Franco, che significato politico e associativo diamo a questi 25 anni di vita di Arcigay?
Innanzitutto dobbiamo dare una collocazione precisa sulle date e sugli anniversari. In realtà, noi avremmo dovuto celebrare il trentesimo anniversario di Arcigay.
Un po’ i conti anche a me non tornavano.
Infatti il primo circolo dell’Arcigay nasce a Palermo nel dicembre dell’80; quindi, come mi fai notare anche tu, c’è un doppio anniversario che è il 25° della nascita di Arcigay nazionale; l’organizzazione strutturata a livello nazionale. Viceversa, per i cinque anni precedenti - qui ti parlo del 1985 - erano esistiti 4, 5, 6, forse addirittura 7 circoli dell’Arcigay. In questo Giampaolo Silvestri te lo può confermare perché c’era prima di me. Tra l’altro è lui l’inventore del simbolo di Arcigay, il Pegaso, quindi stiamo parlando dei “preliminari” dell’associazione. Nell’84 io proposi l’entrismo.
Fino ad allora, scusami, erano situazioni locali.
Sì. Esistevano circoli Arcigay a Brescia, Venezia, a Roma, a Palermo e via dicendo. Già nell’84 il circolo di Palermo non esisteva più, perché come tu ben sai, in quegli anni c’era una volatilità; era difficile organizzarsi. Non è come ora che hai le sedi, i finanziamenti pubblici, spesso si viene finanziati dal circuito ricreativo e quindi i circoli hanno una certa stabilità, sia come struttura che come dirigenti. Allora era tutto volontariato puro; se uno, ad esempio, doveva cambiare città, si chiudeva il circolo venendo a mancare la leadership. Sostanzialmente le cose andavano così.

Quindi fosti tu ad attuare l’entrismo.
Nell’84 proposi a tutti di dar vita ad Arcigay nazionale; vale a dire a tutti i circoli che esistevano in Italia e chiesi loro di entrare nell’Arci.
Perché tu eri in Arci?
Io la tessera Arci l’avevo da un pezzo. Son bolognese, vuoi che non avessi la tessera dell’Arci? Però l’idea di entrare in una organizzazione più grande già molto nota, perché l’Arci era la più grande organizzazione ricreativa e culturale italiana, di sinistra; di colpo ci faceva dare: sedi, strutture, notorietà e dignità politica. Infatti, quando facemmo il Congresso, nell’85, di fondazione, diventammo immediatamente un interlocutore sia per i media che per la politica.
Un passo da giganti
Se tu vai a vedere la rassegna stampa tra l’84, quando Arcigay nazionale non esisteva, e l’85 quando fondammo l’Arcigay nazionale, a Bologna esiste un metro di rassegna stampa. Quindi quella scelta fu azzeccata. E lì, devo dire, avvenne una cosa quasi magica: tutti i gruppi esistenti allora, tranne i torinesi del Fuori, entrarono in Arcigay. Anche il Mieli di Roma entrò con un escamotage di fare un gruppo di iscritti all’Arcigay dentro il Circolo Mario Mieli. Infatti, poi, un suo rappresentante, Vanni Piccolo, entrò nella segreteria fino al 1990.
Torniamo così all’inizio. Perché sono importanti questi 25 anni di Arcigay?
Sono importanti perché sono un quarto di secolo. Quando un’organizzazione vive per un quarto di secolo, o per 30 anni, vuol dire che questa organizzazione non solo è riuscita a stare in piedi, ma ha inciso profondamente nel tessuto politico e culturale del Paese. Nel mio intervento qui a Perugia ho citato una delle tante cose che sono cambiate. Per esempio nella destra, alcuni protagonisti come Fini, hanno avuto un cambiamento spettacolare verso di noi, ricevendo una delegazione LGBT da presidente della Camera, cambiando radicalmente prospettiva, modo di fare e agire; rendendosi conto che una destra se non è liberale e democratica, non può esistere in una Europa che ha integrato i diritti LGBT.
Quindi anche la politica cambia. Ma sui diritti, sulle passioni verso il centrosinistra governativo, i risultati, ci sono sempre delusioni che restano.
Io contesto radicalmente chi dice: “Non abbiamo portato niente a casa”. C’è una sorta di nouvelle vague, soprattutto di chi non conosce la storia passata; noi che siamo un po’ anzianotti abbiamo l’abitudine, giustamente, di rivendicare e di dare valore a quella che è stata la nostra esistenza, la nostra militanza. Si pensa agli altri che hanno portato a casa il matrimonio e, quindi per noi è stato un fallimento. In realtà non pensano che la nostra è la situazione più difficile in Europa perché abbiamo il macigno del Vaticano. Noi siamo stati protagonisti di una autentica rivoluzione culturale, pensando a quello che accadeva negli anni ‘80 contro di noi.
Però è innegabile che non abbiamo diritti legislativi.
Intanto non è vero che in campo giuridico siamo all’anno zero. La battaglia politica, ad esempio, sull’asilo politico ai gay, grazie anche alla capacità politica di Giampaolo Silvestri, di portare a casa una mediazione importante, è un fatto. Storicamente noi avevamo 3 obiettivi legislativi: il riconoscimento delle coppie omosessuali; estensione della legge Mancino e asilo politico. Il terzo punto lo abbiamo portato a casa anche se viene dimenticato da tutti. Sono tanti gli omosessuali stranieri che hanno avuto asilo politico da noi. Non solo, esiste una legge contro la discriminazione degli omosessuali nei posti di lavoro. Delle cose le abbiamo fatte, altro che il nulla. C’è stata un’apertura legislativa!
È stata percepita poco, anche se devo darti atto che dici cose che io stesso dimenticavo.
Ma pensa al riconoscimento del vitalizio dato ad Aldo Braibanti, che è una cosa per il quale io mi sono battuto con tutte le mie forze. E quello è un risultato che abbiamo portato a casa. Il più importante caso di omofobia giudiziaria del dopoguerra e il governo Prodi gli ha riconosciuto il vitalizio ed è stato uno dei grandi risarcimenti della storia di una amministrazione pubblica contro l’omofobia passata. Quello è stato un errore giudiziario clamoroso, tanto che la Corte Costituzionale ha poi abolito il reato per cui Braibanti si è fatto svariati anni di galera. Il punto è che noi non siamo in grado di valorizzare le conquiste che facciamo. Insomma, diamoci valore.
Probabilmente la comunità percepisce solo certi temi.
Certo, non abbiamo portato a casa quelli che erano gli elementi fondamentali della nostra richiesta giuridica; però è sbagliato far coincidere vittorie e sconfitte, sulla base delle leggi che si portano a casa perché nel frattempo c’è tutta la società che sta cambiando grazie al nostro lavoro. Poi, purtroppo, la maggioranza parlamentare non è nella nostra disponibilità. Se l’Arcigay e il movimento LGBT in Italia fosse in grado di determinare le maggioranze parlamentari, probabilmente potremmo aspirare alla presidenza del Consiglio o quella della Repubblica. Da noi c’è un problema che tendiamo a dimenticare: dal 1982 non c’è più la maggioranza laica in Parlamento, per una serie infinita di ragioni, ma non c’è!
Arcigay di cosa necessita oggi?
C’è stata una caduta di autorevolezza dell’associazione. Mentre Arcigay continua ad essere l’associazione più nota; oserei definire Arcigay come una sigla di patrimonio pubblico, e quindi, anche hi non appartiene ad Arcigay deve preoccuparsi del fatto che stia in piedi e funzioni, perché è una rete di 50 circoli politici, 75 circoli ricreativi, e se questo non è un patrimonio… Se Arcigay non va bene, è un problema per tutti, perché è ‘unica associazione che ha una ramificazione su tutto il territorio nazionale. Rifarne una nuova è oggi impossibile. Io, personalmente, non ho condiviso le scelte fatte negli ultimi tre anni; c’è stata una gestione non collegiale; c’è stato un tentativo di far fuori tutte le forze migliori; non ho condiviso l’abbandono della battaglia sul Pacs; non ho condiviso delle parole d’ordine che mi sono sembrate off topic rispetto alle cose che dovremmo fare. Tutti questi errori ci hanno portato ad una situazione di stallo, tanto che di questo Congresso, nonostante ci sia una marea di gente, una presenza importante di noi tutti, i giornali non ne parlano affatto. Ormai sono in dissenso con l’associazione che ho contribuito a fondare. Spero che la nuova direzione che uscirà da questo Congresso sia in grado di rilanciare Arcigay che ha avuto momenti di gloria su certe battaglie.
Vanno riprese delle battaglie?
Sì, il Pacs ad esempio, che deve tornare ad essere uno degli obiettivi dell’associazione.
Ma Arcigay ora si batte per il matrimonio civile.
Io sono per il pluralismo degli istituti giuridici. Noi dobbiamo rivendicare intanto l’uguaglianza formale, quindi il diritto di accesso di tutti gli omosessuali agli istituti giuridici esistenti e allo stesso tempo l’esistenza di altri istituti giuridici, perché il matrimonio è un istituto molto impegnativo, molto invadente: regola tutti gli aspetti della vita di coppia. Se uno vuole invece un istituto diverso, magari per comodità, anche se poi il Pacs è un istituto rivoluzionario perché riconosce una cosa che non riconosce il matrimonio, la validità del legame affettivo anche di due persone che non coabitano; perché dobbiamo limitarci al riconoscimento dei conviventi? Anche due persone che si amano e non vivono insieme, non sono due persone che si aiutano in caso di bisogno? Forse, se noi diciamo pluralismo, qualcosa a casa riusciamo a portarla.
C’è diaspora nel movimento. Quale rapporto costruire con le altre organizzazioni?
Dobbiamo avere meno superbia e molta più umiltà da parte di Arcigay.
Al di là dei tuoi futuri impegni politici continuerai a stare in Arcigay. A seguirla?
Assolutamente sì. Io sto nei partiti per fare gli interessi del movimento, non viceversa.
Questo tuo nuovo ingresso nell’Italia dei Valori? Non credi più nella sinistra?
Intanto l’Idv si colloca nel campo della sinistra. La svolta di Di Pietro e del gruppo dirigente del’Italia dei Valori, da questo punto di vista mi pare netta. Se pensi che è stato messo, come responsabile del lavoro uno come Zipponi che faceva il responsabile del lavoro di Rifondazione Comunista, e considerato che la questione del lavoro è una delle questioni centrali: lavoro e diritti. Se tu, in due settori così rilevanti, ci metti due persone come Zipponi e Grillini, vuol dire che la svolta a sinistra è proprio marcata.
Ricordiamo che tu sei responsabile dei diritti civili nell’Idv.
Sì. Ultimamente, poi, buona parte della politica viene rubricata sotto la dicitura dei diritti civili e, sicuramente, l’elemento centrale di scontro con la chiesa cattolica è rubricato sotto la voce diritti civili. Quindi la svolta a sinistra c’è: sia nei programmi che negli uomini. Io ero un dirigente dei Ds e, secondo me, è stata un’idiozia sciogliere quel partito; tant’è che tutte le motivazioni di chi era contrario allo scioglimento di quel partito, si sono verificate puntualmente: le difficoltà che ha oggi il Pd stanno nelle critiche che chi, come me, non voleva la costruzione di quel partito, aveva detto che era un partito senza identità, senza anima. Dopo quello scioglimento, un po’ mi hanno preso in giro perché ho saltellato da un partito all’altro; però ho cercato di inseguire con coerenza, la laicità nelle formazioni politiche fuori dai Ds. Inseguendo la laicità son finito con i socialisti prima e ora con l’Idv. Nell’Idv si è aperto uno spazio e noi dobbiamo dialogare con questo partito, perché essere sostenuti da partiti anche grandi è un elemento fondamentale. In Parlamento, sono i partiti che votano le nostre cose.
Perché questa tua candidatura in una Regione così importante come l’Emilia Romagna?
Sarebbe bello, tra le altre cose, che la città di Bologna, la sua provincia, portasse nella Regione Emilia Romagna, nell’elezione del 28 e 29 marzo quello che ha fondato l’associazione Arcigay. Quindi, se l’elettorato vorrà, ci sarà questo risultato. La Regione è molto importante perché gestisce la sanità. Noi a Bologna e regione abbiamo fatto una battaglia che vorremmo estendere a tutto il territorio nazionale. Uno degli obiettivi è il consultorio autogestito, perché le persone non fanno il test, non vogliono essere riconosciuti. Allora dobbiamo essere noi ad aiutare queste persone. Se ci riusciamo in Emilia Romagna, probabilmente, riusciremo ad esportare nel resto del territorio questo tipo di intervento. Uno dei punti che mi è piaciuto nella relazione di Patanè è che Arcigay deve entrare a gamba tesa in uno dei settori che non è riuscito mai ad occuparsi: quello dell’assistenza alle persone. Alle associazioni omosessuali arrivano delle domande alle quali le associazioni non sono in grado di dare una risposta. Quando uno dice: mi sento solo, sono senza una casa, sto male, le associazioni devono poter dare una risposta. Altrimenti sono inutili; devono servire alla comunità. Se non riescono in questi intenti, sono inutili; vanno sciolte.
Un compito necessario e importante per Arcigay.
Il futuro dell’Arcigay si deve misurare anche in questo. Per questo io dico, è sbagliato identificare il successo o l’insuccesso di una associazione sulla base delle leggi che porta a casa. Il successo o l’insuccesso si deve calcolare soprattutto sulla quantità di servizi che noi dobbiamo riuscire ad implementare per la comunità. Poi, dobbiamo batterci per la laicità, per far tornare la laicità in Parlamento. L’Arcigay del futuro si giocherà la sua rilevanza, la sua importanza, e la sua utilità, aiutando il territorio; mettendo in atto i servizi. Quindi, la parola d’ordine è: servizi, servizi, e ancora servizi.
Buona campagna elettorale, Franco.
Grazie e speriamo tutti in una società migliore, anche col vostro e nostro aiuto.

