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Archivio per la categoria ‘paola concia’

Giuseppe Civati a Queerblog: “Il Pd è contro gli omofobi” (come il sindaco di Spresiano)


Al termine della scorsa settimana, quando ancora Riccardo Missiato non aveva rettificato la propria posizione sulla comunità omosessuale, abbiamo raggiunto al telefono Giuseppe Civati che insieme a Paola Concia e Ivan Scalfarotto ha sostenuto la candidatura di Ignazio Marino alla segreteria del Partito Democratico.

Abbiamo deciso di commentare con Giuseppe Civati quanto è accaduto in Veneto per capire se il Partito Democratico, di cui fa parte, ha (come sostenuto in più occasioni da diversi utenti della community) deciso di escludere dal proprio programma politico la tutela del proprio elettorato non eterosessuale.

Il questo periodo dell’anno, nel 2009, sostenevi la candidatura di Ignazio Marino alla segreteria del Partito Democratico. Marino è stato l’ultimo, tra i grandi leader del Pd, a parlare di tutela delle persone omosessuali e delle coppie di fatto. Il tuo partito, nel frattempo, si è dimenticato queste tematiche?
No, non le ha dimenticate ma forse non ha scelto di fare la cosa più importante che era di assumere queste tematiche come integranti di una proposta politica contemporanea che sa sa affrontare la società in cui viviamo. Mi pare che il paese, nel frattempo, anche alla luce di episodi molto gravi abbia fatto un passo indietro. Forse, a maggior ragione, ci vorrebbe un impegno più vistoso del Partito Democratico su questi argomenti cominciando da una visione condivisa sulle coppie di fatto che rientrava nella proposta di Ignazio Marino.

Secondo te come si è comportato il Partito Democratico sulla vicenda di Spresiano, dove il sindaco (appoggiato dallo stesso Pd) prima di una rettifica ufficiale ha chiesto di vietare agli omosessuali le rive del Piave?
Con il mio intervento, pubblicato nelle stesse ore in cui Paola Concia redigeva il suo, chiedevo a Pierluigi Bersani di esprimersi perché mi pare chiaro che nel Partito Democratico non ci possano stare gli omofobi e che lo stesso partito non possa sostenere delle persone che si contraddistinguono per la loro omofobia. Non c’è nessuna tolleranza verso chi è razzista, discriminatorio e in questo caso qualcuno lo è stato.

Come valuti da esponente del Pd il silenzio che hanno adottato i vertici del Pd malgrado i richiami tuoi e di Paola Concia?
Io spero solo che ci sia solo un po’ di superficialità e non intenzione di non dichiararsi in merito. Basta prendere una posizione netta e nella direzione che dicevo prima. L’omofobia con il Pd non deve avere niente a che fare. Il Pd è contro l’omofobia e gli omofobi. Questa cosa va detta. Probabilmente alcuni esponenti del Pd non hanno ancora una consapevolezza sull’argomento.

Tra una parte e l’altra dell’intervista accennavi a quando Paola Binetti rilasciò delle dichiarazioni omofobe. L’allora segretario Walter Veltroni come si comportò?
Il gruppo dirigente del Pd si comportò come oggi si comporta come oggi quando era semplicissimo affermare quello che dicevo. Poi sarebbe stata Paola Binetti a prendere le decisioni. Il Partito Democratico ogni volta che si verificano casi di discriminazione deve prendere una posizione. Deve farlo, con rispetto parlando, il segretario che darebbe al messaggio un peso politico più importante.

Foto | Flickr

Giuseppe Civati a Queerblog: “Il Pd è contro gli omofobi” (come il sindaco di Spresiano) é stato pubblicato su queerblog alle 16:00 di mercoledì 28 luglio 2010.


Spresiano: Riccardo Missiato chiede scusa ai gay


Ad una settimana dalle dichiarazioni di Riccardo Missiato, sindaco di Spresiano secondo il quale agli omosessuali dovrebbe essere vietato il campeggio sulle rive del Piave, il diretto interessato ha ridimensionato le proprie, omofobe, posizioni.

Secondo quanto riportato da gaywave.it, il primo cittadino veneto durante lo scorso fine settimana avrebbe precisato che per lui l’omosessualità non è una malattia e che le dichiarazioni riportate dalla stampa si riferivano, in realtà ad un ragionamento più ampio fatto sulla prostituzione maschile e femminile.

“La premessa che vorrei sottolineare – ha dichiarato Riccardo Missiato - è che non ritengo l’omosessualità una malattia, anzi ho il massimo rispetto per le persone e per i loro orientamenti sessuali. La mia azione amministrativa è volta a marginare un fenomeno ormai insopportabile di prostituzione femminile e maschile presente nel nostro territorio e che ha raggiunto un degrado morale inaccettabile”.

La puntalizzazione riparatrice sarebbe stata fatta nelle stesse ore in cui Pietrangelo Pettenò, consigliere regionale della Sinistra Venata, presentava alla giunta di cui fa parte un’interrogazione utile per rimuovere Riccardo Missiato dal proprio ruolo in seguito alle dichiarazioni omofobe fatte di recente.

Di quanto sta accadendo a Spresiano, esemplificativo del blocco politico che in Italia esiste quando si deve tutelare le persone gay e lesbiche, ritorneremo ad occuparci quando pubblicheremo l’intervista che Giuseppe Civati ci ha rilasciato proprio sulla vicenda.

In attesa dei nuovi aggiornamenti vale però la pena fare un punto su cosa attorno alla vicenda non è cambiato. Ad oggi, malgrado il trambusto che in rete le dichiarazioni di Riccardo Missiato hanno creato, il Ministro per le Pari Opportunità non ha ancora preso una posizione precisa.

Sostenere, come ha fatto di recente, le associazioni glbtq diventa del tutto inutile se in vicende come quelle di Spresiano non si prendono delle posizioni precise.

Se, come sostengono in molti ormai dalla scorsa primavera, si dovesse votare prima della fine della legislatura il Partito Democratico non avrebbe nessun progetto da condividere con la comunità omosessuale italiana.

Il silenzio che Pierluigi Bersani ha adottato dopo il richiamo di Paola Concia spiega molto meglio dei comizi politici che neanche l’opposizione ha più a cuore il proprio elettorato non eterosessuale.

Spresiano: Riccardo Missiato chiede scusa ai gay é stato pubblicato su queerblog alle 14:00 di martedì 27 luglio 2010.


Esplode la polemica sui “gay malati”, il sindaco di Spresiano si scusa

Fa marcia indietro il sindaco di Spresiano (TV), che mercoledì scorso aveva definito gli omosessuali “deviati e malati” nel corso della presentazione della sua personale crociata contro la prostituzione e gli incontri clandestini gay che si tengono sul greto del fiume Piave, che hanno fatto diventare la zona sporca e pericolosa. Il primo cittadino Riccardo Missiato ha affidato a una nota le sue scuse per quelle infelici dichiarazioni omofobe: “La premessa che vorrei sottolineare è che non ritengo l’omosessualità’ una malattia, anzi ho il massimorispetto per le persone e per i loro orientamenti sessuali. La mia azione amministrativa è volta ad arginare un fenomeno ormai insopportabile di prostituzione femminile e maschile presente nel nostro territorio e che ha raggiunto un degrado morale inaccettabile“. “I nostri cittadini – spiega - hanno il diritto di vivere il paese e il Parco Grave del Piave liberamente. Tuttavia i comportamenti che creano disagi sono segnalati costantemente da molte persone che vivono per questo una percezione di poca sicurezza. I mezzi a nostra disposizione per arginare il fenomeno si sono tradotti nel progetto di vigilanza ‘Estate sicura’ coordinato insieme alla polizia Locale, ai carabinieri, alla Questura e all’ufficio tecnico. Questo progetto voluto dalla nostra amministrazione e da tutti i cittadini realizza un monitoraggio capillare delle zone a rischio per tutto il periodo estivo”.

Anna Paola Concia, deputata del PD, ha affermato “A Missiato vorrei ricordare che gli ultimi a ‘scoprire dove sono e identificare i gay’, come dice lui, sono stati i regimi dittatoriali, su tutti il nazismo. Vorrei inoltre chiedergli come mai ritenga la prostituzione femminile piu’ tollerabile di quella maschile e come faccia a mettere insieme con tanta disinvoltura disinformazione, pressapochismo, ignoranza e discriminazione”. Per Stefano Mestriner, consigliere provinciale trevigiano della Federazione della Sinistra, quelle del sindaco di Spresiano Riccardo Missiato sono “dichiarazioni da Ku Klux Klan, incompatibili con il suo ruolo istituzionale”. Infine, l’Arcigay reagisce con stupore e umiliazione alla ”irresponsabilità” del sindaco di Spresiano, chiedendo l’intervento del ministro per le pari opportunita’, Mara Carfagna, per arginare questa deriva omofoba della provincia di Treviso.

Via – Rainews 24


Paola Concia contro Riccardo Missiato, il sindaco omofobo di Spresiano


Le dichiarazioni omofobe di Riccardo Missiato, il sindaco omofobo di Spresiano che nei giorni scorsi si è auspicato la scomparsa dei gay malati e deviati dal Piave (cito testualmente), malgrado la gravità sono state prese in considerazione solo da Paola Concia.

L’esponente del Partito Democratico, come osservato da River, ha chiesto al proprio partito di ritirare l’appoggio senza il quale Riccardo Missiato non potrebbe amministrare il territorio che al momento gestisce.

“Invito - ha dichiarato Paola Concia - anche gli organi locali del mio partito a fare pressione sul sindaco affinché rinunci ai suoi insani propositi e chieda scusa per le sue improvvide parole. In mancanza di ciò, spero che il Pd voglia prendere in seria considerazione l’ipotesi di ritirare il proprio appoggio a una persona evidentemente incompatibile con i valori di rispetto, accoglienza e non discriminazione propri del Partito Democratico”.

In attesa di capire come e se Pierluigi Bersani, segretario del Pd, farà proprio la giusta osservazione di Paola Concia non possiamo che registrare un miglioramento nell’attività politica della sostenitrice di Ignazio Marino.

La stessa attenzione che ha adottato nei confronti di Riccardo Missiato non l’ha usata per svegliare il proprio partito sulle dichiarazioni, altrettanto criticabili, di Cristiano De Eccher.

Probabilmente si è trattato di una svista. L’omertà adottata in più occasioni da Pierluigi Bersani sui casi di cronaca aventi come protagonisti gay e lesbica, invece, più passa il tempo e meno sembra un fraintendimento tra il leader politico e i suoi elettori omosessuali.

Paola Concia contro Riccardo Missiato, il sindaco omofobo di Spresiano é stato pubblicato su queerblog alle 08:00 di giovedì 22 luglio 2010.


Paola Concia pensa all’Europa e si dimentica delle famiglie omosessuali contestate da Cristiano De Eccher


Ieri, come raccontato da Paola Concia sul proprio sito, a Roma è nata la rete europea per la libera circolazione dei diritti. La prima riunione della nuova realtà politica è prevista per il prossimo autunno a Lisbona.

In quell’occasione oltre alla stessa Concia e Pedro Zerolo, del Partito Socialista spagnolo, saranno presenti tutti i rappresentanti dell’Ue che hanno deciso di far parte della nuova istituzione europea che comunque, inutile girarci attorno, agli italiani non potrà dare una mano.

Se davvero i richiami dell’Europa servissero qualcosa in Italia il registro delle coppie di fatto sarebbe una realtà da molto tempo. L’attualità, ahimè, ci ricorda che per quanto possiamo chiedere aiuto ai paesi che riconoscono le unioni gay (nelle ultime settimane, ad esempio, l’Irlanda ha aperto il matrimonio alle persone non eterosessuali) per conquistare dei diritti dobbiamo lavorare bene nel nostro paese. Al problema non si sfugge.

La stessa Paola Concia che non più tardi di ieri annunciava il proprio impegno europeo oggi non fa nessuno accenno alle dichiarazioni opinabili di Cristiano De Eccher, il senatore del Popolo delle Libertà preoccupato per i figli dei genitori omosessuali colpevoli (secondo l’esponente politico) di non essere adatti a crescere dei bambini per via del proprio orientamento sessuale.

L’Europride, la Rete per la libera circolazione dei diritti, … . Tutto molto bello e colorato ma, probabilmente, inutile per gli omosessuali italiani. Se davvero i rappresentanti politici ci tengono alla causa omosessuale allora è giusto che inizino a dimostrarlo con i fatti.

Avviare un dialogo quotidiano con i propri elettori potrebbe essere più utile di una bacheca.

Paola Concia pensa all’Europa e si dimentica delle famiglie omosessuali contestate da Cristiano De Eccher é stato pubblicato su queerblog alle 14:00 di mercoledì 21 luglio 2010.


Nichi Vendola, un omosessuale a Palazzo Chigi? Voi lo votereste?

“Se uno come Vendola - senza televisioni, aziende e grandi partiti alle spalle - può vincere e rivincere nel profondo Sudest. Se uno come lui riesce farsi apprezzare e applaudire nel profondo Nordest. (Anche se il presidente degli industriali vicentini, Zuccato, ha definito la Puglia “il Nordest del Sud”).
Se questo avviene: nulla è impossibile
“. Il giudizio arriva dopo che lo scorso mese, il presidente della Regione Puglia partecipa all’assemblea annuale dell’Associazione Industriali di Vicenza. Vendola si presenta per quel che da sempre è: politico di lungo corso, omosessuale, uomo di carattere. Poeta. In quella assise lo accolgono con rispetto e finiscono per tributargli una lunga e lusinghiera ovazione.

Ieri, chiudendo a Bari la tre giorni degli stati generali delle Fabbriche di Nichi che, come lui stesso dice, somigliano ai meeting di CL, ma potrebbero essere una versione più felice e contemporanea di quello che fece Prodi prima di andare al governo, col suo Fabbricone, ha lanciato quella che ancora tutti sapevano e nessuno osava parlarne: la sua candidatura alle primarie con o senza il Pd e la corsa premierato. Ne avevamo parlato a ridosso delle elezioni regionali; lo confermarono i lettori di Polisblog, preferendo Vendola e non Bersani ad una sfida elettorale con il leader del Pdl. L’omosessualità di un politico pare non essere più un ostacolo.

“Io mi candido - ha detto il dirigente di Sel - a ricostruire il cantiere dell’alternativa, sono candidato a sparigliare i giochi del centrosinistra se il centrosinistra si presenta con una vecchia liturgia. Mi candido per sparigliare il centrosinistra se il centrosinistra si presenta senza la voglia di pronunciare le parole chiare del desiderio radicale del cambiamento. Non c’è cambiamento – ha concluso Vendola – se non si dà una prospettiva chiara di fuoriuscita dall’ergastolo della precarietà”.

La sua ultima uscita in difesa dei diritti delle persone lgbtq -non la sola - accade in occasione della presentazione del Gay Pride di Roma, facendosi ritrarre accanto ai promotori della manifestazione e con Anna Paola Concia.

Per molti della nostra comunità, Nichi rappresenta la speranza; per tanti altri è la visione di un politico che sa arringare le masse, parlare alle vene e al cuore della gente, ma che non saprà rappresentare pienamente le istanze del Movimento, vuoi per la sua cultura cattolica più volte professata, che per la mediazione che dovrà mettere in campo su temi delicati e importanti. Bisognerà, ora, che sia il Movimento, nel suo contesto generale, a scegliere una strada di confronto e di dialogo con il futuro candidato. Si chiedano, prima di dare qualsiasi segnale di scelta, impegni precisi e non eludibili sui diritti civili e la difesa della counità lgbtq, oggi più che mai presa di mira persino dai boiardi di Stato.

Vendola, piaccia o no, resta uno di noi, tra noi. Anche quando sembra non parlare di diritti lgbtq, nei suoi discorsi c’è un qualche riscatto che ci riguarda e forse questa sua candidatura ci racconta che nulla è impossibile, persino nel Paese dei campanelli o dello straripante potere clericale. Non siamo l’America, neppure l’Argentina, nè Berlino o altri posti dove l’omosessualità non è un ostacolo politico. Con Nichi Vendola, ci si può provare! Sempre meglio che appoggiare un candidato Pd che ha inviso il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ed appartiene ad un partito che ha giocato sulle coppie di fatto.

“Abbiamo bisogno di recuperare - dice Vendola - il senso della costruzione collettiva di temi nuovi ed è questo il compito delle ‘Fabbriche’. Noi chiediamo al centrosinistra di interrogarsi sul fatto che la sua strategia è asfittica: se la politica non incontra la vita non è capace di sentirne pene e affanni, non è capace di costruire la speranza, non può essere una proposta vincente”.

Che in quei “temi nuovi” ci sia la possibilità anche per noi, ce lo auguriamo e speriamo. Forse, finalmente, Vendola potrebbe essere il coagulo di nuove speranze anche per noi; o forse una sonora delusione. Chissà!

Come fecero gli amici di Polisblog, chiediamo a voi, alla nostra comunità, in caso di primarie e poi di elezioni, votereste Nichi Vendola? Perché?

Foto | Sinistra Ecologia Libertà

Nichi Vendola, un omosessuale a Palazzo Chigi? Voi lo votereste? é stato pubblicato su queerblog alle 12:01 di lunedì 19 luglio 2010.


Aids: l’Italia non partecipa alla conferenza mondiale di Vienna. Tace, sull’assenza, Ferruccio Fazio

La precaria stabilità del Governo Berlusconi per molti componenti della maggioranza costituisce un alibi. Una pericolosa scusante. Di quanto successo a Gabriele, il ragazzo omosessuale a cui è stato vietato donare il sangue a causa della propria sessualità, il Ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna non ne ha parlato in questi giorni malgrado sia lampante il caso di discriminazione.

Il silenzio dell’esponente politico non è l’unico del Governo Berlusconi di cui bisogna indignarsi. Il Ministro della Salute Ferruccio Fazio, malgrado il pubblico disappunto di Alessandra Cerioli (Presidente della Lila), non ha spiegato perché l’amministrazione, di cui fa parte, ha deciso di disertare la diciottesima conferenza mondiale sull’Aids.

L’omertà adottata dal responsabile della sanità italiana non è giustificata nemmeno da ipotetici appuntamenti vacanzieri. Il Ministro Fazio, come raccontato in più occasioni dai mass media nei giorni scorsi, recentemente si è attivato affinché nelle corsie ospedaliere scompaiano le cravatte intrise di germi.

Fermo restando che è da considerarsi preoccupante il silenzio generale adottato dalle istituzioni con voi vorrei provare a redigere una scala di sbagli. Secondo voi è peggio negare ad un omosessuale la donazione del sangue, alludendo a stereotipi sconfessati da una serie di statistiche, o non impegnarsi bene contro l’Aids?

Aids: l’Italia non partecipa alla conferenza mondiale di Vienna. Tace, sull’assenza, Ferruccio Fazio é stato pubblicato su queerblog alle 08:00 di lunedì 19 luglio 2010.


Milano: il Gaetano Pini non accetta le donazioni di sangue da uomini gay

Pensavamo che certi fatti gravissimi di discriminazione e omofobia accadessero solo in paesi come la Cina, e invece anche in Italia ci sono molti istituti trasfusionali che non accettano sangue da persone dichiaratamente omosessuali. Il Gaetano Pini di Milano è uno di questi, e la denuncia è partita da un donatore storico della struttura, Gabriele, che ha fatto conoscere questa vicenda sul suo blog e sul suo profilo Facebook. Il ragazzo donava regolarmente da 8 anni il sangue, tanto da entrare in una lista dei donatori che avrebbero dovuto ricevere un riconoscimento proprio per il suo impegno profuso, ma l’altra mattina l’ospedale gli ha chiuso le porte in faccia per il suo orientamento sessuale. Gabriele ha una relazione stabile, e ha sempre dichiarato, negli 8 anni passati, di essere gay: “Non potevo credere alle mie orecchie – afferma il giovane amareggiato - fino a ieri il mio sangue andava benissimo, anzi mi chiamavano pure a casa se magari facevo passare troppo tempo tra una donazione e l’altra, è andato bene per oltre venti volte e oggi non va più bene? Vi ho dato nove litri in otto anni e adesso non posso? E perché poi? Solo perché sono gay?”.

La responsabile del servizio, Elena Biffi, conferma il tutto via e-mail a un utente che le chiede maggiori chiarimenti: “Dopo l’integrazione del nostro Servizio Trasfusionale con il Centro Trasfusionale della Fondazione Policlinico, avvenuta lo scorso aprile, abbiamo adottato i medesimi criteri di selezione dei donatori, che attualmente non ammettono alla donazione persone di sesso maschile che abbiano avuto rapporti sessuali con persone di sesso maschile”.sangue gay Lo stesso Policlinico di Milano, negli anni precedenti, aveva risposto ad altri donatori confermando “la validità dei suoi protocolli”, che non stanno più né in cielo né in terra nel 2010.

La deputata PD Anna Paola Concia, da sempre sensibile ai temi della comunità lgbt, ha deciso di intervenire subito per fermare questa vergogna: presenterà un’interrogazione al ministro della Salute, nella quale riporterà una serie di statistiche che dimostrano chiaramente come non ci sia alcun fondamento scientifico a questa decisione omofoba. “E’ ora che le cose cambino”, afferma la Concia. “Questa è una violazione del principio di non discriminazione sancito dalla Costituzione. Sulla base dei dati scientifici ufficiali, siamo in grado di dire che non c’è alcun fondamento a questa direttiva dell’ospedale”. “In Italia – conclude – ci sono 9 milioni di italiani che vanno a prostitute. Loro posso donare il sangue e i gay no? Siamo cittadini come gli altri e devono piantarla di trattarci come persone di serie B. E’ ora di farla finita”. Nel 2008, l’Istituto Superiore di Sanità ha reso noto che nel 44,4% dei casi la trasmissione del virus è avvenuta con un rapporto eterosessuale, e solo nel 23,7% dei casi, invece, c’è stato un rapporto omosessuale o bisessuale. Le statistiche sono confermate dai dati in possesso dell’OMS. L’interrogazione sarà firmata anche da Livia Turco, ministro della Salute dal 2006 al 2008, la quale si occupò di un caso simile. “Feci fare delle verifiche – ricorda la Turco - e deplorai il comportamento della struttura. Era un provvedimento immotivato e grave. La conclusione dei nostri accertamenti fu che nel nostro ordinamento non c’è nessuna direttiva che discrimina le persone sulla base del loro orientamento sessuale. Insomma, quella norma non aveva alcuna ragion d’essere”. Per Rosaria Iardino, presidente del “Network Persone Sieropositive”, questa normativa non ha assolutamente basi scientifiche: “La lettera scritta dalla Turco fu molto importante perché, di fatto, chiariva che non si potevano escludere i soggetti omosessuali dalle donazioni. E’ chiaro che le Regioni, poi, sono autonome, ma ci sono delle direttive nazionali”.

Via – La Repubblica


Milano: dopo otto anni di prelievi, un ragazzo gay non può più donare il sangue

donazione sangue

Gabriele è un ragazzo gay dichiarato e da più di 8 anni si recava regolarmente all’ospedale Gaetano Pini, a Milano, per donare il suo sangue. Ha fatto più di 20 prelievi e ormai era sul punto di ottenere anche un riconoscimento per le numerose donazioni a cui si era sottoposto. Tutto questo fino a qualche giorno fa, come racconta lui stesso nel suo blog:

“Stamattina sono andato a donare il sangue come da otto anni a questa parte. Le infermiere, gentili e simpatiche come sempre, mi danno il foglio da compilare con le solite domande su eventuali contatti con sangue infetto, viaggi, abitudini sessuali, in attesa della visita con la dottoressa responsabile. Quando lei arriva, mi guarda dritto negli occhi, titubante: ‘Gabriele è già da un po’ che volevo parlarti ma non ho avuto occasione. Come sai ci siamo uniti al policlinico, adesso dipendiamo da loro. E le loro direttive sono chiare: non possiamo accettare donatori omosessuali’. Io non sono d’accordo ma devo seguire le direttive dei miei superiori. Non posso farti donare’. Non potevo credere alle mie orecchie: e pensare che prima mi chiamavano a casa se passava troppo tempo tra una donazione e l’altra! Vi ho dato 9 litri in 8 anni e adesso non posso più solo perchè sono gay?”

E questo protocollo viene anche confermato dalla responsabile del servizio a cui un utente aveva chiesto spiegazioni via mail. Di fronte alla notizia, è dura la reazione di Paola Concia:

“Questa è una violazione del principio di non discriminazione sancito dalla Costituzione. Sulla base dei dati scientifici ufficiali, siamo in grado di dire che non c’è alcun fondamento a questa direttiva dell’ospedale. In Italia ci sono 9 milioni di persone che vanno a prostitute: loro possono donare il sangue e i gay no? Siamo cittadini come gli altri e devono piantarla di trattarci come persone di serie B. Se è vero che le regioni hanno una loro autonomia, questo non vuol dire che si devono discriminare le persone omosessuali”

Livia Turco, quando era ministro della salute, si era occupata di una situazione simile:

“Feci fare delle verifiche e quella norma non aveva alcun ragion d’essere. Presi posizione contro una decisione discriminatoria e immotivata”

Nonostante tutto questo clamore, Gabriele ha già annunciato che continuerà a donare, cercando un altro ospedale perchè è una cosa in cui crede.

Via | LaRepubblica
Foto | Trgmedia

Milano: dopo otto anni di prelievi, un ragazzo gay non può più donare il sangue é stato pubblicato su queerblog alle 14:00 di venerdì 16 luglio 2010.


Aurelio Mancuso: “Felice per le nozze gay in Argentina, in Italia però nemmeno una legge contro l’omofobia”

Aurelio Mancuso

La notizia dell’approvazione del progetto di legge per le nozze gay in Argentina ha entusiasmato il movimento Lgbt italiano, che però, attraverso le parole di Aurelio Mancuso, ammette, allo stesso tempo, tristezza e desolazione per la situazione italiana:

“Come persone lgbt italiane siamo particolarmente contente che in Argentina, paese legato al nostro Paese per storia e cultura, siano stati approvati, grazie all’impegno dell’attuale governo, i matrimoni gay. Naturalmente questo non può che farci riflettere sull’incapacità della classe politica italiana di affrontare la questione del riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali”

In Italia, infatti, non si è riusciti nemmeno ad attuare una legge contro l’omofobia, figuriamoci pensare ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Ricordando il grande impegno di Paola Concia a Montecitorio, Mancuso approfitta della notizia per invitare alla riflessione:

“Anche per la comunità lgbt italiana è giunto il momento di aprire una vera riflessione rispetto alle strategie da mettere in campo, perché è del tutto evidente che stiamo patendo una dura sconfitta rispetto all’enorme impegno profuso in questi ultimi decenni. Qualcosa non funziona e dobbiamo essere più efficaci, meno ideologici, sconfiggendo prima di tutto la sfiducia che si sta pericolosamente ampliando nella comunità lgbt”

La stessa Concia, nel pomeriggio, ha rilasciato una dichiarazione simile a quella di Mancuso:

“La decisione del Senato, che ha istituito i matrimoni omosessuali, riconoscendo ai coniugi diritti quali la sicurezza sociale e il congedo familiare, e’ un’ottima notizia, che testimonia come anche in un Paese a larghissima maggioranza cattolica si possa avere un dibattito serio sul tema dei diritti. L’unico peccato e’ che quel Paese non sia l’Italia, ma l’Argentina”

Sfiducia. Parola chiave dell’intera situazione Lgbt italiana. Non pare essere rimasta molta speranza, i Gay Pride purtroppo servono a poco e non ottengono concretamente nulla. Si risolve in una manciata di giornate mal sopportate che però vengono concesse come un favore innegabile. Ma dopo si torna alla violenza, ai diritti negati, all’omofobia e a nessun passo in avanti. Si pensa di essere in un punto fermo anche se, purtroppo, non ci si accorge che, forse, stiamo arretrando sempre più.

Foto | Aostasera

Aurelio Mancuso: "Felice per le nozze gay in Argentina, in Italia però nemmeno una legge contro l'omofobia" é stato pubblicato su queerblog alle 19:01 di giovedì 15 luglio 2010.


Roma Pride 2010: Gay Magazine c’era e ve lo racconta da vicino

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Il Pride di Roma di sabato scorso ha rappresentato un momento fondamentale per la comunità gay italiana, nonostante le spaccature interne al movimento, le intimidazioni e le polemiche che sono sorte prima e dopo la manifestazione. Gay Magazine era presente e ha potuto documentare la gioia, le rivendicazioni, i gesti d’affetto, la musica, l’allegria e l’impegno sociale che caratterizzano ogni Pride. È stato un corteo veramente sentito dalla gente, con il pensiero fisso al clima omofobico e transfobico che infetta soprattutto la Capitale e la richiesta forte di maggiori tutele e diritti, tra cui una legge contro la violenza basata sull’orientamento sessuale e l’approvazione delle unioni civili omosessuali.

0100703174312151_20100703Lo slogan “Ogni bacio una rivoluzione” è stato pienamente rispettato, visto che l’evento si è aperto con il matrimonio simbolico di una coppia gay e di una coppia lesbica, accompagnato da un bacio collettivo dei manifestanti. Persone di tutte le età e di tutti i generi sono scese per le strade con cartelli per chiedere e rivendicare i loro diritti, sdoganando slogan come “Anche una coppia gay è famiglia”, “Né Stato né Dio sul corpo mio”, e “Vaticano Guantanamo mentale”. Un momento veramente toccante è stata la deposizione di una corona di fiori colorati al monumento ai caduti del nazifascismo a Porta San Paolo, in memoria delle vittime dell’omofobia, della transfobia e della violenza; protagonisti del gesto i tre portavoce e vittime della violenza e della discrimazione made in Italy Mattia Cinquegrani, Luana Ricci ed Esther Ascione.

Presenti alla sfilata, tra gli altri, genitori con passeggini, giovanissime coppie etero, alcuni ragazzi con bandiere di Sinistra ecologia e libertà, Vladimir Luxuria, Franco Grillini, l’attrice Violante Placido e l’assessore provinciale alla Cultura di Roma Cecilia D’Elia. Al corteo si è aggiunta poi la parlamentare Pd Paola Concia, arrivata alla manifestazione in ritardo perché era in Comune a celebrare un matrimonio: “Posso celebrare i matrimoni, ma non posso sposarmi con la mia compagna” ha dichiarato. Non potevano mancare gli organizzatori della sfilata, sempre in testa al corteo dove rimbombava la parola d’ordine ‘unità’, sentita in questo frangente come una vera e propria urgenza: tra questi Imma Battaglia di D-Gay Project, il presidente di Arcigay Roma Fabrizio Marrazzo, lo storico esponente della comunità omosessuale italiana Aurelio Mancuso e Francesca Busdraghi  di Azione Trans.

Il serpentone arcobaleno, partito da Piazzale dei Partigiani davanti alla Piramide Cestia, si è snodato lungo le vie della Capitale, per passare poi, per la prima volta, davanti a Via San Giovanni in Laterano, la celeberrima Gay Street romana. Le bandiere delle tantissime associazioni lgbt aderenti sullo sfondo del Colosseo, simbolo per eccellenza della capitale, hanno offerto uno spettacolo unico e suggestivo, e i partecipanti festosi e caparbi, nonostante l’afa africana e anche un po’ di pioggia imprevista, non hanno desistito e hanno raggiunto la centralissima Piazza Venezia, tappa conclusiva di questa sfilata per i diritti. Qualcuno obbietta che più che una manifestazione, il Pride è un carnevale dove mettersi in mostra. Ebbene, oltre la carne in bella vista, a Roma come nei precedenti Pride che si sono tenuti per tutto giugno lungo lo stivale, abbiamo visto anche persone “normali”, anziani mano per la mano, turisti e transessuali vestite come una qualsiasi donna. Dai 50mila manifestanti iniziali, siamo passati a quasi 100mila lungo Via dei Fori Imperiali, in barba a chi voleva tapparci la bocca e alle divisioni intestine.

colosseo gayCerto, la giornata di sabato è stata funestata da due avvenimenti, che hanno fatto temere il peggio per la buona riuscita della manifestazione e un’escalation di violenza che, grazie anche alla massiccia presenza delle forze dell’ordine, non c’è stata. Mi riferisco soprattutto ai petardi lanciati venerdi notte al Gay Village, che hanno ferito lievemente due persone, e uno striscione del movimento politico cattolico Militia Christi nei pressi del Colosseo che recita “Gay pride: diritti alla perversione”. Sempre venerdì notte il Comitato per la famiglia ha preso di mira i manifesti dell’evento, che tappezzavano via Labicana, via Cristoforo Colombo, la zona di Castro Pretorio e Porta Pia, trasformando la scritta “Roma è gay” in “Roma per la famiglia”, e a oscurare i cartelloni rimasti, poi, ci ha pensato Forza Nuova. A condannare prontamente questi gesti omofobici sono state le istituzioni, in primis il sindaco Alemanno e il Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, oltre a tutto il mondo lgbt che si è ritrovato unito, con la mancanza di qualche nome eccellente, sotto il cielo di Roma.

“La nostra battaglia ha un solo obbiettivo che tutta la società cresca. Quando siamo aggrediti ci sentiamo soli. Ma non c’è peggior solitudine che la divisione. Il Pride è di tutti. Da qui al prossimo Pride dobbiamo essere uniti. Non permettiamo più la divisione del movimento”. Così gli organizzatori dal palco di piazza Venezia dove ci sono stati gli interventi di chiusura, in riferimento alla spaccatura con il Circolo Mario Mieli, il quale si è dissociato pubblicamente dall’evento capitolino 2010 e ha partecipato sabato al Pride di Madrid, dove ha presentato l’Europride che si terrà proprio a Roma il prossimo anno.

Gay Magazine vi proporrà, in esclusiva, una galleria con le immagini più belle di questo Pride 2010, a cui ha partecipato con tanto orgoglio e con la voglia di cambiare questo nostro paese e ricompattare il nostro movimento lgbt che, nel momento del maggior bisogno, si è spaccato in inutili e deleterie fazioni. La manifestazione capitolina deve servire come esempio, anche in preparazione per l’Europride 2011 e per le future lotte che ci attenderanno, in Parlamento come nella vita di tutti i giorni. 


“Ogni bacio una rivoluzione”: il 3 luglio il Gay Pride invade Roma

bacio gay!Roma è gay. 3 luglio al Gay Pride. Oltre alla scritta, due uomini che si baciano. Il manifesto (in foto) è apparso oggi in via Labicana, e, secondo quanto viene spiegato dal comitato organizzatore del Pride, si tratta di un’iniziativa autonoma di un gruppo di simpatizzanti, che hanno voluto invitare i romani a prendere parte alla manifestazione che sabato 3 luglio porterà nella Capitale i colori, l’allegria e la rivendicazione dei diritti tipici del Gay Pride. Nonostante le spaccature e le polemiche, non ultima quella del sito ultra cattolico Pontifex che invita a un boicottaggio feroce della manifestazione “che avvilisce Roma, offende i cattolici non adulti e inquina il senso del pudore”, e con una nota di violenza inusitata che fa rizzare i capelli al povero Cristo dichiara “se come in altre parti del mondo l’omosessualità fosse ritenuta penalmente rilevante a tanto non si arriverebbe”, la Capitale vuole replicare il successo della manifestazione napoletana dell’orgoglio omosessuale che si è tenuta sabato scorso.

 

La comunità omosessuale del capoluogo laziale quest’anno si è divisa e il Circolo Mario Mieli, organizzatore da quindici anni dell’evento, ha pubblicato il manifesto Noi non ci saremo per esprimere la sua dissociazione. Proprio questo sabato, durante la manifestazione romana, una delegazione del Mario Mieli sarà a Madrid per annunciare l’edizione 2011 dell’Europride, che si terrà a Roma l’anno prossimo. Nonostante questa spaccatura interna al movimento omosessuale capitolino, hanno comunque aderito alla manifestazione del 3 luglio più di cento tra associazioni e realtà del mondo lgbt, tra cui spiccato le quattro sigle organizzatrici DiGay Project, Arcigay Roma, Gaylib Roma e Azionetrans.

Ogni bacio una rivoluzione: non importa se eterosessuale, omosessuale o quant’altro. È questo lo slogan e la filosofia del Roma Pride 2010 che partirà in corteo alle 16.30 dalla stazione metro Piramide, per raggiungere Piazza Venezia passando per via Piramide Cestia, viale Aventino, piazza di Porta Capena, via di San Gregorio, via Celio, piazzale del Colosseo e via dei Fori Imperiali. Ad attraversare il cuore della città il serpentone di carri, la musica, i colori e quell’energia vitale che la comunità lgbt vuole trasmettere a tutti coloro che credono nella libertà, nei diritti e nell’uguaglianza, rifiutando ogni tipo di discriminazione, intolleranza e omologazione. “Sarà un Pride aperto e non politico – hanno detto gli organizzatori – e per la prima volta presenterà un bilancio trasparente”. Per ribadire l’indipendenza del movimento, per la prima volta il Pride di Roma 2010 non è stato finanziato con fondi pubblici ma attraverso una forma di finanziamento diffuso: chiunque ha potuto contribuire acquistando il biglietto d’ingresso a una serie di eventi organizzati per l’occasione. Al fianco delle associazioni lesbo, gay, bisessuali e transessuali sabato sfileranno esponenti della politica dichiarati, come Nichi Vendola e Paola Concia, ma anche personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo, da Melissa P. a Sabrina Impacciatore, da Andrea Occhipinti ad Alessandro Cecchi Paone. Gli organizzatori del Gay Pride romano precisano che i politici sono ben accetti, ma solo se partecipano a sostegno della causa e non per sfilare in passerella per mettersi in mostra. A questo proposito una delle organizzatrici, in merito alle dichiarazioni di ieri del presidente della Regione Lazio, che aveva dichiarato che in caso di invito avrebbe partecipato alla manifestazione, ha affermato: “Le adesioni sono libere e il pride non ha colore politico. Se la Polverini viene siamo ben felici, perché se le istituzioni scendono in piazza vuol dire che aderiscono al nostro manifesto“. Esplicito anche l’invito alle rappresentanze istituzionali della presidente di Digay Project Imma Battaglia: “Invito la Polverini, come pure Zingaretti, Alemanno ma anche i ministri e i presidenti del Consiglio e della Repubblica a venire al Gay Pride”.

colosseoI portavoce della manifestazione sono tre vittime dell’omofobia: il 23enne Mattia Cinquegrani, lo studente aggredito ad aprile su un bus notturno della Capitale da un gruppo di coetanei; Luana Ricci, ex organista del coro della cattedrale e della diocesi di Lecce, licenziata dopo 18 anni di servizio perché trans; e la 21enne lesbica Esther Ascione della provincia di Roma, vittima di attacchi omofobi nella sua scuola. “La mia partecipazione è per metterci la faccia e reagire in seguito all’episodio che mi è accaduto, perché è fondamentale reagire denunciando questi fatti”, ha detto Mattia, spiegando che “in Italia, da questo punto di vista, la situazione sta peggiorando, ma noi non abbiamo paura delle aggressioni e possiamo combatterle“. “Sono onorata di portare la mia testimonianza al pride”, ha proseguito Luana Ricci. “Io sono stata vittima di un episodio molto grave, sono stata privata del mio lavoro dal forte potere politico della chiesa cattolica dopo il mio coming out, con la sola motivazione di essere ‘visibilmente nel peccato’. Non ho commesso alcun reato, e non è ammissibile che molte persone, come me, vengano derubate della loro vita”. “Noi dobbiamo per primi sentirti normali e non diversi”, ha sottolineato Esther Ascione. Prima della partenza del corteo, i tre portavoce deporranno una corona di fiori al monumento ai caduti delle vittime del nazifascismo a Porta San Paolo, in memoria di tutte le vittime dell’omofobia, della transfobia e della violenza. Poi, un flash mob che vedrà tutti i partecipanti impegnati in un bacio collettivo, ponendo l’accento sulle manifestazioni di omo e trans-affettività, che spesso sono l’elemento scatenante delle violenze.

Un Gay Pride importante e sentito, una manifestazione piena di novità e di personaggi di spicco: vi aspettiamo all’ombra del Colosseo per chiedere tutti insieme, a gran voce, uguali diritti e maggiore protezione, dopo gli ultimi scandalosi episodi di omofobia avvenuti lungo tutto lo stivale. Gay Magazine ci sarà, e vi proporrà un reportage esclusivo e una galleria fotografica dell’evento romano dell’anno, in attesa e in preparazione all’EuroPride 2011 che si terrà nella nostra capitale.

ogni bacio una rivoluzione

Via – La Repubblica


Il 26 giugno Napoli e l’Italia sono tornate più che mai “Alla luce del sole”

gaypride_plebiscito2A discapito delle polemiche che nei mesi scorsi avevano lamentato una mancanza di organizzazione e una coesione inesistente tra le varie associazioni lgbt, il Napoli Pride 2010, il pride nazionale italiano che è ritornato da vero protagonista nel capoluogo campano dopo ben 14 anni di assenza, si è concluso con un successo quasi inaspettato. “Siamo oltre 300 mila – ha affermato raggiante Paolo Patanè, presidente del comitato Napoli Pride e di Arcigay nazionale - La folla è oltre ogni previsione. Tutta Napoli è in piazza fianco a fianco a gay, lesbiche e transessuali. E’ la miglior dimostrazione che tutto questo Paese, da nord a sud, è pronto per la rivoluzione laica dei diritti gay. Chi continua a ignorarci ha responsabilità civili e storiche gravi”. A decretare il successo di questa edizione dell’evento lgbt sono state le persone, che hanno partecipato attivamente all’ottima riuscita di questa manifestazione nazionale, e non le dichiarazioni e le prese di posizione del politico di turno o del criticone a cui non va mai bene nulla di quello che accade nella nostra comunità arcobaleno, afflitta da anni di immobilismo.

Ad aprire il corteo, partito da Piazza Cavour e giunto nella centralissima Piazza del Plebiscito, c’erano alcuni manifestanti con uno striscione bianco, recante lo slogan del Pride Alla luce del sole: segno incontrovertibile di una volontà decisa nel riaffermare apertamente il proprio orgoglio d’essere omosessuali e il diritto della città partenopea a riappropriarsi di quello che è ora nelle mani della criminalità e della corruzione. A seguire, sono sfilati tutti insieme, per la prima volta, i gay e le lesbiche appartenenti a gruppi cattolici e cristiani di tutta Italia, oltre ad Amnesty International, alle Famiglie Arcobaleno e alla tradizionale parata allegra e festaiola composta da 15 carri e soprattutto dal popolo lgbt, curiosi, amici e passanti.

gaypride_plebiscitoAnna Paola Concia ha voluto partecipare, come sempre, al raduno, anche se all’arrivo è stata contestata da alcuni per il suo atteggiamento di dialogo con gli esponenti di Casa Pound di Roma. Ai fischi ha replicato serenamente: “Sono venuta liberamente e resterò qui, perché il Gay Pride non è di proprietà di nessuno. Hanno tutto il diritto di criticarmi, ma questo Gay Pride per sua stessa definizione è a favore della libertà e io sono una libera cittadina che vuole sfilare in corteo”. In difesa della deputata PD è scesa in campo Vladimir Luxuria che, presente al Pride, ha voluto anche manifestare soddisfazione e gratitudine alla città di Napoli, perché “ci ha accolti alla grande”. L’ex parlamentare ha voluto poi ringraziare esplicitamente il sindaco Rosa Russo Iervolino e soprattutto l’arcivescovo Crescenzio Sepe: “Credo che sia una grande cardinale per l’apertura mentale che ha dimostrato, incontrando associazioni omosessuali della città, e per non aver scritto nessun comunicato contro questa sfilata”. La Luxuria ha quindi auspicato: “Vorrei che questo fosse l’anno del Sud. Sono stata al Gay Pride di Palermo e ora sono qui. Vorrei un Sud dove la gente non debba più andare via né in cerca di lavoro né perché ama una persona del suo stesso sesso”.

A rappresentare ufficialmente la città è stato il primo cittadino Rosa Russo Iervolino, accolta con uno scroscio di applausi dai manifestanti, che ha parlato con entusiasmo della manifestazione, dichiarando: “La Napoli che oggi sta sfilando è quella della Resistenza, delle Quattro Giornate, della solidarietà e dell’allegria. Napoli deve essere così, altrimenti non sarebbe la nostra città”. Per la Iervolino il Pride “è una gioia per tutti e soprattutto per i manifestanti, che portano nel corteo valori semplici ma essenziali: rispetto dei diritti”. Il sindaco della città partenopea ha quindi rilevato il valore della sfilata in paragone con le manifestazioni femministe d’alcuni decenni addietro: “Io sono tanto anziana da ricordare le discriminazioni a cui eravamo sottoposte. Bisogna riconoscere attraverso le leggi dello Stato i diritti delle coppie omosessuali”. In corteo c’era anche Filippo Penati in rappresentanza dei vertici del Pd nazionale: “Siamo qui a testimoniare l’impegno del Pd perché da Napoli parta una nuova stagione per il riconoscimento dei diritti civili che ci metta finalmente al passo con l’Unione europea”.

omofobia_napoli_2Nicola Posapiano e Francesco Vincenti, i due testimonial del Gay Pride che sono apparsi in questi giorni sui manifesti della campagna del Comune di Napoli per la manifestazione, hanno commentato positivamente l’evento, riflettendo anche sulla situazione non certo rosea della comunità lgbt milanese: “Napoli oggi si sta dimostrando all’avanguardia in Italia, speriamo che anche la nostra Milano impari questa lezione. A Milano c’è, dai dati ufficiali, la comunità gay più numerosa d’Italia, speriamo che dalla sensibilità dimostrata dal Comune di Napoli arrivi un messaggio anche al sindaco Moratti”. I due testimonial hanno criticato l’influenza del Carroccio al Nord: “Diciamo che la Lega non ci aiuta e purtroppo molte persone al Nord quando votano la Lega non si rendono conto che questo partito reca con sé un messaggio di intolleranza e anche di omofobia”.

napoli-pride-2010Ha plaudito al Pride anche il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, che ha commentato: “Sono contenta per come si è svolta la manifestazione di Napoli all’insegna del rispetto e della pacificazione. Mi dispiace per qualche fischio all’onorevole Paola Concia, alla quale va tutta la mia solidarietà, ma credo si sia trattato di un piccolissimo episodio isolato che certamente non fermerà il suo lavoro”. Il ministro ha quindi aggiunto: “Io, per convincimento personale e per il ruolo che svolgo, non posso che stare dalla parte di chi chiede di cancellare le discriminazioni, annullarle, e si batte contro tutti i pregiudizi, compresi quelli legati all’orientamento sessuale o alla differenza di genere. Davanti a manifestazioni come queste il compito delle istituzioni è quello di aprire le orecchie e ascoltare”.

C’è stato anche, purtroppo, un tentativo di violenza sessuale ai danni di una donna colombiana 24enne che da oltre dieci anni vive nel capoluogo campano. La ragazza ha denunciato ai vigili urbani, presenti sul posto, un cittadino romeno 25enne che in Piazza del Plebiscito, durante il tradizionale concerto post pride, l’ha prima chiamata lesbica, poi è passato a toccarle il seno e a minacciarla con un coltello. A parte questo episodio, che non riguarda direttamente la manifestazione, il Pride 2010 è stata la conferma dell’impegno costante, che si rinnova ogni anno, del popolo lgbt per cercare di cambiare in meglio la nostra Italia: c’è ancora tanto da lottare per i nostri diritti perennemente negati, per arginare la violenza omofobica rinata negli ultimi anni e per ottenere finalmente e giustamente quel rispetto reciproco, invocato da più parti, e quella visibilità che non si limiti al siparietto tv o alla notizia dell’omicidio tra due amanti omosessuali per gelosia.

Via – Sky Tg24


Gay Pride 2010: Alla luce del sole

26 giugno 2010 Robo Nessun commento

Napoli Pride by Queerblog

A partire dal grave episodio di intolleranza con il quale si è aperto il Napoli Pride 2010, vi abbiamo fornite alcune sommarie info su come si svolgeva la giornata dell’orgoglio lgbtqqi nel capoluogo campano.

Non appena possibile i collaboratori di Queerblog che sono a sfilare ci racconteranno come è andata.

Update ore 19,13
Aelred ci fa sapere che il corteo è arrivato in piazza. Cominciano a cadere gocce di pioggia il concerto va e un po’ di gente sfolla via mentre altri incuranti della pioggia restano in piazza e applaudono il sindaco Iervolino per aver sostenuto il Pride e supportato l’organizzazione.

Update 18,31
Secondo gli organizzatori del Napoli Pride i partecipanti sono 40mila 300mila; per la stampa meno di 50mila; la questura parla di 25/30 mila.

Update ore 17,00
Aelred ci fa sapere dal Pride di Napoli:

In corso Umberto I due ali di folla accolgono il Pride. Sono napoletani, giovani, di mezza età e anche anziani, che applaudono e gridano: “Bravi”. Non dubito che abbiano capito chi siamo.

Dalla testa del corteo Mario Cirrito ci informa che la partecipazione è enorme, la situazione è tornata tranquilla e c’è un sole stupendo che bacia i partecipanti al Pride.

Vladimir Luxuria al Napoli Pride

Update ore 16,15
Vladimir Luxuria – in questa foto di Aelred mentre si incipria il naso per partecipare al Pride di Napoli – ha detto:

“La città di Napoli ci ha accolto alla grande’. Dobbiamo ringraziare il sindaco Rosa Russo Iervolino per il suo impegno insieme ad altre donne nel 1982 per la legge sul cambiamento di sesso”.

Gay Pride Napoli

Update, ore 15,26
Il Gay Pride 2010 Alla luce del sole è partito! È pieno di gente di Napoli affacciata alle finestre, anche con i volantini del Pride.

Update, ore 15,01
In questo momento la situazione è la seguente: Paola Concia, Ivan Scalfarotto e il gruppo organizzatore del Pride sono in attesa del sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino , e il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, in modo da poter iniziare la manifestazione. Il “gruppo dirigenziale” comunque, sarà scortato dalle forze dell’ordine.

Paola Concia ha confidato a Queerblog di sentirsi esterrefatta per la violenza di quanto accaduto e che, comunque, non si allontanerà dal Pride per alcun motivo.

Gay Pride Napoli 2010ore 14,43

Brutte nuove dal Gay Pride di Napoli: il nostro Mario Cirrito – che insieme ad Aelred segue il Pride – ci informa che Anna Paola Concia è stata bloccata dai gruppi antagonisti. Le forze dell’ordine stanno creando dei cordoni per permettere lo svolgimento della manifestazione, ma per ora è tutto bloccato.

Al momento attuale sia Ivan Scalfarotto e Paolo Patané, presidente dell’Arcigay, stanno parlando in maniera molto animata con i gruppi antagonisti, ma la situazione pare non migliorare.

Aelred ci fa sapere, comunque, che alla coda del corteo la situazione è abbastanza tranquilla è c’è un clima festoso.

Vi terremo informati sull’evolversi della situazione.

Gay Pride 2010: Alla luce del sole é stato pubblicato su queerblog alle 14:43 di sabato 26 giugno 2010.


Gay Pride. Appello di Vendola, Concia, Luxuria: “Dopo Napoli tutti a Roma il 3 luglio”


Nel momento delle piazze bisogna lasciare al vento, affinché li trascini altrove, ogni acredine, incomprensione; rivolgersi alle persone che lottano per avere quello che tu stesso necessiti; invitare coloro che si nutrono di indifferenza e smarrimento per dire loro che le speranze son dure a morire, che vale sempre continuare a lottare perché quelle speranze diventino certezze. C’è sempre un buon motivo per partecipare ai Gay Pride. Uno tra i tanti è proprio la questione dei diritti legali dell’individuo, diritti di cittadinanza spronati dall’Europa, rimasti ancora lettera morta per i nostri legislatori. Irrisolto il problema delle coppie di fatto omosessuali; quello di una dignità del lavoro per le transessuali, il bullismo omofobo nelle scuole, la libera circolazione delle coppie di fatto, etc. In più si è fatto urgente un intervento legislativo per punire gli atti di violenza omofoba e ogni forma di discriminazione.

Servono a questo i Gay Pride: a risvegliare le coscienze sui diritti per le minoranze sessuali; servono a stabilire un’eguaglianza tra cittadini, tra persone, tra studenti, tra condomini. In questo strano paese l’orgoglio delle rivendicazioni per i diritti deve partire da noi, soggetto per soggetto, militante per militante, sigla per sigla, mantenendo le proprie specificità ma ruggendo coralmente per i diritti che ci facciano sentire più Europa.

Credo sia anche per questo che in occasione del Gay Pride di Roma, che si svolgerà il 3 luglio prossimo, siano scesi in campo i leaders delle organizzazioni lgbtq capitoline: Di Gay Project, con Imma Battaglia; l’Arcigay di Roma, col presidente Fabrizio Marrazzo; la deputata Pd Anna Paola Concia, Vladimir Luxuria, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Certo, che manchino altre importanti realtà come il Mario Mieli, cercheremo di capirne le ragioni. Roma dovrebbe essere la città che chiude le manifestazioni dei Gay Pride. Importante la presenza e l’adesione di Nichi Vendola che, credo, non mancherà all’appuntamento nazionale di Napoli.

Nichi, in questi mesi, sta facendo un lavoro di presenza e consensi che sono importanti persino alla futura politica di questo paese. Nichi, ce lo raccontano i fatti, non dimentica di essere omosessuale e quindi senza diritti, e questo lo fa sentire partecipe ai Gay Pride, come alla vita di tutti noi che lottiamo per un’Italia che difenda i suoi cittadini lgbtq. Non vi è mai stata una così alta carica istituzionale, che da gay, non ha dimenticato gli altri gay, le lesbiche, le transessuali.

Lo stesso vale per Vladimir Luxuria che, smessi i panni di parlamentare, continua a essere linfa per il Movimento. La sua vita artistica e culturale continua a dibattere dei problemi delle persone trasgender, si batte contro le violenze omofobe. Lo fa con intelligenza e perseveranza.

Anche Anna Paola Concia, in un Parlamento ingessato da una maggioranza che poco pensa alle necessità della gente, si batte come una leonessa, solitaria ma forte, per riuscire a far tornare in aula la sua legge contro l’omofobia, avendo spesso critche poco generose persino da parte della militanza lgbtq.

Loro, noi, tanti altri emeriti, ma importanti sconosciuti, uomini di cultura e di fede, in tanti, diamoci appuntamento, dopo Napoli, a Roma. Serve esserci nella città che nei mesi scorsi è stata teatro di intolleranze omofobe; è importante che i cittadini di Roma vedano un Movimento fiero, unito, popoloso, festaiolo ma che non intende arretrare sulla richiesta di nuove leggi che ci riguardano.

Ci saranno bagliori di feste la sera, ma al Pride del pomeriggio andiamo tutti, con le nostre speranze, i nostri amori, anche l’illusione che presto avremo un paese diverso. Una illusione che, se uniti e tanti, potrebbe turbare la sonnolenta politica.

Gay Pride. Appello di Vendola, Concia, Luxuria: "Dopo Napoli tutti a Roma il 3 luglio" é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di sabato 19 giugno 2010.


La Polizia istituirà ufficio centrale “per le minoranze a rischio”, compresi gli omosessuali

 

pulaIl capo della Polizia Antonio Manganelli ha annunciato ieri a Padova che ha firmato un provvedimento per la costituzione di un ufficio dedicato alle minoranze, direttamente dipendente dalla polizia criminale: “Questo nuovo ufficio centrale sarà un osservatorio sulle minoranze come quella degli omosessuali, la minoranza ebraica e quante sono a rischio di discriminazione: gli esponenti di queste minoranze avranno ascolto a disposizione spazi ed interlocutori per un diretto dialogo con le forze di polizia. A questo scopo – ha aggiunto - è stato formato del personale qualificato per il dialogo, la risoluzione dei problemi e l’intervento rapido. Potranno segnalare fenomeni sul territorio e vi sara’ uno spazio a loro disposizione sul nostro sito web. Ringrazio gli uomini della questura di Padova ed il questore per la rapida individuazione e denuncia dell’autore dell’aggressione ai danni di una coppia di gay avvenuta in pieno centro a Padova la settimana scorsa”.

Molti esponenti lgbt hanno commentato positivamente gli sforzi intrapresi dalle forze dell’ordine per aiutare la nostra comunità. La deputata Anna Paola Concia ha affermato: “Al Capo della Polizia rivolgo l’invito a guardare con attenzione a quanto accade in Germania, dove esiste una polizia gayfriendly, ben addestrata e in costante contatto con le associazioni lgbt”.  Anche Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay nazionale, ha commentato positivamente questo nuovo impegno della Polizia:  “E’ un’ottima notizia, che finalmente riconosce l’esistenza di un problema da parte degli organi statali preposti alla prevenzione e alla lotta contro ogni forma di violenza legata al sesso, appartenenza religiosa, orientamento e identità sessuali. Nei decenni scorsi sono state molte le occasioni di collaborazioni tra le associazioni lgbt e la Polizia, che hanno portato a positivi risultati”.

Il presidente di Arcigay nazionale Paolo Patanè si è detto pienamente soddisfatto della prontezza d’intervento della Polizia: “Qualche giorno fa, insieme a Enrico Oliari di Gaylib, gli omosessuali di centro-destra, abbiamo incontrato il capo della polizia per individuare la soluzione più idonea a prevenire la nuova emergenza omofobia palesatasi nell’ultimo mese con aggressioni violente a Bolzano, Roma, Milano, Padova e Palermo”, e ringrazia personalmente “il capo della polizia di Stato, Manganelli e il suo staff di collaboratori per la sensibilità e l’operatività dimostrata”. “Ora – aggiunge – tocca al Parlamento legiferare anche per fornire alla CriminalPol gli strumenti più idonei e mirati per la prevenzione e la repressione delle violenze a sfondo omofobico e transfobico. La soluzione più idonea è quella di inserire l’orientamento sessuale e l’identità di genere tra le discriminazioni sanzionate nel testo della legge vigente 205/93, la cosiddetta legge Mancino mirata proprio alla condanna di gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici religiosi o nazionali”.

 

Via – Corriere della Sera


Carlo Giovanardi: “I gay non facciano troppe effusioni in pubblico”. E sul Gay Pride: “Una carnevalata”

Si dice che la politica debba dare il più alto esempio di rettitudine, che debba parlare un linguaggio diverso da quelle delle piazze, o dei bar o osteria. Poi ci si accorge che sono proprio i politici a dare il peggiore esempio di intolleranza, la peggiore misura di certe esternazioni che sembrano giustificare atti di violenza di tanti incoscienti. Ed è proprio a proposito dell’ultima violenza omofoba consumata a Roma che il sottosegretario Carlo Giovanardi, in una intervista rilasciata a Klaus Davi, interpreta il senso di affetto tra due gay come effusioni troppo marcate, troppo plateali. S’intende in pubblico, perché poi, lo voglia o no nel privato ognuno è libero di relazionarsi col proprio amore come vuole. L’esternatore governativo, da sempre legatissimo ad un concetto dello Stato il più clericale possibile, e, diciamocelo, anche l’ex Dc che meno sopporta gli omosessuali, avendone avuti parecchi nello Scudo crociato (così era definita da molti la democrazia cristiana), per non voler strafare, mette tutti in un sol calderone: omosessuali ed eterosessuali. Ecco cosa dice a Klauscondicio:

“Premesso che la mia condanna dei fatti di violenza che hanno colpito i gay è totale, sono tuttavia dell’avviso che la manifestazione dell’omosessualità come anche dell’eterosessualità in luoghi pubblici debba sempre seguire criteri di buon gusto e di rispettabilità. Questo vale sia per le coppie etero che per quelle gay, sia chiaro. Ecco, prego i gay, come anche gli etero, di contenere nell’ambito del lecito le loro effusioni nel rispetto della collettività”.

Premesso che per le vie cittadine, campagnole e di paesini, non è che si incontrino tante coppie gay che si strusciano o si tengono serenamente per mano mentre coppie etero lo riescono a fare nell’indifferenza generale, mi chiedo se sono davvero certe effusioni in pubblico a dettare rispettabilità e buon gusto. Che Giovanardi viva in un sogno da cui non intende destarsi? Oppure legge male i giornali? I maggiori atti di violenza omofoba sono stati perpetrati ai danni di gay solitari, che stavano tornando a casa, erano in tram, che non slinguavano nessuno, caro sottosegretario. Ma da che cosa ci dobbiamo contenere “nell’ambito del lecito”; ma di cosa parla accomunando noi e e gli etero in una improbabile orgia illecita di insane effusioni

Vivendo tra i meravigliosi stucchi dei palazzi governativi, al sottosegretario sfugge che le delinquenze omofobe nascono dall’odio, da una società che predica l’omofobia, da un governo che, malgrado le violenze, non intende attuare una legge che punisca severamente i reati di odio, anche quelli a sfondo sessuale. Ma come si concede una solidarietà così fariseica e stolta? Si contenga lui a dire certi spropositi e se sinceramente vicino a chi ha subìto violenza, metta in atto e in funzione che varie leggi contro l’omofobia che languiscono in alcuni cassetti della Commissione Giustizia. Non ci dia lezioni comportamentali, di cui non necessitiamo, perché oggi, nel suo e nostro paese, due gay non possono serenamente passeggiare per strada mano nella mano senza incorrere in qualche gruppo di imbecilli che, a esser buoni, inscenerebbero teatrini di sproloqui e contumelie. Figuriamoci infrangere la pubblica decenza.

“Certo, con i problemi della crisi che impongono una manovra da 24 miliardi - dice Sergio Rovasio, segretario nazionale di Certi Diritti -, con l’aumento della criminalità mafiosa, con i quasi 2 miliardi di costi per le circa 600.000 auto blu italiane senza che nessuno muova un dito, con l’aumento dei divorzi, delle separazioni e del calo demografico, con i costi sempre più alti della politica, che con il finanziamento truffa prevede di versare soldi ai partiti per cinque anni anche se una legislatura finisce dopo un anno, con i costi della casta clericale vaticana che ammontano a circa 4 miliardi annui tra denari e privilegi, che alimenta con i suoi fulmini e le sue saette la violenza omofobica contro le persone lesbiche e gay, e ancora molto, molto altro, avevamo proprio bisogno di sentire oggi da Giovanardi che il problema in Italia oggi è la”sguaiataggine” degli omosessuali e degli eterosessuali. Non sappiamo se ridere o piangere per questo nuovo drammatico problema italiano che è la “sguaitaggine” gay (ma anche etero eh!) la cui lotta è divenuta un altro incredibile e rigoroso cavallo di battaglia del sotto(molto sotto)segretario Carlo Giovanardi”.

Che Carlo Giovanardi, male e poco digerisca l’omosessualità, ce lo fa sentire tutto giudicando i Gay Pride:

“A Paola Concia e Franco Grillini – ha detto – ho sempre chiesto cosa c’entri la difesa di un orientamento sessuale diverso con il Gay Pride, nell’ambito del quale le persone ballano nude, si travestono da preti e da suore, irridono alla religione, prendono per i fondelli il Vaticano. Che cosa c’entra l’omosessualità con la sguaiataggine, il carnevale e la provocazione?”.

Credo che il sottosegretario farebbe bene a non preoccuparsi dei nostri Gay Pride, ma di quello che oggi capita nella politica e fuori da essa, dove corruzioni, mazzette di denaro pubblico, sfruttamento delle persone, una inciviltà verso cose e persone ha imbarbarito fino al midollo la nostra società. Dica piuttosto ai suoi amici preti di non irridere pubblicamente all’omosessualità frequentandola poi nel privato più di quanto egli creda. Il rispetto deve essere reciproco.

“Al prossimo Gay Pride - ride Rovasio -ci maschereremo tutti da Giovanardi così il gay pride apparirà cosa seria e tutto andrà meglio”.

Dice una nota degli organizzatori del Gay Pride romano:

“Il Pride è una festa oltre che una rivendicazione di diritti che questo Paese, grazie a questo ceto politico, non ha ancora previsto. In tutta Europa oltre che in tutto il mondo il giorno del Pride si balla e si canta. La comunità gay manifesta così l’orgoglio della propria visibilità, anche come cittadini, tutti i giorni, con figli e famiglie non riconosciute dalle leggi che Giovanardi contribuisce a non far approvare. Mediti Giovanardi…”

Non stanco di affondare “nobili” precisazioni, finalmente il sottosegretario pare abbandonare un certo aplomb e a Davi sibila:

“Sono assolutamente favorevole – ha precisato Giovanardi – del fatto che una norma preveda un’aggravante di pena a tutela di chi viene aggredito soltanto ed esclusivamente per il proprio orientamento, ma non sono d’accordo ad aggiungere anche che debba essere punito chi ritiene che a scuola vada insegnato che il rapporto normale è quello fra uomo e donna. È fuori discussione che il rapporto fisiologico che fa continuare il mondo è quella tra un uomo e una donna e un vescovo deve poter continuare a dire questo senza essere incriminato”.

Sì, eminenza, certo, lo sapevamo: il rapporto è quello fra uomo e donna. Ma vada a farsi benedire!

Carlo Giovanardi: "I gay non facciano troppe effusioni in pubblico". E sul Gay Pride: "Una carnevalata" é stato pubblicato su queerblog alle 22:31 di lunedì 07 giugno 2010.


L’Udc si apre ai gay (in Svizzera)


Quanto successo a Udine, dove un consigliere locale del Pd ha preso pubblicamente le distanze da un’immagine omosessuale, ci ha ricordato una volta di più che l’omosessualità non ha un colore politico. In Italia la sinistra tanto quanto la destra ha fatto poco per la comunità omosessuale.

Per come è sgarrupata oggi l’opposizione c’è da augurarsi che anche nel nostro paese si verifichi quanto in questi giorni è successo in Svizzera dove tale Beat Feurer ha deciso di aprire una sezione omosessuale all’interno del suo partito: l’Udc.

A differenza dell’omonimo schieramento italiano, che annovera al suo interno anche la componente cristiana, l’Udc svizzero ha deciso di aprirsi, seppur non ufficialmente, a quella parte di elettorato finora non presa in considerazione.

Chissà se il successo riscontrato tra la comunità gay dai cugini svizzeri possa creare un precedente importabile in Italia dove il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini, sta lavorando alla ristrutturazione del proprio partito.

Non è detto che quanto successo attorno alla Lega Nord, che in più occasioni ha captato l’interesse dell’elettorato fedele di Rifondazione Comunista, possa verificarsi per un altro partito vicino concettualmente vicino all’attuale maggioranza.

Un Udc favorevole alle coppie di fatto e sostenitore di una legge contro l’omofobia potrebbe tranquillamente scippare al Pd quella parte dell’elettorato gay che oggi per abitudine è orientata a sinistra.

L’Udc si apre ai gay (in Svizzera) é stato pubblicato su queerblog alle 08:00 di venerdì 04 giugno 2010.


Il preoccupante silenzio di Letizia Moratti


In queste ore, a causa delle aggressioni omofobe registrate a Roma e a Milano, molti professionisti che si occupano di comunità GLBTQ hanno concentrato le proprie riflessioni sulla legge contro l’omofobia mai approvata.

L’onorevole Paola Concia, che più di tutti si è occupata del progetto, ha già fatto sapere di aver riportato il ddl in Commissione Giustizia. Gianni Alemanno, come sottolineato nei giorni scorsi da Desperate Gay Guy, si è detto favorevole all’introduzione di un’aggravante specifica per i crimini omofobi.

L’unico esponente pubblico a non aver preso ancora una posizione netta è Letizia Moratti sindaco di Milano, dove lo scorso sabato una coppia gay è stata picchiata in Porta Ticinese. Lo stesso silenzio adottato dal primo cittadino del capoluogo lombardo è stato emulato anche dal vice sindaco Riccardo De Corato che più di altri, in questi anni, si è prodigato per rendere Milano più sicura.

Ma Milano, come racconta la cronaca, non è più la città più gay-friendly d’Italia. L’aumento di episodi omofobi, quello di sabato è solo l’ultimo di una serie, ha allineato la metropoli alla provincia da dove gli omosessuali ancora oggi scappano per vivere meglio.

Milano sembra essersi dimenticata della sicurezza economica che gay e lesbiche hanno condiviso con lei. Una città arcobaleno ingrigita anche a causa di chi oggi l’amministra. Fino a quando Letizia Moratti non avrà il coraggio di dire che nessuno è meritevole di essere menato a causa del proprio orientamento sessuale probabilmente è meglio per gli omosessuali stare in provincia.

Lì sono più al sicuro.

Il preoccupante silenzio di Letizia Moratti é stato pubblicato su queerblog alle 09:00 di mercoledì 02 giugno 2010.


Ragazzo pestato a Roma, ci sarebbero le immagini. Alemanno boccia legge anti omofobia

aggressioneRomaINT002Il legale del 22enne aggredito e malmenato la settimana scorsa in pieno centro a Roma ha fatto sapere che ci sarebbero le immagini dell’aggressione, grazie alla telecamera di una scuola posizionata proprio davanti il luogo del pestaggio avvenuto tra martedì e mercoledì sera in via del Fagutale. Dopo aver presentato ieri mattina la denuncia alla Digos di Roma, il giovane è tornato con gli agenti della Questura sul luogo dell’aggressione, ricordando quanto è successo e ripercorrendo quei momenti passo dopo passo, quando nella notte stava per raggiungere le scale che portano in via Cavour prima di essere accerchiato e pestato da un gruppo di omofobi.

Sempre ieri mattina, il sindaco capitolino Gianni Alemanno ha decretato il suo no alla tanto attesa legge contro l’omofobia: “Sono contrario ad una legge sull’omofobia dal punto di vista complessivo, perché avrebbe inevitabilmente dei contenuti ideologici. Sono invece favorevole ad un’aggravante specifica per i reati di violenza. Una legge che introduce il reato di opinione può essere problematica per molti aspetti e quindi è inaccettabile”. Lo stesso primo cittadino romano ha fatto sapere che incontrerà giovedì 3 giugno, in forma privata, il giovane omosessuale che ha anche rischiato di perdere un occhio.

Le reazioni della comunità gay alle parole non certo confortanti di Alemanno non si sono fatte attendere, e Anna Paola Concia del Pd esprime cosi il suo pensiero: “Faccio un appello accorato a tutte le forze politiche e a tutti i rappresentanti di destra e di sinistra. Chiedo una moratoria sullo scontro ideologico che ogni volta che si parla di omofobia o di diritti degli omosessuali, scatta in tutti come un riflesso condizionato. Come relatrice della legge contro l’omofobia chiedo a tutti di collaborare affinché questa legge venga approvata, per il bene dei suoi cittadini e non per il bene di una parte politica. Perché, lo ricordo sommessamente, questa legge se sarà, sarà una legge bipartisan. Sono ben accetti solo consigli da chi vorrà costruire e non distruggere”.

Via – Corriere della Sera


Alemanno: “No a una legge contro l’omofobia”

Alemanno: "No a una legge contro l'omofobia"

Il caso del ragazzo aggredito a Roma (senza dimenticare i due di Milano, di pochi giorni fa), ha scatenato concitate richieste nell’agire concretamente, senza limitarsi solo alla solidarietà a parole per poi attendere nuovamente un’ennesima vittima (che, tra l’altro, c’è già stata). Un coro unanime di voci aveva preteso l’abbreviazione di una legge contro l’omofobia e di rendere ufficiale il tutto, prima che la situazione possa ancora più degenerare. Dopo l’invito di Paola Concia, anche Gianfranco Fini ha sottolineato la necessità di dare ascolto ad un cittadino che chiede ad istituzioni in grado di rappresentarlo, un segnale forte e una posizione in merito a ciò che gli è accaduto.

Ma… C’è un ma. Alemanno, che tra i primi si era esposto manifestando solidarietà al giovane aggredito, ha ribadito il suo pensiero, per nulla modificato dai fatti accaduti:

“Sono contrario a una legge sull’omofobia dal punto di vista complessivo, perche’ avrebbe inevitabilmente dei contenuti ideologici . Sono invece favorevole a una aggravante specifica per i reati di violenza”

Foto | 06Blog

Alemanno: "No a una legge contro l'omofobia" é stato pubblicato su queerblog alle 09:00 di martedì 01 giugno 2010.


Il Presidente Napolitano riceve una delegazione omosessuale. La Carfagna: “Mi scuso per non avervi capito”



Una delegazione di circa 15 persone, appartenenti all’associazionismo omosessuale, è stata ricevuta oggi, al Quirinale, dal Presidente della Repubblica. Un atto insolito, un gesto importante perché voluto dallo stesso Napolitano in concomitanza con la celebrazione della Giornata Mondiale contro l’omofobia. Oltre a Napolitano, a ricevere la delegazione con le principali realtà rappresentative della comunità omosessuale italiana: Arcigay, Arcilesbica, Circolo Mario Mieli, Di gay project, Mit, Agedo, Famiglie arcobaleno, I-kan, Rete Lenford, Gaylib; erano presenti i consiglieri del Capo dello Stato, i presidenti della Commissione Giustizia di Camera e Senato, il capo di gabinetto del ministro Mara Carfagna e la stessa ministro.

Con l’emozione della prima volta, parlano un po’ tutti i rappresentanti delle associazioni. Rita De Santis dell’Agedo (genitori di omosessuali) ha parlato al Presidente da madre, facendo capire che i figli omosessuali sono dimenticati; Sergio Rovasio di “Certi Diritti” offre al Capo delo Stato, 13 mila firme, raccolte col sostegno di Gay.it, per conferire una onoreficienza a Maria Luisa Mazzarella che il 23 giugno 2009, a Napoli, fu aggredita e malmenata da un gruppo di bulli per aver difeso un amico omosessuale offeso e insultato poco prima. Il Presidente ascolta con interesse: è lui, dice, a ringraziare le organizzazioni omosessuali per quell’incontro.

“Il presidente Napolitano si è detto onorato di averci accolto - racconta Imma Battaglia - e ci ha ricordato che è suo compito istituzionale accogliere le istanze importanti della società. Ha anche chiesto l’impegno del Parlamento ad andare avanti nel lavoro sulle leggi contro l’omofobia, senza contrapposizione tra i partiti ma con senso di responsabilità. Il capo dello Stato ha detto chiaramente che però da sole le leggi non bastano ma è importante anche il lavoro dei media, che devono insieme alla scuola far sì che si cambi la conoscenza di questo mondo”.

La più dolce delle melodie, per i presenti e per noi, viene però fuori dalla ministra Carfagna. Nel ringraziare Anna Paola Concia, per aver voluto e organizzato questo incontro, la Carfagna fa un’ammissione che, speriamo, non resti di forma.

“Il mio ringraziamento alla deputata del Pd Anna Paola Concia - dice la ministra delle Pari Opportunità - per il lavoro che ha fatto e che, mi ha aiutata a capire le istanze della comunità omosessuale”.

Bene, ministra, bene davvero e speriamo non interrompa questo dialogo che resta necessario per tutti. Occorre ora che il Governo sostenga le varie proposte sulle coppie di fatto giacenti in Parlamento e quella contro l’omofobia in discussione alla Commissione Giustizia della Camera dei deputati.

Nel suo intervento, a braccio, il Presidente Giorgio Napolitano ha sottolineato la necessità che la battaglia per il riconoscimento dei diritti venga fatta propria dagli stessi eterosessuali quale conquista di civiltà e progresso così come avvenuto per altre battaglie sui diritti civili, come quella per i diritti delle donne.

Dice Paola Concia:

“Nell’incontro con il Capo dello Stato, in cui si sono trattati tutti i temi che riguardano i diritti di omosessuali e transessuali, Napolitano ha detto una cosa molto importante: che i partiti e il parlamento devono lavorare tutti insieme per trovare soluzioni condivise. Per il presidente - continua Concia - i diritti di cui stiamo discutendo, non riguardano solo gli omosessuali, ma sono diritti umani, quindi ci vuole unità della politica. Il Capo dello Stato ha chiesto che il Parlamento lavori in armonia, senza divisione tra i partiti, per affrontare il problema dell’omofobia e delle unioni civili e che si lavori anche sul piano culturale. L’augurio del presidente è che fra un anno si possa festeggiare questa ricorrenza avendo fatto qualche passo in più sul piano normativo e culturale”.

Ce lo auguriamo anche noi, signor Presidente. Intanto grazie, con deferenza e grande affetto, grazie per aver celebrato con noi questa importante data che intende ricordare al mondo che l’omofobia è una insana bestia da cui guardarsi e contro cui agire con le armi della democrazia e civiltà. Grazie Presidente, per le sue parole, la sua accoglienza e come primo Presidente ad aver ricevuto una delegazione delle associazioni omosessuali italiane. Ci fidiamo ancora poco della politica, così facile a promettere quanto svelta a dimenticare. Le sue parole e il suo gesto di oggi ci confortano e ci fanno sperare ancora che questo Paese possa diventare europeo anche sui diritti delle persone lgbtq.


Napolitano incontrerà le associazioni gay il 17 maggio, giornata contro l’Omofobia

Napolitano incontrerà le associazioni gay il 17 maggio, giornata contro l'Omofobia

Il prossimo 17 maggio, in concomitanza con la IV Giornata internazionale contro l’omofobia, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano incontrerà le associazioni gay, al Quirinale. L’iniziativa è partita da Paola Concia, lo scorso 7 aprile. Gia durante la giornata internazionale contro la violenza alle donne, Napolitano aveva sottolineato l’importanza e la necessità di fermare la xenofobia, l’omofobia, in salvaguardia dei diritti umani che devono essere universali.

In precedenza, un incontro simile era accaduto solo con Francesco Cossiga. E, sempre nel corso di quella giornata, verrà ricordato anche il caso di Maria Luisa Mazzarella, la ragazza che aveva subito violenza da un gruppo di ragazzi, intenti a molestare e insultare un suo amico gay. In quell’occasione verrà conferita una medaglia alla giovane, ora simbolo e portavoce a tutti gli effetti del Gay Pride.

Fonte | Certidiritti
Foto | OltreLaColtre


Anna Paola Concia e Aurelio Mancuso: “Anche la sinistra è omofoba. Possibile che non vi veniamo mai in mente?”


Un consiglio: andatevi a leggere un articolo che la deputata del Pd, Anna Paola Concia e il dirigente e militante di Arcigay, Aurelio Mancuso, hanno scritto sul quotidiano Il Riformista, sul rapporto tra la comunità lgbtq e la sinistra, i suoi militanti, i personaggi pubblici che la fiancheggiano. Un mondo di parolai che si scioglie al primo tepore di sole; si dilegua nel momento delle battaglie, diventa orbo sulle necessità legislative. Non ci dicono, gli autori, se si tratta del Pd o della sinistra nella sua rappresentazione globale. Immaginiamo la cosa riguardi tutti. Coloro che agiscono con coerenza nel sostenere le battaglie lgbtq, pare si possano contare con una sola mano, e (ci fa piacere) pare siano donne come Lella Costa, Ottavia Piccolo, Maria Grazia Cucinotta e qualche altra. Gli uomini? Troppo impegnati ad apparire in concertoni da bandiera rossa, per la difesa della foresta amazzonica, per la libertà di stampa e quant’altro. Si dileguano o si danno impegnati altrove se si chiede loro un atto di partecipazione ai diritti e alle difese delle persone lgbt. Vero, verissimo. E desolante!

“Non sono bastati morti, violenze, aggressioni - scrivono Concia e Mancuso -, campagne d’odio ripetute e costanti anche in questi giorni, per smuovere alcuna anima bella della sinistra, a fare, magari spontaneamente, sì vivaddio spontaneamente, un gesto, una raccolta di firme, una riflessione. Possibile che non vi veniamo mai in mente? Tra la foca monaca ed Emergency, tra la desertificazione dell’Amazzonia e la difesa della Costituzione, della libertà di stampa e della democrazia, vi saremo venuti in mente una volta o no?”

Si attende risposta. Oppure no, perché sappiamo che una certa sinistra ci ha abituati da tempo a non esaudire risposte concrete. Schierarsi con la nostra comunità appare ancora rischioso, inutile e, per certi versi, poco autocelebrative. La sinistra parolaia spunta, accademica e solenne, in tempi di elezioni, di effimeri comunicati stampa, per poi assentarsi nei luoghi deputati alla ragione, alla difesa di coloro che non hanno uno straccio di diritti sanciti nel resto del mondo civile.

È, ahinoi vero: la sinistra in questo paese ha perso sogno ed efficacia, due tra i tanti tasselli su cui costruire una alternativa culturale, politica e di governo. Lo dicono in tanti, non solamente i due nostri eroi movimentisti, ma le cose difficili non piacciono e le si lascia navigare alla deriva in attesa di tempi migliori. Ci sono i distinguo, certo, ma sono piccoli lamenti nel deserto dell’indifferenza. Sono tutti lì, artisti, media, politici, orchestrali, a recitare parole di convenienza e di rito, senza la minima intenzione di conflitti reali, di civismo a favore di gay, lesbiche, transessuali.

“Ma forse anche la sinistra è omofoba - scrivono Aurelio e Paola -. Ce lo possiamo dire? Nel peggior modo, ovvero nel silenzio e nell’imbarazzo. Un silenzio evidente nei talk show come Ballarò e Annozero, che discutono davvero tutto, mai di noi. Del resto, culattone, finocchio, o frocio, sono termini che sentiamo spesso evocare dai tanti comici alternativi di Zelig piuttosto che dai vignettisti di grido. Tutto fa ridere, tanto loro sono i nostri maledetti amici, che guardiamo e ascoltiamo con disgusto”.

Paola e Aurelio dicono di “voler smuovere le acque impantanate della sinistra”. E quelle dei movimenti? Quelle dei singoli che oramai hanno coniugato il loro essere omosessuali con il solo gusto della ricerca di un piacere personale, di nudi acrobatici e di sessi consumati? Come sta accadendo tra i cattolici, abbiamo tante cattedrali dove i sacerdoti sono più dei fedeli. Abbiamo così tante sigle movimentiste da far arrossire i nostri omologhi europei, se non fosse che le militanze sono scarse, e quelli che ci mettono la faccia “I soliti noti”. Che spesso mirano e aspirano a riconoscimenti pubblici, fuori dalle sigle, e meno male che qualche volta succede.

Piangiamo diritti necessari e mai arrivati. Sicuri che sia tutta colpa di politici e clero? Se come dicono i numeri siamo cinque milioni di omosessuali, come mai se ai Gay Pride si presentano in 50 mila, si grida al successo? Quale successo? A voler essere un tantino malvagi, ci si chiede perché gli omosessuali nostrani amino le disco più delle sedi di movimento; interessi di più un gruzzolo di uomini nudi e inarrivabili, piuttosto che una lettura e una discussione su temi difficili che riguardano la vita, le sofferenze e, qualche volta anche di peggio, di omosessuali e transessuali meno fortunati?

Certo sul piano culturale, e anche sociale, i movimenti sono stati necessari e utili; ma sul piano politico le questioni si sono fatte irrisolvibili, col menefreghismo dei politici e la poca voglia di combattere nostra e degli altri. Ci siamo allenati a giudicare negativamente “i soliti noti”, le dirigenze di Arcigay o di altre associazioni; ma ci siamo dimenticati che, grazie a molti di loro, è stato possibile parlare di omofobia con le istituzioni, raccontare l’omosessualità nei media. Eravamo più visibili da invisibili, diceva un amico caro, perché oggi siamo più conosciuti per i nostri proclami più che per quello che facciamo per noi e i nostri diritti. Perché la politica dovrebbe interessarsi di questioni affrontate dai “soliti noti” senza che un quinto degli omosessuali italiani si sollevi seriamente e politicamente a dire che quei diritti sono carne, sangue e cuore, per noi tutti? Dove sono le tante decantate lobby finanziarie gay?

A me sembra che non sia la sola sinistra ad essere omofoba, perché dentro questa sinistra ci sono parecchi con cui discutere e ragionare. Più difficile dall’altra parte, semmai. Ma prima di discutere con loro, dovremmo provare a farlo tra noi, svegliando gli omosessuali dal torpore in cui si sono fiondati. Forse è questa la più difficile delle scommesse da vincere.

Intervistato da Gaynews 24 Aurelio Mancuso, alla domanda su come rilanciare il movimento, risponde:

“Non ho proposte definitive…Da tempo sto riflettendo e molte persone tramite Facebook e altri canali mi hanno esternato la loro volontà di farsi protagonisti di un cambiamento vero. In questi mesi in cui ho riconquistato la mia autonomia personale, potendo così esprimere concetti che non vincolano alcuno, ho maturato la convinzione che non si tratta tanto di proporre uno strumento nuovo di ingegneria politica, quanto di far maturare un’onda positiva, di coinvolgimento di tante energie che fino ad oggi sono state a guardare, pensando che le associazioni potevano farcela, o che magari non agivano bene, ma che toccasse in fondo a loro svolgere tutto il lavoro. Invece no, le associazioni così come sono strutturate, così come ci si presenta la fase storica in cui viviamo, non ce la fanno. Sono indispensabili, ma non decisive. È un mondo ancora sommerso, costituito da migliaia di individualità, piccoli gruppi amicali, di aggregazione per interesse e altro, che deve farsi avanti, deve far capire alla politica e alla società che oltre al movimento esiste la comunità. Le associazioni possono farsi protagoniste di questa opportunità, proponendo un messaggio finalmente unitario e comprensibile, altrimenti quest’onda potrebbe nascere per reazione, quindi anche contro l’attuale movimento. Sarebbe un danno per tutte e tutti, perché per vincere c’è bisogno di tanta energia, e le associazioni sono ancora in grado di svolgere un ruolo importante. Non c’è più molto tempo, io spero che dopo la stagione dei Pride sia apra una vera riflessione”.

Buon Primo Maggio.

Foto | See-ming Lee 李思明 SML


A Domenica Cinque si parla di omosessualità, diritti negati e adozioni per coppie gay: in studio Paola Concia, Buonanno e Meluzzi

A Domenica Cinque si parla di omosessualità, diritti negati e adozioni per coppie gay: in studio Paola Concia, Buonanno e Meluzzi

Ormai ogni 3 settimane circa Barbara d’Urso a “Domenica Cinque” decide di parlare di gay. Oggi l’argomento era i diritti negati. E in studio, oltre a due coppie omosessualit (gay e lesbiche) è stata invitata anche una “famiglia tradizionale”, il solito agitato Alessandro Meluzzi, Paola Concia e Gianluca Buonanno.

E ovviamente il peggio arriva dall’esponente della Lega Nord che, riferendosi alla coppia gay che si lamenta di non potersi sposare nel nostro paese, inizia a gridare:

Se non vi piace l’Italia andate in Spagna o dove volete!

Ecco l’accettazione e lo spirito di nazione da parte di un sindaco che non rispetta l’altro. Indica come “vergogna” la scelta di due donne di concepire dei figli attraverso la fecondazione assistita, in Spagna. A concordare con lui, Meluzzi che quando si tratta di parlare di gay diventa quasi l’immagine dell’omofobo d.o.c. iniziando a gridare che “Non hanno affatto procreato!”

Viene sottolineato come diversi studi abbiano dimostrato che i bambini di coppie gay non abbiano problemi nella società e non si sentano “diversi”. Ma Meluzzi è contrario, urla “Falso!” mentre la Concia ribatte e sostiene quanto sia necessario che i bambini di una coppia gay (in Italia ce ne sarebbero più di 100.000) siano tutelati: infatti, morto il genitore biologico, verrebbe allontanato dall’altro genitore non riconosciuto. Buonanno insorge accusando nuovamente i gay e la coppia presente in studio:

“Siete voi che mettete in difficoltà i bambini! Se voi due vi baciaste, mi fareste senso!”

I due ragazzi si baciano come “ripicca” e lui si sdegna. Poi Buonanno peggiora ancora le cose, entrando in un terreno pericoloso in cui parla di professori omosessuali che molestano gli studenti. La D’Urso interviene, dicendo che questo avviene indipendentemente dalla sessualità e che potrebbero essere etero o gay. E quando la coppia gay indica come “commediografo” Buonanno, lui insulta dando del “pirla” ad uno dei due. Come al solito, al peggio non c’è mai limite…

Don Gino, il prete a favore dei gay, sostiene come sia la qualità del rapporto tra due genitori a definire la stabilità dei figli e non la sessualità. La scrittrice Chiara Lalli ritiene arrogante che qualcuno possa, a priori, definire infelici i figli di una coppia gay: dovrebbe essere chiesto a loro e non presunto. E infine, la coppia tradizionale raggela i presenti in studio: a loro non capiterebbe mai di poter avere un figlio gay perché l’educazione e gli esempi che gli hanno dato finora impedirebbe una tale scelta di vita. Infine, sottolinea come fino al 1973 l’omosessualità fosse annoverata tra i disturbi del comportamento sessuale e cercherebbe di portare i figli “sulla retta via”. Infine indicano l’omosessualità come una strada sterile. E Meluzzi, che trova pane per i suoi denti, annuisce e grida a voce alta:

“Hanno ragione, i gay sono diversamente abili a riprodurre!”

E Paola Concia si indigna, dicendo di essere stanca di queste frasi e che un giorno o l’altro farà partire una denuncia contro chi continua a ripetere questa cose infamanti e false. E noi speriamo che questo momento arrivi al più presto…


A Domenica Cinque si parla di omosessualità, diritti negati e adozioni per coppie gay: in studio Paola Concia, Buonanno e Meluzzi

A Domenica Cinque si parla di omosessualità, diritti negati e adozioni per coppie gay: in studio Paola Concia, Buonanno e Meluzzi

Ormai ogni 3 settimane circa Barbara d’Urso a “Domenica Cinque” decide di parlare di gay. Oggi l’argomento era i diritti negati. E in studio, oltre a due coppie omosessualit (gay e lesbiche) è stata invitata anche una “famiglia tradizionale”, il solito agitato Alessandro Meluzzi, Paola Concia e Gianluca Buonanno.

E ovviamente il peggio arriva dall’esponente della Lega Nord che, riferendosi alla coppia gay che si lamenta di non potersi sposare nel nostro paese, inizia a gridare:

Se non vi piace l’Italia andate in Spagna o dove volete!

Ecco l’accettazione e lo spirito di nazione da parte di un sindaco che non rispetta l’altro. Indica come “vergogna” la scelta di due donne di concepire dei figli attraverso la fecondazione assistita, in Spagna. A concordare con lui, Meluzzi che quando si tratta di parlare di gay diventa quasi l’immagine dell’omofobo d.o.c. iniziando a gridare che “Non hanno affatto procreato!”

Viene sottolineato come diversi studi abbiano dimostrato che i bambini di coppie gay non abbiano problemi nella società e non si sentano “diversi”. Ma Meluzzi è contrario, urla “Falso!” mentre la Concia ribatte e sostiene quanto sia necessario che i bambini di una coppia gay (in Italia ce ne sarebbero più di 100.000) siano tutelati: infatti, morto il genitore biologico, verrebbe allontanato dall’altro genitore non riconosciuto. Buonanno insorge accusando nuovamente i gay e la coppia presente in studio:

“Siete voi che mettete in difficoltà i bambini! Se voi due vi baciaste, mi fareste senso!”

I due ragazzi si baciano come “ripicca” e lui si sdegna. Poi Buonanno peggiora ancora le cose, entrando in un terreno pericoloso in cui parla di professori omosessuali che molestano gli studenti. La D’Urso interviene, dicendo che questo avviene indipendentemente dalla sessualità e che potrebbero essere etero o gay. E quando la coppia gay indica come “commediografo” Buonanno, lui insulta dando del “pirla” ad uno dei due. Come al solito, al peggio non c’è mai limite…

Don Gino, il prete a favore dei gay, sostiene come sia la qualità del rapporto tra due genitori a definire la stabilità dei figli e non la sessualità. La scrittrice Chiara Lalli ritiene arrogante che qualcuno possa, a priori, definire infelici i figli di una coppia gay: dovrebbe essere chiesto a loro e non presunto. E infine, la coppia tradizionale raggela i presenti in studio: a loro non capiterebbe mai di poter avere un figlio gay perché l’educazione e gli esempi che gli hanno dato finora impedirebbe una tale scelta di vita. Infine, sottolinea come fino al 1973 l’omosessualità fosse annoverata tra i disturbi del comportamento sessuale e cercherebbe di portare i figli “sulla retta via”. Infine indicano l’omosessualità come una strada sterile. E Meluzzi, che trova pane per i suoi denti, annuisce e grida a voce alta:

“Hanno ragione, i gay sono diversamente abili a riprodurre!”

E Paola Concia si indigna, dicendo di essere stanca di queste frasi e che un giorno o l’altro farà partire una denuncia contro chi continua a ripetere questa cose infamanti e false. E noi speriamo che questo momento arrivi al più presto…


Anna Paola Concia e Aurelio Mancuso: “Contro l’omofobia, adottiamo un cattolico”


Una iniziativa politica, dopo gli attacchi del cardinal Bertone e della Chiesa cattolica in generale verso l’omosessualità, o una provocazione? L’occasione comunque sembra buona anche in vista della Giornata Mondiale contro l’omofobia che si celebrerà il 17 maggio prossimo. La “provocazione” arriva dalla onorevole Anna Paola Concia e dal leader di Arcigay Aurelio Mancuso, in questi giorni finito sui maggiori canali televisivi internazionali proprio sullo scivolone del cardinale Bertone.

“Tra poco più di un mese, il 17 maggio, - ricordano Concia e Mancuso - ricorrerà la giornata mondiale contro l’omofobia. Secondo noi il miglior modo per guarire dalla dolorosa patologia dell’omofobia sta nella possibilità, per le persone che nutrono pregiudizi, di poter entrare in diretto contatto con una realtà umana e sociale di cui il più delle volte hanno un’idea completamente distorta. I gay e le lesbiche di questo paese, oltre ad indignarsi per le parole pronunciate dal cardinale Tarcisio Bertone – spiegano Concia e Mancuso – possono fare un gesto concreto di aiuto: adottare un cattolico per guarirlo dall’omofobia. Possono portarlo a cena fuori, al cinema, a incontrare gruppi di ragazzi omosessuali impegnati nel sociale e le loro famiglie; sarà il metodo migliore per aiutare ogni singolo cattolico italiano a liberarsi da questa omofobia dilagante in cui le gerarchie ecclesiastiche vorrebbero vederci sprofondare”.

Ora bisognerà vedere se questi cattolici intendano farsi adottare, per un’ora o un giorno, o più, da noi omosessuali; se intendono aprire un dialogo serio con la loro Chiesa e con loro stessi sull’importante tema dell’omofobia, oggi presente in molte forme e maniere nella nostra società. Sappiamo che ci sono cattolici illuminati e credenti che seguono, senza altri ragionamenti, quel che la Chiesa dice loro. Chissà chi tra loro potrà essere adottato.

La “provocazione” della parlamentare Pd e del leader di Arcigay, pare molto più attivo oggi che non quando dirigeva la numerosa organizzazione lgbtq italiana, arriva all’indomani di alcune polemiche che si dicevano sbalordite del silenzio delle organizzazioni lgbtq sul tema dei preti pedofili, svegliate grazie alle orrende parole del Tarcisio, cardinal Bertone. Un silenzio, per molti, imbarazzante, inspiegabile.

Silenzio che, in qualche modo ha coinvolto la politica, da destra e da sinistra, come se la chiesa fosse un corpo asettico, incapace di qualsiasi giudizio negativo. Persino la Francia si è ribellata, chiedendo spiegazioni; da noi, la paura della potenza vaticana sistema i silenzi e li rende tombali.

Insomma, chi vuole adotti un cattolico; io, in questo momento di scoramento, preferisco adottare la vita e le speranze del mio popolo, della mia gente lgbtq a cui mi unisce un profondo senso di orgoglio e di difesa. Tanto, dal Vaticano, ne sentiremo sempre di più. E forse di peggio!


Matrimoni gay: le motivazioni della Consulta. Le reazioni dei movimenti e della politica

Matrimoni gay: le motivazioni della Consulta

La Corte costituzionale, decidendo sulle questioni poste con ordinanze del Tribunale di Venezia e della Corte d’appello di Trento, in relazione alle unioni omosessuali, ha dichiarato inammissibili le questioni stesse in riferimento agli artt. 2 e 117, I° comma, della Costituzione e infondate in relazione agli artt. 3 e 29 della Costituzione. dal Palazzo della Consulta, 14 aprile 2010.

Con queste scarne 3 righe e mezzo, nell’ora in cui a Roma si cerca ristoro e pausa dal lavoro nei bar e nei ristoranti, si conclude una delle battaglie di grande civiltà che ha visto in prima fila alcune associazioni lgbtq, coppie di fatto, militanti e simpatizzanti del movimento lgbt. Una nota che appare a molti stonata nelle speranze che si erano create attorno alla questione, si cercano motivazioni ancora da venire, si lenisce uno sconforto quasi epidermico. Dalle prime agenzie di stampa, i “soliti” clericali danzano una gioia scomposta, effimera, fanno notare che il matrimonio è tra sessi opposti e nulla di più. Alle 16.30 è indetta in fretta e furia una conferenza stampa alla sala stampa di Montecitorio.

Ci sono, per il Comitato “Sì, lo voglio”, Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay; Imma Battaglia di Di Gay Project; Sergio Rovasio, segretario nazionale di “Certi Diritti”, anima e cuore di un biennio di estrema battaglia. Si palesano anche Franco Grillini e la deputata Pd, Anna Paola Concia. L’aria è quasi rarefatta, i sorrisi di circostanza lasciati a metà, nel vuoto. Qualcuno mi avvisa che alla notizia da noi pubblicata, i commenti sono tantissimi - e ve ne ringrazio - e anche lì si vede una girandola di sentimenti che faticano a nascondere delusione e altre nuove speranze: chi pensa di andarsene via da questo “strano” paese europeo e chi, invece, tenta un ennesimo coraggio, una sfida ad una politica che poco vuole riconoscere la cittadinanza, in diritti, di altri suoi cittadini. Sì, perché se dovrà pensarci il Parlamento, lo scoramento è totale pensando alle battaglie sui DiCo, sui Cus e sull’oblio che su di essi è calato. Figurarsi parlare di matrimonio civile tra persone dello stesso sesso.

Matrimoni gay: le motivazioni della Consulta. Le reazioni dei movimenti e della politicaMentre attraversiamo i dorati saloni della Camera, penso che tra quelle mura si fanno leggi per il Paese e sento anche come tanti tra quei legislatori intenti a chiacchierare, poco interessa il perché siamo lì, poco li riguarda la vita di chi spera in un riconoscimento del proprio amore. Che fine abbia fatto l’eguaglianza tra cittadini, qui risulta ancor più un mistero, quasi un dileggio. Vai a raccontare alle tante coppie di fatto che bisogna iniziare da capo; che questi due anni sono stati una chimera, una ineluttabile speranza finita a tornare nuovamente a sperare nei partiti, nella politica.

E invece è questo che si ripete, prima e durante la conferenza stampa, seguita dai “soliti” noti, forse perché ci si affida alle agenzie di stampa o all’alacre lavoro di comunicazione di Radio Radicale. O meglio, non ai partiti, ma l’attesa di quanto verrà scritto nella motivazione della Consulta, ancora a venire.

“Tutti ci dicono - sostiene Sergio Rovasio - che dobbiamo andare in modo molto moderato a esprimere qualsiasi giudizio. Noi possiamo anche esprimere un giudizio duro e negativo adesso, ma se tra una settimana o quando si leggeranno le motivazioni, ed escono degli spunti dove si dice: in base all’articolo x, non li si può chiamare matrimoni, ma è giusto che ci sia una legge all’inglese e che il Parlamento si muova in questa direzione, per noi, comunque, è un passo importante. Direi che oggi non c’è l’epilogo di questa campagna che abbiamo lanciato due anni fa assieme a Rete Lenford, semmai una occasione di rilancio. I giuristi e il collegio difensivo ci hanno ben consigliato di andare molto cauti nell’esprimere giudizi di merito senza conoscere le motivazioni di questa decisione”.

Perché questo?, chiediamo.

“Perché sempre, secondo quanto dicono i giuristi, gli avvocati e i professori universitari, che fanno anche parte del collegio di difesa sia delle coppie gay che hanno fatto ricorso, sia dell’Associazione Radicale Certi Diritti, davanti alla Corte, le valutazioni, le considerazioni, le stesse negazioni della Corte saranno senz’altro ricontenute e, per questo, sarebbe un po’ azzardato esprimere giudizi su questa decisione della Corte. Colgo l’occasione per ringraziare le coppie gay che hanno partecipato alla campagna di affermazione civile in questi due anni, mettendo anche la loro faccia per il riconoscimento dei loro diritti. Lo hanno fatto anche altri rappresentanti di altre coppie che non possono, o non vogliono, o ancora per motivi di discriminazione non possono uscire allo scoperto. Ringraziamo anche il collegio di difesa, composto da tre professori universitari e da un team di dieci avvocati, la maggior parte di avvocatura lgbt di Rete Lenford che hanno seguito tutte le vicende dei ricorsi presentati da queste coppie gay. Siamo qui non per piangerci addosso o per disperarci, ma per rilanciare questa campagna che continueremo comunque a portare avanti. Noi di “Certi Diritti” e “Rete Lenford” stiamo tentando di indicare una strada, una tra le tante, che si possono percorrere per la promozione e la difesa dei diritti civili. La prossima volta non saranno tre ma trenta professori universitari e cento avvocati. La strada della via legale non è oggi impedita e, probabilmente, avremo occasione i più di prima per continuare questa battaglia.”

Prendendo la parola a nome di “Sì, lo voglio”, Imma Battaglia torna a parlare di rispetto verso la sentenza:

“Non riteniamo la questione chiusa - spiega la leader di Di Gay Project - ma rimandata al luogo dove in qualche modo è iniziata e dove probabilmente è la sua natura, il Parlamento.

Ora speriamo che in Parlamento non prevalga l’omofobia della Lega, perché dopo le elezioni, sappiamo che la Lega ha vinto; ha vinto una parte politica decisamente arcaica, obsoleta. Mi auguro che i parlamentari italiani sappiano far prevalere il senso del dibattito civile, politico e democratico e che in Parlamento si possa assistere ad una rinascita di una identità forte e chiara della sinistra sui temi dei diritti civili e che questa identità possa agire in una prospettiva di lungo termine, perché non vedo una prospettiva di breve termine.

Io sono un’appassionata di gialli, e allora faccio un gossip alla Grillini: il 12 del mese scorso si è interrotta la discussione alla Consulta. Ora la sentenza esce in pieno baillame mondiale col Vaticano che devia l’attenzione sui grandi crimini di cui si è macchiato, buttando la questione in caciara sulla vergognosa equazione tra pedofilia e omosessualità. E allora, mi faccio una domanda: siamo certi che non ci sia alcun nesso?”.

Paolo Patanè, dice di essere più asettico, di non leggere gialli. Preferiamo riportare del leader lgbtq la discussione che facciamo a quattrocchi dopo la conferenza stampa.

Guarda, facciamo una prima considerazione: la gente è stanca, il movimento è provato da anni di risultati non conseguiti, di percorsi iniziati e non conclusi. Stiamo vivendo un capitolo ulteriore di un copione già conosciuto che non incoraggia; però da militante mi sento di dire che, comunque, quello che è accaduto è un fatto nuovo. Intanto i giochi non sono finiti, noi dobbiamo essere consapevoli che questa decisione della Consulta dovrà confrontarsi con la decisione delle Corti europee su questi temi. Siamo di fronte ad un confronto con l’Europa: è un percorso che non abbiamo mai aperto con decisione e con quello che è il Trattato di Lisbona. Siamo assolutamente costretti a crederci, perché ci troviamo di fronte non ad una sensazione, ma a un fatto. È un fatto che in Europa le cose sono state impostate in modo diverso; è un fatto che le Corti dell’Unione si stanno orientando verso un riconoscimento dell’uguaglianza e verso il riconoscimento del matrimonio gay. Per quanta stanchezza ci possa essere non è il momento di mollare; noi come Arcigay non lo faremo; io non lo farò. Penso che noi si debba fare delle azioni un po’ più eclatanti

Per esempio, con i prossimi ricorsi?
Sì, noi dobbiamo puntare ad averne cento di coppie. Questa storia ci insegna che l’errore è all’inizio, nel non aver avuto una grande coesione nel puntare su questo obiettivo perché oggi è indimostrabile che avendo una maggiore pressione sociale, avendo più ricorsi, il risultato sarebbe stato diverso. Però è ragionevole pensare che se da parte nostra, finalmente si decide, come movimento, come persone omosessuali, di perseguire la strada dei ricorsi giudiziari, allora lì cominciano ad esserci degli indicatori sociali forti. Il punto non è svendere, cercare altro rispetto al matrimonio civile: i diritti non sono frazionabili in percentuali. Le persone devono sentirsi parte di un pezzo di storia che stiamo tutti scrivendo; noi questa battaglia la vinceremo, perché tutta l’Europa è lì.

Intanto che stiamo in sala stampa a Montecitorio, le agenzie battono le varie dichiarazioni politiche. Il sottosegretario alla Presidenza con delega alle politiche famigliari, Carlo Giovanardi, gongola:

“Il Governo non aveva dubbi - dice - sull’esito di questi ricorsi e dell’interpretazione giusta e corretta che la Corte costituzionale ha dato all’istituto del matrimonio così come scolpito dai padri costituenti”.

Scomoda ancora il Family Day, la sottosegretaria Eugenia Roccella:

“La famiglia non può che essere, secondo i giudici, una società naturale composta da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio. Nessuna discriminazione dunque, ma l’affermazione dei principi fondamentali della Carta Costituzionale in cui tutti gli italiani si riconoscono”.

Non manca il “mitico”deputato Udc, Luca Volontè:

“La Consulta ha ribadito che il diritto alla famiglia implica doveri tra genitori eterosessuali. Ogni altra pretesa è stata giudicata correttamente come assolutamente priva di ogni fondamento. Un giudizio chiaro che condividiamo e del quale prendiamo atto con soddisfazione”.

Insomma, una maggioranza, per dirla in termini clericali, che canta il Te Deum, e una sinistra basita, poco convinta, quasi disarcionata sui temi che ha appoggiato negli anni con ben poca convinzione.

Tocca ancora una volta a noi, fatevi sotto coppie di fatto e di amore. La battaglia non è ancora finita, figurarsi se persa. Noi continueremo a parlarne e magari potreste essere voi a raccontarci la vostra storia di coppia che pubblicheremo. È il momento di agire!

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Italo Bocchino (Pdl): “Direi sì a un premier gay. Se gli uomini vanno a trans colpa del femminismo”

Le spara grosse sugli uomini del Carroccio, tanto da urtare qualcuno; dice la sua sulle frequentazioni ai trans che chiama “travestiti” e sulla possibilità remota di avere un premier omosessuale. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, napoletano, classe 1967, intervistato da Klaus Davi per KlausCondicio, si lascia andare a riflessioni che riguardano la vita politica del nostro Paese, un po’ confondendo le cose, come quando assimila travestitismo e transessualità e un po’ fa emergere la sua parte di buonismo politico, dicendosi sereno e collaborativo nel caso in cui dovesse accadere di eleggere un premier omosessuale.

“Sono contrario a qualsiasi forma di discriminazione - ha affermato il deputato a Davi - e se un premier omosessuale venisse eletto dal popolo avrebbe tutto il diritto di governare il Paese. Sono contro le discriminazioni per l’orientamento sessuale. Detto questo, non considero che la cosa sia semplice; anzi, sul piano del costume non lo è certamente, ma non ci troverei nulla di strano”.

Immagino, qualche vespaio questa dichiarazione lo susciterà se, come afferma successivamente il deputato ex missino, le porte rimarrebbero chiuse invece ad una possibile candidatura di un leghista, questo perché dice:

“La Lega ha problemi di credibilità internazionale che sono tipici di tutti i partiti politici limitati in una parte di territorio. Questo ovviamente non favorisce un buon giudizio in una realtà come quella europea dove si stanno facendo i conti con un processo di integrazione addirittura dei paesi dell’Est”.

Al sagace Klaus Davi che gli chiede del perché gli uomini vadano a transessuali e prostitute, Bocchino, non ha dubbi: la colpa va tutta ascritta al femminismo passato, presente e futuro. Sta tutta lì la causa per cui “gli uomini oggi vanno sempre più spesso con i travestiti”. Una cultura di libertà è diventata per l’onorevole Pdl un veicolo di trasformazione dei gusti sessuali. Mah!

“Da un lato – ha detto – credo ci sia un’esaltazione della trasgressione e dall’altro un cambiamento dei rapporti tra uomo e donna anche dal punto di vista sessuale negli ultimi decenni. La donna è diventata più aggressiva, c’è un rapporto diverso rispetto a quello che c’era una volta. L’emancipazione della donna è stato un fatto straordinario per il paese e per lo sviluppo della famiglia, tuttavia l’estremizzazione del movimento femminista ha portato la donna ad avere un ruolo dominante nella coppia fino a colpirne la stabilità”

Bisognerebbe capire anche meglio, quando Bocchino apre la strada ad un possibile premier omosessuale. Parla, infatti, di elezione diretta del popolo e non credo che da qui al prossimo appuntamento elettorale possano e vogliano fare una riforma costituzionale di tale portata. Certe riforme, in Italia, si predicano per non farle mai. Ma l’intenzione del deputato pare buona.

Strano però che da capogruppo del Pdl, dichiarandosi contro ogni discriminazione, non abbia appoggiato, ad esempio, la legge contro l’omofobia fatta dalla sua collega Anna Paola Concia. Le parole devono avere un peso e lo hanno maggiormente se dette da un rappresentante politico.

È pur vero che la nostra politica ci ha abituati ad ogni sorta di dichiarazione a favore delle tutele omosessuali, ma il gioco si è fermato sempre lì, alle parole e mai alle promesse e ai fatti.

Sull’ipotetico premier omosessuale, non credo Bocchino pensasse, che so, a Nichi Vendola. Ovviamente a qualcuno della sua parte politica. Chi?


Paola Concia a Domenica Cinque: “Non si sceglie di essere omosessuali: le donne? Troppo complicate per me”

Paola Concia a Domenica Cinque: "Non si sceglie di essere omosessuali: le donne? Troppo complicate per me"

Intervistata da Barbara d’Urso a Domenica Cinque, Paola Concia ha parlato della sua vita, da quando ha compreso di essere lesbica fino al momento in cui ha incontrato la donna che intende sposare al più presto:

“L’omosessualità non si sceglie, anche perché, e se avessi potuto scegliere, non avrei scelto le donne perché siamo troppo complicate. Quando avevo 17 anni, compresi che ero attratta da persone del mio stesso sesso. Una sera ero in spiaggia con alcuni amici e facemmo il bagno in piena notte. Quando uscii dall’acqua, una mia amica mi venne incontro per coprirmi con l’asciugamano… e mi baciò. Fu una cosa bellissima. Non potevo raccontare a nessuno quella storia, ma una sera un amico dei miei genitori mi convocò a casa sua e mi disse che stavo facendo una cosa terribile e che avrei fatto molto soffrire i miei genitori”

E la Concia ha ammesso che in quel momento, la sua condizione omosessuale la faceva sentire “sporca”, brutta e sbagliata. E si pente di non aver fatto mai coming out apertamente con la madre, ma che lei lo aveva sempre saputo:

Nel 2000 ho fatto coming out pubblicamente e quando ho dovuto raccontare tutto a mio padre lui mi disse: “Spero che tu sia felice. Io ti sarò sempre vicino”

E conclude parlando della sua storia con la compagna Riccarda con cui vuole unirsi civilmente il prima possibile:

“Lei è tedesca e ci sposeremo in Germania, ma sono fiduciosa che la Corte possa interpretare fino in fondo il principio di uguaglianza della costituzione italiana per tutelare tutti i cittadini”

Foto | Riciardengo


Aurelio Mancuso: “Vi spiego alcune cose su Arcigay, sul Pd, sulla politica. Sui diritti gay siamo alla desertificazione; e oggi tocca alla Consulta”

Aurelio Mancuso: "Vi spiego alcune cose su Arcigay, sul Pd, sulla politica. Sui diritti gay siamo alla desertificazione; e oggi tocca alla Consulta"Cessata la sua attività come presidente nazionale di Arcigay, Aurelio Mancuso non è uscito dalla scena politica e di lotta del Movimento lgbt italiano. In tanti lo hanno criticato, e molti sono stati probabilmente i suoi errori. Per chi lo conosce sa che ha dato impegno e forza ad Arcigay, portando diverse battaglie in piazza e facendo sentire la voce militante sui diritti civili negati alla politica. Smessi i panni di presidente di Arcigay, lo abbiamo incontrato per trattare con lui diversi temi che stanno a cuore a tutti. Di certo, le acrimonie, in un movimento come il nostro, così frastagliato e diviso, servono a poco. È certo che al di là delle proprie o altrui valutazioni, coloro che conoscono il movimento devono poter continuare a svolgere un ruolo di sfida e di impegno per dare un contributo alle nostre decennali battaglie. Aurelio, come Grillini o Gottardi e altri, fanno parte di questa pletora di persone, che in questi anni hanno fatto crescere molti di noi, il movimento, la società civile.

Cominciamo da Perugia. Cosa non è andato tra i delegati Arcigay che alla fine si sono divisi su molte cose?
Le premesse per un Congresso di forti divisioni c’erano tutte: si sono confrontate due mozioni che non contenevano differenze sostanziali sugli obiettivi politici, quanto sull’idea di come gestire e rinnovare Arcigay. Durante le giornate perugine sono emerse forti distanze e anche conflitti, ma bisogna ricordare che per esempio la Commissione politica ha approvato tutti gli ordini del giorno all’unanimità, cosi come le altre commissioni hanno lavorato bene. Sull’elezione di presidente e segretario nazionali era inevitabile che emergesse un contrasto anche di tipo personale. Credo però che Arcigay sia già impegnata ad andare oltre

Paolo Patanè e il nuovo segretario Nazionale intendono rifondare Arcigay. Smessi i panni di presidente, cosa non andava nell’associazione?
L’associazione gode di ottima salute dal punto di vista organizzativo, negli ultimi otto anni, ovvero quando ho ricoperto prima il ruolo di segretario e poi, quello di presidente, sono quadruplicate le entrate, sono aumentati i comitati territoriali, si sono avviati strumenti di formazione e progettazione che hanno lavorato bene. Ciò che manca ad Arcigay è una concreta consapevolezza delle sue enormi potenzialità sociali e politiche. Bisogna concludere la riforma organizzativa avviata alcuni anni fa, soprattutto nell’ambito della certa acquisizione delle risorse spettanti dal tesseramento. Fanno bene i nuovi dirigenti di Arcigay a porsi l’obiettivo di riformare profondamente Arcigay. Questo è il tempo giusto per osare e liberarsi finalmente da condizionamenti e conservatorismi del passato.

Aurelio Mancuso: "Vi spiego alcune cose su Arcigay, sul Pd, sulla politica. Sui diritti gay siamo alla desertificazione; e oggi tocca alla Consulta"Ci sono state accuse di personalismi, di dissapori all’interno di Arcigay, di mire politiche poco condivise durante la tua presidenza. Forse qualche sbaglio c’è stato.
Assolutamente sì. Queste tensioni sono emerse perché il sottoscritto ha volutamente provocato discussioni inedite dentro l’associazione, che era un po’ abituata ai confronti paludati simili alla sinistra storica. Per esempio, quando Sinistra e Libertà ha proposto di candidarmi per le elezioni politiche, ho immediatamente informato la Segreteria nazionale e aperto un confronto interno chiaro, che permettesse al gruppo dirigente ristretto di esprimersi, di consigliarmi. Alla fine, come si sa, ho rifiutato quella candidatura, ma l’ho fatto alla luce del sole, senza ipocriti infingimenti. Per chi conosce bene la storia di Arcigay, sa che questa è stata quasi una provocazione, così come ne ho scientificamente operate altre, perché si era abituati ad attendere il maturarsi definitivo di proposte o di scelte personali in silenzio. L’emersione di conflitti e di distanze ha disorientato molti militanti e dirigenti Arcigay, alla fine il tempo mi darà ragione: era necessario liberarci da ritualità e consuetudini, io ho scelto di testarlo in prima persona.

Perché oggi Arcigay soffre di poca militanza, di poco ascolto dalla politica, di battaglie iniziate e mai portate alla vittoria?
Rispetto a solo pochi anni fa la militanza in Arcigay è aumentata vertiginosamente, ma questo oggi non basta. Non è sufficiente alla stessa associazione, perché è diffusa la consapevolezza che l’aumentare dei militante non accorcia sostanzialmente la distanza tra l’impegno dei pochi e il disimpegno della comunità lgbt. Personalmente sono ormai convinto da tempo, che la capacità propositiva dimostrata in tanti anni di lavoro si è scontrata con l’ostilità o l’indifferenza da parte delle istituzioni e della politica proprio perché manca a noi stessi un concreto consenso popolare all’interno della comunità lgbt.

Paola Concia (Pd), ha lamentato in maniera forte il silenzio e il disinteresse verso il suo lavoro parlamentare da parte di tutti.
Paola è stata eletta nel periodo storico più duro per il movimento lgbt italiano. La sconfitta subita rispetto alla sordità dimostrata dal governo Prodi, ha pesato anche successivamente nei suoi confronti. Unica parlamentare omosessuale eletta Paola, ha dovuto confrontarsi con un movimento deluso e diviso. Sono stati due anni duri per lei e per tutti noi. Ora però bisogna riprendere il filo del confronto. In Parlamento Paola Concia ha dimostrato di saper attirare attenzione, di suscitare dibattiti e confronti anche con il centro destra. Nel rispetto dei differenti compiti la Concia e il movimento devono collaborare e ascoltarsi.

Che Arcigay hai lasciato? Cosa sarà per noi la sentenza della Consulta, oggi?
Solida nella volontà collettiva di intraprendere strade nuove e anche inesplorate, ancora incerta e riflessiva sugli strumenti adeguati e sulle strategie. In questo periodo si punta molto sulla strada giudiziaria, attendendo ciò che dirà la Corte Costituzionale oggi rispetto al quesito posto da quattro tribunali sull’illegittimità delle persone dello stesso sesso di sposarsi. Credo che l’attesa di tutto il movimento sia comprensibile, allo stesso tempo rimango dell’idea, che in Italia la via giudiziaria può aiutarci attraverso sentenze e pareri, che già sono acquisiti, a sollecitare il Parlamento ad affrontare il tema. Il confronto con la politica rimane il vero nodo.

Aurelio Mancuso: "Vi spiego alcune cose su Arcigay, sul Pd, sulla politica. Sui diritti gay siamo alla desertificazione; e oggi tocca alla Consulta"In molti lamentano che i numeri di Arcigay arrivino da tessere usate per entrare nei locali, non certo per far politica o frequentare i circoli.
Finché la tessera sarà percepita come una fastidiosa tassa per finanziare l’attività di un gruppo di militanti distanti e anche non affini, allora non avremo operato il vero cambiamento necessario. Auspico che la nuova dirigenza riesca a superare il muro di conservatorismo e diffidenza che sia nei Comitati Provinciali e sia nei Circoli Affiliati ha per ora impedito una mescolanza, un ascolto e una collaborazione reciproca, che permetta a tutti i soci di poter incidere.

Ci puoi spiegare questa tua voglia di tornare a far politica? Con chi? Con quali propositi?
Per chi proviene come me da una lunga esperienza politica e dei movimenti, la politica è il tratto essenziale della propria esistenza. Non ho mai smesso di fare politica, ho segnato una giusta distanza nell’impegno di partito, perché rappresentavo un’associazione dove convivono differenti culture e orientamenti politici. Ho in questi giorni fatto domanda d’iscrizione al PD, scelta maturata da qualche tempo e che si concretizza dopo il Congresso Arcigay.

Ritieni che una persona lgbt possa ancora sperare in un partito come il Pd per le sue battaglie?
Ritengo quel partito ancora distante dalle nostre richieste, incapace di comprendere il mutamento sociale e di esser coerente con la Costituzione e il Trattato di Lisbona. Ma con quel partito dovremo tutti fare i conti e personalmente voglio aiutarlo a cambiare. Però il mio principale impegno sociale e politico rimane all’interno del movimento lgbt, di cui credo sia necessaria una vera rifondazione.

Ha fatto discutere la tua richiesta di dialogo con la chiesa cattolica. Che dialogo possiamo avere con loro?
Credo che il movimento non debba precludersi nessun confronto. Esser contro le politiche messe in campo dal Vaticano e dalle gerarchie cattoliche italiane è un dovere civile, lo dico come militante e lo sottolineo ancor di più come cattolico di base. Nessuno sconto è possibile quando è attaccata la laicità dello Stato, i diritti delle persone lgbt e delle donne. Ma la chiesa è solo questo? No non è così. La chiesa cattolica (e il dialogo naturalmente deve esser sempre aperto a tutte le confessioni religiose) è anche altra cosa. Con diversi preti è possibile confrontarsi, con articolazioni territoriali e associative cattoliche abbiamo avuto contatti. La chiesa è un attore politico e sociale potente non solo perché le gerarchie hanno tentato di trasformarla in un partito, ma soprattutto perché nella concretezza della quotidianità è capace di interloquire e agire con vaste proporzioni della società italiana. Esser disponibili al dialogo non significa metter in discussione le proprie idee, è invece un atteggiamento positivo che potrebbe anche aprire evidenti contraddizioni interne. Il tema è spinoso e mi rendo conto che la mia “provocazione” può lasciare interdetti, ma dobbiamo saperci muovere con lucidità, perché non è vero che i cattolici italiani sono tutti omofobi e anti libertari. Tutte le ricerche sociali, anche quelle commissionate dalla Cei, dimostrano l’esatto contrario. In ultimo rimane sullo sfondo la questione mai seriamente affrontata di quanti gay e lesbiche italiane siano credenti e, quanto questa loro fede incida negativamente o positivamente rispetto alla pienezza della loro vita. Dentro il movimento ci sono troppi atteggiamenti confusi, liquidatori e superficiali. In quest’ambito intendo proseguire un mio impegno di testimonianza e di confronto culturale.

Il Vaticano si trova in un mare di guai per i suoi sacerdoti pedofili e per i silenzi sulle violenze sessuali. Secondo te è una chiesa che vuol parlare con la comunità lgbt?
Gli scandali sessuali che travolgono oggi la chiesa sono, lasciami usare questa esclamazione, una benedizione! Sul terreno delle libertà sessuali era inevitabile che prima o poi scoppiasse il bubbone delle violenze e degli abusi perpetrati da preti e educatori cattolici. Non si tratta tanto di una conseguenza del celibato, (anche se il tema finalmente è oggetto di confronto pubblico) quanto dell’antico pessimismo sessuale. Più la chiesa reputa il sesso una pratica sporca, necessaria solamente per la riproduzione e più lo fa diventare interessante, una pulsione irresistibile, quanto lo è teoricamente e praticamente il peccato nelle sue diverse accezioni. La gerarchia cattolica non vorrebbe dialogare con nessuno e tenta, come ha fatto recentemente padre Lombardi, di accreditarsi come vittima, come non unica istituzione dove avvengono abusi e violenze ai danni dei minori. È una difesa disperata, che non convince nemmeno le alte gerarchie. Tenteranno in tutti i modi di minimizzare, di far finta di occuparsene con pene interne severe, la verità è che il dramma si sta consumando all’interno della chiesa. La repressione sessuale è la linea Maginot delle gerarchie reazionarie, che buttando a mare il Concilio Vaticano II, reputano la società odierna nemica. Il loro potere si basa sulla paura e l’ignoranza. Proprio per queste ragioni si libereranno nuove idee, che negli ultimi trent’anni sono state emarginate e anche ridotte al silenzio. Per il movimento lgbt, ma per tutte le persone che hanno un robusto bagaglio di esperienza e studio rispetto alle libertà individuali, è un’occasione d’oro per aprire fronti di dialogo, di contraddizione, di polemica culturale e sociale.

Cosa manca oggi alla nostra comunità per parlare con la politica?
Manca la convinzione. La consapevolezza di poter essere una forza sociale davvero importante e capace di orientare il consenso elettorale. Troppe le divisioni interne, i reginismi, la volontà di far emergere posizioni sensazionali che possono attirare l’interesse dei mass media. C’è urgenza di sostanza, di solidarietà tra di noi, di capacità d’ascolto prima di tutto della comunità lgbt. Il movimento lgbt è riconosciuto come soggetto che porta in piazza centinaia di migliaia di persone, ma non è ancora capace di costruire compattezza, proposte che convincano l’intera comunità, che forniscano una corretta immagine delle persone lgbt nei confronti dell’opinione pubblica e dei mass media.

Con chi dovremmo parlare, col centrosinistra, con il centrodestra? Col Pd? Chi davvero secondo te ha a cuore i nostri diritti?
La politica italiano non ha a cuore i nostri diritti. Siamo alla desertificazione e riprendere un dialogo concreto non sarà semplice, ma come ho detto prima, non ci si può sottrarre. Entrambe i poli sono ancora in movimento, dopo le regionali credo che si svilupperanno ulteriori mutamenti. Il compito delle associazioni lgbt è di mantenere fede alla piattaforma rivendicativa e allo stesso tempo di cogliere i mutamenti in atto del quadro politico. Personalmente non ritengo importante, nonostante io sia di sinistra, guardare con interesse uno schieramento piuttosto che un altro; quando si aprono spazi di dialogo, bisogna andare a vedere e attendere risultati concreti. Auspico che prima o poi finalmente anche in Italia si formino una destra e una sinistra europee, questo renderebbe il nostro compito assai più semplice.

In queste elezioni regionali spicca per leadership e chiarezza di intenti Nichi Vendola, un uomo di movimento. Uno come Nichi potrebbe fare molto per le nostre battaglie. Non potrebbe essere lui la capacità di darci qualche diritto? Non dovremmo come movimento appoggiarlo?
Nichi è impegnato, da una parte nel salvaguardare la sua esperienza di presidente della Puglia e dall’altra di costruire una nuova sinistra italiana. Spero che riesca in entrambi i casi. Il movimento a mio modesto parere, deve sostenerlo sapendo che lui e altri leader di altri partiti sono una speranza per il futuro. Ribadisco che il problema siamo innanzitutto noi, ovvero come sapremo rifondare un movimento troppo lontano dalla realtà, ancora legato a schemi politici e culturali sorpassati da tempo. Voglio fare un esempio, che premetto, non vuole offendere nessuno: ancora una volta assistiamo a decine di candidature alle elezioni da parte di persone lgbt. Di queste a parte Vendola e Grillini, nessuna ha una concreta speranza di essere eletta. In questo modo facciamo un regalo alla solita politica del fiore all’occhiello, che ritengo mortificante e dannosa per l’intera comunità.

Hai parlato di una potentissima lobby gay in Vaticano. Ci puoi spiegare?
Beh la lobby gay del Vaticano è longeva, attraversa i secoli si organizza lontana da occhi indiscreti da tempo immemorabile. Si tratta di lobby nel senso negativo del termine, tutta impegnata a orientare e influire sugli incarichi interni alla Curia e nelle parti più importanti del mondo. Chi fa parte di questa consorteria non ammette tentennamenti, tradimenti e soprattutto pubblicità. Se sei dei loro, hai vita facile se no, quando omosessuale sei emarginato, se non denunciato. Ha occhi e orecchi dappertutto e oggi si deve confrontare con tanti altri poteri interni alla chiesa, prima fra tutte le settocrazia (gli appartenenti a Opus Dei, Cl, Compagni delle Opere, Legionari di Cristo, Focolarini) ecc. Povera chiesa in mano a schiere di simoniaci e blasfemi di tutti i tipi.

molti anche tra i politici, dicono che siamo persone che non necessitano di tutela; che siamo felici come siamo.
Invece ritengo che alla base della nostra perpetua sconfitta sul terreno legislativo ci sia proprio un atteggiamento aristocratico, che da per scontato che tutti i gay e le lesbiche siano oggi felici, affermati, gioiosamente appagati dalle serate in discoteca. Non è così. Già tra chi frequenta con assiduità i luoghi del divertimento, la solitudine è palpabile, se poi ampliamo lo sguardo sulla indistinta schiera di milioni di persone lgbt ancora clandestine allora comprendiamo che c’è un lavoro immane da svolgere.

Va rivisto, alla luce di quanto accaduto in una discoteca padovana, l’affiliazione di circoli in Arcigay?
Da quasi tre anni non si registrano nuove affiliazioni ad Arcigay. La crisi economica ha colpito duramente anche il settore del divertimento gay. I gestori dei locali lamentano cali negli introiti che oscillano dal 20 al 40 per cento. Anche la crisi però può essere un’occasione per rivedere alcuni meccanismi e consuetudini. Qui siamo in un campo delicato e che deve tenere conto anche delle misure varate da questo governo, che intendono colpire tutto l’associazionismo di promozione sociale. Nel caso di Padova, e in qualsiasi altro caso, se si accertano violazioni gravi delle normative, bisogna esser netti e revocare le affiliazioni. Proprio le difficoltà economiche possono favorire atteggiamenti di violazione delle leggi; è necessario utilizzare fermezza e allo stesso tempo non fermarsi qui. Sarà sempre troppo tardi quando dentro Arcigay e in tutto il movimento si aprirà una vera riflessione sull’abuso di droghe e alcool. Possiamo stare zitti di fronte a schiere di gay e di lesbiche che in tutti e, sottolineo tutti, ritrovi di aggregazione lgbt consumano sostanze di tutti i tipi, abbassando anche la soglia di attenzione rispetto ai rapporti sessuali?


“Non si può dare del gay a un altro”. Le reazioni del mondo lgbtq alla sentenza della Cassazione.


Il coro del mondo lgbt italiano è unanime (o quasi): la sentenza della Corte di Cassazione emessa ieri è un passo importante e una vittoria non solo per colui che si era rivolto ai tribunali, ma per tutto il movimento e per le sue battaglie. Probabilmente pesa molto l’attesa del 23 marzo, quando un’altra sentenza, importantissima, dovrà essere emessa sui ricorsi di alcune coppie omosessuali che si son viste negare il diritto a celebrare pubblicamente la loro unione. L’attesa per questa nuova sentenza è molta, fuori e dentro la comunità lgbt italiana, perché da lì, dicono in tanti, può partire una nuova primavera dei diritti o l’arresto e la disillusione che in Italia non c’è spazio per le coppie di fatto omosessuali. E si dovranno trovare nuove strategie politiche e giuridiche.

Intanto quel che è accaduto ieri ha svegliato, in qualche modo, i mass media che, in casi come questi, ci si fiondano come api al miele. Il Corriere della Sera, ad esempio, ha intervistato un uomo di alta dignità come Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela e ora eurodeputato del Pd. Crocetta è sempre stato un uomo che ha difeso e protetto la sua omosessualità, così come ha difeso e protetto la sua politica dagli sgherrami della mafia che lo voleva e lo vuole eliminato dalla terra. Del perché, hanno fatto bene i giudici, si dice assolutamente d’accordo:

“Assolutamente. Ma non solo per una generica difesa degli omosessuali come categoria a diverso orientamento sessuale. Per una questione di rispetto dell’individuo. Io posso essere gay e dirlo a tutti, come ho fatto io, ma posso esserlo e non volerlo dire a nessuno, condurre una vita dignitosa senza sbandierarlo ai quattro venti […] Anche se viene scritto in una lettera privata e si fa riferimento a episodi del passato di una persona si manca di rispetto. È la mia vita privata, siamo nella sfera della privacy. Qui è chiara la volontà dispregiativa. Perché devo essere definito gay se non voglio?”.

Più incisivi i pareri della militanza lgbt, primi fra tutti quella di Franco Grillini, candidato alle elezioni regionali, in corsa per l’Idv:

“La sentenza della Cassazione inneggia al rispetto. Ringraziamo la Cassazione perché ancora una volta la supplenza giuridica vale di fronte a un parlamento che non si decide a fare le leggi che sono state fatte in tutta Europa. Noi abbiamo tentato invano di scrivere una legge sull’omofobia che ricomprendesse anche l’ingiuria, la calunnia e la diffamazione”.

Misurata la dichiarazione di Arcigay, che dice di aver voluto considerare con attenzione la decisione della Corte di Cassazione:

“È molto importante - dichiara Paolo Patanè, presidente nazionale Arcigay – contrastare il pericolo che persino termini neutri come gay diventino il nascondiglio di atteggiamenti denigratori, ma ora è fondamentale che il Legislatore comprenda il segnale dato dalla Corte. Apprezziamo dunque la sentenza, ma ricordiamo ancora una volta l’urgenza dell’estensione della Legge Mancino ai reati d’odio motivati da diversi orientamento sessuale o identità di genere. Altrimenti il rischio è che un’attenzione più superficiale si fermi a parole neutre, magari senza intendimenti denigratori, lasciando paradossalmente indisturbati gli intendimenti e gli atteggiamenti denigratori senza parole”

A uscire fuori dal coro della campane suonate a festa, è l’ex presidente nazionale di Arcigay, Aurelio Mancuso, che mette sull’avviso:

“La cultura di questo Paese continua a essere arretrata. L’appellativo gay non può essere un’offesa. È una condizione ormai considerata normale. Ci sono altri termini, come frocio o pederasta che possono essere sì considerati offensivi. Gay no. Mi sembra una di quelle sentenze strane che ogni tanto emergono dalla Cassazione, ma non tengono conto dell’evoluzione sociale del Paese”.

La deputata del Pd, omosessuale militante, Paola Concia, si ritiene invece soddisfatta:

“Giusto. Non si può insultare qualcuno in ragione del suo orientamento sessuale. Adesso bisogna approvare la legge contro l’omofobia”.

Soddisfatta anche Imma Battaglia, leader del Di Gay Project di Roma:

“Era ora che in Italia ci fosse, ufficialmente una condanna verso tutti quelli che utilizzano il termine gay in maniera offensiva. In più se si pensa, come nel caso preso in esame dalla Cassazione, che spesso si allude all’equazione tra gay e pedofilia questa sentenza va nella direzione giusta. E’ una vittoria non solo legale ma prima di tutto culturale. Speriamo che questa sentenza sia di buon auspicio per l’appuntamento del 23 marzo, sempre alla Corte di Cassazione, che dovrà pronunciarsi sui ricorsi presentati da coppie omosessuali che hanno presentato richiesta di matrimonio ai Comuni ma è stata rigettata”.

Contrasta tra tutte le dichiarazioni , quella dell’Aduc, l’Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori:

“La Costituzione - ricorda l’associazione - recita al primo comma dell’articolo 21: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Questo principio è però disatteso con procedimenti penali come quello di cui parliamo. Se questo accade nelle aule di giustizia, non ci si può lamentare se poi accade in tanti altri luoghi, come il web. L’oscuramento di forum e blog, o di interi siti per la presenza anche di un solo commento ritenuto offensivo, è abituale. Con la sentenza di oggi, poi, si è scatenata la reazione delle organizzazione per i diritti dei gay che, con l’eccezione del presidente dell’Arcigay, si sono schierate nell’esaltazione della pronuncia della Cassazione. Ci domandiamo se il political correct debba essere liberticida. Secondo noi questa voglia di reprimere e punire il diverso, cioe’ colui che la pensa in modo opposto al proprio, non e’ molto diversa da quella di chi usa la parola gay come un’offesa”.

Per finire Paola Binetti, che chissà perché se la ride e dichiara soddisfatta:

“La Cassazione ha dimostrato che non serve alcuna legge. Bastano gli articoli 2 e 3 della Costituzione”.

Sì, vabbé!

Foto | jonworth-eu


E Paola Concia risveglia il Congresso Nazionale Arcigay

12 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

Qui a Perugia fiocca una neve che scioglie al contatto con il granito, ma il freddo si fa sentire fuori e dentro l’augusto Palazzo Priori - Sala dei Notari tutta dipinta e severa nella nobiltà che poco concilia con le asprità stagionali, così calde, pennellate, diamantine. È ovvio che in un clima invernale, il freddo possa entrare dagli usci e pervade la sala dove sono arrivati delegati da tutta Italia per la celebrazione solenne del XIII Congresso Nazionale Arcigay. Bella la location; ottimi i servizi e l’accoglienza. Tutto perfetto finché le lingue non si sciolgono, ed un po’ di quel freddo non entra in sala e risveglia un certo torpore. Qualcuno si mette di buona lena, ma è risvegliato dal sanguineo Gottardi, segretario nazionale uscente, che non transige sul rumorio in sala e spiascia biglietti agli ospiti per riuscire a stare nei canonici 5 minuti di saluti. Non ce la fa nessuno; tutti intenti a proclami doviziosi sulle proprie e altrui rivendicazioni. Ho assistito a parecchi Congressi, e non sono certo il tipo che riesce a scandalizzarsi per come vadano le cose.

Parleremo di altri, ma quella che riesce, nonostante ogni vana intenzione a catalpultare l’uditorio verso altri lidi, è lei, l’unica, attuale rappresentante del “cogito” parlamentare LGBT italiano: Anna Paola Concia.

“Ringrazio coloro che mi hanno invitata a questo Congresso; ma ringrazio di più coloro che non mi hanno voluto a questo Congresso. Il movimento deve rendersi conto che esistiamo e i conti vanno fatti con tutti. Oggi i peggiori nemici dei gay sono proprio i gay, il movimento che disconosce, che annulla una rappresentanza culturale ancor prima che politica”.

Qualcuno in presidenza riesce a nascondere malamente il disagio, ma in sala c’è un discreto silenzio che pare assenso. Si toccano le diaspore, quel silenzio che chissà cosa potrebbe dire.

Paola chiede e si chiede il significato di un movimento un po’ fermo sulle proprie ragioni, sul riconoscimento del valore che ognuno nel movimento, con le sue prerogative, ha la possibilità di mettere in campo.

“L’omofobia che ho sentito sulla mia pelle l’ho avuta dai miei amici gay. Chi mi conosce bene sa di cosa sto parlando. Sono preoccupata, per come vanno le cose e sono preoccupata per le varie frammentazioni che oggi ilo movimento riesce a dare di se stesso. Io credo che il nostro nemico è fuori dalla nostra comunità e non dobbiamo farci contagiare da certi personalismi. Per noi è un momento difficilissimo e guai a cadere nella trappola degli inutili orgogli. Ci faremmo male da soli. Tutte le battaglie che ci aspettano, sono tutte battaglie da vincere e le energie servono per vincere non certo per abdicare”.

Probabilmente domani, cercheremo di capire meglio quel che Paola intendeva in una importante assemblea nazionale come quella che si svolge qui a Perugia, e ve ne daremo debita cronaca.

Tornando alla “perfezione” congressuale, l’apertura viene fatta da Gottardi che introduce filmati in cui sciorina la nobile storia di un movimento; delle sue prime battaglie e dei suoi orgogli. Spuntano immagini di altri tempi: Mario Mieli al Parco Lambro; un giovane Grillini e un altrettanto, ora governatore della Puglia, Nichi Vendola. Le nostalgie forse toccano qualcuno in sala.

Poi si dà il via ai lavori. Alla presidenza vanno, Aurelio Mancuso, Gottardi, Balliello, due organizzatori Arcigay di Perugia, Bert D’Aragon, Rebecca Zini, Salvatore Sinioli, Carla Liberatore.

Arrivano gli auguri del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quelli della Ministra per le Pari Opportunità e quelli della Gioventù. Nella sua relazione Mancuso ammette degli errori di valutazione ma il perno centrale resta il movimento; resta Arcigay. Riconosce tutte le difficoltà del momento e quel dovere irrinunciabile a non sottrarsi alle proprie responsabilità. La posta dei diritti è una posta troppo alta per giocarci come fanciulli.

In sala, tanti gli ospiti: Sergio Rovasio, anima di “Certi Diritti”; Francesca Polo di Arci Lesbica; Maria Gigliola Toniollo della Cgil Diritti; Paolo Ferrero e Franco Giordano di una sinistra tornata extraparlamentare e Silvana Mura anima dipietrista dell’Idv.

Domani, giornata di fervori. Si attende l’arrivo di Bersani e di altri. Il Congresso entrerà nel vivo.


XIII Congresso Nazionale. Arcigay fa autocritica nelle due mozioni e cerca un futuro. Ecco cosa non va!

11 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

XIII Congresso Nazionale. Arcigay fa autocritica  nelle due mozioni e cerca un futuro. Ecco cosa non va!

Perugia è una piccola, deliziosa città umbra. Da qui, ogni anno, parte una marcia che raccoglie qualche centinaio di persone che raggiungono, tra dolci pendii e casolari, Assisi. È la marcia per la Pace; la stessa che probabilmente servirà ai congressisti di Arcigay per uscire da un rinnovamento mancato; l’eccesso di burocrazia e poteri che l’ha allontanata da una certa militanza che è diventata solitaria e poco incisiva. Così, mentre l’Italia sta ancora attraversando una trasformazione che riguarda la politica ma anche le idee e le azioni dei cittadini, certi egoismi esaltati dalla Lega, una crisi economica che presto presenterà un conto salato, tutto a scapito dei più deboli; anche i diritti civili omosessuali sembrano aver preso una china in discesa, una frantumazione di tante battaglie che dovevano portare risultati e ci siamo ritrovati invece di fronte a nuove omofobie; a preti che intendono togliere un sacramento ai gay, a nuovi predicatori-psichiatri che inventano cure “riparatrici” contro l’omosessualità; ad una Babele di disinformazione e linguaggi che hanno fatto arretrare i movimenti.

Le due mozioni che si discuteranno a Perugia, iniziano entrambe con un’autocritica alla luce del presente e di tre anni in cui è stato impossibile lo svolgimento di una concreta azione politica. A dirlo non siamo noi, ma la mozione “Essere futuro”, presentata da Paolo Patanè, in quota presidente al posto di Mancuso e Luca Trentini che si candida a sostituire in segreteria nazionale Riccardo Gottardi.

“Arcigay è apparsa incapace di elaborare una strategia politica alternativa, idonea a produrre politica in condizioni di assoluta impraticabilità dei percorsi parlamentari. Abbiamo perduto l’occasione di approfondire le opportunità legate alla strategia giudiziaria per l’affermazione dei nostri diritti, e quelle legate ad un rinnovamento delle caratteristiche della nostra comunicazione, fino a perdere del tutto l’iniziativa sul tema delle unioni e del matrimonio civile. In generale è mancata la capacità di sperimentare modalità e strumenti innovativi di proposta politica, come ad esempio, le leggi di iniziativa popolare […] Il risultato è stato un cortocircuito dei meccanismi di analisi e decisione politica; l’incapacità di elaborare una strategia; l’apertura di una stagione di veleni interna; la perdita di senso di ruolo per il Consiglio nazionale e per la stessa Segreteria. Arcigay è rimasta paralizzata su se stessa, subendo una perdita di consenso; uno scollamento della base associativa”.

Non meno cruda, l’altra mozione: “Inarrestabile cambiamento” che cita prima una frase di Harvey Milk sulla speranza e Barack Obama, per poi immergersi sul riconoscimento degli errori, e da lì, possibilmente, ripartire.

“Alla importante capacità di progettazione finanziata troppo spesso non ha fatto seguito il pieno coinvolgimento attivo dei territori né una ricaduta solida e diffusa in termini di risorse. L’emergenza negli ultimi anni è diventata troppo spesso regola. abbiamo molte volte agito sull’onda delle emozioni, a scapito della strategia”.

Poi i toni si fanno più aspri e mordaci:

“È all’apparenza poco giustificabile la perenne precarietà economica dell’associazione a fronte di un sistema di tesseramento che - per quanto da riformare - produce importanti risorse, e a fronte di una riconosciuta e meritoria capacità di trovare nuovi canali di finanziamento […] Arcigay è un’associazione di persone, non è un’azienda e neppure un partito, in cui sono i vertici a dettare ordini. Arcigay è di tutti noi e tutti ne siamo coinvolti, tutti siamo chiamati a viverla, decidere e agire per essa”.

Nella prima mozione, parlando delle trascorse rappresentanze parlamentari, forti e presenti come quella di Franco Grillini, Silvestri, Luxuria, Titti De Simone e magari anche Vendola, si dice dell’azzeramento di tale rappresentanza, dimenticando che esiste una donna caparbia e in continua prima fila come la onorevole Anna Paola Concia che solitariamente sta facendo un lavoro egregio. Forse una dimenticanza. Speriamo!

I temi affrontati dalle due mozioni sono la chiave che potrebbe aprire una nuova stagione per Arcigay se, ai buoni propositi e alle discussioni congressuali, seguirà una linea di rottura definitiva con l’immobilismo e le polemiche a favore di un progetto capace di soluzioni concrete verso tutti gli omosessuali, le transessuali; anche se non possiedono una tessera.

Nelle 20 pagine di “Essere Futuro” si affronta il tema della laicità come chiave di volta della politica di Arcigay, del suo riposizionamento nel panorama politico nazionale, pensando che “la stagione degli apparentamenti partitici e dei rapporti esclusivi debba ritenersi assolutamente conclusa, perché storicamente infruttuosa e persino deleteria per le affermazioni delle istanze GLBT”. Come dar loro torto? Le delusioni sui DiCo, che poi sono diventati altro, e ancora altro fino a sparire; le accese discussioni sull’estensione della Legge Mancino e, qualche altro buon proposito parlamentare, son tutti stati affossati senza che né l’una né l’altra parte politica ricordasse la Costituzione come uguaglianza e libertà di tutti.

Un’apologia dei diritti, dice la mozione, senza soluzioni parziali, nel principio di uguaglianza in tutte le sue possibili manifestazioni.

Si passa poi ad un tema caro a molti di noi: essere lobby, compiere azioni di lobbying, che non siano appannaggio esclusivo della dirigenza, ma diventare un patrimonio di tutti i soci Arcigay. Ecco allora il bisogno di costruire sinergie con professionisti GLBT, per fare non solo azioni di lobby strategica ma anche una vera azione di life long learning centrale e decentrata a tutti i livelli.

Ancora un tema, a chi scrive molto caro da sempre, è la relazione con il movimento:

“Riconoscere che il Movimento non è solo Arcigay, non sminuisce il nostro ruolo […] Abbiamo smarrito le relazioni con tanta parte del Movimento, imboccando una strada che non conduce da nessuna parte […] Proponiamo la prosecuzione di un itinerario federativo fra le associazioni LGBT italiane, che si configuri come una vera e propria Confederazione e che sia il luogo del confronto, del dibattito e della sintesi del Movimento”.

La mozione “Inarrestabile cambiamento, per certi versi, sembra percorrere la medesima strada, mettendo al centro le persone e la comunità LGBT. E aggiungendo:

“Arcigay dovrà impegnarsi per fare rete anche con le aziende. Contrariamente a quanto avviene nel resto d’Europa, le grandi imprese non investono alcuna risorsa dedicata al sociale per le organizzazioni LGBT”.

A questo, aggiungono

“Deve essere recuperata l’esperienza della “Rete Donne” e valorizzare l’esperienza della “Rete giovani”, uno strumento in grado di mobilitare risorse dentro e fuori la comunità LGBT”.

Gli impegni si allargano poi ai migranti, ai disabili, allo sport. Le priorità restano quelle: laicità, parità di diritti, lotta all’omofobia, salute e prevenzione Hiv, movimento e valorizzazione del territorio.

Ci sono poi le questioni puramente di organizzazione e di struttura interna che, al momento poco potrebbero interessarci. Interessante, invece la conclusione della prima parte:

“Deve essere inaugurata una nuova stagione di trasparenza sulle spese, i costi e i risultati che assuma la piena e routinaria pubblicità interna come principio cardine, affinché il Consiglio Nazionale e i direttivi di comitato possano aver chiaro quanto l’associazione investe in termini economici […] Una nuova modalità di confronto e condivisione tra i vari territori sarà anche l’istituzione de “La Festa dell’Arcigay” che avrà un carattere itinerante e prevederà di base 7 giorni di iniziative, dibattiti, workshop, da realizzarsi con eventi di autofinanziamento e con il supporto di sponsor ed enti pubblici e privati”.

D’accordo, intanto iniziamo a mettere a posto Arcigay e le tante battaglie perse per strada. Alla prossima da Perugia.


La vita dei gay nell’Italia 2010? Difficile e senza poteri

10 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

Gay Power Come vivono gli omosessuali italiani? Quali sono le loro aspirazioni, i loro sogni rivolti non solo al privato ma particolarmente verso la politica e le sue rappresentanze? Sogni, aspirazioni, desiderio di non essere più trattati da cittadini di serie B; uomini e donne che nella loro condizione sessuale si sentono sempre più spesso emarginati, impauriti da un clima ostile verso di loro, in famiglia come nel lavoro e nella società. La crisi economica va di pari passo con la crisi delle libertà individuali. Così Sette, il magazine del Corriere della Sera si è chiesto come è la vita degli omosessuali in questa Italia e ha dato voce ad alcuni protagonisti di queste esistenze difficili, con un interessante reportage che verrà pubblicato domani.

Il servizio racconta gli amori, le paure, le battaglie ancora da vincere in questo Paese assetato di nuove legalità che riguardano le coppie di fatto e i singoli cittadini che amano altri cittadini dello stesso sesso. I problemi di visibilità e accettazioni, sono trasversali: toccano il mondo dello sport dove un’allenatrice viene diffidata dal dichiarare l’amore “proibito” per una sua compagna; un manager che può assistere il suo compagno malato grave grazie alla comprensione dei medici, ma potrebbe essere messo alla porta senza spiegazione alcuna. E ci sono coloro, tanti per fortuna, che spendono parecchio tempo della loro esistenza per dare dignità alla loro e altrui vita.

Sette, parla poi con alcuni protagonisti omosessuali come Alessandro Cecchi Paone, Angelo Pezzana storico fondatore del Fuori, e la deputata Pd Anna Paola Concia. Qualche tempo addietro Libero pubblicò un articolo mettendo il fila una serie di nomi importanti che farebbero il “Gay Power” italico. Ci finirono dentro anche chi delle battaglie glbt ne fa a meno, probabilmente, grazie ad una vita agiata tale da potersi concedere il disinteresse su tutta la linea. Il fantomatico “Potere Gay” o “lobbygay” venne anche gridato insensatamente quando Rocco Buttiglione fu bocciato come commissario europeo a causa di certe sue dichiarazioni che poco coincidevano con le idee liberali e libertarie dell’Europa che poco comprendeva forme di discriminazioni da parte di paesi membri. Ma ahinoi, in Italia non esiste una lobby gay. Magari!

Ne è convinto anche Alessandro Cecchi Paone che a Sette dichiara:

“Non parliamo di potere gay: in Italia non esiste. Siamo l’unico Paese del mondo libero, civile, democratico, in cui i gay hanno ancora problemi di visibilità”.

Del resto siamo un paese dalle contraddizioni visibili dove un ministro come Ignazio La Russa apre ai gay in divisa, avvertendo però che nessuno si azzardi a presentarsi ad un Gay Pride con le stellette. Siamo il Paese che si dice avverso al riconoscimento legislativo delle coppie di fatto e gli stessi contrari agiscono in una continua ed esaltante ipocrisia.

“Il nostro è diventato un paese se possibile più omofobo negli ultimi anni. Purtroppo c’è un tasso impressionante di omofobia interiorizzata. Non è necessario essere militanti. La mia battaglia sul piano culturale è quella per la normalità degli omosessuali”

afferma, poi, Anna Paola Concia, per spiegare quanto lavoro importante c’è ancora da svolgere.

Probabilmente è una semplice casualità, ma il servizio viene pubblicato proprio alla vigilia del Congresso Nazionale di Arcigay. Un caso che comunque potrà dare qualche spunto di discussione in quel di Perugia.

Foto | Various Artist-Dance Plant Records


Diritti civili, Nasce un nuovo network europeo di deputati Lgbtq


Concia 2“E’ stato un incontro importante anche sul fronte dei diritti delle persone omosessuali a livello internazionale, e con Miguel Vale de Almeida, socialista, unico deputato gay dichiarato del Parlamento portoghese, abbiamo deciso di creare un network di deputati gay e lesbiche delle aule nazionali dell’Unione Europea con lo scopo di darci sostegno. Organizzeremo proprio a Roma il nostro primo incontro. I miei colleghi omosessuali di altri Paesi più avanzati dell’Italia, potranno essere un grande aiuto per smuovere le coscienze italiane sul tema dei diritti di gay e lesbiche”.

Questo è quanto ha dichiarato la deputata PD Anna Paola Concia, che ha partecipato in questi giorni a Lisbona alla nascita del movimento di impronta socialista “Rainbow Rose” che annovera anche rivendicazioni sui temi dei diritti civili e il riconoscimento dei matrimoni gay “che si è tenuto in Portogallo, un Paese ultra cattolico, ma che in tema di diritti civili ha solo da insegnare all’Italia”.

prideMentre l’Europa e i paesi democratici si danno da fare su questo fronte, il governo italiano non muove un dito per i nostri diritti e solo pochi politici impegnati come la deputata Concia si battono veramente e seriamente per vedere riconosciuti dei diritti che ci spettano come cittadini, ma che continuano ad essere negati nel nostro Bel Paese. Speriamo che la nascita di questo nuovo network dia nuova linfa al dibattito politico sui diritti delle coppie omosessuali e che al primo incontro nella nostra capitale non partecipino solo deputati gay e lesbiche ma anche esponenti di tutti gli schieramenti politici e del governo.

Via | paolaconcia.it


Enrico Oliari risponde alle parole di Francesco Zanardi: “Lo sciopero della fame non porta da nessuna parte ed è solo protagonismo”

Enrico Oliari risponde alle parole di Francesco Zanardi: "Lo sciopero della fame non porta da nessuna parte ed è solo protagonismo"

Enrico Oliari era stato citato da Francesco Zanardi nell’intervista esclusiva che Queerblog ha voluto pubblicare per voi lettori. Come tante altre associazioni, era stato “accusato” di aver usato indifferenza e non aver appoggiato la decisione dello sciopero della fame della coppia gay. E ora, lui risponde alle provocazioni, cercando di spiegare il proprio punto di vista e ribadendo la sua contrarietà ad una simile scelta:

“Vi è la protesta di Francesco Zanardi, Manuel Incorvaia e “Cris Gi Bari”, fatta di un mix di scioperi della fame, comparse televisive, denuncie di immobilismo rivolte alle associazioni e molta ingenuità, ovvero un’azione estremamente violenta sotto il profilo culturale, ma che di certo non rappresenta il guadagno di nemmeno un centimetro sulla strada verso la meta”

Oliari non condivide e non concorda sulla scelta dei due, nemmeno per la loro decisione individuale d’agire:

“Un modo di fare che personalmente non condivido, dove neppure la richiesta che ciascuno vada avanti con il suo dio viene esaudita”

Poi, porta alle luce alcuni esempi di questa gestione, a suo parere insensata, nel programmare incontri o manifestazioni che poi, sottolinea, si sono concluse in un sonoro flop:

“Lui già dal primo momento ha sempre imposto a tutto e a tutti le sue scelte di lotta, caratterizzate però dall’impossibilità di essere seguite: un giorno, di martedì, chiedeva il supporto delle associazioni per recarsi a Roma ad abbracciare il Parlamento per il giorno dopo (forse qualcuno lavora…) e chi non andava era invitato ad organizzare identiche forme di lotta attorno ai Comuni delle proprie città; ovviamente la manifestazione romana si era risolta in un flop, disertata persino dai due protagonisti…; un altro giorno, un giovedì, era per andare di lì a due giorni in cento di GayLib a Savona, mentre dalle finestre delle case d’Italia sarebbero dovuti sventolare drappi blu; alla conferenza stampa da lui organizzata a Roma, altro flop, era possibile andare, ma senza la possibilità di intervenire (abito a 600 chilometri dalla capitale…).”

Ed evidenzia come sia “facile” responsabilizzare le associazioni di qualcosa:

“Se un obiettivo è centrato, è merito suo, se è mancato, è colpa delle associazioni che non lo hanno sostenuto.”

E in merito alla censura di cui Francesco Zanardi ha accusato la stampa italiana (e non quella estera), le motivazioni per Oliari sono chiare e semplici:

“Zanardi si stupisce del fatto che il suo gesto non viene raccontato dai media principali e non raccoglie l’interesse del Parlamento… forse non sa che in questo preciso momento sono centinaia le persone in Italia che per i più disparati motivi stanno portando avanti quella forma di lotta: precari che hanno perso il posto di lavoro, sfrattati, carcerati… a Trieste Maurizio Fogar, del Circolo Miani, per denunciare la mancata chiusura della Ferriera di Servola e si potrebbe continuare a lungo”

Infine, è certo che anche lo stesso Zanardi sappia che la sua azione di sciopero della fame non porti assolutamente a nulla. E ricorda a tutti che esiste il trattamento sanitario obbligatorio. E pone un dubbio anche sul bollettino medico reso pubblico dall’uomo:

“No, non credo ne’ nello sciopero della fame di Francesco Zanardi (in Italia esiste il trattamento sanitario obbligatorio), né in quella forma di lotta che lo ha visto diffondere urbi et orbi una certificato di ricorso al Pronto soccorso incollato su un’e-mail intitolata “Bollettino medico del terzo giorno rilasciato a causa di un malore durante la notte”: ingenuamente qualche media aveva inteso un malore conseguente all’astensione dai pasti, ma parlava di una reazione allergica alle graminacee… (che sfiga, in inverno!). Io penso che Francesco Zanardi meglio di tutti sappia che lo sciopero della fame non porterà a nulla, per questo sono convinto che la sua energia e la sua voglia di fare siano meritevoli, solo vadano convogliate verso progetti più organizzati e, se pur non guasta, non portati al protagonismo esasperato.”

E chiude la risposta, citando la famosa carbonara che tanto aveva infastidito anche voi lettori. Non nega la cosa e la riporta come metodo di incontro e di dialogo:

“Ci sono tante piccole battaglie da fare, libertà e diritti da costruire: nella lotta c’è spazio per tutti, anche ragionando dopo una carbonara.”

Foto | Oliari


Intervista esclusiva a Francesco Zanardi, in sciopero della fame per i diritti gay” Paola Concia mi è sempre vicina, quasi tutte le associazioni Lgbt ci hanno abbandonati”

Francesco Zanardi

Come è lo stesso Francesco Zanardi a farmi notare per telefono, il telegiornale è più interessato a parlare dello sdradicamento di una grande quercia per ampliare un’autostrada, piuttosto di parlare della decisione di digiunare da parte di due cittadini italiani che cercano solamente di calendarizzare le unioni civili. Ed è, ahimè, una triste ed innegabile realtà.

I giornali e le televisioni sembrano aver dimenticato (o rimosso) che un uomo non sta più mangiando da circa tre settimane per ottenere un diritto sacrosanto che in altri Paesi è, invece, già stato concesso. Spesso si leggono le notizie di avvenimenti esteri che ci fanno inorridire, ma non abbiamo l’obiettività di renderci conto come, in Italia, proprio da noi, la censura di certe richieste legittime, avvenga sotto gli occhi di tutti.

Ho chiamato Francesco questa mattina al cellulare per avere un’intervista, per cercare attraverso questo blog di dare voce e risonanza ad una scelta coraggiosa che deve, continuamente, essere supportata e compresa. Mi ha risposta una persona disponibile a parlare a cuore aperto, a raccontare la propria storia e ad ammettere delusioni o solidarietà che ha incontrato in questa sua sofferta, ma determinata, scelta. A voi lettori, le parole di Francesco Zanardi:

Francesco ZanardiCiao, Francesco, domanda inevitabile prima di cominciare a parlare… Come stai?
Mi sento meglio, ci sono stati momenti difficili, sono appena reduce da una bronchite, ma la situazione diciamo che è sotto controllo. Al ventunesimo giorno di sciopero della fame, mi sono sentito male. È intervenuto il mio dottore che mi ha ‘ordinato’ di nutrirmi almeno con qualche pappetta: il mio fisico era troppo debilitato e non potevo assolutamente continuare così. Abbiamo quindi deciso di provare a vedere come avrebbe reagito il mio corpo all’assunzione di queste pappette e c’è stato un miglioramento. In caso contrario avrei dovuto ricominciare a nutrirmi…

Affrontiamo subito il problema spinoso ed evidente: la censura italiana. Che cosa sta accadendo?
Non ne parlano, non si riesce a far uscire alcuna notizia in merito. I quotidiani esteri ne discutono, cercano di darne risalto. Per farti un esempio, ho appena lasciato un’intervista ad un giornale olandese, mentre qua in Italia, non avviene nulla del genere. I giornali stranieri pubblicano la storia, le associazioni straniere cercano di intervenire, l’Unione Europea fa un richiamo all’Italia, gli Eurodeputati fanno lo sciopero della fame in segno di solidarietà. Il 22 gennaio c’è stato il richiamo ufficiale da Bruxelles per il Parlamento, c’è stata una nota di denuncia per questa cosa che sta accadendo. Ma ne ha parlato qualcuno? No, non è stato riportato da alcun giornale, nessuna nota, nessuna comunicazione in alcun tg. L’unica persona in questo settore su cui continuo a poter sentire e vedere di avere un appoggio è Paola Concia.

Raccontami di Paola…
Ci ha sempre appoggiato in questa scelta. Io per primo, quando in una delle poche interviste in cui ho proposto questo sciopero della fame a staffetta, lei ha supportato questa mia iniziativa, anche se c’è un enorme scoglio alla concretizzazione della cosa: manca il supporto delle organizzazioni Lgbt e l’appoggio nel divulgare questa coalizione e questa realtà. Per farti un esempio, Paola mi ha mandato un sms qualche giorno fa, in cui si poteva leggere il suo più totale sconforto: “Non so cosa fare in Parlamento, mi sento sola”. Poi ci sono anche state persone che non hanno condiviso la mia scelta, come Imma Battaglia, ma ha continuato ad appoggiarla. Ho comunque trovato positiva la sua onestà di pensiero ma anche la sua scelta di non abbandonarci.

Chi invece ti ha profondamente deluso?
Le associazioni Lgbt italiane, sebbene alcune regioni come il Piemonte, la Liguria, la Toscana, il Lazio e la Lombardia abbiano deciso di stare dalla nostra parte. Per quanto riguarda invece la staffetta per il digiuno, non avrebbe eco da parte delle associazioni, quindi risulterebbe inutile. Ti faccio un esempio: durante lo sciopero, poco tempo fa, un giorno ho chiamato Enrico Oliari, presidente di GayLib per chiedergli se poteva appoggiarci e parlare della cosa. Sai cosa mi ha risposto? “Ciao Francesco, mi sono alzato da poco e mi sono appena mangiato una bella carbonara…”. E puoi immaginare la mia reazione: non è esattamente carino e delicato esordire così quando hai dall’altra parte una persona che sta facendo lo sciopero della fame…

Un’associazione che invece ti ha “sorpreso” positivamente?
Sicuramente Certi diritti. Mi è sempre stata vicino, abbiamo organizzato insieme alcune manifestazioni e stiamo promuovendo altre fiaccolate dei diritti. Oggi avverrà a Bari alle ore 18 in via Sparano angolo via Calefati. Poi domani a Firenze alle ore 15 presso la sede dei Valdesi in Via de’ Serragli 49, III durante il congresso nazionale Certi Diritti. Mi hanno invitato ad accendere la fiaccola e a dire qualche parola, cercherò a tutti i costi di esserci e spero di avere la forza di parlare un po’ in pubblico, se non sarò troppo debilitato. Poi ci sarà a Sannicola (Lecce) sempre in quei giorni, a Piacenza il 1 febbraio alle ore 11 davanti alla Prefettura e a Cosenza il 2 febbraio ore 18,30 piazza Bruzi seguirà corteo fino a piazza 11 Settembre. La fiaccolata che c’è stata a Roma, purtroppo, ha avuto poco riscontro anche per la poca informazione che c’è stata e per una specie di terrorismo per boicottare la cosa.

Quali sono adesso le tue intenzioni in merito? Continuerai a digiunare?
Io voglio andare avanti, voglio almeno ottenere la sicurezza della calendarizzazione, questo è il minimo da poter ottenere. Lotterò con tutte le mie forze, fino al momento in cui non potrò fisicamente più. Sai, io e Manuel siamo soli, lui mi è sempre stato vicino. Mi ha visto vomitare, stare male, soprattutto nelle prime settimane. Finché avrò la forza di reggere, non mi arrenderò. Ma non posso rischiare fino al punto di rischiare di lasciare il mio fidanzato da solo…

C’è un messaggio che vuoi dare ai lettori e al popolo Lgbt italiano?
Sì… Gli omosessuali italiani mi stanno dando un grande supporto, anche su Facebook. Vorrei che tutti iniziassero a pensare che non siamo soli, che con qualche gesto, insieme possiamo fare qualcosa con forza. La situazione è grave, ma non possiamo e non dobbiamo arrenderci. Non deve ‘per forza’ essere la strada che ho scelto di percorrere io, basterebbe solamente scendere in piazza, lottare per i nostri diritti, pretendere quello che, assurdamente, ci viene negato

Grazie Francesco per la disponibilità: debilitato nel fisico e reduce da una brutta bronchite, è stato più di un quarto d’ora al telefono con me. Era stanco, era provato, ma ha mostrato ancora una volta l’energia e la forza che lo rende protagonista di una lotta coraggiosa ed esemplare per i diritti Lgbt. Per i nostri diritti Lgbt, di tutti noi. Non dimentichiamolo mai!

Noi di Queerblog cercheremo di aggiornarvi sempre in merito alla situazione e di dare ampio risalto a questa vicenda che nel nostro paese cerca di essere sempre più censurata. Ma non qui, non da noi. A presto, Francesco e Manuel!


E’ partita la ‘maratona omofobia’

28 gennaio 2010 LUCA DELLA Nessun commento

rainbE’ partita ieri in occasione del giorno della memoria, la maratona contro l’omofobia, un’iniziativa del tavolo Lgbte del Partito Democratico e di Queer.SeL – Sinistra e Libertà per la cultura delle differenze. Questa importante iniziativa, ha spiegato Paola Concia, “sosterrà e darà forza alla proposta di legge contro omofobia e transfobia di nuovo in discussione in Commissione Giustizia dal 10 dicembre 2009. Con essa verranno promosse nei consigli comunali, provinciali e regionali mozioni contro omofobia e transfobia“.

La parlamentare ha poi continuato: Abbiamo scelto il Giorno della memoria per presentare l’iniziativa perché vogliamo ricordare che gli omosessuali sono stati anch’essi vittime di deportazione nei campi di concentramento. Vogliamo rendere evidente come la rimozione di ogni discriminazione del diverso debba rimanere in cima all’agenda politica di un paese che si definisce civile.Con Maratona contro l’omofobia il ricordo diventa iniziativa concreta”

via|Virgilio

SITO WEB INIZIATIVA: maratonaomofobia.it


Maratona contro l’omofobia: per Paola Concia è un’occasione per rilanciare i diritti

28 gennaio 2010 Robo Nessun commento

L'onorevole Paola ConciaCome vi abbiamo già detto, ieri è stata presentata la Maratona contro l’omofobia. Si tratta di una ‘maratona’ istituzionale, come ci spiega l’onorevole Paola Concia:

“La maratona contro l’omofobia non è altro che la richiesta ai comuni, alle provincie e alle regioni di approvare mozioni contro l’omofobia a sostegno di iniziative delle istituzioni stesse e per sollecitare il Parlamento all’approvazione della legge contro l’omofobia e la transfobia in discussione alla Camera. I cittadini possono sollecitare i comuni, le province e le regioni ad approvare le mozioni”.

Abbiamo poi chiesto all’onorevole Anna Paola Concia cosa pensi quando si dice che è stucchevole innalzare la bandierina dell’omocausto nella Giornata della Memoria, quasi per volersi fare pubblicità:

“Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini ha parlato dell’omocausto, delle tante vittime che sono state sterminate nei campi di concentramento insieme agli ebrei solo perché diversi. Se lo ha detto Il presidente della Camera lo possiamo dire pure noi. È memoria e la memoria serve a costruire il futuro”.

A proposito, ecco le parole che il presidente Gianfranco Fini ha rivolto alla Camera ieri, introducendo Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace 1986:

“[A Elie Wiesel] sono particolarmente grato di aver accettato l’invito di rendere al Parlamento italiano la sua alta testimonianza umana e civile in una Giornata nella quale doverosamente si ricordano sei milioni di ebrei e centinaia di migliaia di altri esseri umani sterminati solo perché ebrei, sinti, rom, omosessuali, disabili. Quindi diversi, sottouomini nel delirio nazista […] Oggi, rendere testimonianza dello sterminio del popolo ebraico non è solo il doveroso ricordo di milioni di nomi, di storie, di incredibili vicende di martirio e di coraggio da parte ebraica e di inaudita crudeltà da parte nazista. Non è solo un invito al raccoglimento e alla riflessione. È anche un presidio morale e civile, affinché mai più accada che l’aberrante logica di un potere totalitario si abbatta sugli inermi, sugli innocenti, su interi popoli contro i quali decretare le discriminazioni più odiose per motivi di razza, di religione, di genere, di condizione sociale, in una folle progressione criminosa capace di raggiungere il genocidio”.

Foto | Paola Concia