
Alcuni anni fa, un amico artista, si inventò per una mostra a Palazzo Reale di Milano, una bella ed efficace performance: parcheggiò due semplici sedie su una vetrata che dava sul sagrato del Duomo e lì, per tutta la durata della mostra, si accomodò con un amico scambiandosi effusioni o tenendosi semplicemente per mano. L’effetto, con le giuste luci, era parecchio armonioso, ma forse dimenticavano o non importava le reazioni delle persone che transitavano dalla piazza. Non ci furono contestazioni e la mostra ebbe un discreto successo.
Racconto questo perché in questi giorni mi sono posto una domanda che credo si facciano in molti: dopo gli attacchi omofobi a Roma, Firenze, Bologna, quali sono le città italiane ad ampio respiro di accettazioni, quali le più tolleranti? Roma è solo un caso o come Milano, male che vada si fa gli affari suoi e quel che è capitato è da ascrivere a gesti delinquenziali come capitano in altre città? La ministra Mara Carfagna, a dispetto del suo predecessore, ha bloccato i 300 mila euro stanziati dal precedente governo per la prima indagine Istat sulle discriminazioni glbtq. Peccato, oltre alla mia semplice curiosità, avremmo potuto disegnare una mappa precisa per dar modo alle organizzazioni di intervenire a favore e tutela delle persone omosessuali e transessuali.
I dubbi restano, se poi trovo sui due maggiori settimanali italiani, Panorama e L’Espresso, due servizi di taglio opposto. Il settimanale mondadoriano dà la penna ad un amico fraterno, ex assistente parlamentare di Franco Grillini, Stefano Bolognini, autore tra l’altro di un bellissimo libro “Una famiglia normale”. Stefano, per un giorno gira la capitale accompagnato dal suo ragazzo e dal fotografo che li ritrae nei luoghi visitati. Vogliono scoprire se due gay che si lasciano andare a pubbliche effusioni, proprio come succede ad ogni copia eterosessuale, rischiano l’aggressione o reazioni anomale della gente. Partono dalla Balduina per finire il loro giro al Gay Village, passando per piazza del Popolo, via del Corso, ponte Sisto, piazza Trilussa, Colosseo.
Nella città, teatro degli ultimi episodi di aggressioni e squadrismo omofobo, i due ragazzi sembrano essere ad Amsterdam o in Spagna, nessuna aggressione verbale, indifferenza da parte delle persone. Stefano si fa giuste domande: “E’ solo perché siamo in pieno giorno? Oppure perché ci sono troppi testimoni? O perché sono teste rasate non troppo rasate? Vai a capire! Probabilmente la questione non sono loro come individui ma di una città che si fa vigliacca al buio, che ha la mira facile per colpire e fuggire. Roma è tra le città che adoro, forse la più bella tra le mie città, ma il racconto di Stefano non fa cessare i dubbi che altrove, si possano consumare attacchi verso persone glbtq. E quei dubbi ce li ha anche il cronista della storia.
L’inchiesta dell’Espresso è di tenore completamente diverso, fin dal titolo: “Questo non è un paese per gay”. Racconta di quanto sia difficile per molti omosessuali, la loro vita sul lavoro dove la discriminazioni è presente, dove gay e lesbiche sono obbligati a nascondere i propri orientamenti sessuali. Sbagliate se state pensando che si tratti di operai o badanti; le persone oggetto di discriminazioni sono avvocati, ingegneri e, certo, anche operai. Ma succede anche tra le mura di conventi come testimonia la storia di Cristian, ingegnere, che decide di indossare il saio francescano ma per lui iniziano i problemi quando dichiara la propria omosessualità. Per non parlare poi delle caserme o dei corpi militari dove dichiararsi gay o lesbica significa firmare la propria condanna e l’allontanamento dalla carriera militare. Molti ci stanno, qualcuno inizia qualche causa civile, ma il problema, tutto intriso di discriminazione rimane lì, sbattuto in faccia ad una società che non riesce ad accettare la “normale”omosessualità.
Storie diverse quelle di Panorama e L’Espresso, ma che raccontano l’Italia per quello che è. Forse, qualcuno di voi, potrebbe raccontarci la sua.
Foto/Max 31055

