenso informato attraverso il quale il donatore periodico o aspirante tale risponde ad una serie di domande, comprese l’esposizione a eventuali comportamenti cosiddetti “a rischio”. Pertanto ogni condotta potenzialmente a rischio deve essere riferita al Medico responsabile della selezione del donatore per consentirne una adeguata valutazione. La firma del consenso informato è un atto dovuto, con l’impegno a fornire risposte veritiere tali da rendere la successiva donazione di sangue e/o emocomponenti un atto “responsabile” e sicuro. Tutto ciò a prescindere dalla appartenenza a quelle che vengono considerate comunemente “categorie a rischio” anche sulla base delle abitudini sessuali (vedi omosessuali). Non è l’appartenenza a tali categorie, ma sono i comportamenti a rischio che possono compromettere la sicurezza del sangue donato; ad esempio comportamenti a rischio sono i rapporti sessuali, soprattutto non protetti, con più partner eventualmente sconosciuti, sia omo che eterosessuali.

A tal fine ricordiamo che nelle linee guida per la selezione del donatore di sangue e di emocomponenti stilate dalla Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia (SIMTI) in collaborazione con AVIS ed altre tre Associazioni di volontariato del sangue non si fa mai riferimento alla popolazione degli omosessuali, che come tali non vengono in alcun modo discriminati, né tantomeno esclusi dalla donazione.

Dott. Pasquale Spagnuolo
Responsabile delle Politiche Sanitarie di AVIS Nazionale

L'AVIS: nessuna discriminazione verso i gay che donano sangue é stato pubblicato su queerblog alle 14:00 di giovedì 22 luglio 2010.


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Un libro gay per l’estate. Fabio Croce: “Uomini oltre”

Chissà se davvero si possono normalizzare i rapporti d’amore; renderli acqua di torrente limpida, fruscio di sentimenti naturali, fuoco che attizza le passioni. Quelli tra persone dello stesso sesso, a volte strabiliano gli altri per il duraturo rapporto, altre diventano un mare di sciagure, di spietata dissoluzione e amarezze. In mezzo, strano ma vero, ci stanno le istanze sociali di rivendicazione dei diritti; la comunità gay che si confronta, discute, lacera un tessuto sociale parecchio ipocrita, spesso violento. La letteratura omosessuale si è occupata sempre più doviziosamente dell’alfabeto dell’amore gay e lesbico, anche attraverso la narrazione romanzata, la leggerezza della fantasia che si fa arte della rappresentazione di un mondo più che reale e vivo.

Leggere sta diventando sempre più esercizio del cuore oltre che della mente e, nonostante molti detrattori, una letteratura omosessuale esiste ed esistono editori che a questa letteratura guardano con affetto e interesse. È il caso di Fabio Croce, a sua volta scrittore e creatore delle Edizioni Libreria Croce. Fabio, persona di stile e arguzia, in tanti anni ha scoperto narratori a teatica lgbtq, per nulla spaventato da un mercato di nicchia e dalla già povera lettura che si esercita in Italia. La sua passione letteraria, poi è andata di pari passo con quella della militanza nella nostra comunità, e l’interesse vivo per il teatro.

I suoi libri raccontano un mondo intersecato da vite vissute e violate, partecipando anche a varie antologie e saggi; uno scrittore-editore spesso in cerca di verità irrisolvibili come: “Delitto in Vaticano. La verità” che si rifà ai misteri che hanno coinvolto la scomparsa di Emanuela Orlandi e un delitto tra guardie svizzere. Di quanto sia interessante la sua penna, torna un suo romanzo uscito la prima volta nel 1996: “Uomini oltre”.

“Questo romanzo – si legge in quarta di copertina racchiude in realtà due libri pubblicati in Italia, l’uno il seguito dell’altro: Uomini Oltre (uscito per Serarcangeli editore nel 1996 e ristampato dalle Edizioni Libreria Croce nel 1999) e Amerai l’uomo (Edizioni Associate nel 1997) entrambi introvabili sul mercato. Da queste due opere è stato tratto uno spettacolo teatrale andato in scena al Teatro Colosseo di Roma nel 1999 e a Berlino in lingua tedesca nel 2000.”

Le storie e i personaggi del libro sono lo specchio di quello che spesso appariamo noi, con i nostri sentimenti, le nostre confusioni e il desiderio di andare oltre, di liberarci dalle pesanti zavorre.

C’è anche la relazione obbligata tra l’uno e l’altro soggetto; il vivere verso l’altro sesso, percepito a volte come pericolo, per non dimenticare le relazioni con parenti e amici.

Un bel libro dove i protagonisti parlano per noi, e noi a leggerlo finiamo per essere parti di loro. Dall’uscita della prima edizione, il Movimento ha fatto parecchia strada: ha sfiorato la discussione parlamentare sulle coppie di fatto e quella di una legge contro gli atti omofobi; ha celebrato se stesso in parecchie manifestazioni di piazza; ha dato nuove percezioni di come l’omosessualità e la transessualità siano diventate parte della società civile; ma la negazione di ogni diritto ha anche castigato il Movimento e i singoli che non hanno saputo dialogare con la politica e tra loro.

Fabio Croce resta tra coloro che si battono attraverso la cultura e il mestiere di diffondere cultura. Per far questo ha dialogato direttamente con la politica ed è stato lui a dare il la alla oramai famosa Gay Street di Roma, nel lontano 2001. “Uomini oltre” è il libro che lo distingue, da leggere e meditare per i temi sviluppati.

Parlando di adozioni, tema ancora assai scabroso persino tra omosessuali, Emilio, uno dei personaggi del libro, così spiega la diversità:

“Ma diverso da chi? Siamo tutti qui, con gli stessi diritti, gli stessi doveri la stessa natura di razza umana. Diverso dovrebbe essere, casomai, chi non rispetta il proprio prossimo”

E in Italia, sono davvero tanti.

Fabio Croce
Uomini oltre
Iacobelli editore, pp. 217
euro 12,00

Un libro gay per l'estate. Fabio Croce: "Uomini oltre" é stato pubblicato su queerblog alle 11:00 di mercoledì 21 luglio 2010.


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Tv gay d’estate

Tv gay d'estateD’estate, è naturale, le reti televisive si adeguano al loro pubblico. Blocco dei talk show, degli spettacoli in diretta, una informazione stanca, quasi aleatoria. La gente è in vacanza, chi boccheggia nelle città in calura, la sera preferisce uscire per una boccata d’aria piuttosto che sorbirsi l’ennesimo Totò o il nulla che irradia lo schermo. Per gli insonni, però, qualche lieta sorpresa facendo zapping la si trova. Tutto a tematica lgbt. Ieri, ad esempio, Sky ha andato in onda la versione integrale del Decameron di Pier Paolo Pasolini; qualche giorno prima MTV racconta la vita di Giulia una lesbica credente e Rai Tre intervista un transessuale. Tutto ovviamente ad orari da seconda o terza serata, perché non va dimenticato che l’omosessualità o la transessualità è tema scabroso; almeno per chi governa il piccolo schermo.

Ieri sera, ovviamente in tardissima serata, ci ha provato anche Retequattro con un reportage curato da Stella Pende. Tema tra i più delicati: le identità sessuali non definite. Certo un paese che si fa chiamare cultura e informazione, come succede negli altri paesi che si chiamano anche cultura e informazione, il tema lgbtq o delle identità sessuali definite e non, dovrebbe trattarle anche in tempi non sospetti; informare la gente, senza morbosità e non solamente in un periodo in cui la televisione è vista da pochi e, per farla vedere ad ancor meno gente programmare film e reportage a tematica lgbtq a orari impossibili.

C’è un’altra notizia che potrebbe destare la nostra curiosità. Intervistato da Klaus Davi, il consigliere della Rai, Rizzo Nervo, si è detto favorevole ad una rete dedicata alle problematiche omosessuali; una specie di Rai gay. L’ottimo Rizzo Nervo, probabilmente informato sull’esperienza in Italia e all’estero di canali dedicati esclusivamente agli spettatori omosessuali, dà una risposta parecchio condivisibile:

“Sono favorevole a qualsiasi nuova iniziativa editoriale, diciamo specializzata, se però non favorisce la ghettizzazione di alcuni temi. I temi e i problemi legati al mondo gay devono invece essere presenti in tutta la programmazione della televisione generalista come normalità: dall’informazione alla fiction. Su come si debba chiamare, non mi sembra francamente una priorità”.

Del resto, l’esperienza di Gay.Tv è stata fallimentare, come è accaduto ad altre reti all’estero che intendevano rivolgersi ad un pubblico esclusivamente gay, lesbico o transessuale. Molti, su quelle iniziative culturali e di marketing, hanno dato una lettura ghettizzante; il pubblico non è parso entusiasta, e gli spender pubblicitari sono rimasti fuori, insensibili ad un mercato di nicchia, importante certo, ma che non aveva quei connotati merceologici di appartenenza, tali da spingerli a investire su media a marchio gay.

Più pilatesca e ipocrita la situazione italiana che altrove dove, ad esempio, una grande marca di automobili non ha mai investito e investe sui media a target glbtq, ma lo fa all’estero dove la percezione dei diritti civili omosessuali e transessuali è più visibile e di larga condivisione.

Personalmente sono d’accordo con Rizzo: non serve una Rai gay, ma un servizio pubblico che informi maggiormente, seriamente, senza enfasi o ostracismo sulla vita, le speranze, i problemi che riguardano la nostra comunità. Vale anche per le altre reti private. La televisione, oggi, potrebbe veicolare tanti nostri cittadini ad una maggiore comprensione, al rispetto per le diversità, alla lotta contro l’omofobia e il bullismo giovanile. Non serve una Rai gay, ma una Rai e le private che facciano sentire cittadini anche i loro spettatori lgbtq. Non vi pare?

Foto | tortuga

Tv gay d'estate é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di martedì 20 luglio 2010.


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Nichi Vendola, un omosessuale a Palazzo Chigi? Voi lo votereste?

“Se uno come Vendola - senza televisioni, aziende e grandi partiti alle spalle - può vincere e rivincere nel profondo Sudest. Se uno come lui riesce farsi apprezzare e applaudire nel profondo Nordest. (Anche se il presidente degli industriali vicentini, Zuccato, ha definito la Puglia “il Nordest del Sud”).
Se questo avviene: nulla è impossibile
“. Il giudizio arriva dopo che lo scorso mese, il presidente della Regione Puglia partecipa all’assemblea annuale dell’Associazione Industriali di Vicenza. Vendola si presenta per quel che da sempre è: politico di lungo corso, omosessuale, uomo di carattere. Poeta. In quella assise lo accolgono con rispetto e finiscono per tributargli una lunga e lusinghiera ovazione.

Ieri, chiudendo a Bari la tre giorni degli stati generali delle Fabbriche di Nichi che, come lui stesso dice, somigliano ai meeting di CL, ma potrebbero essere una versione più felice e contemporanea di quello che fece Prodi prima di andare al governo, col suo Fabbricone, ha lanciato quella che ancora tutti sapevano e nessuno osava parlarne: la sua candidatura alle primarie con o senza il Pd e la corsa premierato. Ne avevamo parlato a ridosso delle elezioni regionali; lo confermarono i lettori di Polisblog, preferendo Vendola e non Bersani ad una sfida elettorale con il leader del Pdl. L’omosessualità di un politico pare non essere più un ostacolo.

“Io mi candido - ha detto il dirigente di Sel - a ricostruire il cantiere dell’alternativa, sono candidato a sparigliare i giochi del centrosinistra se il centrosinistra si presenta con una vecchia liturgia. Mi candido per sparigliare il centrosinistra se il centrosinistra si presenta senza la voglia di pronunciare le parole chiare del desiderio radicale del cambiamento. Non c’è cambiamento – ha concluso Vendola – se non si dà una prospettiva chiara di fuoriuscita dall’ergastolo della precarietà”.

La sua ultima uscita in difesa dei diritti delle persone lgbtq -non la sola - accade in occasione della presentazione del Gay Pride di Roma, facendosi ritrarre accanto ai promotori della manifestazione e con Anna Paola Concia.

Per molti della nostra comunità, Nichi rappresenta la speranza; per tanti altri è la visione di un politico che sa arringare le masse, parlare alle vene e al cuore della gente, ma che non saprà rappresentare pienamente le istanze del Movimento, vuoi per la sua cultura cattolica più volte professata, che per la mediazione che dovrà mettere in campo su temi delicati e importanti. Bisognerà, ora, che sia il Movimento, nel suo contesto generale, a scegliere una strada di confronto e di dialogo con il futuro candidato. Si chiedano, prima di dare qualsiasi segnale di scelta, impegni precisi e non eludibili sui diritti civili e la difesa della counità lgbtq, oggi più che mai presa di mira persino dai boiardi di Stato.

Vendola, piaccia o no, resta uno di noi, tra noi. Anche quando sembra non parlare di diritti lgbtq, nei suoi discorsi c’è un qualche riscatto che ci riguarda e forse questa sua candidatura ci racconta che nulla è impossibile, persino nel Paese dei campanelli o dello straripante potere clericale. Non siamo l’America, neppure l’Argentina, nè Berlino o altri posti dove l’omosessualità non è un ostacolo politico. Con Nichi Vendola, ci si può provare! Sempre meglio che appoggiare un candidato Pd che ha inviso il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ed appartiene ad un partito che ha giocato sulle coppie di fatto.

“Abbiamo bisogno di recuperare - dice Vendola - il senso della costruzione collettiva di temi nuovi ed è questo il compito delle ‘Fabbriche’. Noi chiediamo al centrosinistra di interrogarsi sul fatto che la sua strategia è asfittica: se la politica non incontra la vita non è capace di sentirne pene e affanni, non è capace di costruire la speranza, non può essere una proposta vincente”.

Che in quei “temi nuovi” ci sia la possibilità anche per noi, ce lo auguriamo e speriamo. Forse, finalmente, Vendola potrebbe essere il coagulo di nuove speranze anche per noi; o forse una sonora delusione. Chissà!

Come fecero gli amici di Polisblog, chiediamo a voi, alla nostra comunità, in caso di primarie e poi di elezioni, votereste Nichi Vendola? Perché?

Foto | Sinistra Ecologia Libertà

Nichi Vendola, un omosessuale a Palazzo Chigi? Voi lo votereste? é stato pubblicato su queerblog alle 12:01 di lunedì 19 luglio 2010.


Illinois. Licenziato un professore che cita l’omosessualità come immorale

Se spendessero la metà delle energie che spendono a parlare di gay a cercare di diffondere il messaggio del vangelo le nozioni di cristianesimo non sarebbero così confuse tra la gente“. Mai frase dovrebbe far meditare cardinali e religiosi che si autorizzano a facili conclusioni sull’omosessualità. L’ha scritta in un commento su Pontifex, un lettore, dopo aver letto la storia di un professore cattolico, tale Kenneth Howell, licenziato per le sue oscurantiste idee sull’omosessualità. Kenneth era professore di Introduzione al Cattolicesimo e al Pensiero Cattolico Moderno presso l’Università dell’Illinois. Dopo una lezione su chiesa, cristianesimo e omosessualità aveva invitato gli studenti a formulare domande via email.

E una domanda, alquanto semplice, sul perché la chiesa condanni l’omosessualità, ha aperto le porte al licenziamento di Howell. Il professore spiega con tale licenziosità il pensiero suo e probabilmente quello delle alte gerarchie cattoliche, sì da indurre i dirigenti dell’Università a parlare di “espressioni di odio”. Anche lo studente che aveva posto la domanda è dello stesso avviso. Uomini e donne, scrive Kenneth, sono complementari nella loro anatomia, fisiologia e psicologia. Uomini e donne non sono intercambiabili. Quindi, un atto morale sessuale deve essere tra persone di sesso diverso.

“Gli omosessuali – continua Kenneth – sono conosciuti per svolgere determinati tipi di azioni per le quali i loro corpi non sono dotati… Eppure, se la moralità dell’atto è giudicato solo di comune accordo, poi ci sono chiaramente gli atti omosessuali, che sono dannosi per la loro salute. Perché sono dannosi? Perché violano il significato, la struttura, e (talvolta) la salute del corpo umano”.

Quali siano i tipi di azioni, è facile immaginarlo; ovvero il sesso. Avesse detto che il danno per la salute era ascritto a certe pratiche a rischio, ancora, ancora; ma il luminare si spinge a dire cose da medioevo.

Insomma, per Kenneth, l’omosessualità non è solo immorale ma dannosa. E innaturale! Noi, cari amici, violiamo le leggi della natura.

Ovvio che dopo il licenziamento il professore parla di violazione della libertà accademica; che lui insegna ciò che la Chiesa di Roma indica sul tema. E si difende:

“Ho sempre precisato molto chiaramente ai miei studenti che non è mai richiesto loro di credere in quello che sto insegnando e che non saranno mai giudicati su questa base”.

Dopo il licenziamento dall’Università, Howell ha perso anche il posto di direttore presso il St. John’s Catholic Newman Center dell’Istituto sul Pensiero Cattolico.

Chissà se nell’Illinois sanno di quanta omofobia c’è dalle nostre parti. E non solo da parte di certi docenti universitari. E tutti al loro posto.

Foto | chicagonow

Illinois. Licenziato un professore che cita l'omosessualità come immorale é stato pubblicato su queerblog alle 14:01 di domenica 18 luglio 2010.


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Anche nella gayfriendly Versilia vietato il bacio gay

C’è da rimanere basiti in questa Italia che neppure tenta di somigliare all’Europa; che si fa truce, bacchettona, indisponibile a capire, facile al dileggio verso omosessuali e transessuali. È lo spettacolo di una nazione infetta e corrotta, peggiore di quanto speravamo. Quello che è accaduto nella spiaggia libera di Lecciona, nella tanto decantata Versilia gayfriendly, ha del ridicolo e un po’ preoccupa. Lì, due gay trentenni speravano evidentemente di trascorrere una vacanza in amore e sentimento, come fanno di questi tempi migliaia di coppie arse dalla calura estiva. Erano partiti da Milano e quale miglior posto se non le belle spiagge della Versilia per trascorrere beatamente e serenamente le vacanze? Pensavano di trovare lì quel rispetto che manca altrove; che lì non vi era necessità di nascondere i loro sentimenti.

E invece capita quello che non immaginano. La scintilla è un bacio che i due si scambiano. Vengono immediatamente redarguiti da un bagnino: ci sono famiglie e bambini, dice, e alle rimostranze dei due, paventa addirittura una multa. Quando l’accaduto viene riportato al gestore della società individuale cui il Comune di Viareggio ha dato in affidamento diretto il servizio di vigilanza in mare sulla spiaggia libera più bella della Versilia, interviene sui due ragazzi, dicendo loro di non esagerare. Tutto sotto gli occhi indagatori delle persone presenti; una lezione di inciviltà che umilia la coppia gay.

Ora, forse spaventato dalla vasta eco che potrebbe avere l’accaduto, lo stesso gestore cerca di minimizzare quanto accaduto:

“Non mi sembra il caso di fare scintille - spiega - nessuno ha voluto offendere nessuno. Se vogliono le scuse, faremo le scuse. In fin dei conti i nostri ragazzi hanno solo il limite di non aver capito l’atmosfera del posto. Non conoscono ancora l’ambiente… Posso garantire che non accadrà più”

Cosa dovessero capire i ragazzi preposti alla sicurezza e ad altri compiti verso i clienti, non si sa. Evidentemente, se quello che non doveva accadere è accaduto è perché, persino nei luoghi di vacanze, persino in una Versilia che si propone al turismo lgbtq, gli spazi di rispetto e tolleranza non sono così palesi, si ricorre alla solita, stupida questione coinvolgendo sempre i bambini, che per loro natura sono più tolleranti e rispettosi dei grandi.

Come se parlare di omosessualità agli adolescenti sia un tema scabroso; far vedere due ragazzi che si tengono per mano o si scambiano un tenero bacio in spiaggia, diventa l’assurdo spettacolo della depravazione più intollerante. Non ricordano, o forse non sanno, che quelle loro censure ipocrite, quell’omofobia imperante persino in un luogo deputato al divertimento, dietro il paravento di figli e famiglie, ce lo hanno nella testa, nei sentimenti, nell’arido cuore.

Il proprietario del Mamamia, Alessio De Giorgi, ha chiesto che il Comune revochi l’incarico alla società che gestisce il servizio di guardiaspiaggia della spiaggia libera della Lecciona, e dice di pensare ad una manifestazione di un bacio collettivo gay nel luogo del misfatto.

Noi speriamo, come ha promesso l’attuale gestore, che la cosa non si ripeta più, e che non accada in qualche altro posto di vacanze dove gay lesbiche e transessuali intendono passare le loro sacrosante vacanze, senza essere indicati, offesi, maltrattati. Fateci sapere.

Via e foto | Il Tirreno

Anche nella gayfriendly Versilia vietato il bacio gay é stato pubblicato su queerblog alle 09:01 di domenica 18 luglio 2010.


I conti in tasca al Gay Pride


Secondo gli organizzatori erano un milione; mentre i dati ufficiali oscillavano tra i 700 e gli 800 mila partecipanti. Testimonianze raccontano di una città strapiena, con il corteo giunto a metà del percorso quando ancora i carri finali dovevano mettersi in moto. Stiamo parlando del Gay Pride celebrato a Madrid il 3 luglio scorso. Una festa che ha coinvolto i madrileni, gli spagnoli di altre città, gli altri arrivati da chissà dove. E quella fiumana di gente, significava anche introiti per la città, affari per alberghi, ristoranti, negozi. Pochi ragionano, almeno da noi, quanto una manifestazione come il Gay Pride sia non solo una occasione per parlare e rivendicare diritti ma diventa anche benessere economico per il luogo dove si svolge l’evento.

Così il quotidiano spagnolo El Pais, ha fatto i conti in tasca al Gay Pride di Madrid, scoprendo cifre iperboliche. In un articolo titolato Orgullo contante y sonante, ha quantificato l’affare “Pride”, attestandolo tra i 30 e i 40 milioni di euro. Mica male, no? Ci sono dentro, le strutture alberghiere con 76 mila posti letto messi a disposizione per l’occasione; i pasti consumati nei ristoranti o altrove; le bevande e quant’altro. Le cifre fornite da El Pais vengono fuori da quanto certificato dal Municipio di Madrid, secondo cui ogni partecipante ha speso circa 50 euro che son diventati il doppio se ci si mette l’alloggio. Al giorno, ovvio!

Insomma, ci hanno guadagnato tutti: dai privati all’amministrazione pubblica, a quanti hanno vissuto l’Orgullo come momento di festa e di incontro. Probabilmente, complici le libertà e i diritti conquistati, come ogni anno, e questo ancor di più, tanti lgbtq decideranno di trascorrere le vacanze in terra iberica, spartendosi tra Madrid, Barcellona, Ibiza e Sitges. Anche il mercato vacanziero a target lgbtq fa gola a molti, e là dove i diritti sono leggi invogliano maggiormente le persone a partire. Ora, quanto riportato da El Pais, dovrebbe far riflettere - e parecchio - gli organizzatori dei nostri Gay Pride e, ancor di più le amministrazioni delle città che spesso vedono quella occasione con fastidio o rassegnazione. Pecunia non olet!

Foto | See Ming

I conti in tasca al Gay Pride é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di venerdì 16 luglio 2010.


Il cardinale Henry Newman, gay o no?

Ogni tanto qualcuno torna a discutere e polemizzare su alcuni personaggi storici del passato, e sulla loro presunta o vera omosessualità. Accadde di questi tempi nel 2002, su Giacomo Leopardi dopo la notizia del ritrovamento da parte della Guardia di Finanza della 39ma lettera che il poeta recanatese scrisse all’amico del cuore Antonio Ranieri l’11 dicembre 1832. Recentissimamente, il mese scorso, è toccato a Caravaggio, “liberato” dalla patina gay da Andrew Graham-Dixon. Ora pare toccare ad un porporato, teologo e filosofo inglese, vissuto nell’era vittoriana: il cardinale Henry Newman.

Secondo quanto scrive il professore di teologia all’Università di Oxford e parroco a Burford, Don Ian Ker, in una biografia “John Henry Newman: a biography”, nulla di quanto raccontato sulla presunta storia d’amore tra il cardinale e l’amico del cuore Ambrose StJohn, risponde a verità. E lo spiega in una intervista:

“È ridicolo, soltanto un’età come la nostra, ossessionata dal sesso può sostenere una cosa del genere. Usano come prova il fatto che è stato sepolto insieme al suo amico Ambrose St.John, ma questo era molto diffuso a quel tempo. Chi ha studiato il Newman giovane, adolescente, può rendersi conto della infondatezza di simili affermazioni. A quel tempo, negli ambienti di Oxford, la maggioranza di insegnanti erano uomini e inevitabilmente si sviluppavano amicizie profonde tra di loro”

Del perché Ker assuma questa posizione in merito all’omoamore cardinalizio di Newman, si possono fare ottime deduzioni. Da alcuni anni, la Chiesa di Roma, sotto la spinta di teologi e studiosi, ha iscritto Henry Newman tra i probabili candidati alla beatificazione. E ora grazie anche ad una guarigione di Jack Sullivan da una forma di paralisi alla schiena, persino Ratzinger ha sciolto ogni dubbio, e rompendo il protocollo vaticano sarà il 19 settembre a Birmingham, salvo contrarietà dell’ultimo momento. Ora, che il Pontefice abbia preso a cuore la beatificazione di Newman, è piaciuta a molti, persino ad alcune associazioni gay che di Newman ne hanno oramai fatto una propria icona.

Tanto fervore da parte dei gay, che si erano messi di traverso quando, nel luglio di due anni fa, si tentò di separare Newman da Ambrose, con la scusa di farlo venerare dai fedeli, non è mai piaciuto in Vaticano, e non è mai piaciuto neppure a Ker: che un cardinale dell’800 diventi una star degli omosessuali è troppo, si saranno detti. Quel che Don Ian spera è che Newman resti un religioso pregato dai fedeli e beatificato. Null’altro! E ovviamente vale anche per il Vaticano.

Ma la storia con Ambrose StJohn, non è facile da sparigliare. L’alto prelato, in vita, amava scrivere molto, e da un nutrito epistolario viene fuori un amore incondizionato tra lui e il suo prete collaboratore con cui convisse trent’anni. Quando muore Ambrose, il cardinale scrive:

“Ho sempre pensato che non ci sia lutto più grande di quello di un marito o di una moglie, ma mi è difficile credere che ce ne sia uno più grande del mio”

Così come quando era in vita:

“Dal primo momento mi amò con un’intensità incommensurabile […] Mi pose il braccio teneramente attorno al collo, mi portò vicino a lui e mi tenne così per un po’”

Ker, come altri, spiega quelle frasi come di amore filiale tra i due, resta certo il dubbio e le diverse posizioni da una parte e dall’altra: quella del teologo e quella degli attivisti gay che lo inneggiano a patrono.

Prima di morire, per ben tre volte, Newman chiese di essere sepolto a fianco del suo amato collaboratore. Quasi lo impose!

“Desidero con tutto il cuore di essere sepolto nella tomba di frate Ambrose StJohn; lo chiedo come ultima, imperativa volontà”

Oggi la Chiesa non avrebbe permesso la sepoltura di Newman accanto ad Ambrose“, dice Don Ian Ker.

Strana riflessione quella di Ker. Non vi pare?

Il cardinale Henry Newman, gay o no? é stato pubblicato su queerblog alle 18:00 di giovedì 15 luglio 2010.


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Omosessualità e pregiudizi secondo Tullio De Mauro


Chi ha avuto il piacere di conoscere Pasquale Quaranta, sa che parliamo di una persona colta, affabile, dolce, un credente coraggioso che non ha rinunciato alla sua fede e non l’ha barattata con una omosessualità negativa. Il suo è un “Dio della libertà” che accompagna altri uomini di fede come Franco Barbero, il don Milani delle persone omosessuali, non a caso amico sincero di Quaranta. Pasquale è parecchio attivo sul fronte delle battaglie per i diritti civili lgbt partendo dalla sua Salerno per poi essere là dove la sua testimonianza critica può servire ad altri; aiutarli nel difficile cammino e rapporto con gli altri. Tiene parecchio aggiornato un sito dove tenta -e ci riesce - un dialogo con chi si pone domande e cerca risposte; con coloro che sentono la necessità di una partecipazione attiva al movimento, ai suoi desideri e ai suoi problemi.

Recentemente, partecipando a Roma ad un convegno su “Pensiero e parole. Come il linguaggio condiziona la vita delle persone” promosso da Enzo Marzo della Società Pannunzio, Pasquale Quaranta ha intervistato il professor Tullio De Mauro, senza dubbio il più dotto linguista italiano. Con lui Pasquale ha parlato di omosessualità e mass media, là dove il linguaggio diventa ombroso, differente, marchiato da un insano razzismo e omofobia. E’ spesso, sembra dire De Mauro, il linguaggio usato opportunamente e inopportunamente a veicolare i pregiudizi; vi ricordate, ad esempio, quando davanti a un fatto di cronaca nera che coinvolgeva un gay, si scriveva: “delitto a sfondo gay”; o all’apparire dell’aids, i giornali tutti scrissero: “Peste gay”. Avviene ancora, maggiormente sugli immigrati, ma anche verso gli omosessuali o le transessuali.

Sprona un ilare sorriso, quando De Mauro non ricorda l’acronimo lgbtq o la differenza tra “outing” e “coming out”, che da bravo italianista liquida: “Beh… però mi pare proprio un cattivo uso dell’inglese.

Con lucida interpretazione, lo studioso di linguistica italiana De Mauro, dice quello che pochi riescono a elaborare nel rapporto tra noi e la gerarchia cattolica; ovvero che sui diritti lgbtq non esiste un oscurantismo che dilaga per il Paese perché cattolico. Da noi, spiega, si fa fatica a parlare nei luoghi di cultura, nelle università, di tematiche che riguardano gli individui lgbtq:

“C’è un fondo reazionario della nostra cultura che si serve del cattolicesimo italiano come una foglia di fico - risponde De Mauro a Quaranta -. In realtà sono le classi dirigenti, miscredenti, laiche a modo loro per così dire, che lavorano per rendere la vita difficile a chi vuole costruire un paese più eguale e più democratico. E naturalmente Santa Madre Chiesa nella versione della Conferenza Episcopale delle volte, molto spesso, regge la coda a questo. Ma bisogna stare molto attenti. Perché la prima reazione alla sua domanda sarebbe: «Perché siamo un Paese cattolico». Ma ci sono Paesi cattolici in cui non è così. E non è necessario che la Chiesa sia reazionaria. È usata e si fa usare, ben volentieri magari, per avere quattro soldi in più da qualche parte…”

Poi in tempi in cui in chi ci governa, pensa ad un cambiamento radicale della nostra Carta Costituzionale, De Mauro ricorda l’articolo 3, comma II, della Costituzione della Repubblica italiana che parla di pari partecipazione senza differenze, tra l’altro, di sesso, e quindi di orientamento sessuale. Ma come molti sanno, rischiamo di cambiare la Carta senza neppure conoscerla, e senza averla mai applicata veramente.

Foto | P40

Omosessualità e pregiudizi secondo Tullio De Mauro é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di mercoledì 14 luglio 2010.


Gay life in Budapest

A Budapest sono ancora in tanti a ridersela su un dirigente del partito estremista xenofobo Jobbik, che di omosessualità, ovviamente, non ne vuol sentire neppure il fruscio. Il giovanissimo candidato al Parlamento, proprio alla vigilia delle elezioni politiche, ha avuto la sventura di vedersi pubblicare online alcune sue immagini mentre partecipava al Gay Pride 2008 a Toronto, in Canada. Naturalmente ha dovuto dimettersi dal partito e addio carriera politica; almeno sotto le spoglie xenofobe e omofobe. Di certo le contraddizioni umane non appartengono solo a questa parte d’Europa, dove il freddo attanaglia le carni d’inverno e d’estate ha colori tutti da gustare. Budapest è la città dove i Gay Pride hanno avuto vita difficile, ma essere gay qui non è poi tanto difficile rispetto a certe nostre città. Qualche diritto lo hanno conquistato, come la registrazione delle coppie di fatto, al pari degli eterosessuali. Poco, ma sempre meglio che da noi.

I ragazzi ti chiedono se sei “meleg” che significa gay ma anche “cordiale”, e in quella doppia venatura sta anche una certa voglia di diventare europei, nonostante la questione omosessuale rimane ancora parecchio problematica. Gabor Szetey, recentemente, è stato il primo politico a uscire alo scoperto dichiarando la sua omosessualità, ma la cosa non è piaciuta a molti che l’hanno criticato duramente sui giornali e tra i colleghi. Davvero vi era necessità di fare un passo così forte? Necessariamente sì, è la probabile risposta. Sabato scorso la celebrazione del Gay Pride somigliava più ad una gita che non ad una manifestazione: poco sentita, ancor meno partecipata.

Ma Budapest vale un viaggio, la scoperta di una meravigliosa città tagliata in due dal Danubio, non proprio oramai blu, solcato da battelli turistici che di sera restituiscono una magia d’altri tempi. Il fantasma della principessa Sissi poggia sulle acque, con la splendida residenza dirimpetto a Pest, quasi a fare da contrasto, o semplicemente da liason d’union con le altre magnifiche architetture che vestono la parte della città più visitata, stracolma di locali, ristoranti, disco, dove la vita notturna inizia a ore madrilene e sopisce quando il sole fa capolino all’alba.


Budapest è bellissima di giorno e intrigante di notte. In questo periodo la città è occasione di eventi musicali, di giostre del piacere, di piacevoli incontri con l’arte. Girovagare in libertà, senza una meta precisa, tra il trambusto dei grandi vialoni o le vie pedonali della moda, è un piacere che incanta. Qui ci si può concedere di più, visto anche il favorevole cambio con l’euro.

Meglio dedicare la mattinata alle visite museali o allo shopping, non prima di una goduriosa colazione in uno dei tanti bar del centro. Di monumenti, cattedrali, vestigia del passato, Budapest ne è saziamente colma: dal Museo delle Belle Arti al grandioso Parlamento, alla Sinagoga simile ad una moschea, al Bastione dei Pescatori, e tantissimo altro ancora. Prendete, ad esempio, la funicolare, vicino al Ponte delle Catene, per godere di un panorama mozzafiato; o andate alla chiesa di Maria Maddalena per ammirare il campanile con 24 campane, la costruzione più antica della città.

Dopo un bel pranzetto e un riposino non resta che scegliere un luogo dove rinfrancarsi da una mattinata turbinosa. E cosa se non una delle tante terme che riempiono Budapest? Ce ne sono per tutti i gusti e piaceri, e si possono fare incontri decisamente gustosi: i ragazzi di Budapest sono affascinanti. Le terme, attenzione, differentemente dalle saune, non sono luogo di battuage, ma se bravi, si possono fare ottime conoscenze. Provate ad andare alle Terme Kiràly Baths, nei pressi del ponte Margherita, dove l’atmosfera turca della prima metà del ‘500 è rimasta intatta. Le Kiràly sono le terme gay per eccellenza, visto che sono segnalate dalle guide a turismo omosessuale. Piacevoli anche le terme alla fermata del metro Szechenyl, accanto al parco dei divertimenti. Alcune offrono serate con ingresso per soli uomini o donne.

La Parigi dell’Est sembra non saziare mai il suo spettatore turista di qualunque forgia sia fatto, e di ogni gusto. Così, a tardo pomeriggio, fin verso le 22.00, se cercate l’area del cruising, dirigetevi al Korzó, la bella passeggiata sulla riva di Pest tra il ponte Erzsébet e Március 15 tér. Ovviamente con tutte le cautele che servono in casi del genere.

Per i divertimenti notturni, basta sceglierli sui propri gusti. Se vi va di ballare, l’Alterego, in Dessewffy utca 33, è il posto giusto, con feste a tema e spettacoli drag. Lo stesso vale per Capella, in Belgràg rakpart, 23, dove ci si sente come a teatro, grazie al multilevel. Musica mista dal pop ungherese a quello internazionale. Anche il pubblico è variegato.

Se amate osare di più due tra i migliori locali da visitare restano il Coxx e l’Action. Il primo è parecchio intrigante, con cabine tematiche che vanno dal sadomaso alle cabine video. Si trova in Dohany utca, ed è sempre affollato di turisti. L’action è un locale per soli gay, con darkroom e spettacoli di go-go boys da rimanere col fiato sospeso. Attenzione ad altri locali, belli senza dubbio, a dove le bevande sono parecchio costose. Vale sempre la pena informarsi prima.

Non resta che augurarvi una piacevole vacanza in quel di Budapest, magari raccontando le vostre vicissitudini. Per altre info, provate anche qui.

Gay life in Budapest é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di martedì 13 luglio 2010.


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Madame L’Oréal ha un gay per capello


Ho incontrato giorni fa, in una notissima località balneare del sud della Francia, uno spassoso amico, narratore dei migliori gossip estivi. Intrattenne me ed altri suoi amici, parodiando un incantevole film di Bob Balaban: “Bernard and Doris”, con quello che è il gossip “must” di questa estate che tocca una delle più scintillanti miliardarie francesi, patrimonio sui 45 miliardi di euro, grazie anche all’invenzione di una sostanza a base di ammoniaca che piace tanto al nostro premier: la tintura per capelli. Nel film interpretato da una brava Susan Sarandon e da un ammaliante Ralph Fiennes, si narra di una miliardaria del tabacco, Doris Duke, che intraprende una storia d’amore platonica co suo maggiordomo omosessuale. I due diventano inseparabili e, alla morte di lei, avvenuta nel 1993, lascia la sua strabiliante fortuna (1,2 biliardi di dollari) a Bernard.

Naturalmente la cosa non piacque molto agli eredi naturali che diedero origini ad alcune cause legali, e giornali di tutto il mondo si chiesero com’era stato possibile che un gay alcolizzato sia potuto diventare miliardario. La storia di oggi, somiglia in qualche maniera a quella di Doris e Bernard, anche se qui, pare, ci siano di mezzo un ministro, un maggiordomo intrufolone e persino Monsieur le President.

La protagonista si chiama Liliane Bettencourt, 87 anni portati con fascino delizioso, diciassettesima riccona al mondo. M.me l’Oréal, ha risvegliato gli appetiti dei migliori narratori di gossip - compreso l’amico citato - per una storia che coinvolge i sopracitati, lei e la figlia di lei. Ad amaliare la miliardaria ci ha pensato un fotografo, tale Francois Marie Banier, che è diventato inseparabile per la signora dei cosmetici, un amore talmente smisurato, così generoso da parte della Bettencourt da averle fatto fare il bel gesto di regalargli qualche miliarduccio in opere d’arte, denaro contante e polizze assicurative.

Ora, direte voi, beh se si amano, qual è il problema? Il problema, secondo la figlia, è che la madre sia uscita un po’ fuori di senno con questo fotografo; che non ci può essere una vera storia d’amore tra i due perché Banier è omosessuale. Così la figlia vorrebbe troncare questa improbabile love story, magari prima che la madre faccia altre follie a favore del geniale artista-fotografo. E così si è rivolta a un giudice. Finirà come la platonica storia d’amore tra Bernard e Doris? Un po’ si e un po’ no. Vedremo!

Intanto la signora Bettencourt ha qualche gattuccia da pelare, dopo che si è scoperto di un suo bel conticino in Svizzera, storia di un’isola alle Seychelles e la moglie di un ministro che amministra parte dela ricca fortuna dela Bettencourt. Soldi, affari, intrighi.

C’è di mezzo, come è ovvio, la politica e i suoi affari; ma c’è anche questa strabiliante storia tra la signora l’Oréal e colui che, secondo la figlia, cerca di manipolare la miliardaria, con il classico fascino gay, per avere un bel tornaconto.

E se tra i due fosse vero amore?

Foto | Paeonia

Madame L'Oréal ha un gay per capello é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di martedì 06 luglio 2010.


Un libro gay per l’estate. Bert d’Arragon: La Libellula

Scrivere un libro sulla Resistenza; anzi, una storia di persone nella resistenza, e lì, come una prosa di amore essenziale, narrare la storia di Pietro, di Giovanni che, adolescenti, scoprono di essere innamorati l’uno dell’altro, in una Italia tra le peggiori della sua storia: il fascismo, le persecuzioni, i confini, gli assassinii dei “nemici”, la guerra. La Libellula, di Bert d’Arragon, toscano di adozione, nato in Westfalia da una famiglia dalle antiche origini spagnole, è un romanzo dai respiri intensi che grazie alle meticolose ricerche dell’autore, più volte diventa narrazione storica, lasciando che gli immaginari personaggi, sembrano diventare parte vera di quella nostra fetta di storia assurda e, speriamo, irripetibile.

Trecentonovanta pagine dove il lettore giovane troverà sprazzi intelligenti e formativi per sapere, ove necessitasse ancora, cosa era quell’Italia nefanda e tuttavia non arresa del tutto; e ai meno giovani saprà dare memoria e lucidità.

La Libellula è un libro accogliente e affascinante tanto da instillare in chi lo legge un desiderio di far parte di quell’amore tra Giovanni e Pietro prima, e poi tra il primo e Niccolò. In questo uragano di passioni e avventure, altri personaggi non meno interessanti, tra ruffiani, donne mercenarie, uomini piegati al potere mussoliniano, altre donne particolarmente coraggiose da imbastire ragnatele di resistenza necessarie a salvare se stesse e gli altri.

C’è una sconfinata umanità nel libro di Bert d’Arragon, che la privilegia dinanzi alla violenza di un regime satrapo e meschino. E poi, questi amori, incanalati in cuori dolci e misteriosi, quasi innocenti. Ci si innamora di Giovanni che batte le dita sul pianoforte per poi diventare un insigne musicista; di Pietro, l’io narrante della prima parte del romanzo, fresco e quasi sacro, persino quando rivela a Giovanni che sposerà una donna. E Niccolò, l’ultima tenerezza che sente il peso di essere arrivato a narrazione iniziata, ma non sarà di certo questo a frenare la sua passione.

Quel loro peregrinare in un’Italia che li insegue, anche a causa della loro omosessualità, fa dire ad Adolfo, amico fervido di Giovanni e Pietro:

(…) Poi arrivano due finocchi e ti insegnano come affrontare la vita da uomo. Non ci avevo mai pensato, ma ho capito che non importa che cosa uno prende in culo, importa come prende la vita”.

Dovrei narrare di Maria Margherita, una donna benestante, che accoglie i fuggiaschi Pietro e Giovanni, nella sua casa, facendoli diventare figli, regalando loro istruzione, successo, e poi lei stessa al servizio della Resistenza, della cellula La Libellula che forgia uomini e donne nella Resistenza e anche nel dolore più struggente.

Dovrei raccontare di tanti tra coloro che Bert insignisce nel suo fantastico libro, storie che potrebbero essere vere, in quella fase di storia, dove tanti eroi sono scomparsi senza che qualcuno li ricordi come tali.

Ci sono stacchi, nel libro, che potrebbero confondere. Dico, potrebbero, a causa di tanti documenti che l’autore riporta nella sua integralità. Ma non si tratta di difficile lettura, proprio per questa ipotetica catenella che aggancia un fatto all’altro; una persona con altra persona; l’amore tra due ragazzi e altri.

Per il regime gli omosessuali in Italia non esistevano e lasciando intatta questa bugia, si poteva fare quel che si voleva. Ma chi smascherava la bugia, come facevamo noi con la nostra sola esistenza, veniva schiacciato.

Bello è, che a leggere storie di ieri, e per giunta in chiave romanzata, sembra che ci sia una continuità nell’oggi, come l’impietoso ma reale quadro che Bert fa sulla chiesa cattolica, dall’egoismo sfrenato e dall’attenzione assurda alla moralità sessuale.

Come tanti tra voi sapranno, Bert d’Arragon, è dalla fine degli anni ‘80, un militante di Arcigay; insegna anche yoga e Meditazione. Speriamo ci sia un nuovo libro perché Bert, con La Libellula, dà prova di una passione innata per la scrittura. Peccato davvero se dovesse fermarsi qui.

Bert d’Arragon

“La Libellula”

I.S.R.Pt Editore, 13,00 euro

Un libro gay per l'estate. Bert d'Arragon: La Libellula é stato pubblicato su queerblog alle 16:00 di mercoledì 30 giugno 2010.


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Oggi a Napoli il Gay Pride. Il saluto della città, migliaia in arrivo

Ci siamo. Alle 14.30, Napoli sarà già invasa di colori, di donne, uomini, organizzazioni civili, comitati cittadini, rappresentanti delle istituzioni, per festeggiare la ricorrenza del Gay Pride nazionale. Strombazzeranno musica i tanti carri multicolori, verranno distribuiti gadget e volantini. Poi, la fiumana di gente, arrivata da tutta Italia, comincerà a snodarsi per le vie principali della città, in un corteo di suoni e serenità.

Ad aprire il corteo, saranno due donne, il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino insieme al sindaco di Genova Marta Vincenzi, a significare la continuità di due città che vogliono essere in prima fila per la lotta contro le discriminazioni. Ieri Genova, oggi Napoli! Molti di noi sono già nella splendida città del disordine e del sorriso, altri arriveranno in mattinata. Troveranno Napoli piena di sole e di festa. Dopo il corteo la festa con la partecipazione di tanti artisti come la napoletanissima Angela Luce, Viola Valentino e tante e tanti altri. Insieme all’amico Aelred, vi faremo partecipi di questo importantissimo appuntamento per tutta la comunità lgbtq.

Ieri, l’incontro tra il sindaco Iervolino e l’organizzazione del Napoli Pride:

“Domani – ha spiegato il sindaco – sarà una giornata di gioia e orgoglio, contro la violenza contro l’impoverimento della solidarietà e contro l’invisibilità. Protesteremo con forza e sarà un atto di orgoglio, non solo di gay delle lesbiche e dei trans, ma di tutti i cittadini italiani che credono nella costituzione e che credono di essere portatori di valori belli, forti e ricchi di futuro di chi punta sulla paura”.

Rispetto alle polemiche della vigilia con il Pdl, che aveva definito la manifestazione una carnevalata, il sindaco ha dichiarato:

“Io non sono preoccupata, ma voglio essere con tutti orgogliosa; noi esprimiamo quanto di meglio c’è nella nostra Costituzione. Se qualche cagnolino abbaia, da animalista e rispettosa dei cagnolini, lo lascio fare tenendo conto che è portatore di vecchio e di idee senza futuro”.

Augurando a tutti un buon pride la sindaco ha concluso:

“Sogniamo un mondo nei quale si rispettino i diritti di tutti e questo vorrei che fosse il messaggio di Piazza Plebiscito”.

Oggi a Napoli il Gay Pride. Il saluto della città, migliaia in arrivo é stato pubblicato su queerblog alle 10:00 di sabato 26 giugno 2010.


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Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: negare il matrimonio gay non viola diritti


La notizia non è di quelle belle, da far esaltare proprio alla vigilia del Gay Pride nazionale. Anzi è brutta, pur nelle sue edulcorate motivazioni. Ieri, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ha bocciato il ricorso di una coppia gay austriaca, in materia di matrimonio. Michael Horst Schalk e Johann Franz Kopf, rispettivamente di 48 e 50 anni, non si erano accontentati della registrazione della loro partnership, così come prevede la legge del loro Paese, si sentivano discriminati, chiedevano alla Corte un pronunciamento sul matrimonio a loro favore. I sette giudici, a maggioranza risicata (4 su 7), hanno però sentenziato che non vi è stata nessuna violazione dell’articolo 12 (diritto al matrimonio); e nessuna violazione dell’articolo 14 (divieto di discriminazione).

Gli Stati, affermano i giudici, non sono obbligati, in base alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ad assicurare l’accesso al matrimonio alle coppie dello stesso sesso. Ancora di più: anche quegli Stati che hanno introdotto l’istituto del matrimonio tra persone dello stesso sesso, non sono tenuti a concedere gli stessi favori e diritti che vengono elargiti alle coppie di matrimonio eterosessuale. Un duro colpo per chi pensava che il matrimonio omosessuale potesse risolvere ogni altra diatriba in materia di diritti.

Tuttavia, nella sentenza, i giudici affermano che la disparità di trattamento fondate sull’orientamento sessuale dovrebbe essere giustificato da ragioni particolarmente convincenti. Pur tuttavia, da parte del governo austriaco non è stata ravvisata alcuna violazione, né dell’articolo 12 e 14, e neppure dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare). L’esistenza di alcune differenze nei diritti parentali tra unione registrata e il matrimonio in gran parte riflette la tendenza di altri paesi, dicono i giudici. Inoltre, in questo caso, la Corte non deve prendere in considerazione ciascuna di queste differenze.

Che la coppia gay austriaca, avesse poca probabilità di spuntarla, stava un po’ nelle cose. I giudici, infatti, hanno riconosciuto la sovranità degli Stati a concedere alle coppie omosessuali istituti che non siano uguali a quello matrimoniale. Poi, nel caso dell’Austria, una qualche forma di tutela è data proprio dalla partnership, introdotta quest’anno.

Ora, la coppia ha tre mesi di tempo per chiedere il riesame del caso alla Grande Camera della Corte. In tal caso, un collegio di cinque giudici potrà stabilire un ulteriore esame. Se la richiesta di rinvio è rifiutata, la decisione della Camera diventa definitiva.

Insomma, pare che si sia dato un colpo al cerchio e uno alla botte. Se da un lato “una coppia convivente dello stesso sesso che vive in un partenariato stabile, rientra nel concetto di ‘vita di famiglia’, così come per il rapporto di una coppia di sesso diverso nella stessa situazione”; dall’altra la sovranità degli Stati, potrebbe inficiare qualsiasi altro ricorso in materia.

Questo però non dovrebbe far cantare vittoria a eventuali detrattori nostrani, perché i giudici hanno detto chiaramente che l’articolo 9, relativo al diritto di sposarsi, non fa riferimento a uomini e donne.

Ne sono convinti anche quelli di Certi Diritti che in un comunicato, prendono tutto il buono di questa sentenza:

L’Associazione Radicale Certi Diritti - dice Sergio Rovasio - considera molto importanti le decisioni della Corte Europea, poiché rafforzano le iniziative giurisdizionali che ben presto verranno avviate – in collaborazione con Rete Lenford – Avvocatura LGBT e con il “Comitato Sì lo voglio” per continuare le iniziative di Affermazione Civile che ad Aprile hanno portato alla sentenza della Corte Costituzionale 138/2010.

Restano le contraddizioni anche in tema di libera circolazione e di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Una Europa quanto mai disunita sul fronte dei diritti civili per le persone lgbt

Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: negare il matrimonio gay non viola diritti é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di venerdì 25 giugno 2010.


Nasce Rometown, una guida completa per i gay a Roma

Siete in vacanza a Roma e vorreste affidarvi, per una simpatica visita turistica, a qualcosa di eccitante e diverso dai soliti bus turistici? Allora vi serve un Segway Human Transporter, quello straordinario due ruote che è un po’ un pattino supertecnologico. Se poi, a cena, non sapete dove andare, scartando luoghi che potrebbero mettere in imbarazzo voi e il vostro fidanzato, basta cliccare e scegliere il ristorante più adatto a voi. Questo e altri importanti servizi sono ora a disposizione delle persone omosessuali che vivono o vanno in vacanza a Roma, grazie al nuovo portale Rometown.it.

“Rometown è un brand, di proprietà del Tour Operator Sonders&Beach - spiegano i creatori di questo portale di servizi -, dedicato al Turismo Gay & Lesbian incoming per la città di Roma. Sonders&Beach è anche proprietaria del brand Quiiky, il primo Tour Operator Gay & Lesbian italiano.Sonders&Beach è membro della IGLTA (International Gay & Lesbian Travel Association), di Visit USA e di CONFINDUSTRIA ASSOTRAVEL”.

Probabilmente non è un caso che il portale sia nato prima della parata del Gay Pride di Roma, che si celebrerà il 3 luglio. Sarà anche pessimo lo spot realizzato dall’organizzazione (e un po’ lo è), ma speriamo non sia quello a farvi mancare. Nella capitale, in quella occasione e per il periodo vacanziero saranno molte le persone lgbtq che arriveranno, e vorranno scoprire la gay life romana. Si sa, c’è il Gay Village e le serate del Muccassassina, ma spesso neppure i romani sanno quali altri servizi offre la città per le persone lgbtq. Rometown, diventa in un certo senso, un sito di informazioni su dove dormire, mangiare, divertirsi e fare incontri a Roma. Il fatto che siano membri della IGLTA confera anche una serietà e garanzia sui servizi offerti. C’è anche il marchio Quiiky, che per tutto l’anno organizza viaggi a misura di gay e lesbiche, per tutte le tasche.

Presto il portale offrirà altri servizi, come acquisti e prenotazioni online. E’ questo di Rometown, un’altra delle buone iniziative che avvicinano la capitale ad una maggiore sintonia con i cittadini e i turisti lgbtq. Creare o offrire servizi adeguati alle persone omosessuali e transessuali che intendono visitare Roma, con serenità e maggior sicurezza, vuol dire anche aprire nuovi spazi di libertà.

Il sito è consultabile, oltre che in italiano, in inglese e spagnolo, ed è possibile scaricare la Gay City Map di Roma.

In occasione del Gay Pride di Roma, ha poi lanciato un concorso: chi partecipa contribuisce al finanziamento della manifestazione e può vincere una vacanza di una settimana a Gran Canaria. Niente male!

Nasce Rometown, una guida completa per i gay a Roma é stato pubblicato su queerblog alle 17:00 di giovedì 24 giugno 2010.


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Un libro gay per l’estate. Giuseppe Patroni Griffi: “La morte della bellezza”

Giuseppe Patroni GriffiQuesto è il romanzo d’amore di due giovani, il cui segno distintivo è la bellezza, che si svolge in una città, il cui segno distintivo, era, fino a quaranta anni fa, la bellezza. In questa città, il cui primo bersaglio da colpire, per distruggerla è stata la bellezza, questi due giovani, per adesso grazie a dio inutili alla società, sono destinati ad amarsi. Perché? Per una ragione di estetica, perché fanno parte di una invenzione assoluta, inamovibile, secondo la legge della composizione artistica, che li vede, e li vuole, uniti, in un paesaggio con figure”.

Chi altri se non l’autore, avrebbe potuto sì magistralmente, con puritana logicità, parlarci di Eugenio, bellissimo adolescente, e di Lilandt, un insegnante italo-tedesco, nella cornice di una Napoli insolitamente decadente, falcidiata dalla guerra, occupata dai tedeschi e presa di mira dalle bombe americane. E poi, questi due ragazzi che scoprono l’innamoramento, lo consumano in sesso come il vino all’osteria o il pargolo attaccato alla mammella materna: insaziabili, intensi, disperati che il tempo possa frenare quel lusso di goduria tra guerra e amore.

Giuseppe Patroni Griffi
(1921-2005 - in foto) è tra i più geniali narratori, ma anche regista teatrale e cinematografico, partorito da una Napoli culturale e fantastica di cui oggi qualcuno se ne lagna a buona ragione, per un probabile deserto di idee e raffinatezza culturale. Quando diede alla stampa “La morte della bellezza”, nel 1987, aveva già cimentato di affetto e interesse il suo vasto pubblico che lo aveva osannato e applaudito in pièce teatrali come “Anima nera” o “Metti una sera a cena”. Aveva scritto libri irrinunciabili come: “Ragazzo di Trastevere” o “Scende giù per Toledo”. C’è in quei libri, e in questo di cui parliamo, l’irrinunciabilità di Patroni Griffi, alla narrazione di una omosessualità trasversale, potente persino nell’ironia, fatale a chi la pratica.

La morte della bellezza lo si legge d’un fiato; i personaggi entrano nel nostro immaginario, sicuri di farci diventare loro complici, partecipi persino delle loro intimità.

L’amore tra due uomini non ha altra creatività che l’approfondimento del mondo dei sensi, la sua esplorazione, la sua esaltazione […] Gli uomini che si amano, sono un laboratorio di specializzazione tecnologica, sono gli addetti alla creazione di una macchina pura, una macchina che viva per se stessa, una macchina di apparenza inutile per gl’incompetenti… Siamo la Formula Uno dell’amore.

Quando Lilandt pronuncia a Eugenio il senso di quella loro appartenenza, con quelle parole che non ammettono altri sforzi narrativi, i due sono la quintessenza del piacere, la via che conduce a Damasco; si sono fatti carne comune e fiamme di un erotismo innato. Giuseppe Patroni Griffi non lascia i suoi interpreti nel solitario foglio di carta, macchiato da mille e più lettere: ce li scaraventa addosso con tranquilla tenerezza, diventando noi stessi loro amici, complici, suggeritori di una narrazione già avvenuta. Che spasso!

È una grande storia d’amore, quella tra Eugenio e Lilandt, conosciutisi in un lurido cinema dove tutti battono e nessuno si interessa alla pellicola. Ci è finito per caso, o per ragioni sessuali, l’adolescente, e un bombardamento lo consegna, supino, caldo di desiderio, all’amato.

Io ti amo, e siccome voglio che tu non ne dubiti, te lo ripeto, io ti amo, e torno a ripeterlo, ti amo, così potrai sempre rinfacciarmelo, se ti dicessi un giorno ch’erano parole sfuggite nell’emozione di donarti la mia verginità.

La passionalità non sta più neppure nelle parole, ma nel desiderio carnale e sentimentale. Quelle frasi pronunciate in solennità sono il segnale di due che si affrontano per cercare (e riuscirci) di diventare carne, vita e sangue, comuni. Giuseppe Patroni Griffi ci ha abituati a questo, come ad una sinfonia struggente, come a chi, in questo mondo, è pronto a tutto pur di non rinunciare all’altra metà della sua luna. Peccato abbia fatto, grande come i grandi della nostra cultura, l’umano gesto di lasciarci orfani di altre epiche narrazioni; di una visione meno parziale del mondo, e di quella Napoli così onirica e dolce.

La morte della bellezza è stato ristampato da B.C. Dalai editore, per I Tascabili.

Giuseppe Patroni Griffi
La morte della bellezza,
pp. 318, euro 8,90

Un libro gay per l'estate. Giuseppe Patroni Griffi: "La morte della bellezza" é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di giovedì 24 giugno 2010.


Parte la nuova campagna di Gay Help Line Roma: “Coming Out contro omofobia”

Secondo la volontà di alcuni, a regolare gli atti omosessuali devono essere il pudore e la discrezione. Fatti privati che se restano tali possono essere accettati, altrimenti la questione diventa talmente seria che, dall’accettazione si passa al disprezzo, alla negazione all’omofobia. Il sesso degli eterosessuali può manifestarsi pubblicamente: ci si bacia, si cammina avvinghiati l’uno all’altra, si mostra orgogliosi il partner o la partner agli amici. Nulla di tutto questo è concesso alla persona omosessuale che bene che vada, si ritroverà occhi indagatori e sommessi commenti di spregio. Se poi entriamo in una famiglia dove vive un omosessuale o una transessuale, spesso è la tragedia che attende paziente di intervenire, per dividere affetti che altrimenti resterebbero tra i più sacri. Avere un omosessuale o una transessuale in casa, per molti genitori è una condanna, una disgrazia, loro che hanno vissuto anche per fare in vecchia la parte più meravigliosa per loro: i nonni. Ma al di là di questo, l’omosessualità tra le mura domestiche, innesca persino violenze, forti disagi, incomprensioni tali che parecchie volte si preferisce tacere.

A Roma, in questi anni, la Gay Help Line, il contact center antiomofobia e antitransfobia per persone gay, lesbiche e transessuali, ha fatto un lavoro meraviglioso, grazie anche al Comune di Roma, la Regione Lazio e la Provincia di Roma. Il contributo di tutti, e dei tanti volontari, ha aiutato molti cittadini dell’Urbe a uscire dall’anonimato, a essere concretamente sostenuti sui loro problemi familiari e personali, grazie ad una serie di strutture come la consulenza medica, legale, psicologica. Non è un caso che quest’anno la nuova campagna sia rivolta proprio alla famiglia. Roma verrà inondata di manifesti e i responsabili di Gay Help Line, chiedono che anche le televisioni lo distribuiscano tra gli spot sociali.

“Quest’anno - afferma Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay Roma e responsabile di Gay Help Line - la campagna di comunicazione è dedicata al tema dell’incomunicabilità e della visibilità a partire dalle relazioni in famiglia delle persone lesbiche, gay e trans: molte persone, infatti, non riescono a vivere serenamente perché non hanno fatto coming out in famiglia, a scuola, con gli amici o al lavoro. Vogliamo dir loro che essere visibili è un’opportunità e un’occasione di crescita per se stessi e nella società. E che Gay Help Line, con i suoi servizi, può essere un punto di riferimento importante”.

A supportare la messa a punto e lo sviluppo della campagna, quest’anno, è stata una delle più importanti agenzie di comunicazione: la Saatchi & Saatchi. Oltre alle affissioni, la nuova campagna di comunicazione di Gay Help Line prevede anche uno spot radio che sarà diffuso sul circuito radio del comune di Roma e uno spot video realizzato da Sebastian Maolucci e Alessandro Guida che sarà diffuso attraverso il circuito video delle metropolitane ed autobus di Roma, ma anche tramite alcune emittenti locali che hanno dato la loro disponibilità, ma anche attraverso modalità di diffusione ‘virale’ online, sfruttando tutte le opportunità che le nuove tecnologie e i social network come facebook offrono.

“Con i propri familiari - spiega Rosaria Iardino, presidente di Nps, associazione partner del progetto - c’è una forte necessità di comunicare ma, spesso, non se ne hanno reciprocamente gli strumenti. Per questo è importante affrontare il tema del dialogo tra genitori e figli”.

Continua Marrazzo:

“Voglio ringraziare tutto il team dell’agenzia Saatchi & Saatchi, in particolare modo i creativi, con cui abbiamo lavorato per settimane: siamo felici di aver avuto l’occasione di collaborare con una grande e prestigiosa azienda italiana il cui management ha scelto di impegnarsi contro ogni forma di discriminazione diventando partner di Gay Help Line. Molto importante è stato il supporto dell’Amministrazione Comunale e dell’assessore Umberto Croppi che ha sostenuto questa iniziativa, di tutte le volontarie e i volontari che hanno collaborato alla realizzazione e quotidianamente si impegnano gratuitamente per il servizio”.

Non è difficile comprendere che in una città come Roma, il servizio di Gay Help Line è necessario e irrinunciabile. Un lavoro di volontariato che dovrebbe coinvolgere più persone e istituzioni. Roma non può e non è una città di violenza omofoba.

Parte la nuova campagna di Gay Help Line Roma: “Coming Out contro omofobia” é stato pubblicato su queerblog alle 12:00 di mercoledì 23 giugno 2010.


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Un corso di formazione sull’infezione da HIV/AIDS a Palermo

Con l’arrivo dell’estate, molti sogni diventano realtà; si cercano e si trovano nuovi amori, i sentimenti si fanno più vispi, le nottate più dolci e profanatrici. Il sesso diventa quasi un imperativo da saziare, da coccolare, da vivere profondamente e intensamente. Però tutti sanno e molti dimenticano che un certo sesso sfrenato, non protetto, può portare a conseguenze quasi irreparabili. L’Hiv è lì, ascolta i palpiti bramosi dei corpi e, se non si fa sesso sicuro, potrebbe entrare senza neppure chiedere permesso. Bisogna essere coscienti di questo, a nulla vale fare spallucce o pensare che mai capiterà “proprio a me”. Ci sono anche angeli del cuore che si mettono in aiuto per coloro che soffrono o per propagandare la cultura della prevenzione. Per questo, ogni tanto, si svolgono dei corsi di formazione rivolti ad operatori sanitari e socio-sanitari.

Uno di questi si svolgerà domani e dopodomani a Palermo e in altre nove sedi in tutta Italia. Il corso di formazione è relativo al Progetto “Studio socio-sanitario
sperimentale per facilitare i percorsi di prevenzione, diagnosi e continuità terapeutica dell’infezione da HIV/AIDS e delle co-infezioni in gruppi socialmente ed economicamente svantaggiati”, coordinato dall’INMP e attuato dalla Associazioni della Consulta per la lotta contro l’AIDS del Ministero della Salute in sinergia con gli assessorati alla salute e alle politiche sociali di un campione di undici Regioni.

Il corso di Palermo, che si terrà il 23 e 24 giugni, si svolgerà a Palermo, Aula magna Corso di Laurea per Infermiere , padiglione 4a (chirurgia generale) IV piano, viale M. Tesauro Pavone, Ospedale Civico Palermo (vicino all’ingresso da via C.Lazzaro). L’edizione di Palermo è realizzato in collaborazione con Anlaids ed Arcigay Palermo. Va anche ricordato che strutture come Anlaids, a anche le associazioni che svolgono un ruolo su questo versante, necessitano continuamente di volontari per progetti di prevenzione e assistenza. Aiutarli, anche un paio di ore alla settimana, significa aiutare noi stessi a essere migliori.

Per info
progettazioneformazione@gmail.com
tel 338 8312005
Il corso è gratuito, ed è previsto il rilascio di un attestato di partecipazione e il catering.

Un corso di formazione sull’infezione da HIV/AIDS a Palermo é stato pubblicato su queerblog alle 10:02 di martedì 22 giugno 2010.


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A Berlino per le strade mezzo milione a festeggiare il Gay Pride. E a Napoli?


A vedere le immagini che arrivano da Berlino, diciamocela, scorre parecchia invidia. Certo diranno in tanti, parliamo di mondi diversi, di cultura e politica diverse, ma l’invidia resta. Sabato scorso, qui da noi si è celebrato il Gay Pride a Torino e a Palermo, ed è subito scoppiata l’annosa guerra delle cifre sui partecipanti. Poi, nello stesso giorno, arrivano quelle da Berlino, indiscutibili, confermate da organizzatori e forze dell’ordine: i partecipanti al Gay Pride sono cinquecentomila. Che invidia! Non si capisce (o non si vuol capire) perché quei numeri ballonzollano all’estero dal mezzo milione in su, e da noi ci si accapiglia se a Palermo erano in 4 mila o 500 persone. C’è da rifare il Movimento o c’è da ripensare anche ai nostrani Gay Pride, visto che ci si inquieta su probabili 5-6 milioni di persone lgbtq nostrani?

Intanto, le cronache raccontano di quella oceanica presenza berlinese, la 32esima edizione del “Christopher Street Day”, tanto per non dimenticarsi l’origine dell’evento. Che Berlino sia oramai diventata, per mille e più ragioni, la capitale culturale e ludica delle persone lgbtq, lo raccontano le cifre e la città stessa: viva, effervescente, irrinunciabile, eclettica. Tema di questa edizione del Gay Pride: “Essere normale è essere diversi”, che la dice lunga su come imporre certi diritti.

Facile pensare cosa sia stata la Berlino di quel sabato passato, non molto differente dalla quotidianità di una città governata da un sindaco apertamente omosessuale, ma a veder mezzo milione di persone che finiscono la loro sfilata, per la prima volta, alla Porta di Brandeburgo, luogo simbolo della città, deve essere stato uno spettacolo indimenticabile. Perché noi no? Voglio dire: perché in una nazione che risulta parecchio omofoba, spudoratamente clericale, invisa agli elementari diritti di cittadinanza per le persone lgbtq, i Gay Pride sono così mosci, altalenanti, privi di quella massiccia presenza, urlante e festaiola, che farebbe impressione persino alla Binetti? Possibile sia colpa solo delle organizzazioni lgbtq, e non forse, molta colpa nostra? Napoli potrebbe essere l’occasione. E anche Roma. Discutiamone!

Foto | Cafebabel

A Berlino per le strade mezzo milione a festeggiare il Gay Pride. E a Napoli? é stato pubblicato su queerblog alle 15:00 di lunedì 21 giugno 2010.


Caravaggio gay? No, solo sessualmente spericolato

Caravaggio gay? No, solo sessualmente spericolatoNon è ancora uscito che già fa discutere critici d’arte, biografi della gay life, stampa di mezzo mondo. Andrew Graham-Dixon, nato a Londra nel 1960, uno dei più importanti critici d’arte, è riuscito a scombussolare alcune certezze e facili entusiasmi su Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come il Caravaggio, col suo ultimo libro che uscirà nelle librerie inglesi il 1° luglio: “Caravaggio - A life sacred and profane” (Caravaggio, Una vita tra Sacro e Profano). Tutto da ripensare, molto da cambiare tra coloro che si sono occupati delle vicende terrene dell’autore della Cena in Emmaus e di altri capolavori che lasciano, in chi li osserva, il corpo e l’anima librarsi verso la beatitudine estatica. Secondo quanto suggerisce Graham-Dixon, che ha visionato alcuni documenti recentemente scoperti negli archivi romani, il Merisi non era nient’altro che un iroso, un irrazionale, e un protettore. Ed ebbe una figlia illegittima da Lavinia Giugoli, moglie di Ranuccio Tommasoni da Terni.

Quando nel 1606 i due si affrontano in armi e Ranuccio ha la peggio, nulla di più falso che quella sfida avvenne per futili motivi, come si era pensato finora: fu un duello d’onore, suggerisce il critico d’arte inglese, dovuto anche alla insaziabile libidine dell’artista. Al Telegraph, dove Graham-Dixon collabora, e dove il libro è stato recensito per primo, l’autore dichiara:

“C’era un’antica ostilità tra i due e Tommasoni volle che ad assistere al duello ci fossero anche suo fratello e suo cognato. Ciò dimostra che si trattava di una lite d’onore”

Non va dimenticato che gli anni di vita del Merisi sono anni turbolenti, violenti, in una Roma papalina che cerca di frenare gli ozi e i vizi della plebe come di certi aristocratici. È lì, dopo una vita di stenti a Milano, che Merisi inizia le sue sarabande notturne in compagnia di un architetto, Onorio Grande, e di altri giovinastri che fanno poco per non farsi notare dalle guardie di ronda vaticane. E’ lì che il Caravaggio continua i suoi stenti di fame e miseria, cercando di attirare l’attenzione di probabili signorotti che frequentano lo spiazzo della platea Agonis, luogo di ritrovo di battuage e di prostituzione maschile dell’epoca.

Sulla vicenda Merisi-Ranuccio, l’autore di questa nuova e interessante biografia dell’artista, allievo di Simone Peterzano e discepolo di Tiziano, racconta di una rivalità tra i due, entrambi invischiati a fare da papponi, nonostante il Ranuccio non se la passasse affatto male. Non solo, il Merisi riuscì a sfilare al Tommasoni, una delle prostitute più quotate e la cosa non piacque affatto a chi di quella merce se ne cibava. La Roma di allora, più che papalina era orgiastica. A fronte di una città con centomila abitanti la chiesa censisce diciottomila puttane e papa Clemente VIII si accanisce contro quelle donne che vivevano anche nei piani dei palazzi apostolici, comminando frustate, confische dei beni e l’esilio.

C’è un altro bel libro, che vi consiglio di cercare, uscito alcuni anni fa, scritto da Giuliano Capecelatro: Tutti i miei peccati sono mortali - Vita e amori di Caravaggio. Il Saggiatore, pp.290, 17 euro. Probabilmente è più lì che sapremo di certe, convulse passioni del Merisi, passato ora da gay o bisessuale a pappone.

Qualcosa dice anche Andrew Graham-Dixon quando nel suo libro, racconta della fuga di Michelangelo da Roma, dopo il suo arresto e la scarcerazione nel 1609, a causa di una aggressione ai danni di fra Giovanni Rodomonte Roero, uno dei più importanti cavalieri dell’Ordine di Malta. Michelangelo si rifugia a Napoli, e lì viene raggiunto dall’aggredito che lo ritrova in una taverna notoriamente frequentata da omosessuali. Lo affronta e lo ferisce gravemente.

Nel libro di Capecelatro c’è già anche lì, narrata con dovizia, la storia dell’artista intrisa di sangue e di violenza. Lì si narrano i vari ragazzi cui Michelangelo insegna l’arte e ne rapisce i corpi. Probabilmente la pastoia sessuale che avviluppa il pittore attraversa smisurate sessualità. E Graham-Dixon ce ne rivela alcune, importanti.

Quando l’artista muore, il 28 luglio 1610, le sue opere sono già richiestissime, ricercate, testimonianza oggi di un uomo fuori dall’umano pensiero che seppe dare alla pittura la migliore tra le possibili bellezze.

Foto | andrewgrahamdixon

Caravaggio gay? No, solo sessualmente spericolato é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di lunedì 21 giugno 2010.


Il Gay Pride di Palermo e i manifesti contro le coppie gay

Il Gay Pride di Palermo e i manifesti contro le coppie gayChissà come si sarà svegliata stamane Palermo, dopo aver celebrato il primo Gay Pride. Chissà quale sarà la risposta dei palermitani dopo aver visto migliaia di persone gay, lesbiche, transessuali, attraversare festosamente la loro città, lanciare la sfida sui diritti negati, cantare e partecipare fino a notte fonda ad un evento che in altre città pare oramai routine. C’è stato il solito gioco dei numeri tra questura e organizzazione: 4 mila per la prima; 10 mila per chi ha lavorato per il successo della manifestazione. Tanti comunque, in una città dove le contraddizioni, le paure, i silenzi, fungono da collante per il sereno vivere comune. Fare certe manifestazioni a Palermo è già di per sé un successo, figurarsi organizzare e rendere pubblico un Gay Pride. Le cronache raccontano di gente festosa, coloratissima, la sfilata di dieci carri allegorici che sparano musica, slogan contro l’omofobia e ogni altra forma di discriminazione, ragazzi e ragazze che si baciano al sole caldo siciliano.

Nonostante qualche promessa, mancano le istituzioni; almeno alla sfilata, ma gli organizzatori, Arcigay e Stop Omofobia, assicurano l’interesse del Comune e della Regione per un dialogo e una attenzione alle proposte per rendere migliore e più sicura la vita delle persone lgbtq. È presente invece l’eurodeputato Rosario Crocetta, uomo simbolo della lotta alle mafie, poeta della sua omosessualità. Con lui, un’altra figura simbolo di una Sicilia diversa e altamente democratica, Rita Borsellino. Madrina di questo primo (e speriamo non unico) Gay Pride palermitano, la scintillante Vladimir Luxuria.

“Alcuni amici quando hanno saputo che ero stata invitata a Palermo - dice Luxuria - mi hanno raccomandata di stare attenta. Ma a cosa? Ho risposto, io sono felice si essere oggi qui e non a Pontida, dove la gente in testa invece delle piume ha le corna. Questo Gay Pride è l’occasione per rilanciare il dibattito sui diritti di gay, lesbiche e trans. Ma è anche una data storica, perché per la prima volta si tiene in una città importante come Palermo. C’è un bacio tra uomini di cui bisogna vergognarsi ed è un bacio della morte, i baci di oggi, in questa piazza, non possono provocare indignazione anzi guardando questi giovani vien da dire: beati loro”.

Non è un caso che il Gay Pride sia stato convocato a piazza Magione, divenuta simbolo della lotta alla mafia, quella stessa che sull’omosessualità nutre tranquillamente manifestazioni di odio e morte. Non ci possono e non ci devono essere ‘arrusi’ tra gli ‘uomini d’onore’ e neppure tra figli e nipoti. Ci sono storie tragiche su questo versante.

Che ci sia ancora tanto lavoro da compiere contro l’omofobia (ma non solo a Palermo), è l’atto di dileggio praticato da militanti di Giovane Italia, ex Azione Giovani oggi movimento giovanile del Popolo della Libertà che, proprio alla vigilia del Gay Pride, ha tappezzato le vie di Palermo di manifesti contro le coppie omosessuali e ogni loro diritto al matrimonio e alle adozioni. Dimenticavano, forse, che anche in Sicilia vivono insieme donne e uomini omosessuali, in serenità e affetto, e che non si può certo negare loro il diritto alemno alla felicità.

A dare la risposta migliore, Daniela Tomasino, presidente Arcigay Palermo:

La miglior risposta ai cartelli che sono stati affissi a Palermo da Giovane Italia è stata data, proprio ieri, dal Comune di Palermo, di centro-destra, che ha consegnato al presidente nazionale di Arcigay Paolo Patanè una targa a Giorgio e Toni, due ragazzi uccisi dall’omofobia a Giarre trenta anni fa. All’emozionante e partecipata cerimonia erano presenti alcuni membri di Giovane Italia a testimonianza che sulla questione gay la destra è molto divisa.
La sfilata del pride di Palermo di oggi (ieri ndr.), vanta il patrocinio delle istituzioni locali, e sarà la miglior testimonianza che Palermo e la Sicilia tutta sono con noi e sono concordi e compatti nel rispetto, nella difesa e nella salvaguardia della piena cittadinanza di omosessuali, lesbiche e transessuali. Siamo sicuri che il Pride di Palermo sarà un sentito e corale “no” all’omofobia.

Che non ci siano dubbi sulla volontà, anche dei siciliani, di battersi per una legge di riconoscimento sulle coppie di fatto, contro l’omofobia, lo dice un’altra militante di Arcigay, Giulia Alagna, che assicura un interessamento della Regione:

“Se passerà all’Assemblea regionale siciliana la proposta di legge antiomofobia - ha detto - saremo la terza regione in Italia ad avere una normativa in merito”.

Alla festa finale, le liriche di Viola Valentino, una artista sempre vicina al Movimento lgbtq, di Cosmo Parlato e altri artisti. Il finale con la consegna dei Premi Sicilia Pride 2010, e poi notte danzante.

Un grazie all’encomiabile lavoro di Stop Omofobia; ad Arcigay, alle tante persone sconosciute che hanno reso possibile non solo il Gay Pride a tutte le altre iniziative svolte nei giorni precedenti. Palermo, ora, può diventare altro che non la città apostrofata per altri, più disgustosi fatti.

Il Gay Pride di Palermo e i manifesti contro le coppie gay é stato pubblicato su queerblog alle 12:00 di domenica 20 giugno 2010.


Cristiano Ronaldo posa per Armani. E in un video di calcio la bellezza esplode


Tempo di Mondiali di calcio in quel del Sudafrica, e tempo di sfilate di moda maschile a Milano. Le due cose spesso convergono tra loro, non fosse che per la bellezza statuaria, a tratti efebica, molte volte accompagnata da corpi che troncano il fiato. Sono loro, sempre più convintamente, i più richiesti dai marchi di moda e non solo, dalla Gillette a Dolce & Gabbana, ad Armani. Loro, i divi del football, straricchi e strabelli. Nelle fantasie delle bellezze più richieste e ricercate, spicca lui, Cristiano Ronaldo, portoghese, classe 1985, il goleador che ha surclassato persino il collega David Beckham, almeno in trionfi di bellezza. Cristiano è un po’ il sogno mieloso di tutti: ragazzine, signore di classe, gay e dintorni. A qualcuno non piace quel viso spiccatamente mascellare, ma così grazioso da volercisi tuffare come in un mare cristallino. Poi, quello stesso qualcuno, si ricrede nel vedere quel corpo statuario, scolpito come fosse la terza effige dei Bronzi di Riace.

Lo ha capito la maison di Giorgio Armani che tanto splendore poteva diventare veicolo commerciale, e così ha scelto proprio Cristiano Ronaldo per la sua nuova campagna dell’intimo firmato dalla famosa aquila. In una immagine si vede Cristiano in jeans, abbandonato su una poltrona, volto sorridente, curatissimo, che offre allo sguardo altrui pettorali scolpiti, freschi, carnalizzati dalla “tartaruga” che scolpisce perfettamente il ventre. E poi siccome si parla di intimo, ecco la seconda immagine. Lascio a voi ogni giudizio.

Intanto è stato messo in circolazione un video, un po’ calcistico, un po’ celebrativo, della squadra nazionale del Portogallo. Inutile dire che Cristiano Ronaldo è il deus ex machina, il giocatore che trascina la squadra, i tifosi, quelli pazzi per lui. Che sia una persona parecchio differente da certi nostri “famosi” del calcio, lo dice lui stesso, quando intervistato da un giornale portoghese si è detto favorevole ad una legislazione nel suo paese a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ne ha parlato recentemente, proprio su Queerblog l’ottimo Robo. E quando un personaggio della statura e bravura di Cristiano Ronaldo, usa la sua notorietà per aiutare anche la comunità lgbtq, è un bene e un aiuto, anche per chi portoghese non è.

Non amando molto il calcio, poco conosco dell’avventura di Cristiano Ronaldo e della sua squadra in quel del Sudafrica. Non so neppure se si possa definire una icona gay o un annoverato tra la gay fashion; di certo la sua prorompente bellezza non lascia indifferenti.

Godetevi il filmato, parecchio celebrativo, a volte un po’ sbruffone, e diteci la vostra. Anche a volermi spezzare il cuore.

Cristiano Ronaldo posa per Armani. E in un video di calcio la bellezza esplode é stato pubblicato su queerblog alle 15:00 di sabato 19 giugno 2010.


Gay Pride. Appello di Vendola, Concia, Luxuria: “Dopo Napoli tutti a Roma il 3 luglio”


Nel momento delle piazze bisogna lasciare al vento, affinché li trascini altrove, ogni acredine, incomprensione; rivolgersi alle persone che lottano per avere quello che tu stesso necessiti; invitare coloro che si nutrono di indifferenza e smarrimento per dire loro che le speranze son dure a morire, che vale sempre continuare a lottare perché quelle speranze diventino certezze. C’è sempre un buon motivo per partecipare ai Gay Pride. Uno tra i tanti è proprio la questione dei diritti legali dell’individuo, diritti di cittadinanza spronati dall’Europa, rimasti ancora lettera morta per i nostri legislatori. Irrisolto il problema delle coppie di fatto omosessuali; quello di una dignità del lavoro per le transessuali, il bullismo omofobo nelle scuole, la libera circolazione delle coppie di fatto, etc. In più si è fatto urgente un intervento legislativo per punire gli atti di violenza omofoba e ogni forma di discriminazione.

Servono a questo i Gay Pride: a risvegliare le coscienze sui diritti per le minoranze sessuali; servono a stabilire un’eguaglianza tra cittadini, tra persone, tra studenti, tra condomini. In questo strano paese l’orgoglio delle rivendicazioni per i diritti deve partire da noi, soggetto per soggetto, militante per militante, sigla per sigla, mantenendo le proprie specificità ma ruggendo coralmente per i diritti che ci facciano sentire più Europa.

Credo sia anche per questo che in occasione del Gay Pride di Roma, che si svolgerà il 3 luglio prossimo, siano scesi in campo i leaders delle organizzazioni lgbtq capitoline: Di Gay Project, con Imma Battaglia; l’Arcigay di Roma, col presidente Fabrizio Marrazzo; la deputata Pd Anna Paola Concia, Vladimir Luxuria, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Certo, che manchino altre importanti realtà come il Mario Mieli, cercheremo di capirne le ragioni. Roma dovrebbe essere la città che chiude le manifestazioni dei Gay Pride. Importante la presenza e l’adesione di Nichi Vendola che, credo, non mancherà all’appuntamento nazionale di Napoli.

Nichi, in questi mesi, sta facendo un lavoro di presenza e consensi che sono importanti persino alla futura politica di questo paese. Nichi, ce lo raccontano i fatti, non dimentica di essere omosessuale e quindi senza diritti, e questo lo fa sentire partecipe ai Gay Pride, come alla vita di tutti noi che lottiamo per un’Italia che difenda i suoi cittadini lgbtq. Non vi è mai stata una così alta carica istituzionale, che da gay, non ha dimenticato gli altri gay, le lesbiche, le transessuali.

Lo stesso vale per Vladimir Luxuria che, smessi i panni di parlamentare, continua a essere linfa per il Movimento. La sua vita artistica e culturale continua a dibattere dei problemi delle persone trasgender, si batte contro le violenze omofobe. Lo fa con intelligenza e perseveranza.

Anche Anna Paola Concia, in un Parlamento ingessato da una maggioranza che poco pensa alle necessità della gente, si batte come una leonessa, solitaria ma forte, per riuscire a far tornare in aula la sua legge contro l’omofobia, avendo spesso critche poco generose persino da parte della militanza lgbtq.

Loro, noi, tanti altri emeriti, ma importanti sconosciuti, uomini di cultura e di fede, in tanti, diamoci appuntamento, dopo Napoli, a Roma. Serve esserci nella città che nei mesi scorsi è stata teatro di intolleranze omofobe; è importante che i cittadini di Roma vedano un Movimento fiero, unito, popoloso, festaiolo ma che non intende arretrare sulla richiesta di nuove leggi che ci riguardano.

Ci saranno bagliori di feste la sera, ma al Pride del pomeriggio andiamo tutti, con le nostre speranze, i nostri amori, anche l’illusione che presto avremo un paese diverso. Una illusione che, se uniti e tanti, potrebbe turbare la sonnolenta politica.

Gay Pride. Appello di Vendola, Concia, Luxuria: "Dopo Napoli tutti a Roma il 3 luglio" é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di sabato 19 giugno 2010.


Padova in piazza per solidarizzare con i due gay aggrediti. E in un locale niente sconto alle coppie gay

Un corteo di solidarietà, di affetto verso Enrico e Matteo, i due omosessuali padovani aggrediti perché si tenevano abbracciati; ma anche per segnalare che gli atti di omofobia non potranno restare nel silenzio e nell’indifferenza. A Padova, per dire no alle aggressioni contro gli omosessuali, circa 5oo persone hanno sfilato mano nella mano, per le vie principali della città. Adesioni sono arrivate un po’ da tutte le parti: dai Beati costruttori di Pace, alla sinistra, Amnesty International, la Cgil, ovviamente Arcigay, e alcuni consiglieri regionali. Il corteo si è concluso con un incontro col vicario del Prefetto, a cui i rappresentanti del Movimento presenti alla manifestazione, hanno chiesto un impegno al governo e al parlamento perché si possa discutere e approvare una legge contro l’omofobia e le discriminazioni.

Intanto, nei giorni scorsi, le forze dell’ordine hanno individuato e denunciato il responsabile dell’aggressione, un 31enne, che a quanto pare ha già avuto qualche problema per via del suo tifo ultras per la sua squadra di calcio. L’aggressore ha detto di aver agito in preda a qualche bicchiere di troppo, coe se bastasse un liquorino di troppo per menar di mani contro una tranquilla coppia di ragazzi che passeggiano per strada. Ci consola e ci aiuta quel corteo contro l’omofobia; ha commosso anche Enrico e Matteo che hanno ringraziato Padova per quella generosa solidarietà.

Purtroppo però, il vezzo della discriminazione, tanto per rimanere leggeri, continua a far notare la sua presenza. Secondo una testimonianza riportata da Notiziegay.it, il portale di politica e cultura gay di GayLib, in un locale molto conosciuto e frequentato a Due Carrare, sempre nel padovano, due ragazzi che intendevano festeggiare il loro primo anniversario, si son visti rifiutare lo sconto che il locale fa alle coppie il lunedì. Alle rimostranze della coppia gay la cassiera ha candidamente risposto che quello sconto era sì riservato alle coppie, ma solo quelle etero. Che poi ci vuole così poco a essere più aperti…, suvvia! Ora i due si sono rivolti ad un legale di Rete Lenford e hanno invitato le coppie omosessuali ad andare al Cineplex lunedì prossimo. Chiedendo lo sconto ovvio. Fateci sapere.

Quasi dimenticavo: domani Gay Pride a Palermo e a Torino. Partecipate!

Foto | Mattino Padova

Padova in piazza per solidarizzare con i due gay aggrediti. E in un locale niente sconto alle coppie gay é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di venerdì 18 giugno 2010.


La figlia di Warren Beatty come quella di Cher, vuol cambiare sesso


18 anni? Forse deve rifletterci ancora un pò su.
Troppo giovane per prendere decisioni così difficili come il cambio di sesso…sono percorsi lunghissimi.

A parlare così, due dei tanti interventi alla notizia pubblicata ieri sul sito degli amici di Gossip Blog, che la figlia di Warren Beatty è parecchio intenzionata a cambiare sesso. Certo quando si parla di questioni così delicate bisogna andarci con la delicatezza più estrema e la maggiore tra le comprensioni, prima di versare giudizi affrettati. Pare comunque che la diciottenne Kathlyn, figlia di Warren Beatty e Annette Bening, non si senta a suo agio nel corpo di donna e intende cambiare sesso.

Molti ricorderanno un altro caso simile, accaduto alla figlia della cantante Cher e di Sonny Bono, che proprio di questi tempi, lo scorso anno, annunciò al mondo di voler diventare uomo. Oggi si chiama Chaz Bono, e vive felicemente e serenamente la sua nuova vita, certo, circondato dal lusso ma anche dall’affetto del genitore e degli amici. Chaz ha compiuto 42 anni, Kathlyn è nata nel 1992. E ci sono anche, pare divergenze tra le due.

Infatti se per Chaz, la madre l’ha appoggiato, difeso e sostenuto nella sua decisione, per Kathlyn, che i compagni di scuola chiamano da sempre Stephen, le cose sono un tantino diverse, perché i genitori non sono affatto convinti della decisione della figlia e vorrebbero che ci pensasse ancora un po’ prima di intraprendere quel percorso. Che ci sia movimento tra figli e figlie delle star di Hollywood? la cronaca gossip informa che la figlia minore di Cybill Shepherd, l’attrice che fra i tanti film, ha recitato anche in The L Word, ha fatto coming out, presentandosi con la sua compagna al 21° annuale Gay & Lesbian Alliance Against Defamation (GLAAD) Media Awards. Ora, che ne pensate della decisione di Kathlyn?

Foto | Gossip Blog

La figlia di Warren Beatty come quella di Cher, vuol cambiare sesso é stato pubblicato su queerblog alle 11:00 di venerdì 18 giugno 2010.


Se in Italia si discute di genitori gay


Nei giorni scorsi, sul sito di Radio 24 Live, costola del quotidiano confindustriale, è apparso un sondaggio tra i tanti svolti durante il programma 24 Mattino di Alessandro Milan. Titolo del contendere: “Bambini con due genitori dello stesso sesso. La considerate una famiglia?” . L’ottimo Milan che dice di essere approdato a Radio 24, il giorno della sua nascita, e che “È disposto a comprendere le ragioni di tutti, ma non di chi sostiene la pena di morte”, prende spunto da una storia vera, su cui vorrebbe far riflettere e a cui pochi sono abituati o allenati per riflettere seriamente.

A Siena, una famiglia omosessuale, composta da Sara e Margherita, ha oggi un figlio di nome Giulio. Le due donne, come tante altre coppie di famiglie arcobaleno italiane, si sono recate in Danimarca per permettere a una delle due di ricorrere all’inseminazione artificiale e di avere un figlio loro. Così è nato Giulio. Sara e Margherita, nella loro serena gioia, davanti a qualche perplessità, hanno dichiarato che, quando il bambino crescerà, diranno a lui come sono andate le cose, certe che non gli faranno mai mancare il loro affetto.

“Sono tanti i bambini cresciuti da genitori omosessuali - riflette con saggezza Alessandro Milan -, ma nell’opinione pubblica resta il dubbio dell’opportunità di consentire alle coppie gay di crescere dei figli. E voi che cosa ne pensate? Bambini con due genitori dello stesso sesso, secondo voi formano una famiglia?”

Facciamo un po’ il punto prima di arrivare al risultato del sondaggio.

Dall’entrata in vigore della legge 40 sulla procreazione assistita (PMA), le possibilità per le coppie di avere un figlio continuano a diminuire. Parliamo delle coppie eterosessuali obbligate a ricorrere alla medicina. Se per quelle coppie ci sono sempre più problemi a ricorrere alla PMA, per i genitori formati da due padri o due madri, il problema non si pone: è vietato, punto. Se pure esistono, ed esistono eccome, genitori dello stesso sesso, uno o una delle due non viene riconosciuta come cogenitore, per l’ordinamento statale non c’è, non esiste.

Certo, molto spesso la vita quotidiana è più elastica delle leggi che da noi governano l’istituto matrimoniale e le relazioni di coppia attraversate da quell’istituto; così l’omogenitorialità sembra a molti più un fenomeno che riguarda altri paesi che non il nostro. Poco di strano se pensiamo che qualche decennio fa, parlare di due mamme o di due padri, anche tra gli omosessuali, qualcuno strabuzzava gli occhi incredulo.

Che ci siano difficoltà, grazie anche alla chiusura ermetica dello Stato e di poca aderenza della società civile, non solo per gli omogenitori, sta nei fatti. Lo Stato riconosce ad una sola persona la genitorialità, e più avanti, per il bambino l’impatto con le regole sociali diventerà un rebus se non un problema. Pensiamo a quando andrà a scuola, a quando altri adolescenti chiederanno in che famiglia vivono, etc.

Pochi sanno che quei figli sono frutto di un amore incandescente, desiderato, coccolato, sofferto. Pochi conoscono la serenità di vita quotidiana che alberga nelle case dove queste creature vivono e crescono. Quasi nessuno si pone la questione inversa, dove nelle famiglie tradizionali, spesso il denominatore comune è la violenza, la prevaricazione, l’indifferenza verso la crescita dei propri figli.

Ma di omogenitorialità da noi non se ne deve parlare; restano perplessi (ancora?), persino molti omosessuali che si allineano al sentire comune: sì alle coppie di fatto, no alle adozioni; dimentichi tutti che molte, tante coppie lesbiche, vanno in “esilio” all’estero a dare sazietà al loro desiderio materno, esattamente come avviene per altre coppie lesbiche nel mondo.

Le Famiglie Arcobaleno sono da noi una realtà che si vuole oscurare, di cui poco ci si interessa, magari qualche bel sorrisino nel vedere al Gay Pride il famoso trenino, senza pensare che quei bambini tenute da madri serene, un po’ ci accompagnano nelle nostre battaglie di tutti i giorni. Battaglie di movimento e personali. Non li si può nascondere, e allora li ignoriamo. Vuoi mettere la battaglia per il matrimonio gay con quella del riconoscimento della maternità omogenitoriale? E’ più facile la prima, ha più aderenza facciamo quella, poi, chissà, vedremo…, mah… Dubbi, dubbi, dubbi.

Si pensa che a dare l’adozione alle coppie omosessuali, tutti si scaraventino al primo consultorio o struttura clinica e comincino a pensare alla procreazione. Nulla di più falso; esistono già quelle coppie non necessita inventarle o paventarle; esistono e sono tante. Solo che vanno all’estero; solo che una volta rientrate a casa, lo Stato italiano se ne disinteressa, non riconosce nessun diritto al nucleo familiare.

“È l’amore che crea una famiglia, si legge sulla homepage del sito delle Famiglie Arcobaleno -. Ci unisce la consapevolezza che una famiglia nasca dall’amore, dalla responsabilità e dal rispetto, molto più che per esclusivi legami biologici. Non si tratta di riformulare il concetto di “famiglia allargata”, ma di allargare il concetto di famiglia: le Famiglie Arcobaleno non sono altro che una delle realtà esistenti in un panorama in costante evoluzione. In Europa e nel resto del mondo occidentale diversi Paesi tutelano già i diritti delle famiglie omogenitoriali ma anche i diritti dei singoli e delle coppie omosessuali ad adottare.”

Come si fa a continuare a dire no a tutto questo?

A proposito del sondaggio di Radio 24:

  • SI 26%
  • NO 74%

Se in Italia si discute di genitori gay é stato pubblicato su queerblog alle 15:00 di giovedì 17 giugno 2010.


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Anche il Cile verso il riconoscimento delle coppie gay

Per un paese che ha attraversato una terribile dittatura, ricostruire la democrazia è un compito arduo, difficile e lungo. La barbarie lascia segni e ferite che necessitano di tempo, di allenato coraggio, per tornare a far sentire ai suoi cittadini il sapore dimenticato dell’uguaglianza e del rispetto per tutti. Il Cile resta ancora un paese fragile, necessario a nuove democrazie e libertà, e pare che la politica che governa il paese, intende ristabilire e dotare, anche per i suoi cittadini omosessuali, una giustizia dei diritti. L’omosessualità è stata legalizzata nel 1998, anche se poi la discriminazione non è scomparsa del tutto. Nel 2005, Andres Rivera, iniziò una battaglia per il riconoscimento delle persone transessuali di poter cambiare legalmente il proprio nome e sesso. Nel 2007 la legge venne approvata. Durante la presidenza di Michelle Bachelet, socialista, alcuni deputati presentarono un disegno di legge per il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Era il maggio 2008.

Ora, il nuovo presidente della Repubblica, Sebastian Piñera, ha annunciato che urge una legge per le coppie di fatto, anche omosessuali. Lo farà, ha detto, fedele al mandato ricevuto dal popolo e che gli impone di risolvere i “problemi reali” delle persone, senza discriminazioni “sociali, etniche, economiche” né “tantomeno sessuali o religiose”. Non va di certo dimenticata la tradizionale cattolicità di quel paese, per questo l’idea di costruire un istituto matrimoniale per le coppie omosessuali, non è in discussione: si parla di un riconoscimento che è altro.

Occorre, precisa il presidente Piñera, risolvere problemi di carattere patrimoniale, di salute, di eredità delle coppie. Il Parlamento comincerà ad affrontare il progetto la settimana prossima. Intanto, al capo dello Stato arriva il plauso del Movimiento de Integración y Liberación Homosexual de Chile; un passo importante, dicono, per la soluzione di tanti problemi che ancora vive la comunità omosessuale cilena. Dalla sua, il presidente ha anche l’opinione pubblica che si dice, in maggioranza, favorevole al riconoscimento delle coppie di fatto omosessuali. Si allontana, seppur lentamente, il tempo in cui l’omosessualità era vista come oltraggio. Va ricordato che nel 2004, la corte Suprema cilena rimosse un giudice dopo che si era saputo che frequentava un locale gay. Ora il presidente Piñera, apre una nuova strada alla speranza e alla libertà delle coppie gay cilene. Un buon passo.

Foto | wikipedia

Anche il Cile verso il riconoscimento delle coppie gay é stato pubblicato su queerblog alle 13:03 di giovedì 17 giugno 2010.


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Un libro gay per l’estate. Abdellah Taïa : “Uscirò da questo mondo e dal tuo amore”

Un libro gay per l'estate. Abdellah Taïa : "Uscirò da questo mondo e dal tuo amore"Un diario delle emozioni poggiato su una scrittura semplice, per nulla aulico, ma che penetra il lettore come fossero le sue stesse carni ad agire, a sentire il miele e il fiele dei sentimenti, delle passioni, della sofferenza negli amori. Abdellah Taïa, è uno scrittore di fresca generazione, che pare sentire gli anni dell’esistenza, il cammino delle sue scelte difficili, per poi raccontarceli senza enfasi, snocciolati rigo dopo rigo. I suoi libri - quattro con questo di cui parliamo - raccontano se stesso e, di dovere, la terra che l’ha partorito, le genti che incontra, la fatica degli altri ad accettare la sua condizione. Si scopre omosessuale giovanissimo, già da bambino riconosce il desiderio omosessuale che vive innocentemente in una mistura di piaceri e di lacerazione. Nel suo precedente romanzo autobiografico Le Rouge Tarbouche, Abdellah scriveva:

“Sono sempre stato gay. Questo non è un viaggio, è la mia vita. L’omosessualità è vissuta, non va spiegata. Non posso nascondere che ne ho scritto, che l’ho raccontata nel mezzo di altre cose”.

In questo nuovo libro: “Uscirò da questo mondo e dal tuo amore“, Abdellah Taïa, torna nuovamente a raccontare il pathos dell’eros, a volte quasi innocente, desiderato; altre volte marchiato dalla violenza e dall’indifferenza, in una terra dove il sesso fra maschi sembra abitudinario, consolatorio, vietato e praticato. Ma se per tutti diventi zamel (frocio) potrebbe essere l’inizio del martirio, l’abbandono della propria mascolinità, la derisione che porta, prima o poi, all’eventuale abuso sessuale da parte di altri; abuso di corpo ma anche dei sentimenti. Si possono rubare anche quelli. La scrittura di Abdellah ha la magia di trasformare le parole in pezzi di vita; “scrivere anche delle cose più intime - dice -, non è mai un atto egocentrico”. Il libro esordisce con un atto di aggressione, una tentata violenza, nei vicoli di Salé, vicino a Rabat. Alì è compiaciuto di quel corpo, lo vuole possedere, con dolcezza o profanandolo, ma lo vuole. Non pensa che la vittima lo desidera a sua volta, ma cerca tempi che non ci sono. Sarà provvidenzialmente risparmiato grazie all’intervento della madre di Alì. È lì, forse per la prima volta, il ragazzo sente l’odore della morte mischiato a quello del sesso profano. Lo sentirà ancora, altre volte ancora.

Uscirò da questo mondo e dal tuo amoreLe dolorose cadute, sembrano rendere il protagonista del racconto, più forte e consapevole, capace di gridare al mondo che la sua omosessualità non ha scalfito l’identità, non l’ha tramutata come vorrebbero quei gaglioffi, in una identità coniugata al femminile per farne strale. Quando si parla di amore, di eros, il protagonista, e con lui Abdellah, pare facciano emergere dai fondali della propria esistenza i segreti più intimi, scomposti, necessari alla condivisione con l’amato che imprudentemente spesso li trascina pesantemente a riva per abbandonarli alla sventura, senza curarsi di chi continua ad amare.

Taïa, come ogni bravo scrittore, entra facilmente nei panni del suo racconto, del protagonista vessato dai piaceri ma anche dalla sofferenza che ogni piacere trascina come pegno. Distante da epiche culture che incrociavano amore e morte, eros e thanatos, la pulsione di vita e la pulsione di morte, lo scrittore narra un viaggio verso altri corpi che si rivelano ora magnifici, ora tanto pericolosi da incontrare l’essere che nel “Settimo Sigillo” di Bergman, gioca a scacchi sulla spiaggia. Incontra spesso la morte, ma solo per sfiorarla, persino come simbolo taumaturgico alla vita, mai seguendola fino alla meta finale. Ama molto, si perde e si liquefa in quegli amori; gli appartengono così tanto da soffrirne ferocemente, ma sempre riesce a rialzarsi, persino ad avere nobili scatti di autodifesa.

Gli amori di “Uscirò da questo mondo e dal tuo amore” sono anche così intimi, da sottrarli volontariamente all’occhio vezzoso del lettore. Taïa li racconta con perspicace immaginazione, narrando particolari di vita dell’uno e dell’altro, per poi fermarsi, pudico, accompagnando il lettore fuori dalla porta. Si può solo immaginare quel che accade dall’altra parte; l’eros sta più nelle parole, nei tormenti, nei teatri di passione.

Il libro, come dice la postfazione, è il viaggio di un giovane uomo alla scoperta di se stesso, il diario del tormentato rapporto con una cultura che ama, ma che non è pronta ad accogliere la sua diversità.

Primo scrittore a dichiararsi apertamente omosessuale, Abdellah Taïa, vive oggi a Parigi, lontano dalla sua terra che non gli nega il successo di scrittore, ma vilmente scrivono: «Lo pubblicano e ne parlano solo perché è omosessuale», come se non bastasse anche solo quello per farne un precursore di nuove libertà.

Abdellah Taïa, nonostante i suoi detrattori in patria, oggi è diventato un simbolo per chi ricerca la propria identità, per chi vuol capire che è necessario il coraggio delle proprie convinzioni.

Un bel libro questa ultima fatica di Abdellah Taïa; due pagine iniziali che sembrano disarmoniche e che invece riescono a tuffarsi miracolosamente in una scrittura sapiente, scorrevole, quasi minimalista. Ci sono i viaggi, da Marrakech al Cairo, e poi Parigi, tappe di sentimenti, di storie che sembrano piccole morti interiori. Si beve come un fumante the marocchino, questo libro, e lascia al palato una sensazione di dolciastro, di ristoro, e un po’ di quel tormento che non lascia mai chi ama veramente.

Abdellah Taïa
Uscirò da questo mondo e dal tuo amore
ISBN edizioni, 2010
pp. 130, euro 13,50

Un libro gay per l'estate. Abdellah Taïa : "Uscirò da questo mondo e dal tuo amore" é stato pubblicato su queerblog alle 09:00 di giovedì 17 giugno 2010.


Il premier inglese Cameron organizza un party per i gay a Downing Street


Nei giorni scorsi, le associazioni omosessuali inglesi, si sono chieste se il nuovo esecutivo conservator-liberale guidato da David Cameron, avrebbe onorato quella che per molti era diventata quasi una buona tradizione del passato governo: organizzare un gay party nella residenza del primo Ministro inglese, nel mese in cui anche in Inghilterra si celebrano i Gay Pride. A dare loro una risposta positiva è stato il giornale L’Indipendent che in un articolo ha spiegato che sì, anche Cameron organizzerà un party a cui saranno invitati le organizzazioni lgbtq, deputati e personalità che si battono per i diritti civili di gay lesbiche e transessuali.

Cameron ha intenzione di occuparsi, come ha già fatto il suo predecessore, dei problemi della comunità omosessuale inglese, impegnandosi formalmente a sostenere molte delle loro istanze istanze. Secondo quanto anticipato dal giornale britannico, il primo Ministro intende discutere con le associazioni lgbtq di un problema molto sentito e reale: quello del bullismo omofobico nelle scuole, cercando di combatterlo con tutte le armi possibili. Altri temi verranno trattati durante l’incontro, come quello di garantire asilo politico alle persone perseguitate per il loro orientamento sessuale e, cosa richiesta da tanti, cancellare formalmente tutte le sentenze imposte quando l’omosessualità era illegale, ovvero fino al 1967.

Se qualcuno pensava a una dietrologia del nuovo governo verso la comunità omosessuale, dovrà ricredersi. Tra le tante scuse pubbliche di questi giorni, Cameron si è detto pentito, a nome suo e del partito di aver appoggiato negli anni Ottanta una legge che vietava alle autorità locali di “promuovere l’accettabilità dell’omosessualità”. I Tory oggi contano dodici deputati apertamente omosessuali, sconfiggendo l’idea, anche nostrana, che una destra debba essere per forza contro gli omosessuali.

Foto | longhairedcynic

Il premier inglese Cameron organizza un party per i gay a Downing Street é stato pubblicato su queerblog alle 15:03 di mercoledì 16 giugno 2010.


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Il premio Pegaso assegnato alla Zanicchi lacera il movimento gay e fa infuriare “Famiglie Arcobaleno”


Dovevo esserci anch’io alla serata organizzata a Milano da Arcigay per destinare il “Pegaso d’oro” alla cantante Iva Zanicchi ed eleggere socia onoraria dell’associazione, Lella Costa. Un contrattempo dell’ultima ora mi ha obbligato a saltare la cena e la serata. Ma che quel riconoscimento passasse dalla pur sempre discutibile Simona Ventura, premiata lo scorso anno, alla discutibilissima Iva Zanicchi, un po’ l’orticaria è venuta a molti, dentro e fuori il movimento. Insomma, si dicono in tanti, possibile che basti una interpretazione televisiva per darci una nuova icona gay? E perché lei? La decisione, cosa di non poco conto, ha lasciato basite le “Famiglie Arcobaleno”, tanto da far emettere un comunicato di dissenso alla presidente Giuseppina La Delfa che conosco come persona dolce, non allenata a sterili polemiche.

L’Associazione Famiglie Arcobaleno - scrive Giuseppina - è perplessa sulla scelta dell’Arcigay di conferire il premio “Pegaso d’oro” alla cantante ed europarlamentare Iva Zanicchi. Le dichiarazioni rilasciate dalla stessa al Resto del Carlino del 12 giugno 2010 e riportate da Gaynews.it (”…per quanto riguarda le adozioni, invece no. Su questo, sono proprio contraria. La famiglia è un bene inattaccabile e i bambini che crescono hanno bisogno di vedere entrambe le figure dei genitori, sia quella femminile che quella maschile”), offendono la nostra realtà di genitori, ignorano tutti gli studi scientifici esistenti che dimostrano esattamente il contrario e contribuiscono ancora una volta ad allontanare i nostri figli dal raggiungimento di pieni diritti come cittadini. (…) Con rammarico.

Come non essere d’accordo con le Famiglie Arcobaleno? È per questo che, probabilmente, non erano presenti al corteo Pride di Milano? Non azzardiamo così tanto. Di certo, la loro assenza ha pesato e ora, dal loro sito, chiedono aiuto a noi tutti per poter essere presenti all’appuntamento nazionale con il loro coloratissimo trenino. Aiutiamole. A essere d’accordo con il comunicato di Giuseppina, un altro, da sempre generosamente impegnato per le nostre libertà e diritti: Pasquale Quaranta, che non risparmia un dissenso forte e motivato alla scelta degli organizzatori di assurgere la Zanicchi a nuova icona omosessuale.

Scrive Pasquale in una sua nota su Facebook

Francamente non sono rimasto perplesso leggendo le dichiarazioni della Zanicchi: nel 2004 è stata candidata con Forza Italia ed è stata rieletta al Parlamento Europeo grazie al PDL; su Wikipedia si apprende che è stata l’europarlamentare italiana più assenteista e lei ha giustificato le assenze (ironia della sorte) in base agli impegni per la registrazione della fiction “Caterina e le sue figlie” (ragione in più per ignorarla). Sono perplesso invece della decisione dell’Arcigay di conferirle comunque il premio, di tirarla per la giacca per una strategia comunicativa. Se il premio ha un senso per Arcigay è proprio quello di richiamare l’attenzione sui nostri diritti utilizzando persone (e personaggi) popolari. Non c’è bisogno di aver studiato comunicazione per capirlo. Ma leggere titoli come quello che segue: Arcigay: “Iva Zanicchi nostra paladina”, mi umilia, offende la nostra dignità e la nostra intelligenza. Non sono d’accordo: non è colpa dei giornalisti che fraintendono. E non sono nemmeno dell’opinione che il giornalista del Resto del Carlino abbia frainteso (Zanicchi avrebbe potuto rettificare con un comunicato, con una telefonata in redazione. Non l’ha fatto). Iva Zanicchi ha detto semplicemente quello che pensa ma poi è stata invitata a rettificare a seguito del comunicato di FA (puntuale e che ovviamente condivido). In Italia funziona così: sono berlusconismi. “Il cuore della strategia vincente della destra berlusconiana non sono i principi, bensì il disinvolto pragmatismo per cui qualsiasi cosa può diventare coerente con tutto il resto se conviene.

C’è anche altro di quella serata che non sfugge a Pasquale e ad altri “criticoni”. Sì, certo, c’è Lella Costa, Franco Grillini, il gotha di Arcigay, ma che ci fa lì Lele Mora? Che vogliano dargli un premiuccio anche a lui? Ok, vada per Diego Della Palma, ma Mora? Mai visto ad un Pride, mai letto una riga di difesa sui diritti glbtq. Scrive ancora Pasquale Quaranta:

Non sono d’accordo, per quello che può contare, con la decisione di coinvolgere Iva Zanicchi, o Lele Mora (che pure era presente al Premio e di cui, sia Giuseppina sia l’Arcigay non avrebbe difficoltà ad avere il numero di cellulare), alle nostre iniziative. Perché perdiamo credibilità. Piuttosto colleghiamoci con studiosi e studiose di tutto il mondo, con gli attivisti e le militanti, con le eccellenze del mondo del giornalismo, della cultura, della satira. Istituiamo - è questo un progetto a cui sto lavorando e una proposta che vorrei condividere con voi - un Osservatorio permanente sulla comunicazione e sull’informazione veicolata dai mass media sui temi dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere, dei nostri diritti.

Con ironia replica anche Giovanni Dall’Orto:

Sottoscrivo al 101% quanto dice Pasquale. Per dare premi così, tanto vale premiare direttamente il papa “per gli sforzi di chiarificazione relativi alla condizione omosessuale in Italia” e per aver recitato il ruolo di Torquemada nella fiction “Atame (y quemame)”

Insomma, quel premio ha convinto così poco da renderlo inviso a molti. Scrive Paolo Pedote, scrittore e giornalista, autore di ottimi libri tra cui “La Chiesa del peccato”:

È una vergogna!Iva Zanicchi…. (l’autore cita le dichiarazioni fatte ndr.) Noi l’abbiamo premiata col Pegaso D’oro. Visto che tutti urlano a gran voce una legge contro l’omofobia, perché questo premio non è stato dato a uno di quei ragazzi aggrediti, magari con un assegno per pagarsi un buon avvocato e denunciare questi criminali? No, lo avete dato ad una che milita nella coalizione di governo che sta distruggendo il paese, e che nei primi otto mesi di mandato ha fatto rilevare 23 assenze su 43 assemblee plenarie a disposizione, e un solo intervento in aula.

Insomma, un premio suscita un vespaio di polemiche, di disorientamento, di nuove proposte. In tempo di Pride non fa proprio bene a nessuno.

Il premio Pegaso assegnato alla Zanicchi lacera il movimento gay e fa infuriare "Famiglie Arcobaleno" é stato pubblicato su queerblog alle 10:01 di martedì 15 giugno 2010.


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Minacciato a Palermo il fotografo del Gay Pride siciliano

Il Comitato Stop Omofobia di Palermo ha raccolto ieri una denuncia del fotografo del pride, Francesco Paolo Catalano, che afferma di aver subito un’episodio di omofobia. Secondo il racconto di Francesco Paolo, lui e altri si trovavano in via Chiavettieri, nel quartiere della Vucciria a Palermo, per un set fotografico con dei modelli. Mentre i modelli si truccavano per le foto in macchina, sono stati apostrofati da alcune persone con insulti omofobi e minacciati. Dopo pochi minuti di assenza, hanno ritrovato il vetro della macchina rotto, la valigetta dei trucchi rubata, insieme a soldi ed altri oggetti.

Ad una richiesta di spiegazioni e di eventuali testimonianze, i presenti hanno risposto: “Questo è stato il nostro benvenuto, froci di merda, anzi dovevano bruciarvi pure la macchina. Pezz’ i arruso“. (in siciliano “pezzo di frocio”). Tutto questo a pochi giorni dal 19 giugno, quando il capoluogo siciliano si riempirà di colori e di festa per le vie della città, celebrando il primo Pride palermitano. Azione, quella contro Catalano, di quella parte (crediamo minoritaria) allenata alla intolleranza, alla prevaricazione, all’ignoranza del rispetto verso tutti, o piuttosto un segnale di diffusa intolleranza? Crediamo, anche dalle testimonianze degli organizzatori, che Palermo stia rispondendo positivamente alle tante iniziative culturali che stanno precedendo la Parata del Pride.

“Insieme a questa città accogliente e libera dalle discriminazioni - dicono gli organizzatori del Gay Pride -, c’è la Palermo che, come accade nel resto d’Italia, discrimina, insulta, emargina. La Palermo delle famiglie che picchiano, segregano o cacciano via da casa i propri figli perché gay, lesbiche, transessuali.

Allo sportello di Agedo ed a quello di Arcigay arrivano decine di segnalazioni all’anno: ed è solo la punta dell’iceberg. Chi denuncia alla polizia o alle associazioni ha acquisito coraggio e consapevolezza dei propri diritti. È anche e soprattutto per loro che il 19 giugno sfileremo per le vie della città: per incoraggiare le lesbiche, i gay e i/le trans a diventare visibili, a reclamare i propri diritti, a chiedere l’aiuto delle istituzioni e della comunità LGBT”.

Minacciato a Palermo il fotografo del Gay Pride siciliano é stato pubblicato su queerblog alle 08:00 di martedì 15 giugno 2010.


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In Belgio potrebbe essere gay il prossimo premier. Si chiama Elio Di Rupo, metà italiano e apertamente omosessuale

E ti pareva che al Giornale, di proprietà della famiglia del nostro premier, non perdessero l’occasione di screditare un politico un po’ straniero, radici italiane, che però si guarda bene dall’esaltare quel malore politico che oramai serpeggia qui da noi; anzi se ne vuole tenere alla larga, perché dalle sue parti, in Belgio, la politica è altro che affarismo clientelare e sciacquettii di pulzelle da beauty farm. Se poi ci mettete che il protagonista di tanto vituperio è uno che si candida a diventare primo ministro, e fin lì nulla da eccepire, ma che è da sempre apertamente omosessuale, allora la questione diventa necessaria a essere screditata. O così pare!

Il politico cui il Giornale presta onorata attenzione si chiama Elio Di Rupo, nome e cognome italianissimo, figlio di immigrati che si spaccarono ossa e salute nelle miniere belghe. Di Rupo è nato a Morlanwelz, il 18 luglio 1951. Ha una laurea in chimica, ma la sua passione è da sempre la politica. Nel 1982 viene eletto deputato alla Camera dei rappresentanti belga conservando sempre il suo seggio. Nel 1999 diventa presidente del PES, il Partito Socialista belga, sempre confermato con una alta percentuale di sostenitori. La sua omosessualità è pubblica e siccome stiamo parlando del Belgio, dove gli omosessuali possono sposarsi e anche adottare, del fatto che lui ami altri uomini, non interessa a nessuno se non all’interessato.

Se i pronostici dovessero essere confermati, Di Rupo diventerebbe il primo capo di governo francofono, omosessuale, a guidare la politica belga, scalzando i fiamminghi dopo 30 anni. Per una a noi strana congettura politica, sarebbe il vantaggio dei nazionalisti fiammighi di N-Va, guidati dal controverso Bart De Wever a poter favorire proprio Elio di Rupo. De Wever è un astuto stratega che ha come obiettivo finale la scissione e l’indipendenza delle Fiandre. Ora, del perché Di Rupo faccia storcere il naso a casa nostra, è un po’ a causa del suo antico astio verso certa nostra destra; un po’ per la rabbia nostrana che vede un omosessuale diventare premier, alla faccia del tanto acclamato machismo dei nostri politici.

Il destino del Belgio - scrive Il Giornale - dicono sia nelle mani di questo signore di origine abruzzese, che va in giro da una vita con un papillon rosso, omosessuale orgoglioso, simbolo del meridione povero e in cerca di riscatto, non facile ai compromessi e costretto questa volta a dialogare con la rabbia secessionista fiamminga di Bart De Wever. Rispetto a lui il cattolico Nichi Vendola è un mezzo doroteo.

Già, come non richiamarsi al nostro bravo governatore pugliese, che non nasconde di poter e voler essere candidato alle prossime battaglie per le elezioni politiche, avendo la possibilità di sconfiggere l’attuale coalizione di destra? Per come siamo fatti, sarà dura, ma vale sempre la pena di tentarci, se per ben due volte ha stravinto, anche contro chi da sinistra, lo voleva fuori dal gioco. Per trionfare in politica, servono anche i mezzi dorotei, ma che siano capaci di parlare al cuore e alla fatica della gente. L’essere cattolico del Vendola, non gli impedirà di certo a occuparsi delle tante iniquità rappresentate in questo nostro paese; non gli impedirà di parlare e agire sui diritti.

Scrivono che nel 1994, Di Rupo, incontrò Pinuccio Tatarella: si girò dall’altra parte: «Non saluto i fascisti», disse. Nel gennaio del 2002 al sindaco di San Giovanni Rotondo, Antonio Squarcella, di Forza Italia, arrivò una lettera del sindaco di Frameries che non intendeva gemellarsi con loro. Si disse che fu Di Rupo a far saltare tutto dopo che il nostro premier aveva esaltato la superiorità dell’Occidente rispetto all’Islam, e poco erano graditi gli esponenti di An nella giunta comunale. “Furore ideologico”, lo definisce Il Giornale, dimenticando i tempi in cui la politica seguiva percorsi delle proprie ragioni dello spirito che anima ogni componente politica.

Giorni addietro in un dibattito televisivo, fu proprio il condirettore del Giornale ad affermare che destra e sinistra non potevano avere gli stessi obiettivi e traguardi, non la stessa politica e magari ideologia: l’uno guarda a un certo mondo, a certi ceti sociali e industriali; l’altro al suo contrario. E siccome si parlava della tanto vituperata legge dei tagli, il discorso era chiaro. Come lo era stato quello di Di Rupo, allora come oggi.

Che poi sia un omosessuale a governare un Paese amico, deve un po’ bruciare i sensi a qualche nostrano che mai potrebbe coniugare omosessualità a buon governo. Del resto, lì, Di Rupo o no, le leggi di tutela erso la comunità lgbtq, le hanno promulgate da tempo, non hanno ragione di dover discutere dell’omosessualità di chi andrà a governarli. Pensate da noi, a quale campagna denigratoria dovrà andare incontro se un Nichi Vendola, dovesse correre per il premierato, nonostante la riconosciuta cattolicità e il mezzo doroteismo. Un frocio a Palazzo Chigi? Giammai! Dimenticando che forse qualcuno, in tempi democristiani lo abbiamo già avuto. S’era solo dimenticato di fare come Di Rupo: sbandierare alla Nazione, tranquillamente, la propria omosessualità.

Foto |Election

In Belgio potrebbe essere gay il prossimo premier. Si chiama Elio Di Rupo, metà italiano e apertamente omosessuale é stato pubblicato su queerblog alle 11:02 di lunedì 14 giugno 2010.


Rifiutare l’omofobia. Un video in tempo di Gay Pride

Molti diffidano di Facebook, ma sempre più spesso quella community riesce a dare segnali di partecipazione su temi sociali, sulle sfide da affrontare per rendere civiltà quello che spesso si presenta come intolleranza e inciviltà. Così, un gruppo di Fb, “Rifiuta l’omofobia, rinnega il razzismo, abbatti il pregiudizio“, con quasi 7.500 membri iscritti, ha realizzato dei filmati che ora girano su youtube e che si rivolgono alla coscienza civile di tutti per cercare di debellare ogni forma di discriminazione e di violenza, particolarmente quella rivolta a gay, lesbiche transessuali. La diversità, di questi tempi, da valore è diventata oggetto di persecuzione, di disprezzo, usata da facinorosi individui che mal sopportano una tale convivenza con quello che per loro è normalità.

Il video sopra, come quello che vedrete dopo il salto, è semplice nella tecnica ma profondo e toccante nel messaggio. Rifiutare l’omofobia o il razzismo è oggi un impegno che si è fatto urgente, causa gli episodi di questi giorni, settimane, mesi; si è fatto urgente in un paese che non ricorda più le proprie tragedie passate, delle divisioni che si son fatte sangue e guerre, e che torna ad aspirare agli imperi dai confini casalinghi, al disprezzo verso pelli scure o gialle, a ristabilire il macho gallismo che imbratta le strade di ossa spaccate e di carni ferite ai danni di chi ama persone dello stesso sesso.

Tocca a questa minoranza che siamo riprendere il dialogo con la società civile, con le nostre famiglie, con gli amici e le istituzioni, affermando che l’omosessualità non è tolleranza ma accoglienza, dialogo e che non vi sono ragioni serie per non battersi al nostro fianco per avere gli stessi diritti di cui loro godono. Ci sono ancora padri, madri, fratelli, che davanti ad una omosessualità in famiglia, si sentono smarriti, chiedono aiuto a psichiatri, parroci e meggeri, convinti che si tratti di malattia o di una pericolosa transizione. Succede ancora oggi. Succede perché coloro che dovrebbero difendere ogni cittadino non ce la fanno, presi come sono, da una politica senza diritti per difendere i loro. Succede perché gli insegnanti a scuola e i genitori a casa, crescono ragazzi facili alla violenza, e continuano a chiedere, persino a pargoletti di pochi anni, se hanno il fidanzato o la fidanzata, e non puniscono abbastanza severamente coloro che deridono un eventuale compagno o compagna omosessuale.

Quanto accaduto a Emilio Rez dimostra quanto possa essere incivile, fraudolenta, meschina e pericolosa l’omofobia. Non capiamo la ragione di questa nuova, cruenta esibizione di omofobia da parte di alcuni, c’è una violenza che striscia e colpisce, certa persino che la politica non ha alcuna intenzione di colpirli con leggi che ha quasi tutta l’Europa, dove i reati di odio e di omofobia diventano un’aggravante.

Reagire, denunciare, diffondere civiltà, accoglienza e democrazia. Questo è quanto oggi possiamo fare.

Rifiutare l'omofobia. Un video in tempo di Gay Pride é stato pubblicato su queerblog alle 09:01 di lunedì 14 giugno 2010.


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Ricordando Sandro Penna, poeta omosessuale, prigioniero d’amore

Ricordando Sandro Penna, poeta omosessuale, prigioniero d'amore

Ecco, fanciullo, io ti ho portato a questo
luogo selvaggio, a notte, per che fare?
Non so. Non posso soffocare io questo
amore della vita. E sotto è il mare.
Lo varcherò. Conoscerò le genti
più disparate. Vedrò quanto è bella
la vita negli occhi di chi ha
quindici anni fanciullo, come te.

Si sa, ai poeti è inutile chiedere, fare domande, persino entrare nel loro lato oscuro frammentato di note o di racconti in versi. I poeti, dicono, se li porta via il mare schiumoso, in una parte dell’universo dove il silenzio è rotto dalle loro grida disperate o dai giochi dimenticati d’infanzia; dai versi poetici che scivolano sull’acqua, ingoiati da strane creature. Probabilmente è lì, Sandro Penna, con le sue liriche quasi appannate dal tempo, “dimenticate” perché spesso scomode, magari insane, piuttosto reali. Cantò amore di ragazzi, con ossessiva levità, scandalizzando ancora oggi una certa ipocrisia farcita a destra e a sinistra. Ma resta tra i più grandi poeti del Novecento. Un poeta omosessuale, non a caso.

Sandro Penna nasce a Perugia il 12 giugno 1906 in una famiglia borghese. La passione per la letteratura è Umberto Saba, altro omosessuale, a fargliela scoprire, anche negli incontri con altri poeti e letterati che eleggono a domicilio delle loro discussioni culturali il “Caffè Le Giubbe Rosse” di Firenze, per molti decenni rimasto luogo di ritrovo dell’intellighenzia fiorentina e della ciurma omosessuale che coniugava spensieratezza e commistione culturale. Penna vive la poesia come valore naturale, confortato da altri vati della cultura che via via conosce e che chiedono di conoscerlo. Pier Paolo Pasolini coniò per lui la cosiddetta “linea sabbiana”, che annoverava anche Giorgio Caproni e Attilio Bertolucci.

C’è però un fastidio che è più un astio da parte di molti critici letterari che accusano Penna di “troppa omosessualità” di cui infarcisce ogni sua poesia. Ma vi è altro, e più spinoso: in una intervista, Penna dichiara: “Io non sono omosessuale, sono pederasta”. Forse ha in mente le sue odi, o forse intendeva forzare i toni dispregiativi di quei tempi, per cui ogni omosessuale era pederasta, chissà! Nel centenario della sua nascita, ci fu un lungo dibattito proprio su questo. In un articolo pubblicato su Liberazione, Saverio Aversa, lamentava come la nostra cultura si fosse dimenticata di Sandro Penna a causa del contenuto omoerotico delle sue poesie. Qualcuno fece presente che i protagonisti di quelle poesie erano i fanciulli, chiese: Sandro Penna è veramente un poeta? Un artista? Un’intellettuale di sinistra? O un semplice maestrino dalle torbide passioni?

A rispondere fu il direttore Sansonetti che, dopo una lettera di un lettore, ribattè che allora occorrerebbe censurare il Mann di Morte a Venezia e Pasolini. Poesia scomoda quella di Penna, incursioni non facili in una terra che intende rimanere casta, che di certo va difesa, seppur stiamo parlando di poesia.

A leggerlo, nonostante la facile critica, in quelle poche righe che la sua penna verga sui giovincelli, Penna conserva sempre un vasto senso di pudore, che poi in molti gli riconoscono. Scrive:

Il problema sessuale
prende tutta la mia vita.
Sarà un bene o sarà un male
mi domando ad ogni uscita.

In realtà Sandro Penna è un poeta senza storia, uno che riesce a capire profondamente che certi temi e persone non hanno diritto di cittadinanza. Lo scopre nel ‘57, quando vince il Premio letterario Viareggio, ex equo con Alberto Moravia e Pasolini. Uno dei giurati gli si inveisce contro, dicendo che a premiare uno come lui ci si sarebbe “coperti di vergogna davanti a tutta l’Italia”. Intervistato, racconta triste della morte di un suo amato ragazzo, e viene immediatamente zittito. È Pasolini e Moravia che si alzano ad abbracciarlo.

L’Italia di quei tempi, certa Italia, non perdona a Penna di voler vivere la sua omosessualità così apertamente autocelebrata, persino senza sensi di colpa.

Oggi, Sandro Penna, è un esempio per molti novelli poeti, maestro di fantasia e solenne cultura.

In una lettera a lui indirizzata, così lo significava Pier Paolo Pasolini:

[…] La tua esclusione di te stesso da un mondo che del resto ti escludeva è stata una lunga ascesi, fatta di notti e di giorni, in cui si ride e si piange, come ingenui personaggi di opere romantiche senza né principio né fine, con le loro croci e le loro delizie: una lunga ascesi in cui, anziché pregare, hai cantato le forme del mondo lontano.

Sandro Penna si spegne a Roma il 21 gennaio 1977.

Oh nella notte il cane
O zelindo, non sa la tua notte
Poi fu una cosa povera
Quando gli aspetti del mondo lucevano
Qui è la cara città dove la notte
Scatenata dolcezza
Se trasalisce
Sono soli e legati
Straripa nell’umida notte in silenzio
Sul molo il vento soffia forte
Tu mi lasci
Un sogno di bellezza
Un uomo camminava sulla via.

Foto | Comune di Cagliari

Ricordando Sandro Penna, poeta omosessuale, prigioniero d'amore é stato pubblicato su queerblog alle 14:00 di domenica 13 giugno 2010.


Cari omosessuali l’Italia non è omofoba. È incivile!

Cari omosessuali l'Italia non è omofoba. Ã� incivile!Quello che è accaduto a Padova , mercoledì notte, ai danni di Matteo ed Enrico, non è più il solito attacco delinquenziale che ci ostiniamo a chiamare omofobia, è qualcosa di più e di più pericoloso. È l’appiattimento figurativo di una nazione che si è risvegliata con i suoi peggiori spettri, la rappresentazione poco teatrale e tragica di un passato che è tornato presente, con la sua insulsa figura patriottica aperta agli “eletti”, agli “ariani” e diventata persecuzione per tutti gli altri. Ancor prima che venissero azionate le mani per ferire, per violare la libertà altrui, s’è alzato un grido: Comunisti. Poi, froci. Si è così svegliata l’Italia dell’intolleranza, che non perdona chi non è allineato, chi non segue il re non ancora nudo che proclama alla piazza osannante che “i froci stanno tutti dall’altra parte”. Non sappiamo neppure se esistono ancora comunisti in questa nazione divisa, xenofoba, egoista, fanfarona, che se non sei comunista allora sei frocio e tanto vale a menar di mani.

Oramai, basta che due ragazzi si tengano tranquillamente abbracciati per scatenare il branco di lupi famelici di ordine mussoliniano, di epoche remote dove l’omosessualità non esisteva alla pari di quel che vanvarescamente dice il dittatore di Teheran: “Non ci sono omosessuali in Iran“. Non ce ne sono nei paesi dittatoriali, neppure in Iraq dove scompaiono persino negli ospedali dove cercano di farsi curare dalle percosse degli integralisti che si definiscono religiosi; e pare non esistono neppure nella nostra fragile, italica democrazia. O se ci sono, l’ordine che si fa chiamare destra, e che da destra governa il paese, impone lezioni corporali per questa onta che va ripulita dalla pubblica piazza: l’onta dei froci che si son fatti spavaldi, indecenti, non sappiamo se prima comunisti o froci, ma tanto basta a scatenare la violenza senza neppure sapere chi si colpisce. Froci, comunque!

La questione è che di omofobia ci stiamo quasi abituando, persino noi omosessuali. Forse non stavamo facendo i conti con la compagna fedele dell’omofobia che è l’inciviltà, la connivenza generale che, se pescato il mariuolo reo della violenza verbale e fisica, gli altri son quasi certi di poterla far franca. “Io ho continuato a bere, a ridere con gli amici, non so altro, né visto quel che succedeva”. È la fangosa prosopopea di coloro che davanti a polizia e magistrati cercano di svincolarsi da certe responsabilità che possiedono.

A Padova (ma anche a Roma, e chissà, anche altrove), la violenza fisica del capobranco viene giustificata dai presenti col silenzio, se non con una ostilità verso gli aggrediti. “È meglio per voi se ve ne andate; se non volete che vi capiti di peggio”. Questo risponde il branco incivile, connivente, reo di appoggio a quella spirale di barbarie. A Roma hanno negato fazzolettini di carta per frenare il sangue che colava; a Padova si è arrivati al preavviso mafioso, codardo, presago di altre, più possibili violenze. Ci stiamo abituando, cari omosessuali, ad una libertà spezzata a metà, dove nessuno ne esce completamente libero.

Mi ostino a pensare che oggi che ci sentiamo più liberi, siamo più in pericolo. Quanti siamo, tre, cinque milioni? Possibile che non abbiamo la capacità di uscire in un coro unico e coeso per dire alla politica: basta, questo non è il paese per cui siamo disposti a pagare le tasse più degli altri; basta, siamo cittadini e vi corre l’obbligo di difenderci con leggi adeguate; basta col rischio di uscire la sera e chissà se torniamo a casa o in ospedale.

Non so di chi sia la colpa, se colpa c’è, ad aver abituato noi più alla discoteca e alla sauna che non alla piazza. Se andiamo di questo passo, ne sono quasi certo, le bestie violente continueranno a cercare vittime omosessuali; i politici si sperticheranno in comunicati di solidarietà, noi a guardare e a pensare che la maggioranza sta dalla nostra parte. Probabile ma incerto.

Sono passati decenni da quando a San Babila, a Milano, se indossavi l’eskimo venivi additato, inseguito e preso a pugni e calci causa quell’indumento da “comunista”. Si riscopre oggi che un indumento fa ancora la differenza; che se ci crediamo liberi di abbracciare una persona dello stesso sesso per strada, sei immediatamente segnalato come comunista e frocio, e vagli a raccontare che Pasolini fu estromesso dal Pci, accusato di omosessualità. Destra e sinistra, hanno fatto a gara, nei tempi passati e presenti, a calunniarci e perseguitarci.

Il fatto è che quando accadono cose come quello di a Padova, il pensiero di noi tutti va al capobranco, dimenticandoci che ha attorno una platea di belve come lui che gli lasciano fare il lavoro sporco e non comprendono che stanno insozzandosi anche loro.

Fa male, molto, e indomabile tenerezza, vedere un giovane omosessuale ritratto con l’occhio medicato, con la paura corsa nelle vene, che si intestardisce a continuare a tenere abbracciato il suo compagno, anch’egli violato nel fisico. Padova, nonostante l’accaduto, resta una città dove è possibile vivere, anche per gli omosessuali. E tra poco ci sarà Padova Pride Village 2010. Andiamo in massa a testimoniare la nostra voglia di diritti e di felicità.

C’è che le associazioni lgbtq si devono svegliare, agire con più determinazione; c’è che gli omosessuali tutti devono un po’ togliersi questa patina di glamour e di solitudine per agire prima che un’altra belva colpisca uno o più di noi. La politica non interviene se non vede i numeri, se non ci trova caparbi e decisi a ottenere quel che ci spetta. Il compito di aggregazione tocca alle organizzazioni; a loro far sentire una voce forte e definitiva ai politici silenti e menefreghisti.

Scendere in piazza una volta l’anno, in occasione del Gay Pride, è necessario ma non può essere l’atto risolutorio. Serve altro. Di più!

Faccio i miei auguri a Matteo ed Enrico e li ringrazio per il loro coraggio a denunciare. Sono ragazzi come loro che mi insegnano ogni giorno a non aver paura di essere omosessuale; a combattere per chi ancora di paura ne ha tanta.

Cari omosessuali l'Italia non è omofoba. È incivile! é stato pubblicato su queerblog alle 10:01 di domenica 13 giugno 2010.


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Omofobia gay. Israele esclusa dal Gay Pride Parade di Madrid

Io spero ci ripensino, perché escludere qualcuno o qualche organizzazione lgbtq da un Gay Pride è orrendo, sa di arcigna, stupida politica, peggio: di discriminazione tra discriminati. Suona greve l’esclusione da parte degli organizzatori del Gay Pride di Madrid, della delegazione israeliana che desiderava partecipare con un loro autobus alla manifestazione pubblica. “Indesiderati” è stato il timbro di respingimento. A causa di cosa? Non si sa. Forse per l’orrendo attacco alla Freedom Flotilla? Che diavolo c’entra con il Gay Pride e con gli omosessuali israeliani? Forse perché i palestinesi, a differenza degli israeliani usano politiche di difesa verso gli omosessuali? Risulta il contrario. E allora perché? Che si tratti di omofobia infarcita di blanda politica?

Successe pure qualche anno fa, al Gay Pride meneghino che alcuni Radicali sfilarono con bandiere on la stella di David, incassando improperi e violenze verbali da alcuni stupidi che pensavano il Pride come a una manifestazione schierata politicamente. Lo è diventata la manifestazione di Madrid? Allora qualcosa va ricordato, senza dimenticare le ingiuste sofferenze dei palestinesi e la politica sbagliata del governo israeliano. Va ricordato che molti giovani palestinesi fuggono dalle loro famiglie e dalla loro terra a causa proprio della loro omosessualità. Si rifugiano clandestinamente in Israele dove l’omosessualità non è reato e gode di benefici sociali.

Se presi dalla polizia (molti si prostituiscono per vivere), se non hanno alcuna protezione, nessuno che li salvi, vengono rispediti in Palestina. Lì, la polizia li prende in consegna e li butta in galera. Molti di loro vengono accusati di spionaggio e fatti marcire in carcere se non li aspetta una pena di morte. Qualche anno fa, Abu Odai, coordinatore capo delle brigate ‘Martiri di Al Aqsa’, pungolò Israele per l’apertura che lo Stato ha verso le persone omosessuali, anche in seno all’esercito.

Di esempi simili ce ne sono tantissimi tanto per far capire come stanno le cose; tanto per cercare di capire il perché di quella “Indesiderabilità” di gay israeliani al Gay Pride di Madrid. Spiace che accadano cose del genere; spiace che omosessuali avversino altri omosessuali perché hanno una bandiera che non piace o perché, improvvisamente, diventano l’espiazione della politica del loro governo. Andando così, noi italiani non potremmo partecipare ad alcuna manifestazione internazionale a marchio lgbtq, vista la politica parecchio omofoba del nostro governo.

Ci si rende conto di cosa si fa, escludendo gli uni o gli altri a seconda dell’origine del loro paese? Il nome è uno: omofobia omosessuale. Suona orrenda, vero? Ci sono una frotta di arabi gay che vivono in Israele, a casa del loro compagno omosessuale israeliano. Lo Stato protegge entrambi. Le cronache suggeriscono che c’è un bel dieci per cento di palestinesi omosessuali che vivono in Israele, protetti dai loro compagni, dalle organizzazioni lgbtq, dallo Stato. Di che si possono accusare gli israeliani dal punto di vista di vita e di difesa omosessuale? Di nulla.

Molti di noi vanno in vacanza a Tel Aviv, scoprendo una città accogliente e trovando una vita parecchio effervescente sul versante gay. Uno stato perennemente in guerra ha avuto il tempo e la ragione di occuparsi anche dei diritti dei suoi cittadini lgbtq e di proteggere e accogliere ragazzi e ragazze perseguitate in Palestina per omosessualità. Di che parlano gli organizzatori madrileni del Gay Pride?

Omofobia gay. Israele esclusa dal Gay Pride Parade di Madrid é stato pubblicato su queerblog alle 15:00 di venerdì 11 giugno 2010.


Aziende gayfriendly? Nessuna in Italia


Se in questi giorni vi capiterà di andare a fare shopping-charity alla mostra mercato di “Convivio”, in Fiera a Milano, non fate l’errore di pensare, come è accaduto all’amico che mi accompagnava all’anteprima, che i marchi presenti con le loro merci scontate del 50 per cento, si potessero definire aziende gayfriendly, ovvero quelle che, nella loro politica aziendale interna, mirano apertamente all’eguaglianza e ai diritti dei propri dipendenti apertamente omosessuali. “Convivio”, ho dovuto spiegare, è una splendida e lodevole iniziativa creata per raccogliere fondi da destinare all’Anlaids e a programmi di intervento verso alcune popolazioni infelici e bisognose di aiuto. Stop! L’omosessualità non c’entra nulla. Ho spiegato anche (con certificata irritazione dell’amico) che le aziende italiane, comprese le importanti maison di moda presenti in Fiera, sono niente affatto sensibili a replicare molte aziende estere che sentono come risorsa il mercato omosessuale e non investono neppure sulle loro risorse umane gay, creando un divario tra personale omosessuale e eterosessuale. Di più: se sei gay o lesbica (per non parlare delle transessuali), il posto di lavoro diventa a rischio.

A darmi man forte su questo versante è Equality Index, che ogni anno stila una classifica dell’International Gay and Lesbian Chamber of Commerce (Iglcc, Camera di Commercio Gay e Lesbica Internazionale), facendo un punto indiscusso su quali aziende multinazionali risultano essere tra le più attente sui diritti dei propri dipendenti omosessuali. Tra le prime cinque a scalare la classifica: Ibm, Google, BT Group, Morgan Stanley e Cisco Systems.

Italiane? Nessuna. A spiegarlo è il presidente della Camera di Commercio Gay e Lesbica Internazionale, Pascal Lépine che spiega come le iscrizioni all’Equality Index, quest’anno, siano state accolte da venticinque compagnie internazionali che fatturano qualche miliardo di dollari l’anno e che hanno 2,2 milioni di personale sparso in 220 paesi. A valutare il tutto c’è anche un comitato internazionale composto da gay, lesbiche e transgender. A fare la parte del leone, ovviamente, l’America, nonostante la recessione economica.

Come si misura il cosidetto “Progetto di parità”? Seguendo una scala di valori che va da una politica scritta di non discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale , identità di genere ed espressione di genere; alla parità dei benefici dei convivente, all’estensione delle leggi (dove ci sono) come quella dell’assistenza sanitaria o dei permessi per aiutare il partner in caso di necessità; ad una attenta e adeguata pubblicità dei prodotti che sia rispettosa per la comunità LGBT.

C’è da dire, che molte di queste multinazionali operano anche in Italia, sarebbe da capire e approfondire se la loro politica gayfriendly includa il personale italiano. Ce lo faremo spiegare.

Quel che è certo è che nessuna azienda italiana ha partecipato quest’anno all’Equality Index. Sul tema, Ivan Scalfarotto, ex manager di una multinazionale, che per molti anni lo ha portato a vivere e operare all’estero, oggi vice presidente del Pd, dice:

“In Italia non si fa coming out in azienda. Non c’è alcun incentivo, nessun eventuale benefit per il partner. La sessualità è legata alla socialità e nelle aziende moderne è difficile lasciare fuori la socialità dall’ufficio. Si va a cena con colleghi e fornitori, ci sono eventi comuni, e si parla della propria vita. L’omosessuale che non lo fa non si integra e subisce rallentamenti di carriera.”

E dire che il presidente di Egma, l’associazione europea di manager gay e lesbiche e membro del comitato organizzativo dell’Index, è proprio l’italiano Angelo Caltagirone.

Che un po’ di colpa l’abbiamo anche noi se manca un “diversity management” e una promozione della visibilità gay e lesbica in azienda? Ci piacerebbe sentire la vostra.

Aziende gayfriendly? Nessuna in Italia é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di venerdì 11 giugno 2010.


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