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Perché Panorama ha sbagliato sull’inchiesta dei preti gay?

In queste ore tutti, o quasi, i siti a tematica GLBTQ si sono occupati dell’inchiesta di Panorama riguardante i sacerdoti che sono soliti frequentare discoteche gay. Per queerblog.it si è occupato dell’inchiesta Desperate Gay Guy a questo link.

Al di là di come ognuno possa giudicare i sacerdoti coinvolti nell’inchiesta credo sia opportuno, a 48 ore dalla pubblicazione delle anticipazioni, spiegare perché il settimanale della Mondadori ha sbagliato anteponendo il clamore, che puntualmente è scoppiato, alla sostanza.

Per sbugiardare il lavoro della redazione di Giorgio Mulè (ex direttore di “Studio Aperto”) sarebbe sufficiente, come giustamente ha osservato Franco Grillini, ricordare pubblicamente i casi analoghi che nel corso degli anni sono scoppiati.

Se la memoria, in Italia, fosse davvero una motivazione più che seria probabilmente oggi non si commetterebbero più gli stessi errori. Per questo motivo, alla vostra attenzione, voglio portare altre osservazioni.

La prima è tratta dal blog di Gad Lerner. Il giornalista contesta a “Panorama” l’utilizzo di una misura poco congrua a chi dovrebbe indagare. Se la metodologia utilizzata dall’Espresso, osserva il volto de la7, sul caso D’Addario è stata ritenuta sbagliata da Mulé perché utilizzarla in altre circostanze?

“Dopo avere condotto una campagna ostile nei confronti di Patrizia D’Addario (colpevole di avere registrato il suo incontro intimo con Berlusconi) - scrive Gad Lerner - il settimanale di proprietà del primo ministro, “Panorama”, applica su larga scala lo stesso metodo per prendere all’amo i preti gay della capitale che conducono una doppia vita.

Non mi pare un esempio di giornalismo d’inchiesta, semmai una grossolana forma di adescamento utile a divulgare il senso comune qualunquistico del “così fan tutti”: nel gran polverone della colpevolezza generalizzata finiranno per cavarsela i potenti che procurano o utilizzano le prestazioni sessuali per cementare l’omertà e rendersi utili a chi conta?”

La seconda contestazione all’inchiesta di Panorama che credo debba essere presa in considerazione è stata pubblicata da Giacomo Galeazzi. Il giornalista della Stampa, per sconfessare la professionalità del settimanale di Mondadori, riporta sul proprio blog le osservazioni di Paolo Patanè. Secondo il nuovo Presidente di Arcigay l’inchiesta, indirizzandosi verso i poteri deboli della Chiesa, non avrebbe analizzato con cognizione di causa il problema.

Paolo Patanè - scrive Giacomo Galeazzi - bolla il servizio del settimanale di Panorama sui preti gay come una «brutta pagina di giornalismo», sottolineando che non è la vita privata delle persone che va colpita ma i comportamenti pubblici e politici omofobici, denunciando che si cerca di «dipingere l’omosessualità come fonte di ogni male».

«Siamo turbati da un servizio che nel mettere giustamente in luce le contraddizioni della Chiesa cattolica ed il suo tormentato rapporto con la sessualità finisce per assecondare una modalità orribile e torbida che non condividiamo e che contestiamo duramente», dichiara in una nota il presidente di Arcigay, aggiungendo: «Non è la vita privata delle persone che va colpita con un moralismo scandalistico ed offensivo, ma i comportamenti pubblici e politici di chi pianifica ed afferma l’omofobia e la discriminazione».

«L’articolo finisce per criminalizzare i preti omosessuali dimenticando che la cosiddetta “doppia vita” «riguarda anche e largamente i preti eterosessuali o, ancora, migliaia di mariti o mogli»”.

L’ultima osservazione che credo debba essere presa in considerazione per liquidare il servizio di Panorama come l’ennesima brutta pagina di giornalismo italiano è stata fatta dal Giornale di Vittorio Feltri che non più tardi di un anno fa sostenette l’omosessualità di Dino Boffo, ex direttore dell’Avvenire.

Andrea Tornielli, sul proprio blog, osserva il tempismo sbagliato di Giorgio Mulè. Negli stessi giorni in cui una parte della stampa, di cui lui stesso fa parte, si impegna per la difesa della privacy “Panorama” realizza un servizio che non tiene minimamente in considerazione questo aspetto.

“La mia prima reazione - scrive Andrea Tornielli - è stata quella di dire un’Ave Maria per i preti coinvolti: come sempre accade in questi casi l’anonimato non regge, le abitazioni risulteranno conoscibili per chi li frequenta; nel caso del prete di origini francesi si scorge la foto in bianco e nero di una donna, probabilmente la mamma, che speriamo non veda mai quelle immagini.

Mi colpisce il fatto che, mentre nel Paese si discute animatamente sulla pubblicazione delle intercettazioni e sulla necessità di rispettare la privacy delle persone, le vite (non certo esemplari…) di questi anonimi sacerdoti vengano messe in pagina e in rete a loro insaputa e - immagino - senza il loro consenso.

Non sto dicendo, ovviamente, che non si possano o non si debbano fare inchieste sull’argomento, che purtroppo offre materia e pure abbondante. Credo però esistano altri sistemi, più rispettosi delle persone.

Ricordo a questo proposito il libro “Io, prete gay” scritto nel 2007 dal vaticanista Marco Politi, che ha raccolto la testimonianza, anonima, di un sacerdote omosessuale. Una lettura sconvolgente, utile per capire, ma senza alcuna concessione voyeristica o scandalistica”.

Perché Panorama ha sbagliato sull’inchiesta dei preti gay? é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di sabato 24 luglio 2010.


Adesso anche Franco Grillini vuole un canale Queer, una “Rai Gay”

franco grillini rai gay A malapena si parla di gay in tv, ed ecco arrivare la richiesta di un canale interamente dedicato al mondo gay, in Rai. Pochi giorni fa, Klaus Davi ha intervistato Rizzo Nervo, consigliere di amministrazione della Rai e alla domanda se fosse favorevole ad una Rai dedicata alle problematiche gay (come nome Rai Gay?), così l’uomo ha dichiarato di essere favorevole a nuove iniziative editoriali ma senza favorire la ghettizzazione: risposta che vuol dire tutto e niente.

Le parole, che non mi sembrano entusiaste né propositive, hanno comunque spinto Franco Grillini, come Gaynet (associazione omosessuale d’informazione)a chiedere un incontro al Cda della Rai per parlare della possibilità di un canale digitale di argomento Queer. Infine, ha lanciato come messaggio, quello di smetterla di usare come giustificazione la ghettizzazione per evitare di acconsentire a richieste del mondo Lgbt: anche lui sa che la cittadinanza gay dovrebbe avere voce in capitolo nelle trasmissioni tv ma ciò è impossibile dal momento in cui nemmeno i tg e i programmi di informazione se ne occupano. Però un canale “Queer” in Rai? Attendiamo sviluppi anche se non mi convince per nulla: avere una Gay Rai è attuabile quanto pensare al Gay Village che viene spostato in Piazza San Pietro.

Adesso anche Franco Grillini vuole un canale Queer, una "Rai Gay" é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di mercoledì 21 luglio 2010.


I gay non possono donare il sangue, il caso di Milano approda in Parlamento

BLOODSEXX390Pochi giorni fa c’eravamo occupati del rifiuto, da parte dell’ospedale Gaetano Pini del capoluogo lombardo, alla donazione di sangue da parte di un ragazzo che donava da ben otto anni, e che si è visto chiudere le porte dell’ambulatorio solo perché omosessuale e, quindi, secondo il protocollo del Policlinico cui il Pini fa riferimento, una “persona a rischio” per via del suo orientamento sessuale. La politica si è mossa e finalmente il caso di Gabriele, comune purtroppo a molti altri donatori omosessuali in tutta Italia, è stato portato nelle aule istituzionali all’attenzione del governo.

Luciana Pedoto, della Commissione affari sociali della Camera, ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della Salute Fazio: “Il protocollo per la donazione non può che essere unico per tutto il territorio nazionale”. Franco Grillini, politico e storico esponente della comunità omosessuale, afferma: “Respingere le donazioni di sangue da persone omosessuali è del tutto illegale, lo stabilisce con chiarezza il decreto sulla donazione dell’aprile 2001 dell’allora ministro della sanità Umberto Veronesi”, mentre Aurelio Mancuso chiede “un intervento immediato e chiarificatore da parte del ministro della Salute”. Leoluca Orlando, presidente della Commissione sugli errori sanitari, ha spedito una richiesta di relazione sull’accaduto all’assessore alla Sanità della regione Lombardia, ribadendo che l’orientamento sessuale non è a priori un motivo di esclusione dalla donazione di sangue.

Il Policlinico, dal canto suo, afferma in una nota che “recentemente la Food and Drug Administration americana ha riconfermato l’esclusione dalla donazione di sangue di uomini che abbiano avuto un rapporto omosessuale anche solo una volta nella vita”. Oltretutto viene spiegato come anche altri donatori, non solo gli omosessuali, siano respinti per motivi differenti: ad esempio, non può donare chi ha avuto più di tre partner nell’ultimo anno, chi ha avuto rapporti con una prostituta o occasionali, chi ha frequentato nei tre mesi precedenti Paesi in cui è alto il rischio di contrarre la malaria. Insomma, il Gaetano Pini avrebbe solo messo in pratica il protocollo interno di medicina trasfusionale, cui aderisce anche il Fatebenefratelli, del gruppo ospedaliero che fa capo al Policlinico. Quello che è chiaro, in questa triste vicenda, è che non esiste una normativa nazionale univoca che regolamenti chi possa donare e chi no, e soprattutto abbatta questa discriminazione nata quando gli omosessuali erano definiti portatori dell’HIV e dell’AIDS.

Via – Corriere della Sera


Sei omosessuale? Niente affitto. Parola di molti padroni di casa e coinquilini

casagayTempi duri per i gay in cerca di una casa: stando a quanto è emerso da un’inchiesta pubblicata ieri sul quotidiano La Repubblica, i proprietari italiani sono ancora restii ad affittare una camera, o anche solo un posto letto, a persone dichiaratamente omosessuali. Storie di discriminazione vissute e confermate da chi ha vissuto sulla propria pelle e su quella di amici e conoscenti porte sbattute in faccia dopo accordi telefonici, alloggi negati all’ultimo momento, scuse accampate improvvisamente alla vista dell’inquilino effeminato. Una realtà diffusa in tutto lo stivale, senza distinzioni, un coro di no agli omosessuali come inquilini che corre negli annunci sul web, sui giornali di annunci immobiliari o sulle bacheche universitarie. Lo scandalo è scoppiato solo da poche ore, ma è da decenni che persiste questa omofobia tra le mura di casa, e niente è mai stato fatto per fermarla o per lo meno arginarla.

L’equazione “gay in casa = paura e sovraffollamento” continua a persistere, nonostante anni di lotte contro la discriminazione e i pari diritti. L’autore dell’inchiesta scrive di aver risposto via e-mail a circa 50 annunci, dicendo esplicitamente di essere gay, e lo hanno ricontattato solo in 20 casi, e si è trattato quasi sempre di agenzie immobiliari. Chiunque vada a sbirciare sui siti specializzati può trovare ogni sorta di discriminazione, dal classico “No gay” alla più “sottile” perifrasi “Solo uomini etero”, e ogni giorno sono sempre più questi annunci omofobi: un ragazzo di Milano ha scritto “sono ragazzo studente, serio, ordinato. No gay, casinisti e chi fa uso di droghe e alcol”. Ma è al telefono che questo fenomeno omofobo ha dato il meglio di sé. Sentendo la voce del richiedente, i proprietari o i coinquilini riluttanti hanno qualche avuto molte difficoltà ad essere espliciti nel diniego ma, grazie una serie di telefonate effettuate da Nord a Sud, è stato stilato un vero e proprio campionario dei rifiuti, esplicitati quasi sempre con imbarazzo ma anche con una sfacciataggine degna di nota: “L’idea non mi alletta”, “non ho mai avuto esperienze del genere” e così via. La richiesta finale di spiegazione, generalmente, termina con un laconico “non me la sento”.

A Como, una signora inizialmente dice che la “stanza è da dividere con un altro ragazzo”, anche se l’annuncio parla chiaramente di una singola. “Comunque se lei è un omosessuale, non possiamo accontentarla. C’è un’altra persona, anche per il rispetto nei suoi confronti”. Guai a chiedere un parere al coinquilino, perché “so già che lei non sta nei parametri”. Una proprietaria romana, invece, ha associato l’omosessualità del richiedente al sovraffollamento: “Vorrei sapere chi viene, perché non vorrei trovarmi la casa occupata da troppe persone”. E cosi via, una vera e propria classifica di stereotipi, paure e rifiuti fantasiosi che fanno rabbrividire qualsiasi persona con un po’ di sale in zucca e di dignità.

“Sono episodi inaccettabili, indegni di un paese civile e democratico come è il nostro“. Il ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna bolla cosi questo fenomeno, che definire oltraggioso e lesivo della dignità della persona è un eufemismo. Si tratta di interi appartamenti lasciati vuoti, stanze rifiutate a studenti solo perché non eterosessuali o altre discriminazioni attuate da padroni di casa e coinquilini omofobi. Il ministro, visto che lo Stato non può intervenire sui contratti privati di locazione, propone di investire sulla cultura della “non discriminazione, come abbiamo fatto con la campagna contro l’omofobia in cui dicevamo: non essere tu quello diverso”. Una risposta tiepida, ma la Carfagna incalza e specifica che il passo successivo, dopo i tavoli di lavoro con le organizzazioni che si occupano del mondo lgbt, gay housesarà “creare grazie all’Unar e in sinergia con molte Regioni ed enti locali, una rete efficiente di centri territoriali anti discriminazione”. Sino ad oggi l’Unar, l’Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali, è intervenuto più volte contro giornali e siti web che pubblicavano annunci tipo “non si affitta agli immigrati”, sanzionandoli. Ora allargherà il suo raggio d’azione ricevendo le segnalazioni dalle associazioni e interverrà anche per chi viene discriminato per il suo orientamento sessuale. “Le cose devono cambiare, altrimenti non resterà altra scelta che continuare a fingere o a nascondersi per poter avere un tetto come hanno fatto alcuni amici. Difficile che qualcuno accetti come inquilino un gay se dà ascolto a quello che dice la Chiesa, che ci addita come il nemico pubblico numero uno, come quelli che minano le fondamenta dello Stato, del paese, della famiglia”, polemizza giustamente il presidente onorario di Arcigay Franco Grillini. “Perché al di là dell’omofobia – dice Vladimir Luxuria – c’è il pregiudizio che gli omosessuali abbiano una vita sregolata, che la casa sia un via vai continuo di feste. E c’è l’idea che un gay voglia sedurre chiunque, come se non avesse gusti e preferenze come tutti. Sono comportamenti anti costituzionali perché è come dire: tu non meriti neppure di avere un posto dove vivere, non hai diritto neanche ad un tetto sopra la testa”.

Naturalmente, ci sono state anche risposte positive, di chi ha dichiarato tranquillamente che non aveva alcun problema ad affittare ad una persona omosessuale, e anzi si meravigliava della domanda. Quasi sempre, è avvenuto nel caso della locazione di un appartamento, mentre più difficile quando si tratta di una stanza o di un posto letto, anche quando si tratta di ambienti occupati da universitari Questa vera e propria moda si è espansa cosi tanto che sempre più persone tendono a specificare il loro orientamento sessuale negli annunci, richiedendo un alloggio gay-friendly, mentre chi è in cerca coinquilini tiene spesso a precisare l’orientamento sessuale desiderato.

Via – La Repubblica


No case in affitto ai gay. Anche la Carfagna protesta

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E’ tornata alla ribalta la moda di negare gli affitti a gay, nelle piccole e grandi città. Se alcuni annunci chiedono espressamente un coinquilino gay, molte altre invece negano specificano di non essere interessati ad avere omosessuali in giro per la stessa casa. Forse l’immaginario e il luogo comune “gay = sesso” intimidisce chi affitta: si pensa che la casa possa diventare un porto di mare di incontri e avventure di una notte. Anche la Carfagna si espone contro questo fenomeno sempre più in aumento:

“Sono episodi inaccettabili, indegni di un paese civile e democratico come è il nostro”

Mi verrebbe da sottolineare che non è solo per questi epidosi che il nostro paese non sia ultimamente così “civile” (restando in argomento Lgbt, le varie aggressioni ai danni di gay)… Luxuria, sebbene abbia trovato casa da ragazza, senza difficoltà, si associa alla protesta:

“Perché al di là dell’omofobia c’è il pregiudizio che gli omosessuali abbiano una vita sregolata, che la casa sia un via vai continuo di feste. E c’è l’idea che un gay voglia sedurre chiunque, come se non avesse gusti e preferenze come tutti. Sono comportamenti anti costituzionali perché è come dire: tu non meriti neppure di avere un posto dove vivere, non hai diritto neanche ad un tetto sopra la testa”

E anche Grillini concorda:

“Casi di omosessuali mandati via di casa oppure rifiutati si moltiplicano, e il fatto che la gente scriva chiaramente negli annunci “non si affitta ai gay” significa che si sente autorizzata a dirlo senza che nessuno contesti, significa che c’è un clima culturale favorevole a questo rifiuto”

I gay sembrano diventare il nemico da evitare, i problemi da cui girare al largo, evitando di mettersi in casa qualcuno che, con il suo stile di vita “riprovevole” possa danneggiare la serenità di vicini e creare confusione. Chi affitta un appartamento, generalmente, cerca di non prendere qualcuno che possa creare lamentele del vicinato, che sia puntuale con i pagamenti e che non frequenti strane compagnie. Caratteristiche che, per certa gente, non si associa facilmente ad un gay.

Voi avete avuto problemi in eventuali affitti di appartamenti?

Via | Repubblica
Foto | Flickr

No case in affitto ai gay. Anche la Carfagna protesta é stato pubblicato su queerblog alle 16:00 di lunedì 05 luglio 2010.


Roma Pride 2010: Gay Magazine c’era e ve lo racconta da vicino

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Il Pride di Roma di sabato scorso ha rappresentato un momento fondamentale per la comunità gay italiana, nonostante le spaccature interne al movimento, le intimidazioni e le polemiche che sono sorte prima e dopo la manifestazione. Gay Magazine era presente e ha potuto documentare la gioia, le rivendicazioni, i gesti d’affetto, la musica, l’allegria e l’impegno sociale che caratterizzano ogni Pride. È stato un corteo veramente sentito dalla gente, con il pensiero fisso al clima omofobico e transfobico che infetta soprattutto la Capitale e la richiesta forte di maggiori tutele e diritti, tra cui una legge contro la violenza basata sull’orientamento sessuale e l’approvazione delle unioni civili omosessuali.

0100703174312151_20100703Lo slogan “Ogni bacio una rivoluzione” è stato pienamente rispettato, visto che l’evento si è aperto con il matrimonio simbolico di una coppia gay e di una coppia lesbica, accompagnato da un bacio collettivo dei manifestanti. Persone di tutte le età e di tutti i generi sono scese per le strade con cartelli per chiedere e rivendicare i loro diritti, sdoganando slogan come “Anche una coppia gay è famiglia”, “Né Stato né Dio sul corpo mio”, e “Vaticano Guantanamo mentale”. Un momento veramente toccante è stata la deposizione di una corona di fiori colorati al monumento ai caduti del nazifascismo a Porta San Paolo, in memoria delle vittime dell’omofobia, della transfobia e della violenza; protagonisti del gesto i tre portavoce e vittime della violenza e della discrimazione made in Italy Mattia Cinquegrani, Luana Ricci ed Esther Ascione.

Presenti alla sfilata, tra gli altri, genitori con passeggini, giovanissime coppie etero, alcuni ragazzi con bandiere di Sinistra ecologia e libertà, Vladimir Luxuria, Franco Grillini, l’attrice Violante Placido e l’assessore provinciale alla Cultura di Roma Cecilia D’Elia. Al corteo si è aggiunta poi la parlamentare Pd Paola Concia, arrivata alla manifestazione in ritardo perché era in Comune a celebrare un matrimonio: “Posso celebrare i matrimoni, ma non posso sposarmi con la mia compagna” ha dichiarato. Non potevano mancare gli organizzatori della sfilata, sempre in testa al corteo dove rimbombava la parola d’ordine ‘unità’, sentita in questo frangente come una vera e propria urgenza: tra questi Imma Battaglia di D-Gay Project, il presidente di Arcigay Roma Fabrizio Marrazzo, lo storico esponente della comunità omosessuale italiana Aurelio Mancuso e Francesca Busdraghi  di Azione Trans.

Il serpentone arcobaleno, partito da Piazzale dei Partigiani davanti alla Piramide Cestia, si è snodato lungo le vie della Capitale, per passare poi, per la prima volta, davanti a Via San Giovanni in Laterano, la celeberrima Gay Street romana. Le bandiere delle tantissime associazioni lgbt aderenti sullo sfondo del Colosseo, simbolo per eccellenza della capitale, hanno offerto uno spettacolo unico e suggestivo, e i partecipanti festosi e caparbi, nonostante l’afa africana e anche un po’ di pioggia imprevista, non hanno desistito e hanno raggiunto la centralissima Piazza Venezia, tappa conclusiva di questa sfilata per i diritti. Qualcuno obbietta che più che una manifestazione, il Pride è un carnevale dove mettersi in mostra. Ebbene, oltre la carne in bella vista, a Roma come nei precedenti Pride che si sono tenuti per tutto giugno lungo lo stivale, abbiamo visto anche persone “normali”, anziani mano per la mano, turisti e transessuali vestite come una qualsiasi donna. Dai 50mila manifestanti iniziali, siamo passati a quasi 100mila lungo Via dei Fori Imperiali, in barba a chi voleva tapparci la bocca e alle divisioni intestine.

colosseo gayCerto, la giornata di sabato è stata funestata da due avvenimenti, che hanno fatto temere il peggio per la buona riuscita della manifestazione e un’escalation di violenza che, grazie anche alla massiccia presenza delle forze dell’ordine, non c’è stata. Mi riferisco soprattutto ai petardi lanciati venerdi notte al Gay Village, che hanno ferito lievemente due persone, e uno striscione del movimento politico cattolico Militia Christi nei pressi del Colosseo che recita “Gay pride: diritti alla perversione”. Sempre venerdì notte il Comitato per la famiglia ha preso di mira i manifesti dell’evento, che tappezzavano via Labicana, via Cristoforo Colombo, la zona di Castro Pretorio e Porta Pia, trasformando la scritta “Roma è gay” in “Roma per la famiglia”, e a oscurare i cartelloni rimasti, poi, ci ha pensato Forza Nuova. A condannare prontamente questi gesti omofobici sono state le istituzioni, in primis il sindaco Alemanno e il Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, oltre a tutto il mondo lgbt che si è ritrovato unito, con la mancanza di qualche nome eccellente, sotto il cielo di Roma.

“La nostra battaglia ha un solo obbiettivo che tutta la società cresca. Quando siamo aggrediti ci sentiamo soli. Ma non c’è peggior solitudine che la divisione. Il Pride è di tutti. Da qui al prossimo Pride dobbiamo essere uniti. Non permettiamo più la divisione del movimento”. Così gli organizzatori dal palco di piazza Venezia dove ci sono stati gli interventi di chiusura, in riferimento alla spaccatura con il Circolo Mario Mieli, il quale si è dissociato pubblicamente dall’evento capitolino 2010 e ha partecipato sabato al Pride di Madrid, dove ha presentato l’Europride che si terrà proprio a Roma il prossimo anno.

Gay Magazine vi proporrà, in esclusiva, una galleria con le immagini più belle di questo Pride 2010, a cui ha partecipato con tanto orgoglio e con la voglia di cambiare questo nostro paese e ricompattare il nostro movimento lgbt che, nel momento del maggior bisogno, si è spaccato in inutili e deleterie fazioni. La manifestazione capitolina deve servire come esempio, anche in preparazione per l’Europride 2011 e per le future lotte che ci attenderanno, in Parlamento come nella vita di tutti i giorni. 


Franco Grillini denuncia la situazione degradante e di paura dei carabinieri gay

205Ai microfoni di “Klauscondicio”, il programma di approfondimento politico di Klaus Davi in onda su Youtube, il presidente onorario di Arcigay e consigliere regionale per l’Italia dei Valori in Emilia Romagna ha sparato a zero contro la situazione di timore e di mortificazione perenne in cui sono costretti a vivere tantissimi omosessuali che militano nelle file dei Carabinieri. Ecco un estratto dell’intervista, che potete ascoltare per intero alla fine dell’articolo:

“I carabinieri gay hanno il terrore di dichiararsi tali e, nonostante le dichiarazioni di tenore opposto del Ministro La Russa, in realtà non è cambiato nulla. A differenza della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, l’Arma si conferma un luogo ad alto tasso di omofobia e, pertanto, è più difficile fare outing per chi ne fa parte. C’è ancora una paura fortissima a dichiararsi da parte delle singole persone omosessuali organiche alle strutture militari”. “Il loro problema –aggiunge Grillini – non è tanto la sottoscrizione della tessera di Arcigay, quanto piuttosto la paura di essere visti da qualcun altro che possa riconoscerli. Allora dobbiamo chiederci se forse esistano ancora le schedature di una volta. E’ stato dimostrato, in tutte le forme e in tutte le salse, che un tempo nelle forze armate gli omosessuali venivano schedati. Non solo. A loro era preclusa la possibilità di far carriera. Allora io mi chiedo se forse non siano applicate ancora adesso, se qualcuno continui a tenere in considerazione anche la vita privata delle persone in funzione dei loro avanzamenti di carriera. Con l’abolizione della leva obbligatoria, quello del militare è diventato un mestiere a tutti gli effetti, quindi è giusto battersi contro le discriminazioni che si registrano al suo interno come all’interno di qualsiasi altro mestiere. Certo, sarebbe bene che ci fosse anche un po’ più di coraggio da parte degli interessati”.

 

 

Via – Iris Press


“Ora ne abbiamo abbastanza!”: in 20mila al Gay Pride di Milano contro l’omofobia

181732656-4a34cbc2-8957-421b-8403-9f3827895befIl primo dei Gay Pride italiani 2010 si è tenuto sabato 12 giugno a Milano e ha visto la partecipazione di oltre 20mila persone di tutti i sessi e di tutte le età in una parata colorata e festosa, ma con un occhio particolare ai recenti fatti di cronaca. I partecipanti si sono dati appuntamento in piazza Castello, poi il corteo, dopo un’inversione simbolica per evidenziare “quanto l’Italia stia arretrando”, ha proseguito in via Broletto, piazza Cordusio, Piazza Duomo, piazza Scala, via Manzoni ed è terminato in via Palestro, accanto ai giardini Montanelli. Marco Mori, presidente della sezione milanese dell’Arcigay, ha affermato: “Siamo qui per dimostrare che non ci arrendiamo alla paura in una città dove la sicurezza è agitata come spauracchio per guadagnare voti, ma quando riguarda noi gay non è più una priorità”.

Temi centrali della manifestazione dal titolo quanto mai esplicito “Ora ne abbiamo abbastanza!”, a cui hanno aderito tutte le sigle dell’attivismo lgbt, sono stati l’omofobia, la rivendicazione dei diritti negati e la richiesta di regolamentazione delle unioni civili di fatto. Proprio l’omofobia è stata la chiave di volta dell’evento, visto l’elenco sempre più folto di aggressioni nei confronti della comunità gay, l’ultima solo poche ore fa a Padova: in tanti hanno sfilato con cerotti e bende per non dimenticare gli episodi omofobici, mentre altri si sono imbavagliati per denunciare il silenzio nel quale sono costretti a vivere molti omosessuali. Il corteo ha ribadito con forza la richiesta di una legge che consideri l’omofobia un’aggravante nei reati contro la persona e ha riacceso la polemica con il segretario di Stato della Santa Sede, Tarcisio Bertone, sulla sua equazione tra pedofilia e omosessualità: davanti al Duomo, uno degli organizzatori mascherato da prete ha elencato numerosi casi di abusi sessuali sui bambini che hanno avuto per protagonisti uomini di Chiesa, tra i fischi fragorosi della comunità arcobaleno e decine di specchi rivolti contro la cattedrale.

I fischi e gli improperi sono stati rivolti anche alla massima istituzione cittadina, il sindaco “suor” Letizia Moratti: “Quella di Milano è la comunità omosessuale più numerosa d’Italia – ha affermato lo storico leader del movimento gay italiano Franco Grilllini – con molti che lavorano nel Made in Italy e danno un enorme contributo. Eppure la Moratti e prima di lei Albertini si sono sempre rifiutati di ricevere la delegazione del Gay Pride. Milano dovrebbe essere la finestra dell’Italia sull’Europa, e invece si trincera dietro un muro moralistico e clericale. Il Sindaco dovrebbe chiedere scusa”.

 

Via – Repubblica


Carlo Giovanardi: “I gay non facciano troppe effusioni in pubblico”. E sul Gay Pride: “Una carnevalata”

Si dice che la politica debba dare il più alto esempio di rettitudine, che debba parlare un linguaggio diverso da quelle delle piazze, o dei bar o osteria. Poi ci si accorge che sono proprio i politici a dare il peggiore esempio di intolleranza, la peggiore misura di certe esternazioni che sembrano giustificare atti di violenza di tanti incoscienti. Ed è proprio a proposito dell’ultima violenza omofoba consumata a Roma che il sottosegretario Carlo Giovanardi, in una intervista rilasciata a Klaus Davi, interpreta il senso di affetto tra due gay come effusioni troppo marcate, troppo plateali. S’intende in pubblico, perché poi, lo voglia o no nel privato ognuno è libero di relazionarsi col proprio amore come vuole. L’esternatore governativo, da sempre legatissimo ad un concetto dello Stato il più clericale possibile, e, diciamocelo, anche l’ex Dc che meno sopporta gli omosessuali, avendone avuti parecchi nello Scudo crociato (così era definita da molti la democrazia cristiana), per non voler strafare, mette tutti in un sol calderone: omosessuali ed eterosessuali. Ecco cosa dice a Klauscondicio:

“Premesso che la mia condanna dei fatti di violenza che hanno colpito i gay è totale, sono tuttavia dell’avviso che la manifestazione dell’omosessualità come anche dell’eterosessualità in luoghi pubblici debba sempre seguire criteri di buon gusto e di rispettabilità. Questo vale sia per le coppie etero che per quelle gay, sia chiaro. Ecco, prego i gay, come anche gli etero, di contenere nell’ambito del lecito le loro effusioni nel rispetto della collettività”.

Premesso che per le vie cittadine, campagnole e di paesini, non è che si incontrino tante coppie gay che si strusciano o si tengono serenamente per mano mentre coppie etero lo riescono a fare nell’indifferenza generale, mi chiedo se sono davvero certe effusioni in pubblico a dettare rispettabilità e buon gusto. Che Giovanardi viva in un sogno da cui non intende destarsi? Oppure legge male i giornali? I maggiori atti di violenza omofoba sono stati perpetrati ai danni di gay solitari, che stavano tornando a casa, erano in tram, che non slinguavano nessuno, caro sottosegretario. Ma da che cosa ci dobbiamo contenere “nell’ambito del lecito”; ma di cosa parla accomunando noi e e gli etero in una improbabile orgia illecita di insane effusioni

Vivendo tra i meravigliosi stucchi dei palazzi governativi, al sottosegretario sfugge che le delinquenze omofobe nascono dall’odio, da una società che predica l’omofobia, da un governo che, malgrado le violenze, non intende attuare una legge che punisca severamente i reati di odio, anche quelli a sfondo sessuale. Ma come si concede una solidarietà così fariseica e stolta? Si contenga lui a dire certi spropositi e se sinceramente vicino a chi ha subìto violenza, metta in atto e in funzione che varie leggi contro l’omofobia che languiscono in alcuni cassetti della Commissione Giustizia. Non ci dia lezioni comportamentali, di cui non necessitiamo, perché oggi, nel suo e nostro paese, due gay non possono serenamente passeggiare per strada mano nella mano senza incorrere in qualche gruppo di imbecilli che, a esser buoni, inscenerebbero teatrini di sproloqui e contumelie. Figuriamoci infrangere la pubblica decenza.

“Certo, con i problemi della crisi che impongono una manovra da 24 miliardi - dice Sergio Rovasio, segretario nazionale di Certi Diritti -, con l’aumento della criminalità mafiosa, con i quasi 2 miliardi di costi per le circa 600.000 auto blu italiane senza che nessuno muova un dito, con l’aumento dei divorzi, delle separazioni e del calo demografico, con i costi sempre più alti della politica, che con il finanziamento truffa prevede di versare soldi ai partiti per cinque anni anche se una legislatura finisce dopo un anno, con i costi della casta clericale vaticana che ammontano a circa 4 miliardi annui tra denari e privilegi, che alimenta con i suoi fulmini e le sue saette la violenza omofobica contro le persone lesbiche e gay, e ancora molto, molto altro, avevamo proprio bisogno di sentire oggi da Giovanardi che il problema in Italia oggi è la”sguaiataggine” degli omosessuali e degli eterosessuali. Non sappiamo se ridere o piangere per questo nuovo drammatico problema italiano che è la “sguaitaggine” gay (ma anche etero eh!) la cui lotta è divenuta un altro incredibile e rigoroso cavallo di battaglia del sotto(molto sotto)segretario Carlo Giovanardi”.

Che Carlo Giovanardi, male e poco digerisca l’omosessualità, ce lo fa sentire tutto giudicando i Gay Pride:

“A Paola Concia e Franco Grillini – ha detto – ho sempre chiesto cosa c’entri la difesa di un orientamento sessuale diverso con il Gay Pride, nell’ambito del quale le persone ballano nude, si travestono da preti e da suore, irridono alla religione, prendono per i fondelli il Vaticano. Che cosa c’entra l’omosessualità con la sguaiataggine, il carnevale e la provocazione?”.

Credo che il sottosegretario farebbe bene a non preoccuparsi dei nostri Gay Pride, ma di quello che oggi capita nella politica e fuori da essa, dove corruzioni, mazzette di denaro pubblico, sfruttamento delle persone, una inciviltà verso cose e persone ha imbarbarito fino al midollo la nostra società. Dica piuttosto ai suoi amici preti di non irridere pubblicamente all’omosessualità frequentandola poi nel privato più di quanto egli creda. Il rispetto deve essere reciproco.

“Al prossimo Gay Pride - ride Rovasio -ci maschereremo tutti da Giovanardi così il gay pride apparirà cosa seria e tutto andrà meglio”.

Dice una nota degli organizzatori del Gay Pride romano:

“Il Pride è una festa oltre che una rivendicazione di diritti che questo Paese, grazie a questo ceto politico, non ha ancora previsto. In tutta Europa oltre che in tutto il mondo il giorno del Pride si balla e si canta. La comunità gay manifesta così l’orgoglio della propria visibilità, anche come cittadini, tutti i giorni, con figli e famiglie non riconosciute dalle leggi che Giovanardi contribuisce a non far approvare. Mediti Giovanardi…”

Non stanco di affondare “nobili” precisazioni, finalmente il sottosegretario pare abbandonare un certo aplomb e a Davi sibila:

“Sono assolutamente favorevole – ha precisato Giovanardi – del fatto che una norma preveda un’aggravante di pena a tutela di chi viene aggredito soltanto ed esclusivamente per il proprio orientamento, ma non sono d’accordo ad aggiungere anche che debba essere punito chi ritiene che a scuola vada insegnato che il rapporto normale è quello fra uomo e donna. È fuori discussione che il rapporto fisiologico che fa continuare il mondo è quella tra un uomo e una donna e un vescovo deve poter continuare a dire questo senza essere incriminato”.

Sì, eminenza, certo, lo sapevamo: il rapporto è quello fra uomo e donna. Ma vada a farsi benedire!

Carlo Giovanardi: "I gay non facciano troppe effusioni in pubblico". E sul Gay Pride: "Una carnevalata" é stato pubblicato su queerblog alle 22:31 di lunedì 07 giugno 2010.


I fratelli di Svastichella


A sette giorni dalle aggressioni registrate a Roma e a Milano è giusto interrogarsi sul ruolo che i mass media hanno quando avvengano dei casi di omofobia. E’ probabile che chi abbia agito nel capoluogo lombardo l’abbia fatto perché influenzato dai giornalisti che i giorni prima si erano occupati di quanto successo nella Capitale.

Come osservato, giustamente, da Luciana Littizzetto nella prima puntata dell’Era Glaciale in Italia i crimini sono spesso raccontati come dei fenomeni senza indagare su come, quando e perché siano nati. Negli ultimi mesi nel nostro paese, soprattutto al nord, gli episodi di omofobia sono aumentati. Per capirlo è sufficiente rileggere le cronache degli ultimi sei mesi.

E’ il 10 maggio quando a Bolzano una coppia gay è stata pestata da un gruppo di persone. Emin Ametovsky, che quella sera si sfogò contro i due ragazzi, dichiarò in seguito di essersi comportato male dopo essersi ubriacato e non perché omofobo. Di fatto contro la sua ebbrezza dovettero combattere due gay e non gli amici eterosessuali.

Pochi giorni prima, il 26 aprile, a Roma un ragazzo (volontario di Arcigay) ha dovuto interrompere il proprio viaggio su un autobus dopo essere stato aggredito da un gruppo di persone. Il conducente del mezzo pubblico non entrò a far parte delle cronache di quella vicenda. Preferì l’omertà alla solidarietà.

In piena campagna elettorale, a Milano, il camion elettorale di Franco Grillini (parlamentare e presidente onorario di Arcigay) era stato preso di mira da un gruppo di vandali che con poco eleganza invitavano il candidato dell’Idv, in quanto frocio di m****a, ad andare a lavorare.

Il 16 marzo presso l’università Statale Giacomo, di anni 21, veniva aggredito per via del proprio impegno all’interno del Collettivo Gay della struttura. Un compagno, coetaneo, in quell’occasione gli fece presente che per i malati come lui non c’era spazio nell’ateneo.

Nella settimana natalizia dello scorso anno due transessuali persero la vita. Una a Milano, dove era stata fermata dalla polizia poiché non in possesso dei documenti necessari per rimanere in Italia, l’altra a Roma dove fu ritrovata senza vita nel Tevere.

Tra il 22 e il 25 ottobre del 2009 tre ragazzi sono stati aggrediti a Milano mentre rientravano a casa. Il primo, spaventato, non ha mai reso noto la propria identità alla stampa malgrado i 21 giorni di prognosi decisa dai medici del pronto soccorso. Gli altri due sono stati inseguiti per buona parte di corso Lodi dove sono stati poi malmenati.

Se è vero, come sostenuto da Gianni Alemanno, che una legge contro l’omofobia non serve qualcuno dovrebbe prendersi delle responsabilità precise. Per un Svastichella (questo è il soprannome dell’uomo, in foto, che accoltellò un ragazzo fuori dal Gay Village) condannato altri dieci continuano a commettere un crimine.

I fratelli di Svastichella é stato pubblicato su queerblog alle 08:00 di sabato 05 giugno 2010.


Reazioni alla violenza omofobica accaduta a Roma ai danni di un ragazzo gay: tra loro Concia, Mancuso, Alemanno e Carfagna

Reazioni alla violenza omofobica accaduta a Roma ai danni di un ragazzo gay: tra loro Concia, Mancuso e Alemanno

Dopo la notizia dell’aggressione ad un ragazzo gay a Roma, nella notte tra il 25 e il 26 maggio che ha rischiato di perdere un occhio, ecco le parole di alcuni esponenti politici e di associazioni Lgbt italiane.

Fin dal commento di Aurelio Mancuso è evidente la necessità di agire concretamente e non parlare solo teoricamente di quanto sia criminale e feroce la violenza omofobica in Italia:

“Ricomincia l’estate e ricompaiono con più frequenza a Roma e in Italia le aggressione ai danni delle persone omosessuali. Non sappiamo se sia il caldo a dare la testa, di certo le bande composte spesso da giovani e giovanissime continuano ad agire indisturbate, sicure di non essere individuate e nel caso di non subire eccessive conseguenze. Nell’esprimere la mia solidarietà nei confronti del ragazzo aggredito, faccio appello al Governo, in particolar modo al ministro delle Pari Opportunità, affinchè come gesto di chiara volontà politica di agire, si approvi con urgenza un decreto legge che introduca l’aggravante per i reati da odio ai danni delle persone omosessuali e transessuali”

Dopo l’appello dell’esponente della comunità gay romana, anche il sostegno del Presidente della regione Lazio alla vittima:

“Al ragazzo va tutta la mia solidarietà, con l’augurio di una pronta guarigione. Si tratta di forme di violenza e intolleranza inaccettabili, che condanniamo con fermezza. Sono gesti di inciviltà che non devono rimanere impuniti. È importante che vengano accertate e punite le responsabilità, così come è necessario contrastare l’omofobia, e ogni altra forma di discriminazione, rafforzando la cultura del rispetto degli altri, anche tenendo alta l’attenzione”

Belle parole, ma purtroppo “solo parole”. Renata Polverini condanna le aggressioni omofobiche ai danni del mondo Lgbt, ma, per l’ennesima volta, è necessario ripetere che non si risolve tutto a condanne verbali e ammissioni di conforto. Servono fatti, leggi e non retorica che non porta assolutamente a nulla. Per poi ripetere la solita tiritera al prossimo caso di violenza

E la pensa così anche Imma Battaglia, il presidente di Di’ Gay Project:

“Di fronte alla notizia dell’aggressione denunciata da Arcigay Roma, c’è bisogno di una risposta urgente anche da parte delle istituzioni. Per questo sollecito un incontro urgente tra il sindaco di Roma Gianni Alemanno, l’assessore Umberto Croppi e tutte le realtà associative gay, lesbiche e trans di Roma. Siamo di fronte ad un ennesimo grave episodio al quale occorre dare una risposta politica concreta in termini di lotta all’omofobia”

Franco Grillini, presidente Gaynet, si interroga invece sulle responsabilità per la sicurezza di Roma città e adducendo la responsabilità alla politica di destra:

“Quello che è successo martedì notte a Roma poteva accadere a molti, io stesso ero nella gay street. Ci si chiede quindi se Roma sia ancora una città sicura, se si può per un omosessuale vivere con serenità nella capitale. Purtroppo è bene ricordare che la destra più l’Udc hanno respinto un anno fa la proposta di introdurre un’aggravante per i fatti di omofobia in Italia approvando una mozione, essa stessa violentemente omofoba e offensiva verso la comunità lgbt, dove la lotta alla violenza contro gli omosessuali è stata definita persino incostituzionale. Il veto alla legge contro l’omofobia, di cui la destra deve assumersi in toto la responsabilità, è una sorta di via libera alla violenza omofobica ed è bene ribadirlo perché qualcuno si assuma la propria responsabilità di fronte ad una violenza che sembra inarrestabile. La gravissima aggressione al grido “frocio di m…” - ha aggiunto Grillini - ci ricorda brutalmente che la violenza verso le persone lgbt in Italia è la più grave d’Europa. In nessun paese europeo infatti esiste un maschilismo criminale come da noi.”


Anna Paola Concia
insiste e chiede di velocizzare l’iter legislativo per una legge contro l’omofobia, ammettendo il suo sconforto di fronte a questi continui casi di violenza.

“C’e una legge contro l’omofobia ferma per la seconda volta in commissione Giustizia alla Camera. Decidiamo insieme di dare un segnale di civiltà, approviamola presto. Facciamolo per fermare questa spirale di violenza omofoba impunita e per permettere ai nostri figli di sentirsi uguali ai loro coetanei e di non vivere nella paura. Faccio l’ennesimo appello ai miei colleghi di centro destra, prendiamoci questa responsabilità o quello di cui saremo responsabili in futuro, non potrà essere che violenza e discriminazione. Sono avvilita e stanca di sentire queste notizie - ha aggiunto Concia - avvilita perchè mi addolora sapere che un ragazzo di 22 anni e stato picchiato selvaggiamente perchè‚ omosessuale e stanca perchè non so più cosa fare, non ho più voce per dirlo”

Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, condanna l’accaduto, dichiarando di essere disposto ad accogliere l’invito di Imma Battaglia:

“Esprimo la mia piena solidarietà al giovane aggredito in via Cavour. Questi sono episodi che non devono accadere in una città tollerante come Roma. Mi auguro che gli inquirenti individuino i responsabili di un atto di così grave violenza. Accogliamo la richiesta di Imma Battaglia e siamo disponibili, quanto prima, ad un incontro con le associazioni romane”

Seguono le parole di Livia Turco, responsabile politiche sociali e immigrazione del Pd:

“La notizia dell’aggressione è di una gravità inaudita, non solo per il fatto in sè, ma anche perchè‚ è purtroppo solo l’ultimo di una lunga serie di episodi simili che si sono verificati negli ultimi mesi nella capitale. Alla vittima di un gesto tanto vile, va la solidarietà del Pd, insieme all’augurio di una pronta guarigione”

Infine, Mara Carfagna, ministro delle Pari Opportunità, lancia l’appello a collaborare:

“Chi ha visto, parli. Lo faccia per assicurare alla giustizia una banda di delinquenti e, se non basta, per riparare all’errore di non essere intervenuto ad aiutare un ragazzo vittima di una barbara aggressione. Le istituzioni hanno bisogno dell’aiuto dei cittadini per svuotare le sacche di odio e di ignoranza che ancora resistono nel nostro Paese. Anche per questa ragione il ministero per le Pari opportunità ha voluto creare insieme al Comune di Roma un Osservatorio cittadino contro le discriminazioni, che entrerà presto a regime. Inoltre mi aspetto, come già ho avuto modo di dire in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia e nell’attesa che il Parlamento ridiscuta le aggravanti per questi reati odiosi, che i magistrati, quando sarà il momento, diano pene esemplari”

Ce lo aspettiamo tutti Mara, credici… Siamo con il fiato sospeso (ed esausti).

Via | Leggo/Ilmessaggero

Reazioni alla violenza omofobica accaduta a Roma ai danni di un ragazzo gay: tra loro Concia, Mancuso, Alemanno e Carfagna é stato pubblicato su queerblog alle 20:01 di sabato 29 maggio 2010.


Manifestazione contro l’omofobia a Rimini

 

rimini

Domenica 16 maggio, vigilia della giornata mondiale contro l’omofobia, si terrà l’evento “Emilia Romagna delle differenze” in piazza Cavour a Rimini, patrocinato dalla Regione Emilia-Romagna, dalla Provincia e del Comune di Rimini. Una domenica in piazza per parlare di diversità, per esplorare i mondi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, per gettare ciascuno un ponte verso chi ci è accanto. La città simbolo del divertimento estivo per eccellenza, di recente scenario di sinistri episodi di violenza omofobica, è stata scelta dalla rete di associazione lgbt della regione per una festosa mobilitazione all’insegna della cultura delle diversità.

La manifestazione si aprirà ufficialmente alle 16, dopo il warm-up di dj Capoz, con il saluto del Presidente della Provincia di Rimini, Stefano Vitali. Seguiranno gli interventi di Vittorio Buldrini (Assessore alle Politiche per l’Immigrazione e l’Integrazione del Comune), Fabio Pazzaglia (Consigliere Comunale), Franco Grillini (Consigliere Regionale e Presidente onorario di Arcigay), Cathy La Torre (Avvocato dello sportello legale Arcigay), Marco Lazzarotto Muratori (Psichiatra e collaboratore del testo “Maledetti Froci e Maledette lesbiche”, Ed. CastelvecchiAliberti), Paola Brandolini (Segreteria nazionale Arcilesbica), Marcella Di Folco (MIT), Flavia Madaschi (Presidente Agedo Bologna), Maura Chiulli (Responsabile Nazionale Arcigay Scuola, Giovani e Politiche di Genere). Alle 17, direttamente dalle lezioni di Tuscolano di Zelig, arriverà in piazza la comicità di Alessandro Fullin, e a seguire il concerto delle Diva Scarlet, rock band bolognese tutta al femminile. La festa in piazza terminerà entro le 19 per riprendere alle 20,30 con la cena al ristorante Gilli M’Ama.

Dibattiti, musica e tanto divertimento, ma anche cultura con l’inaugurazione delle mostre “Guarda in faccia la violenza” e “Identità di Frontiera” di Valentina Urbinati, oltre alla partecipazione diretta all’evento della Libreria Indipendentemente di Rimini e Fuera. All’iniziativa aderiscono il Comitato provinciale Arci Rimini, la CGIL Rimini – Ufficio Nuovi Diritti, l’ANPI Rimini, il Coordinamento Donne Rimini, la Federazione Provinciale Giovani, i Democratici Rimini, Let’s Queer e il CSA Grotta Rossa.

L’evento su Facebook


Via – Arcigay


A Cannes nascerà “Queer Palm”, il festival per film gay

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Anche il Festival del Cinema di Cannes ha deciso di creare una sezione e un premio per la tematica omosessuale. Tutto ciò avverrà durante la 63esima edizione di questo importantissimo festival, in cui nascerà la “Queer Palm”, ovvero un premio per il miglior film a tematica gay.

La notizia è stata resa pubblica da Franco Grillini, presidente di Gaynet; in questo modo anche Cannes si allinea con altri eventi analoghi che hanno deciso di creare una sezione per le tematiche LGBT come, ad esempio, il “Teddy Bear” di Berlino e il “Quuer Lion” di Venezia.

Daniel L. Casagrande, direttore del Queer Lion Award ha affermato: “Salutiamo con entusiasmo la nascita di questo premio, che completa un percorso nato a Berlino 23 anni fa”.

via| l’Unità


Matrimoni gay: le motivazioni della Consulta. Le reazioni dei movimenti e della politica

Matrimoni gay: le motivazioni della Consulta

La Corte costituzionale, decidendo sulle questioni poste con ordinanze del Tribunale di Venezia e della Corte d’appello di Trento, in relazione alle unioni omosessuali, ha dichiarato inammissibili le questioni stesse in riferimento agli artt. 2 e 117, I° comma, della Costituzione e infondate in relazione agli artt. 3 e 29 della Costituzione. dal Palazzo della Consulta, 14 aprile 2010.

Con queste scarne 3 righe e mezzo, nell’ora in cui a Roma si cerca ristoro e pausa dal lavoro nei bar e nei ristoranti, si conclude una delle battaglie di grande civiltà che ha visto in prima fila alcune associazioni lgbtq, coppie di fatto, militanti e simpatizzanti del movimento lgbt. Una nota che appare a molti stonata nelle speranze che si erano create attorno alla questione, si cercano motivazioni ancora da venire, si lenisce uno sconforto quasi epidermico. Dalle prime agenzie di stampa, i “soliti” clericali danzano una gioia scomposta, effimera, fanno notare che il matrimonio è tra sessi opposti e nulla di più. Alle 16.30 è indetta in fretta e furia una conferenza stampa alla sala stampa di Montecitorio.

Ci sono, per il Comitato “Sì, lo voglio”, Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay; Imma Battaglia di Di Gay Project; Sergio Rovasio, segretario nazionale di “Certi Diritti”, anima e cuore di un biennio di estrema battaglia. Si palesano anche Franco Grillini e la deputata Pd, Anna Paola Concia. L’aria è quasi rarefatta, i sorrisi di circostanza lasciati a metà, nel vuoto. Qualcuno mi avvisa che alla notizia da noi pubblicata, i commenti sono tantissimi - e ve ne ringrazio - e anche lì si vede una girandola di sentimenti che faticano a nascondere delusione e altre nuove speranze: chi pensa di andarsene via da questo “strano” paese europeo e chi, invece, tenta un ennesimo coraggio, una sfida ad una politica che poco vuole riconoscere la cittadinanza, in diritti, di altri suoi cittadini. Sì, perché se dovrà pensarci il Parlamento, lo scoramento è totale pensando alle battaglie sui DiCo, sui Cus e sull’oblio che su di essi è calato. Figurarsi parlare di matrimonio civile tra persone dello stesso sesso.

Matrimoni gay: le motivazioni della Consulta. Le reazioni dei movimenti e della politicaMentre attraversiamo i dorati saloni della Camera, penso che tra quelle mura si fanno leggi per il Paese e sento anche come tanti tra quei legislatori intenti a chiacchierare, poco interessa il perché siamo lì, poco li riguarda la vita di chi spera in un riconoscimento del proprio amore. Che fine abbia fatto l’eguaglianza tra cittadini, qui risulta ancor più un mistero, quasi un dileggio. Vai a raccontare alle tante coppie di fatto che bisogna iniziare da capo; che questi due anni sono stati una chimera, una ineluttabile speranza finita a tornare nuovamente a sperare nei partiti, nella politica.

E invece è questo che si ripete, prima e durante la conferenza stampa, seguita dai “soliti” noti, forse perché ci si affida alle agenzie di stampa o all’alacre lavoro di comunicazione di Radio Radicale. O meglio, non ai partiti, ma l’attesa di quanto verrà scritto nella motivazione della Consulta, ancora a venire.

“Tutti ci dicono - sostiene Sergio Rovasio - che dobbiamo andare in modo molto moderato a esprimere qualsiasi giudizio. Noi possiamo anche esprimere un giudizio duro e negativo adesso, ma se tra una settimana o quando si leggeranno le motivazioni, ed escono degli spunti dove si dice: in base all’articolo x, non li si può chiamare matrimoni, ma è giusto che ci sia una legge all’inglese e che il Parlamento si muova in questa direzione, per noi, comunque, è un passo importante. Direi che oggi non c’è l’epilogo di questa campagna che abbiamo lanciato due anni fa assieme a Rete Lenford, semmai una occasione di rilancio. I giuristi e il collegio difensivo ci hanno ben consigliato di andare molto cauti nell’esprimere giudizi di merito senza conoscere le motivazioni di questa decisione”.

Perché questo?, chiediamo.

“Perché sempre, secondo quanto dicono i giuristi, gli avvocati e i professori universitari, che fanno anche parte del collegio di difesa sia delle coppie gay che hanno fatto ricorso, sia dell’Associazione Radicale Certi Diritti, davanti alla Corte, le valutazioni, le considerazioni, le stesse negazioni della Corte saranno senz’altro ricontenute e, per questo, sarebbe un po’ azzardato esprimere giudizi su questa decisione della Corte. Colgo l’occasione per ringraziare le coppie gay che hanno partecipato alla campagna di affermazione civile in questi due anni, mettendo anche la loro faccia per il riconoscimento dei loro diritti. Lo hanno fatto anche altri rappresentanti di altre coppie che non possono, o non vogliono, o ancora per motivi di discriminazione non possono uscire allo scoperto. Ringraziamo anche il collegio di difesa, composto da tre professori universitari e da un team di dieci avvocati, la maggior parte di avvocatura lgbt di Rete Lenford che hanno seguito tutte le vicende dei ricorsi presentati da queste coppie gay. Siamo qui non per piangerci addosso o per disperarci, ma per rilanciare questa campagna che continueremo comunque a portare avanti. Noi di “Certi Diritti” e “Rete Lenford” stiamo tentando di indicare una strada, una tra le tante, che si possono percorrere per la promozione e la difesa dei diritti civili. La prossima volta non saranno tre ma trenta professori universitari e cento avvocati. La strada della via legale non è oggi impedita e, probabilmente, avremo occasione i più di prima per continuare questa battaglia.”

Prendendo la parola a nome di “Sì, lo voglio”, Imma Battaglia torna a parlare di rispetto verso la sentenza:

“Non riteniamo la questione chiusa - spiega la leader di Di Gay Project - ma rimandata al luogo dove in qualche modo è iniziata e dove probabilmente è la sua natura, il Parlamento.

Ora speriamo che in Parlamento non prevalga l’omofobia della Lega, perché dopo le elezioni, sappiamo che la Lega ha vinto; ha vinto una parte politica decisamente arcaica, obsoleta. Mi auguro che i parlamentari italiani sappiano far prevalere il senso del dibattito civile, politico e democratico e che in Parlamento si possa assistere ad una rinascita di una identità forte e chiara della sinistra sui temi dei diritti civili e che questa identità possa agire in una prospettiva di lungo termine, perché non vedo una prospettiva di breve termine.

Io sono un’appassionata di gialli, e allora faccio un gossip alla Grillini: il 12 del mese scorso si è interrotta la discussione alla Consulta. Ora la sentenza esce in pieno baillame mondiale col Vaticano che devia l’attenzione sui grandi crimini di cui si è macchiato, buttando la questione in caciara sulla vergognosa equazione tra pedofilia e omosessualità. E allora, mi faccio una domanda: siamo certi che non ci sia alcun nesso?”.

Paolo Patanè, dice di essere più asettico, di non leggere gialli. Preferiamo riportare del leader lgbtq la discussione che facciamo a quattrocchi dopo la conferenza stampa.

Guarda, facciamo una prima considerazione: la gente è stanca, il movimento è provato da anni di risultati non conseguiti, di percorsi iniziati e non conclusi. Stiamo vivendo un capitolo ulteriore di un copione già conosciuto che non incoraggia; però da militante mi sento di dire che, comunque, quello che è accaduto è un fatto nuovo. Intanto i giochi non sono finiti, noi dobbiamo essere consapevoli che questa decisione della Consulta dovrà confrontarsi con la decisione delle Corti europee su questi temi. Siamo di fronte ad un confronto con l’Europa: è un percorso che non abbiamo mai aperto con decisione e con quello che è il Trattato di Lisbona. Siamo assolutamente costretti a crederci, perché ci troviamo di fronte non ad una sensazione, ma a un fatto. È un fatto che in Europa le cose sono state impostate in modo diverso; è un fatto che le Corti dell’Unione si stanno orientando verso un riconoscimento dell’uguaglianza e verso il riconoscimento del matrimonio gay. Per quanta stanchezza ci possa essere non è il momento di mollare; noi come Arcigay non lo faremo; io non lo farò. Penso che noi si debba fare delle azioni un po’ più eclatanti

Per esempio, con i prossimi ricorsi?
Sì, noi dobbiamo puntare ad averne cento di coppie. Questa storia ci insegna che l’errore è all’inizio, nel non aver avuto una grande coesione nel puntare su questo obiettivo perché oggi è indimostrabile che avendo una maggiore pressione sociale, avendo più ricorsi, il risultato sarebbe stato diverso. Però è ragionevole pensare che se da parte nostra, finalmente si decide, come movimento, come persone omosessuali, di perseguire la strada dei ricorsi giudiziari, allora lì cominciano ad esserci degli indicatori sociali forti. Il punto non è svendere, cercare altro rispetto al matrimonio civile: i diritti non sono frazionabili in percentuali. Le persone devono sentirsi parte di un pezzo di storia che stiamo tutti scrivendo; noi questa battaglia la vinceremo, perché tutta l’Europa è lì.

Intanto che stiamo in sala stampa a Montecitorio, le agenzie battono le varie dichiarazioni politiche. Il sottosegretario alla Presidenza con delega alle politiche famigliari, Carlo Giovanardi, gongola:

“Il Governo non aveva dubbi - dice - sull’esito di questi ricorsi e dell’interpretazione giusta e corretta che la Corte costituzionale ha dato all’istituto del matrimonio così come scolpito dai padri costituenti”.

Scomoda ancora il Family Day, la sottosegretaria Eugenia Roccella:

“La famiglia non può che essere, secondo i giudici, una società naturale composta da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio. Nessuna discriminazione dunque, ma l’affermazione dei principi fondamentali della Carta Costituzionale in cui tutti gli italiani si riconoscono”.

Non manca il “mitico”deputato Udc, Luca Volontè:

“La Consulta ha ribadito che il diritto alla famiglia implica doveri tra genitori eterosessuali. Ogni altra pretesa è stata giudicata correttamente come assolutamente priva di ogni fondamento. Un giudizio chiaro che condividiamo e del quale prendiamo atto con soddisfazione”.

Insomma, una maggioranza, per dirla in termini clericali, che canta il Te Deum, e una sinistra basita, poco convinta, quasi disarcionata sui temi che ha appoggiato negli anni con ben poca convinzione.

Tocca ancora una volta a noi, fatevi sotto coppie di fatto e di amore. La battaglia non è ancora finita, figurarsi se persa. Noi continueremo a parlarne e magari potreste essere voi a raccontarci la vostra storia di coppia che pubblicheremo. È il momento di agire!

Foto 1 | Flickr


Se il Vaticano confonde la pedofilia dei suoi preti con l’omosessualità

Se il Vaticano confonde la pedofilia dei suoi preti con l'omosessualità

Qualcuno dovrà fare da capro espiatorio. E se non qualcuno, una intera categoria di persone. Sembra pensarla così il cardinale, segretario di Stato vaticano, monsignor Tarcisio Bertone. La categoria da mettere sotto accusa, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, è quella degli omosessuali, ahinoi, rei di essere così sporcaccioni da infangare l’illibatezza dei minori, magari sotto talari spoglie. L’improbabile e antisociale equazione omosessualità uguale pedofilia, di oscurantista memoria, è tornata in auge per bocca di uno dei maggiori responsabili della gestione politica e religiosa dello Stato del Vaticano. Una facile equazione, quanto terribile e anacronistica. Pensavamo finora ad una Chiesa lontana e dimentica del suo periodo inquisitorio, e invece monsignor Bertone, ricaccia indietro nei secoli, una modernità e una realtà pare mai accettata da loro.

“È stato dimostrato da molti psicologi e psichiatri - dice il segretario di Stato Vaticano - che non c’è legame tra celibato e pedofilia. Abbiamo statistiche dell’Onu e dell’Unicef relative a migliaia di casi riguardanti tutte le categorie e che non parlano solo della Chiesa cattolica, perché - ha aggiunto - è una percentuale minima. È ora di finirla con questi attacchi sempre solo alla Chiesa cattolica. Molti altri studiosi hanno invece dimostrato un legame tra omosessualità e pedofilia”.

Scusi, Eminenza, quali altri studiosi, chi? Faccia i nomi per, quanto meno, dialogare con loro e constatare noi stessi come e dove poter estirpare questa insana equazione. La leggerezza, invece, con cui Ella afferma questo strano binomio, è a dir poco grave e anche pericoloso verso una categoria di persone di cui mi onoro far parte e alle quali mi unisce un forte legame di civiltà e di battaglie sui diritti civili che la sua Chiesa combatte a volte con incomprensibile ferocia.

Lei, Eminenza, non noi, è chiamata a rispondere di una parte, seppur minima, del suo clero che in decenni si è macchiato del terribile delitto di pedofilia, di aver allungato mani e libido su carni innocenti, su persone sordomute, su fanciulli e fanciulle che si son viste segnare la vita. La sua Chiesa è sotto accusa e poco vale, almeno nella dignità umana, difendersi attaccando altre persone, altri soggetti sociali. Poco interessano le percentuali e se altri, di altre religioni, hanno copiato i preti pedofili. Come Lei, sappiamo che, per parlare in termini religiosi, un peccato è un peccato e poco conta chi lo fa. Resta un peccato e, in campo giuridico, un reato. Se, come dicono in tanti, ci sono stati silenzi ed omissis, per anni, su coloro che vestivano abiti talari, celebravano cerimonie religiose e alzavano le mani verso innocenti creature, una Chiesa sana fa il suo mea culpa, si prende in pieno le proprie responsabilità e non va a infangare altri soggetti, come a dire: mal comune, mezzo gaudio!

Come Lei, pensiamo che la pedofilia sia un male che attraversa molte persone, persino la famiglia. Ci sono esseri che fanno turismo sessuale minorile; c’è chi abusa della propria figlia; la casistica, ahinoi, è lunga e disgustosa. Ma il “mal comune, mezzo gaudio” non perdona; non risolleva dalle responsabilità.

Credo, come Lei, monsignore, che sia giunta l’ora di fermare questi attacchi alla Sua Chiesa, ma la Sua Chiesa deve riconoscere quanto male si è consumato in decenni dentro le canoniche, negli istituti religiosi, nelle strutture create per accogliere pargoli per educarli a una vita civile e buona, non a essere abusati. Ci sono diocesi, che per questo, si son viste costrette a pagare con vil denaro, il silenzio degli innocenti; diocesi che si son piegate al crack finanziario per risarcire migliaia di vittime.

Dire che l’omosessualità è pietra di paragone della pedofilia, nonostante gli studiosi, è proferire una menzogna che, se detta da un anonimo la si lascia cadere con un pietoso sorrisino, ma detta da un capo del Vaticano rattrista ed è grave, come dice anche Franco Grillini:

“Gravissime le affermazioni del segretario di Stato vaticano Bertone per l’accostamento che fa tra omosessualità e pedofilia. Un accostamento del tutto destituito di fondamento, perché, come ognuno sa, i casi di pedofilia si concentrano soprattutto nelle strutture educative cattoliche e nella famiglia tradizionale, come dimostra il 90% dei casi giudiziari di violenza sui minori. Le dichiarazioni di Bertone la dicono lunga sullo stato dell’attuale disperazione vaticana, se sono costretti a buttare la croce sugli omosessuali che sono invece il gruppo umano meno coinvolto in assoluto in casi di pedofilia. La Chiesa cattolica, anziché buttare la croce addosso ad altri dovrebbe implorare il perdono per aver coperto per decenni, forse per secoli, quello che possiamo definire il più grande scandalo sessuale della storia dell’umanità”.

Allarmati, anche i sostenitori del Movimento cileno per le minoranze sessuali (Movikh):

“Bertone mente in modo palese ed inumano quando sostiene che ci sono studi che dimostrato l’esistenza di relazioni tra l’omosessualità e la pedofilia, mente, in quanto non c’è nessuna ricerca scientifica, seria e indipendente da tutte le correnti religiose, che indichi questo. Le affermazioni del cardinale sono provocatorie - aggiunge la nota - perché tendono ad attribuire responsabilità a persone con un orientamento sessuale diverso per i brutali casi di pedofilia commessi da sacertoti, utilizzando in modo immorale gli omosessuali come capro espiatorio”.

Non poteva mancare la nota di Arcigay:

L’equazione omosessualità-pedofilia, falsa, ignobile e anti-scientifica, è un’affermazione disonesta che colpisce la vita e la dignità di milioni di persone gay e lesbiche, confermando il cinismo, la mancanza di scrupoli e la crudeltà di quelle stesse gerarchie vaticane che hanno coperto per anni i crimini sessuali perpetrati in tutto il mondo da esponenti della chiesa contro la vita di migliaia di bambini e bambine innocenti.

Di quei corpi brutalmente violentati, di quell’infanzia e di quelle vite distrutte, la chiesa porta la piena e vergognosa responsabilità, e non sarà tentando di distogliere l’attenzione dalle sue stridenti contraddizioni e dalle sue omertà interne che potrà sottrarsi ad un giudizio severissimo per reati sessuali denunciati in tutto il mondo contro i preti pedofili.

Siamo davvero indignati per le parole che Bertone ha pronunciato in Cile: non tenti la chiesa di trasferire le sue colpe sulla pelle di altre persone innocenti, e pensi piuttosto ad interrogarsi sulla sua mancanza di umanità” - sottolinea Paolo Patanè, Presidente nazionale Arcigay.

Arcigay aveva scelto di non cavalcare l’orrore per lo scandalo raccapricciante degli innumerevoli abusi di sacerdoti cattolici su minori. Ammettiamo di avere sbagliato nel pensare che bastassero le migliaia di denuncie in tutto il mondo, perché le parole del segretario di stato vaticano confermano che questi uomini di chiesa non hanno ritegno ad offendere la buona fede di milioni di credenti, che dicono di rappresentare, affermando falsità che continuano ad uccidere la dignità di tanta gente e a generare violenza e discriminazione, anziché provare seriamente e con umiltà a riparare ai propri crimini. Di fronte a questa scandalosa mancanza di coscienza – conclude Patanè – “la denuncia di tutta la società civile deve essere durissima.

A prendere posizione anche il gruppo Nuova Proposta, donne e uomini omosessuali cristiani:

Il Gruppo “Nuova Proposta - donne e uomini omosessuali cristiani” esprime un profondo sconcerto di fronte alle parole del cardinal Tarcisio Bertone, giunte ieri da Santiago del Cile, in cui si è messa in relazione la pedofilia con l’omosessualità. In un momento in cui ci si aspetterebbe dalla Gerarchia Vaticana, e dalla Chiesa tutta, esclusivamente un atteggiamento di compassione nei confronti delle vittime dei sacerdoti pedofili, il cardinal Bertone non ha perso occasione per aggiungere danno al danno, ribadendo il concetto astruso e assolutamente infondato, di collegamento tra pedofilia e omosessualità. In questo modo non solo non ha risolto il problema delle vite dei piccoli devastati dagli abusi dei sacerdoti pedofili, ma ha altresì scaricato il fardello sulle spalle delle persone omosessuali che già sono vittime innocenti dello stigma e del pregiudizio della società. Al cardinal Bertone auspichiamo un sereno percorso di approfondimento della condizione omosessuale che lo spinga in futuro ad agire, nelle parole e nei fatti, in sequela dell’Amore di Cristo e non in contrapposizione, giacché non è frutto della misericordia utilizzare l’orientamento affettivo di alcune persone come “foglia di fico” per allontanare le responsabilità del Magistero Cattolico. Siamo convinti, infatti, che l a vera genesi della questione pedofilia tra i sacerdoti sia esclusivamente da attribuire alla cultura della repressione sessuale che ha provocato numerosi mostri tra cui si inseriscono a pieno titolo i sacerdoti pedofili.

Foto | Il Messaggero


Matrimoni gay. La Consulta rinvia a domani mattina. Cronaca di una giornata difficile


Tutto ha inizio intorno alle 11.00 di questa mattina, quando la Corte Costituzionale ha aperto la seduta pubblica per discutere sull’ammissibilità costituzionale del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Passano pochi minuti e la Corte si ritira in camera di Consiglio; deve decidere sull’ammissibilità dell’intervento delle coppie richiedenti e dell’Associazione Radicale Certi Diritti: in pratica sulla costituzionalità del matrimonio tra persone dello stesso sesso in Italia. Non impiegano molto e dopo circa quindici minuti di camera di Consiglio, la Corte ritiene inammissibile l’intervento. Si inizia a trepidare e qualcuno comincia a temere il peggio. Viene dichiarato inammissibile l’intervento in aula degli avvocati di Certi Diritti e di una coppia di fatto omosessuale.

Nel ricorso all’esame dei giudici si afferma che il divieto viola il principio costituzionale di uguaglianza tra cittadini ed è in contrasto con le norme europee in materia. Ne deriverebbe inoltre una “irragionevole disparità di trattamento” tra omosessuali e transessuali dal momento che a questi ultimi - dopo il cambiamento di sesso - è consentito il matrimonio tra persone del loro stesso sesso originario.

A costituirsi in giudizio per parte della Presidenza del Consiglio, è presente l’avvocatura di Stato che si batte per l’inammissibilità su tutti i fronti. Secondo quanto affermano davanti al giudizio della Consulta: si produrrebbe una “operazione di manipolatura del tessuto normativo” che compete al legislatore.

L’udienza dura alcune ore, poi la decisione: i giudici della Corte Costituzionale, sotto la presidenza di Francesco Amirante, si riuniranno in Camera di Consiglio alle 17.00. Ne usciranno con una sentenza. Intanto, alle 15.00 il Comitato nazionale per il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso Sì, lo voglio, indicono una Conferenza stampa , presso la Sala stampa della Camera dei deputati. Sono presenti: Imma Battaglia, Maurizio Cecconi
, Enzo Cucco, Paolo Patanè, Francesca Polo.

Alle 17.30 torna a riunirsi la Consulta, ma si capisce quasi subito che non ci sarà una sentenza in giornata. Intanto arrivano le prime dichiarazioni politiche.

Renata Polverini candidata Pdl alla presidenza della Regione Lazio:

“Io l’ho già detto alla base del matrimonio c’è la diversità tra i sessi. I diritti civili sono individuali e su quelli non discuto”

Emma Bonino candidata per il centrosinistra alla presidenza Lazio:

“Quello che dirà la Corte costituzionale sarà un vincolo per tutti, punto e basta. Proprio per questo esistono le istituzioni in un Paese democratico, e credo che queste siano le sentenze che vanno rispettate”.

Franco Grillini:

“Qualunque sia l’orientamento della Corte costituzionale sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, la discussione di oggi rappresenta un fatto di rilevanza storica perché‚ punta il dito su una discriminazione di fatto: da una parte cittadini che possono contrarre matrimonio, dall’altra cittadini che non possono contrarre matrimonio”

Carlo Giovanardi:

“La Consulta non può bocciare la Costituzione italiana. L’articolo 29 parla chiaro, la famiglia è una società naturale formata dal matrimonio. E la famiglia è costituita da un uomo e una donna, i nostri costituenti non avevano il minimo dubbio che il matrimonio fosse l’unione tra un uomo e una donna. Quindi mi aspetto che la Consulta bocci il ricorso”

Nella discussione intervengono anche i legali delle coppie che si sono rivolte ai tribunali prima e oggi alla Consulta. Chiare le tesi dell’avvocato Vittorio Angiolini:

“È discutibile che debba essere solo il legislatore a rilevare l’evoluzione sociale della famiglia, intesa come società naturale fondata sul matrimonio perché se può essere solo il legislatore, allora non avrebbe più significato parlare di società naturale. Inoltre, non c’è alcuna lesione di libertà altrui: né dei figli né di terzi. Sia dunque la Corte Costituzionale a prendere contezza che la società è cambiata”

Gli fa eco l’avvocato Vincenzo Zeno Zencovich:

“Non è il Parlamento ma la Corte Costituzionale a essere chiamata a riconoscere certi diritti. La Consulta spesso anticipa tali riconoscimenti ancor prima dell’intervento del legislatore come in passato è ad esempio avvenuto per la riforma del diritto di famiglia”

Domani, vedremo come finirà!

Foto | Corte Costituzionale


Aurelio Mancuso: “Vi spiego alcune cose su Arcigay, sul Pd, sulla politica. Sui diritti gay siamo alla desertificazione; e oggi tocca alla Consulta”

Aurelio Mancuso: "Vi spiego alcune cose su Arcigay, sul Pd, sulla politica. Sui diritti gay siamo alla desertificazione; e oggi tocca alla Consulta"Cessata la sua attività come presidente nazionale di Arcigay, Aurelio Mancuso non è uscito dalla scena politica e di lotta del Movimento lgbt italiano. In tanti lo hanno criticato, e molti sono stati probabilmente i suoi errori. Per chi lo conosce sa che ha dato impegno e forza ad Arcigay, portando diverse battaglie in piazza e facendo sentire la voce militante sui diritti civili negati alla politica. Smessi i panni di presidente di Arcigay, lo abbiamo incontrato per trattare con lui diversi temi che stanno a cuore a tutti. Di certo, le acrimonie, in un movimento come il nostro, così frastagliato e diviso, servono a poco. È certo che al di là delle proprie o altrui valutazioni, coloro che conoscono il movimento devono poter continuare a svolgere un ruolo di sfida e di impegno per dare un contributo alle nostre decennali battaglie. Aurelio, come Grillini o Gottardi e altri, fanno parte di questa pletora di persone, che in questi anni hanno fatto crescere molti di noi, il movimento, la società civile.

Cominciamo da Perugia. Cosa non è andato tra i delegati Arcigay che alla fine si sono divisi su molte cose?
Le premesse per un Congresso di forti divisioni c’erano tutte: si sono confrontate due mozioni che non contenevano differenze sostanziali sugli obiettivi politici, quanto sull’idea di come gestire e rinnovare Arcigay. Durante le giornate perugine sono emerse forti distanze e anche conflitti, ma bisogna ricordare che per esempio la Commissione politica ha approvato tutti gli ordini del giorno all’unanimità, cosi come le altre commissioni hanno lavorato bene. Sull’elezione di presidente e segretario nazionali era inevitabile che emergesse un contrasto anche di tipo personale. Credo però che Arcigay sia già impegnata ad andare oltre

Paolo Patanè e il nuovo segretario Nazionale intendono rifondare Arcigay. Smessi i panni di presidente, cosa non andava nell’associazione?
L’associazione gode di ottima salute dal punto di vista organizzativo, negli ultimi otto anni, ovvero quando ho ricoperto prima il ruolo di segretario e poi, quello di presidente, sono quadruplicate le entrate, sono aumentati i comitati territoriali, si sono avviati strumenti di formazione e progettazione che hanno lavorato bene. Ciò che manca ad Arcigay è una concreta consapevolezza delle sue enormi potenzialità sociali e politiche. Bisogna concludere la riforma organizzativa avviata alcuni anni fa, soprattutto nell’ambito della certa acquisizione delle risorse spettanti dal tesseramento. Fanno bene i nuovi dirigenti di Arcigay a porsi l’obiettivo di riformare profondamente Arcigay. Questo è il tempo giusto per osare e liberarsi finalmente da condizionamenti e conservatorismi del passato.

Aurelio Mancuso: "Vi spiego alcune cose su Arcigay, sul Pd, sulla politica. Sui diritti gay siamo alla desertificazione; e oggi tocca alla Consulta"Ci sono state accuse di personalismi, di dissapori all’interno di Arcigay, di mire politiche poco condivise durante la tua presidenza. Forse qualche sbaglio c’è stato.
Assolutamente sì. Queste tensioni sono emerse perché il sottoscritto ha volutamente provocato discussioni inedite dentro l’associazione, che era un po’ abituata ai confronti paludati simili alla sinistra storica. Per esempio, quando Sinistra e Libertà ha proposto di candidarmi per le elezioni politiche, ho immediatamente informato la Segreteria nazionale e aperto un confronto interno chiaro, che permettesse al gruppo dirigente ristretto di esprimersi, di consigliarmi. Alla fine, come si sa, ho rifiutato quella candidatura, ma l’ho fatto alla luce del sole, senza ipocriti infingimenti. Per chi conosce bene la storia di Arcigay, sa che questa è stata quasi una provocazione, così come ne ho scientificamente operate altre, perché si era abituati ad attendere il maturarsi definitivo di proposte o di scelte personali in silenzio. L’emersione di conflitti e di distanze ha disorientato molti militanti e dirigenti Arcigay, alla fine il tempo mi darà ragione: era necessario liberarci da ritualità e consuetudini, io ho scelto di testarlo in prima persona.

Perché oggi Arcigay soffre di poca militanza, di poco ascolto dalla politica, di battaglie iniziate e mai portate alla vittoria?
Rispetto a solo pochi anni fa la militanza in Arcigay è aumentata vertiginosamente, ma questo oggi non basta. Non è sufficiente alla stessa associazione, perché è diffusa la consapevolezza che l’aumentare dei militante non accorcia sostanzialmente la distanza tra l’impegno dei pochi e il disimpegno della comunità lgbt. Personalmente sono ormai convinto da tempo, che la capacità propositiva dimostrata in tanti anni di lavoro si è scontrata con l’ostilità o l’indifferenza da parte delle istituzioni e della politica proprio perché manca a noi stessi un concreto consenso popolare all’interno della comunità lgbt.

Paola Concia (Pd), ha lamentato in maniera forte il silenzio e il disinteresse verso il suo lavoro parlamentare da parte di tutti.
Paola è stata eletta nel periodo storico più duro per il movimento lgbt italiano. La sconfitta subita rispetto alla sordità dimostrata dal governo Prodi, ha pesato anche successivamente nei suoi confronti. Unica parlamentare omosessuale eletta Paola, ha dovuto confrontarsi con un movimento deluso e diviso. Sono stati due anni duri per lei e per tutti noi. Ora però bisogna riprendere il filo del confronto. In Parlamento Paola Concia ha dimostrato di saper attirare attenzione, di suscitare dibattiti e confronti anche con il centro destra. Nel rispetto dei differenti compiti la Concia e il movimento devono collaborare e ascoltarsi.

Che Arcigay hai lasciato? Cosa sarà per noi la sentenza della Consulta, oggi?
Solida nella volontà collettiva di intraprendere strade nuove e anche inesplorate, ancora incerta e riflessiva sugli strumenti adeguati e sulle strategie. In questo periodo si punta molto sulla strada giudiziaria, attendendo ciò che dirà la Corte Costituzionale oggi rispetto al quesito posto da quattro tribunali sull’illegittimità delle persone dello stesso sesso di sposarsi. Credo che l’attesa di tutto il movimento sia comprensibile, allo stesso tempo rimango dell’idea, che in Italia la via giudiziaria può aiutarci attraverso sentenze e pareri, che già sono acquisiti, a sollecitare il Parlamento ad affrontare il tema. Il confronto con la politica rimane il vero nodo.

Aurelio Mancuso: "Vi spiego alcune cose su Arcigay, sul Pd, sulla politica. Sui diritti gay siamo alla desertificazione; e oggi tocca alla Consulta"In molti lamentano che i numeri di Arcigay arrivino da tessere usate per entrare nei locali, non certo per far politica o frequentare i circoli.
Finché la tessera sarà percepita come una fastidiosa tassa per finanziare l’attività di un gruppo di militanti distanti e anche non affini, allora non avremo operato il vero cambiamento necessario. Auspico che la nuova dirigenza riesca a superare il muro di conservatorismo e diffidenza che sia nei Comitati Provinciali e sia nei Circoli Affiliati ha per ora impedito una mescolanza, un ascolto e una collaborazione reciproca, che permetta a tutti i soci di poter incidere.

Ci puoi spiegare questa tua voglia di tornare a far politica? Con chi? Con quali propositi?
Per chi proviene come me da una lunga esperienza politica e dei movimenti, la politica è il tratto essenziale della propria esistenza. Non ho mai smesso di fare politica, ho segnato una giusta distanza nell’impegno di partito, perché rappresentavo un’associazione dove convivono differenti culture e orientamenti politici. Ho in questi giorni fatto domanda d’iscrizione al PD, scelta maturata da qualche tempo e che si concretizza dopo il Congresso Arcigay.

Ritieni che una persona lgbt possa ancora sperare in un partito come il Pd per le sue battaglie?
Ritengo quel partito ancora distante dalle nostre richieste, incapace di comprendere il mutamento sociale e di esser coerente con la Costituzione e il Trattato di Lisbona. Ma con quel partito dovremo tutti fare i conti e personalmente voglio aiutarlo a cambiare. Però il mio principale impegno sociale e politico rimane all’interno del movimento lgbt, di cui credo sia necessaria una vera rifondazione.

Ha fatto discutere la tua richiesta di dialogo con la chiesa cattolica. Che dialogo possiamo avere con loro?
Credo che il movimento non debba precludersi nessun confronto. Esser contro le politiche messe in campo dal Vaticano e dalle gerarchie cattoliche italiane è un dovere civile, lo dico come militante e lo sottolineo ancor di più come cattolico di base. Nessuno sconto è possibile quando è attaccata la laicità dello Stato, i diritti delle persone lgbt e delle donne. Ma la chiesa è solo questo? No non è così. La chiesa cattolica (e il dialogo naturalmente deve esser sempre aperto a tutte le confessioni religiose) è anche altra cosa. Con diversi preti è possibile confrontarsi, con articolazioni territoriali e associative cattoliche abbiamo avuto contatti. La chiesa è un attore politico e sociale potente non solo perché le gerarchie hanno tentato di trasformarla in un partito, ma soprattutto perché nella concretezza della quotidianità è capace di interloquire e agire con vaste proporzioni della società italiana. Esser disponibili al dialogo non significa metter in discussione le proprie idee, è invece un atteggiamento positivo che potrebbe anche aprire evidenti contraddizioni interne. Il tema è spinoso e mi rendo conto che la mia “provocazione” può lasciare interdetti, ma dobbiamo saperci muovere con lucidità, perché non è vero che i cattolici italiani sono tutti omofobi e anti libertari. Tutte le ricerche sociali, anche quelle commissionate dalla Cei, dimostrano l’esatto contrario. In ultimo rimane sullo sfondo la questione mai seriamente affrontata di quanti gay e lesbiche italiane siano credenti e, quanto questa loro fede incida negativamente o positivamente rispetto alla pienezza della loro vita. Dentro il movimento ci sono troppi atteggiamenti confusi, liquidatori e superficiali. In quest’ambito intendo proseguire un mio impegno di testimonianza e di confronto culturale.

Il Vaticano si trova in un mare di guai per i suoi sacerdoti pedofili e per i silenzi sulle violenze sessuali. Secondo te è una chiesa che vuol parlare con la comunità lgbt?
Gli scandali sessuali che travolgono oggi la chiesa sono, lasciami usare questa esclamazione, una benedizione! Sul terreno delle libertà sessuali era inevitabile che prima o poi scoppiasse il bubbone delle violenze e degli abusi perpetrati da preti e educatori cattolici. Non si tratta tanto di una conseguenza del celibato, (anche se il tema finalmente è oggetto di confronto pubblico) quanto dell’antico pessimismo sessuale. Più la chiesa reputa il sesso una pratica sporca, necessaria solamente per la riproduzione e più lo fa diventare interessante, una pulsione irresistibile, quanto lo è teoricamente e praticamente il peccato nelle sue diverse accezioni. La gerarchia cattolica non vorrebbe dialogare con nessuno e tenta, come ha fatto recentemente padre Lombardi, di accreditarsi come vittima, come non unica istituzione dove avvengono abusi e violenze ai danni dei minori. È una difesa disperata, che non convince nemmeno le alte gerarchie. Tenteranno in tutti i modi di minimizzare, di far finta di occuparsene con pene interne severe, la verità è che il dramma si sta consumando all’interno della chiesa. La repressione sessuale è la linea Maginot delle gerarchie reazionarie, che buttando a mare il Concilio Vaticano II, reputano la società odierna nemica. Il loro potere si basa sulla paura e l’ignoranza. Proprio per queste ragioni si libereranno nuove idee, che negli ultimi trent’anni sono state emarginate e anche ridotte al silenzio. Per il movimento lgbt, ma per tutte le persone che hanno un robusto bagaglio di esperienza e studio rispetto alle libertà individuali, è un’occasione d’oro per aprire fronti di dialogo, di contraddizione, di polemica culturale e sociale.

Cosa manca oggi alla nostra comunità per parlare con la politica?
Manca la convinzione. La consapevolezza di poter essere una forza sociale davvero importante e capace di orientare il consenso elettorale. Troppe le divisioni interne, i reginismi, la volontà di far emergere posizioni sensazionali che possono attirare l’interesse dei mass media. C’è urgenza di sostanza, di solidarietà tra di noi, di capacità d’ascolto prima di tutto della comunità lgbt. Il movimento lgbt è riconosciuto come soggetto che porta in piazza centinaia di migliaia di persone, ma non è ancora capace di costruire compattezza, proposte che convincano l’intera comunità, che forniscano una corretta immagine delle persone lgbt nei confronti dell’opinione pubblica e dei mass media.

Con chi dovremmo parlare, col centrosinistra, con il centrodestra? Col Pd? Chi davvero secondo te ha a cuore i nostri diritti?
La politica italiano non ha a cuore i nostri diritti. Siamo alla desertificazione e riprendere un dialogo concreto non sarà semplice, ma come ho detto prima, non ci si può sottrarre. Entrambe i poli sono ancora in movimento, dopo le regionali credo che si svilupperanno ulteriori mutamenti. Il compito delle associazioni lgbt è di mantenere fede alla piattaforma rivendicativa e allo stesso tempo di cogliere i mutamenti in atto del quadro politico. Personalmente non ritengo importante, nonostante io sia di sinistra, guardare con interesse uno schieramento piuttosto che un altro; quando si aprono spazi di dialogo, bisogna andare a vedere e attendere risultati concreti. Auspico che prima o poi finalmente anche in Italia si formino una destra e una sinistra europee, questo renderebbe il nostro compito assai più semplice.

In queste elezioni regionali spicca per leadership e chiarezza di intenti Nichi Vendola, un uomo di movimento. Uno come Nichi potrebbe fare molto per le nostre battaglie. Non potrebbe essere lui la capacità di darci qualche diritto? Non dovremmo come movimento appoggiarlo?
Nichi è impegnato, da una parte nel salvaguardare la sua esperienza di presidente della Puglia e dall’altra di costruire una nuova sinistra italiana. Spero che riesca in entrambi i casi. Il movimento a mio modesto parere, deve sostenerlo sapendo che lui e altri leader di altri partiti sono una speranza per il futuro. Ribadisco che il problema siamo innanzitutto noi, ovvero come sapremo rifondare un movimento troppo lontano dalla realtà, ancora legato a schemi politici e culturali sorpassati da tempo. Voglio fare un esempio, che premetto, non vuole offendere nessuno: ancora una volta assistiamo a decine di candidature alle elezioni da parte di persone lgbt. Di queste a parte Vendola e Grillini, nessuna ha una concreta speranza di essere eletta. In questo modo facciamo un regalo alla solita politica del fiore all’occhiello, che ritengo mortificante e dannosa per l’intera comunità.

Hai parlato di una potentissima lobby gay in Vaticano. Ci puoi spiegare?
Beh la lobby gay del Vaticano è longeva, attraversa i secoli si organizza lontana da occhi indiscreti da tempo immemorabile. Si tratta di lobby nel senso negativo del termine, tutta impegnata a orientare e influire sugli incarichi interni alla Curia e nelle parti più importanti del mondo. Chi fa parte di questa consorteria non ammette tentennamenti, tradimenti e soprattutto pubblicità. Se sei dei loro, hai vita facile se no, quando omosessuale sei emarginato, se non denunciato. Ha occhi e orecchi dappertutto e oggi si deve confrontare con tanti altri poteri interni alla chiesa, prima fra tutte le settocrazia (gli appartenenti a Opus Dei, Cl, Compagni delle Opere, Legionari di Cristo, Focolarini) ecc. Povera chiesa in mano a schiere di simoniaci e blasfemi di tutti i tipi.

molti anche tra i politici, dicono che siamo persone che non necessitano di tutela; che siamo felici come siamo.
Invece ritengo che alla base della nostra perpetua sconfitta sul terreno legislativo ci sia proprio un atteggiamento aristocratico, che da per scontato che tutti i gay e le lesbiche siano oggi felici, affermati, gioiosamente appagati dalle serate in discoteca. Non è così. Già tra chi frequenta con assiduità i luoghi del divertimento, la solitudine è palpabile, se poi ampliamo lo sguardo sulla indistinta schiera di milioni di persone lgbt ancora clandestine allora comprendiamo che c’è un lavoro immane da svolgere.

Va rivisto, alla luce di quanto accaduto in una discoteca padovana, l’affiliazione di circoli in Arcigay?
Da quasi tre anni non si registrano nuove affiliazioni ad Arcigay. La crisi economica ha colpito duramente anche il settore del divertimento gay. I gestori dei locali lamentano cali negli introiti che oscillano dal 20 al 40 per cento. Anche la crisi però può essere un’occasione per rivedere alcuni meccanismi e consuetudini. Qui siamo in un campo delicato e che deve tenere conto anche delle misure varate da questo governo, che intendono colpire tutto l’associazionismo di promozione sociale. Nel caso di Padova, e in qualsiasi altro caso, se si accertano violazioni gravi delle normative, bisogna esser netti e revocare le affiliazioni. Proprio le difficoltà economiche possono favorire atteggiamenti di violazione delle leggi; è necessario utilizzare fermezza e allo stesso tempo non fermarsi qui. Sarà sempre troppo tardi quando dentro Arcigay e in tutto il movimento si aprirà una vera riflessione sull’abuso di droghe e alcool. Possiamo stare zitti di fronte a schiere di gay e di lesbiche che in tutti e, sottolineo tutti, ritrovi di aggregazione lgbt consumano sostanze di tutti i tipi, abbassando anche la soglia di attenzione rispetto ai rapporti sessuali?


Scritte omofobe contro Franco Grillini. Il Movimento si mobilita


In un clima di campagna elettorale, tra i peggiori che ricordiamo, avvelenato e contumelico, si è consumato l’ennesimo atto di intimidazione omofoba, questa volta ai danni di Franco Grillini, candidato dell’Italia dei Valori nelle regioni di Emilia Romagna e Lombardia. L’esecrando atto è avvenuto in Lombardia dove il camion elettorale del candidato padre di innumerevoli battaglie per i diritti lgbt, è stato preso di mira da elementi che speriamo vengano presto scoperti. Durante la notte scorsa è stato seriamente danneggiato da ignoti uno dei due camion che per le vie di Milano trasporta la vela con il manifesto elettorale del candidato Idv Franco Grillini a Milano e provincia. Sono state tagliate quattro gomme ed è stato danneggiato lo sportello, tanto da impedire l’accesso al mezzo. Sul manifesto elettorale sono comparse le scritte: “frocio di merda vai a lavorare”, “w la figa”.

Un atto ignobile, più denigratorio e insulso perché rivolto ad una persona come Franco che conosciamo per il suo instancabile impegno civile, per le sue passate battaglie in Parlamento a favore delle coppie di fatto e contro ogni discriminazione; per questa sua nuova avventura politica che, se vinta come ci auguriamo, potrà portare nuove ventate di democrazia e di diritti nelle regioni in cui sarà eletto. Non solo volgari, quelle scritte che denunciamo un clima avvelenato, di disperata ignominia per coloro che lo hanno attuato, credendo di rendere più difficoltoso il percorso della campagna elettorale di Grillini, che così risponde agli ignoti omofobi:

“La violenza, l’omofobia e i soprusi sono odiosi sempre, ma lo sono ancora di più quando si cerca di alterare la dialettica democratica. Si tratta di un atto vigliacco e stupido di chi vuole impedire la campagna elettorale su Milano di un candidato fortemente caratterizzato sui temi dei diritti civili e di libertà. Mi sono candidato a Milano nelle liste dell’Idv per combattere lo strapotere clericale del ‘ventennio’ di Formigoni. Non sarà certo una vile intimidazione a fermare una campagna che porta avanti soprattutto ideali di libertà e laicità”.


Immediata la reazione delle organizzazioni lgbt, tra le prime Arcigay dove Grillini riveste la carica di presidente onorario:

“Esprimiamo la solidarietà di tutta Arcigay a Franco Grillini, nostro presidente onorario e candidato ai consigli regionali per IDV in Lombardia ed Emilia-Romagna per le vergognose scritte omofobe e i danneggiamenti subiti dalla sua vela con il manifesto elettorale la scorsa notte a Milano. Quello che è accaduto rappresenta un attacco gravissimo e vigliacco al coraggio della visibilità di un esponente politico che si è sempre battuto per i diritti civili delle persone omosessuali e per la laicità dello stato. – dichiara il presidente nazionale Arcigay Paolo Patanè – Questi gesti sono alimentati dal clima d’odio e di pregiudizio che in questi mesi in Italia colpisce chi si distacca da una presunta norma e non si allinea ad una società sempre più tradizionalista e ghettizzante.”

A Patanè fa eco Luca Trentini, segretario nazionale Arcigay:

“Tali aggressioni sono alimentate dalle dichiarazioni omofobe di una certa classe politica e dalle censure alla libertà di espressione da cui Grillini si è sempre distanziato, mettendosi in gioco in prima persona. Torniamo a chiedere un segnale forte dal nostro parlamento: l’estensione della Legge Mancino per tutti i reati d’odio basati sulla discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere, in modo da fermare una spirale che colpisce con insulti tutte le persone lgbt, fino a lasciare una scia di aggressioni violente e vittime innocenti”.

E’ davvero strano che l’episodio sia potuto accadere alla vigilia di un incontro (stasera alle 19.00), programmato da tempo, indetto da Arcilesbica Zami di confronto con i candidati alle regionali in Lombardia proprio sul tema delle politiche non discriminatorie e di inclusione delle minoranze.

Inutile dire che questi anni non fermeranno certo le battaglie che Grillini e il Movimento stanno portando avanti con convinzione e decisione. Vergognoso che un atto simile sia potuto accadere in una metropoli come Milano che ha la più vasta rappresentanza omosessuale, che arricchisce col suo lavoro il benessere di questa città.

A Franco Grillini, noi tutti di Queerblog e da parte dei nostri affettuosi lettori, esprimiamo convinta e piena solidarietà, sicuri che non sarà l’omofobia a vincere in questo Paese; sicuri che i tantissimi che hanno a cuore la democrazia e i diritti di tutti, difenderanno senza se e senza ma, le nostre libertà e i nostri desideri di democrazia. L’imbecille omofobia non potrà mai piegare una comunità come la nostra e la vittoria elettorale di Franco e degli altri candidati lgbt ce lo confermeranno. Buona campagna elettorale, Franco Grillini, buona campagna elettorale agli altri candidati lgbt. A voi tutti il nostro affettuoso grazie di riconoscenza e affetto.


“Non si può dare del gay a un altro”. Le reazioni del mondo lgbtq alla sentenza della Cassazione.


Il coro del mondo lgbt italiano è unanime (o quasi): la sentenza della Corte di Cassazione emessa ieri è un passo importante e una vittoria non solo per colui che si era rivolto ai tribunali, ma per tutto il movimento e per le sue battaglie. Probabilmente pesa molto l’attesa del 23 marzo, quando un’altra sentenza, importantissima, dovrà essere emessa sui ricorsi di alcune coppie omosessuali che si son viste negare il diritto a celebrare pubblicamente la loro unione. L’attesa per questa nuova sentenza è molta, fuori e dentro la comunità lgbt italiana, perché da lì, dicono in tanti, può partire una nuova primavera dei diritti o l’arresto e la disillusione che in Italia non c’è spazio per le coppie di fatto omosessuali. E si dovranno trovare nuove strategie politiche e giuridiche.

Intanto quel che è accaduto ieri ha svegliato, in qualche modo, i mass media che, in casi come questi, ci si fiondano come api al miele. Il Corriere della Sera, ad esempio, ha intervistato un uomo di alta dignità come Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela e ora eurodeputato del Pd. Crocetta è sempre stato un uomo che ha difeso e protetto la sua omosessualità, così come ha difeso e protetto la sua politica dagli sgherrami della mafia che lo voleva e lo vuole eliminato dalla terra. Del perché, hanno fatto bene i giudici, si dice assolutamente d’accordo:

“Assolutamente. Ma non solo per una generica difesa degli omosessuali come categoria a diverso orientamento sessuale. Per una questione di rispetto dell’individuo. Io posso essere gay e dirlo a tutti, come ho fatto io, ma posso esserlo e non volerlo dire a nessuno, condurre una vita dignitosa senza sbandierarlo ai quattro venti […] Anche se viene scritto in una lettera privata e si fa riferimento a episodi del passato di una persona si manca di rispetto. È la mia vita privata, siamo nella sfera della privacy. Qui è chiara la volontà dispregiativa. Perché devo essere definito gay se non voglio?”.

Più incisivi i pareri della militanza lgbt, primi fra tutti quella di Franco Grillini, candidato alle elezioni regionali, in corsa per l’Idv:

“La sentenza della Cassazione inneggia al rispetto. Ringraziamo la Cassazione perché ancora una volta la supplenza giuridica vale di fronte a un parlamento che non si decide a fare le leggi che sono state fatte in tutta Europa. Noi abbiamo tentato invano di scrivere una legge sull’omofobia che ricomprendesse anche l’ingiuria, la calunnia e la diffamazione”.

Misurata la dichiarazione di Arcigay, che dice di aver voluto considerare con attenzione la decisione della Corte di Cassazione:

“È molto importante - dichiara Paolo Patanè, presidente nazionale Arcigay – contrastare il pericolo che persino termini neutri come gay diventino il nascondiglio di atteggiamenti denigratori, ma ora è fondamentale che il Legislatore comprenda il segnale dato dalla Corte. Apprezziamo dunque la sentenza, ma ricordiamo ancora una volta l’urgenza dell’estensione della Legge Mancino ai reati d’odio motivati da diversi orientamento sessuale o identità di genere. Altrimenti il rischio è che un’attenzione più superficiale si fermi a parole neutre, magari senza intendimenti denigratori, lasciando paradossalmente indisturbati gli intendimenti e gli atteggiamenti denigratori senza parole”

A uscire fuori dal coro della campane suonate a festa, è l’ex presidente nazionale di Arcigay, Aurelio Mancuso, che mette sull’avviso:

“La cultura di questo Paese continua a essere arretrata. L’appellativo gay non può essere un’offesa. È una condizione ormai considerata normale. Ci sono altri termini, come frocio o pederasta che possono essere sì considerati offensivi. Gay no. Mi sembra una di quelle sentenze strane che ogni tanto emergono dalla Cassazione, ma non tengono conto dell’evoluzione sociale del Paese”.

La deputata del Pd, omosessuale militante, Paola Concia, si ritiene invece soddisfatta:

“Giusto. Non si può insultare qualcuno in ragione del suo orientamento sessuale. Adesso bisogna approvare la legge contro l’omofobia”.

Soddisfatta anche Imma Battaglia, leader del Di Gay Project di Roma:

“Era ora che in Italia ci fosse, ufficialmente una condanna verso tutti quelli che utilizzano il termine gay in maniera offensiva. In più se si pensa, come nel caso preso in esame dalla Cassazione, che spesso si allude all’equazione tra gay e pedofilia questa sentenza va nella direzione giusta. E’ una vittoria non solo legale ma prima di tutto culturale. Speriamo che questa sentenza sia di buon auspicio per l’appuntamento del 23 marzo, sempre alla Corte di Cassazione, che dovrà pronunciarsi sui ricorsi presentati da coppie omosessuali che hanno presentato richiesta di matrimonio ai Comuni ma è stata rigettata”.

Contrasta tra tutte le dichiarazioni , quella dell’Aduc, l’Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori:

“La Costituzione - ricorda l’associazione - recita al primo comma dell’articolo 21: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Questo principio è però disatteso con procedimenti penali come quello di cui parliamo. Se questo accade nelle aule di giustizia, non ci si può lamentare se poi accade in tanti altri luoghi, come il web. L’oscuramento di forum e blog, o di interi siti per la presenza anche di un solo commento ritenuto offensivo, è abituale. Con la sentenza di oggi, poi, si è scatenata la reazione delle organizzazione per i diritti dei gay che, con l’eccezione del presidente dell’Arcigay, si sono schierate nell’esaltazione della pronuncia della Cassazione. Ci domandiamo se il political correct debba essere liberticida. Secondo noi questa voglia di reprimere e punire il diverso, cioe’ colui che la pensa in modo opposto al proprio, non e’ molto diversa da quella di chi usa la parola gay come un’offesa”.

Per finire Paola Binetti, che chissà perché se la ride e dichiara soddisfatta:

“La Cassazione ha dimostrato che non serve alcuna legge. Bastano gli articoli 2 e 3 della Costituzione”.

Sì, vabbé!

Foto | jonworth-eu


Niente diritti? E noi facciamo i nomi!


matrimonio-gayO ci date quello che vogliamo oppure facciamo i nomi, specie quelli più scottanti. Chissà se, tra le cause che hanno permesso l’istituzione del matrimonio gay in Messico, è servita anche la minaccia lanciata dai gruppi di Guadalajara: anziché rispettare la privacy e tacere sui tanti personaggi in vista segretamente impegnati in relazioni sentimentali o anche solo erotiche con persone del proprio sesso, fare outing, chiedendo prima in privato di appoggiare la causa e poi, se non si ottengono risultati, “tirar fuori dal cassetto qualche fotografia, qualche video e persino qualche dichiarazione dei partner”. Un pericolo per la ‘rispettabilità’ di un Paese che unisce una forte componente religiosa a una necessità di coerenza sul modello statunitense. Un pericolo soprattutto per politici e uomini di Chiesa che non si limitano a non aiutare la lotta per i diritti ma pubblicamente la ostacolano, bollandola come immorale, contronatura e dannosa per il futuro della nazione.
In Italia, dove gli scandali si sgonfiano presto, vince chi grida più forte e ci rimette solo chi decide di togliersi di mezzo spontaneamente (vedi il caso Marrazzo, ma anche Delbono), dove le responsabilità dell’attuale pontefice in vecchi casi di pedofilia vengono subito depennate dalle notizie di cronaca, di gay che negano e si nascondono, sbandierando tendenze ‘virili’ o richiamandosi al diritto di amare chi si vuole, a prescindere dal genere, sono piene le televisioni. Cantano, ballano, recitano, sorridono e vincono, ma non si dichiarano mai omosessuali. Chissà se allora una minaccia ‘messicana’ potrebbe servire a qualcosa. Quando, tempo fa, la paventò Franco Grillini, alludendo ai tanti parlamentari imboscati e rifacendosi, oltre che a una logica statistica, a notizie che possedeva evidentemente di prima mano, si gridò quasi allo scandalo. Fare i nomi? Una vergogna. Mai abbassarsi a tanto, mai negare il diritto della persona alla propria intimità. Sarà, ma con questa storia della privacy, del diritto all’intimità e degli scrupoli di coscienza, noi gay ancora non abbiamo acchiappato nulla, che governasse la sinistra dei quasi Pacs o la destra dei quasi Dico. Figuriamoci ottenere matrimonio e adozioni! E allora, a mali estremi, estremi rimedi, anche solo con un pizzico di pepe gettato in aria, per vedere se ci si sblocca di un millimetro. Senza farne questioni personali e magari senza esagerare con le rivelazioni, perché si sa che noi gay, per contrasto, tendiamo ad attribuire tendenze omosessuali a chiunque. Limitiamoci, intanto, a qualche allusione, a qualche ritratto vago. E vediamo se da un’iniziativa sporca come questa non si finisca per ottenere più dei tanti richiami alla democrazia e delle tante assicurazioni di fedeltà alla Patria.


Elezioni regionali. In Lombardia Penati non vuole la drag queen

E’ bastato che un candidato alle elezioni regionali lombarde, in corsa con Sinistra Ecologia e Libertà, si presentasse anche col suo nome da artista drag queen, per fare scoppiare la polemica. Prima il candidato presidente uscente Roberto Formigoni, e fin qui nulla da eccepire: si sa che certe cose non stanno nelle corde; poi gli si è accodato il presidente candidato del Pd, Filippo Luigi Penati. Una polemica tutta elettorale, dove il centrodestra ci si è fiondato a man bassa dopo un articolo su quel candidato apparso sul Corriere della Sera, tanto da far scendere in campo il capogruppo di Sel, Mario Agostinelli:

“In queste ore il centro destra sta dando prova del più severo ‘bigottismo’- dice Agostinelli - per nascondere le indecenze di casa propria. Formigoni fa come dice il vecchio detto della polvere e del tappeto: pulisce dove passa il prete. Coprono i loro errori alimentando un clima torbido intorno alle elezioni. Sono orgoglioso di rappresentare la lista di Sinistra ecologia e libertà in cui c’è una candidatura come Rovyna in una Regione in cui vengono discriminati gay e lesbiche anche nella pubblica amministrazione, in cui vengono scoperti laboratori in cui viene praticato l’aborto clandestino, in cui ad essere discriminate sono le donne che affrontano il dramma dell’interruzione di gravidanza nelle strutture sanitarie lombarde. Dove sta la solidarietà e il rispetto dell’essere umano in questa Lombardia?”.

Il candidato finito sulle forche caudine è Stefano Villani, detto Rovyna, di professione drag queen. Come sanno tantissimi di noi, le drag queen sono persone di spettacolo mica di strada; si esibiscono per lo più nelle discoteche dove fanno animazione o spettacoli. La maggior parte di loro è gay e da qui, probabilmente, l’alzata di scudi del responsabile del Sel. Che uno di questi artisti scenda in campo in politica, mettendoci il suo nome d’artista, non dovrebbe creare alcuno scandalo, la cosa che dovrebbe importare è quel che promette e farà se eletto. E invece a dar di contro ci è finito anche il candidato presidente Penati che lo ha tra i suoi sostenitori.

“Lui, lei o loro sono un numero di spettacolo. - dichiara il candidato del Pd in una trasmissione radiofonica - Io ne sapevo nulla. Quelli se ne approfittano per farsi un po’ di pubblicità. Io quel Villani non lo avrei candidato. Se non fossi candidato voterei Pezzotta”.

Pezzotta? Pezzotta chi? L’ex sindacalista fautore con altri del Family Day? Sì, proprio lui visto che non ci sono altre omonimie: Penati, Pd, voterebbe proprio Pezzotta, tanto da far dire a Franco Grillini, candidato Idv nella stessa regione:

“In democrazia evidentemente ognuno è libero di votare chi vuole, ma mi pare quantomeno bizzarro che un candidato presidente in piena corsa elettorale dichiari di voler votare per un altro candidato, sia pure ipoteticamente. Personalmente vorrei dire a Penati che io non voterei Pezzotta in nessun caso perché non mi rappresenta e perché in materia di diritti civili sostiene proposte e idee di un clericalismo del tutto anacronistico. Naturalmente ognuno ha il diritto di pensarla come vuole. Personalmente resto convinto che la Lombardia sia già una dittatura clericale formigonian-ciellina, e quindi non c’è alcun bisogno di passare da una dittatura clericale ad un’altra”.

Strana voglia quella lombarda di non volersi affrancare da una certa politica che da sempre è assente verso le persone lgbt. Milano ha la più vasta comunità omosessuale; la sua ricchezza è su molti settori quella creata da omosessuali, eppure è tra le regioni più silenti e menefreghiste in termini di diritti omosessuali. Da destra prima e ora, a quanto pare, anche a Penati certe omosessualità non piacciono tanto da scomodare uno “scomodo come Pezzotta. Ma per l’amor del cielo!

Intanto, in questi giorni, si fa un gran parlare di preservativi nelle scuole. I candidati omosessuali in Lombardia, Gabriele Strazio e Franco Grillini hanno chiesto l’abrogazione della circolare contro l’informazione sessuale e preservativi in scuole e università. Una circolare dell’Asl Milano, datata 18 giugno 2009, che ha letteralmente proibito ai propri operatori di fare informazione sessuale rivolta ai giovani in età adolescenziale nelle scuole e nei consultori della Regione ove: «non dovranno essere posti in essere momenti educativi diretti da parte degli operatori Asl».

Molti i collettivi studenteschi, anche omosessuali, che stanno appoggiando l’iniziativa, distribuendo preservativi gratuitamente negli atenei. L’iniziativa partita al al liceo Keplero sta ottenendo buoni risultati altrove. La prevenzione deve valere per tutti, non è e non può essere una questione di schieramento politico.

Foto | wikipedia


Chi sono i candidati lgbt alle elezioni regionali

Chi sono i candidati lgbt alle elezioni regionaliCon tutto quello che in questi giorni sta accadendo intorno alle liste per le elezioni regionali, verrebbe voglia di mandare al diavolo tutto e tutti; credo mai si era vista una cosa simile, con i tribunali a redimere tra i contendenti e il governo che decreta, i politici che si scagliano contro la presidenza della Repubblica, le piazze e il disastro. Che baillamme; che paese dei campanelli. Ma il voto è un diritto-dovere da esercitare; è il fondamento democratico di ogni paese civile, il suo alfa. Le regole devono valere per tutti e tutti i cittadini devono poter esercitare il loro diritto di voto. Certo, sibilla qualcuno, chissà cosa sarebbe accaduto; chissà se il governo si fosse speso così velocemente a decretare se il guazzabuglio sarebbe venuto dal centrosinistra. Chissà!

Noi, intanto, teniamo ad informarvi su quelli che sono i candidati dichiaratamente lgbt che troverete nelle liste. Sono diciotto, pochi ma buoni. Capofila di queste candidature non poteva che essere Nichi Vendola, unico omosessuale candidato alla presidenza di una regione, la sua, Puglia. Come è nelle cose è il partito di Marco Pannella ed Emma Bonino ad avere il maggior numero di candidati a marchio lgbt: Chiara Bonora e Paola Montermini in Emilia Romagna, Sergio Rovasio con la Bonino nel Lazio, Roberto Mancuso nella regione di Vendola, il bravo Enzo Cucco in Piemonte, in Lombardia Aldo Gufanti, Francesco Poirè, Luca Piva; Riccardo Cristiano e Marco Marchese in Calabria, Francesco Zanardi in Liguria.

Il resto è spalmato in altri partiti, di centrosinistra. Per l’Italia dei Valori, la presenza del militantissimo Franco Grillini, capolista in Emilia Romagna e responsabile per i diritti civili nell’Idv. Per lo stesso partito, Daniele Casagrande che corre per il consiglio comunale di Venezia. Il Pd pare avere l’orticaria, tanto da aver inserito nelle proprie liste una sola candidata lesbica, Cristiana Alicata, che se eletta andrà in Regione Lazio.

Sinistra ecologia e libertà, il movimento politico di Nichi Vendola, schiera Gabriele Strazio in Lombardia, Saverio Aversa nel Lazio e un altro conosciuto dal movimento, Alessandro Zan, nel Veneto.

Sono i Verdi a scommettere su una transessuale, ex camallo del porto genovese, Valentina Canepa che si candida in Regione Liguria, dove potrà fare davvero molto per le transessuali della sua regione.

Il cerchio delle candidature non poteva che chiudersi con Francesco Zanardi, l’eroe di questi giorni che tanto si è battuto per il riconoscimento pubblico e istituzionale del suo rapporto con Manuel Incorvaia. Una coppia omosessuale la loro che dovrebbe essere stata sostenuta più di quanto non è stato fatto, anche dal movimento. Francesco, ovviamente, è presente nelle liste liguri di Sinistra.

Foto | agenziami


Franco Grillini ad Antonella Clerici: ” I gay sono buoni genitori”

Franco Grillini ad Antonella Clerici: " I gay sono buoni genitori"

Era prevedibile che la dichiarazione di Antonella Clerici sui gay( sì matrimonio, no adozioni) scatenasse un piccolo putiferio chi la pensa come lei e chi si sente nuovamente “tradito” (citofonare Lorella Cuccarini) . E Franco Grillini, presidente di Gaynet, interviene sulla vicenda, direttamente rivolto alla conduttrice di Sanremo 2010:

“Sugli omosessuali non siamo d’accordo con le parole di Antonella Clerici, anche se in materia di diritti delle coppie omosessuali ha fatto affermazioni positive. In particolare non condividiamo le affermazioni su matrimonio e adozioni, perchè si tratta di stabilire se lesbiche e omosessuali sono cittadini come tutti gli altri e quindi se hanno gli stessi diritti dei cittadini eterosessuali. Non è tanto la questione adozione che è in discussione, quanto il diritto degli omosessuali di essere considerati buoni genitori ne‚ piú, ne‚ meno di tutti gli altri”

Infine, un consiglio alla Clerici:

“Consigliamo ad Antonella Clerici di leggersi la grande quantità di letteratura esistente in materia che dimostra, come per esempio hanno sottolineato le associazioni di pediatri francesi e americani, che non esiste nessuna apprezzabile differenza nel successo educativo tra genitori etero e genitori omosessuali”

Ma basteranno queste parole e questi studi a far cambiare idea a chi sostiene la medesima tesi di Antonella?

Foto | SturmUndGab


Congresso Nazionale Arcigay e dintorni. Intervista esclusiva a Franco Grillini

16 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

Congresso Nazionale Arcigay. Queerblog intervista Franco GrilliniFranco, che significato politico e associativo diamo a questi 25 anni di vita di Arcigay?
Innanzitutto dobbiamo dare una collocazione precisa sulle date e sugli anniversari. In realtà, noi avremmo dovuto celebrare il trentesimo anniversario di Arcigay.

Un po’ i conti anche a me non tornavano.
Infatti il primo circolo dell’Arcigay nasce a Palermo nel dicembre dell’80; quindi, come mi fai notare anche tu, c’è un doppio anniversario che è il 25° della nascita di Arcigay nazionale; l’organizzazione strutturata a livello nazionale. Viceversa, per i cinque anni precedenti - qui ti parlo del 1985 - erano esistiti 4, 5, 6, forse addirittura 7 circoli dell’Arcigay. In questo Giampaolo Silvestri te lo può confermare perché c’era prima di me. Tra l’altro è lui l’inventore del simbolo di Arcigay, il Pegaso, quindi stiamo parlando dei “preliminari” dell’associazione. Nell’84 io proposi l’entrismo.

Fino ad allora, scusami, erano situazioni locali.
Sì. Esistevano circoli Arcigay a Brescia, Venezia, a Roma, a Palermo e via dicendo. Già nell’84 il circolo di Palermo non esisteva più, perché come tu ben sai, in quegli anni c’era una volatilità; era difficile organizzarsi. Non è come ora che hai le sedi, i finanziamenti pubblici, spesso si viene finanziati dal circuito ricreativo e quindi i circoli hanno una certa stabilità, sia come struttura che come dirigenti. Allora era tutto volontariato puro; se uno, ad esempio, doveva cambiare città, si chiudeva il circolo venendo a mancare la leadership. Sostanzialmente le cose andavano così.

Franco Grillini e Giampaolo Silvestri

Quindi fosti tu ad attuare l’entrismo.
Nell’84 proposi a tutti di dar vita ad Arcigay nazionale; vale a dire a tutti i circoli che esistevano in Italia e chiesi loro di entrare nell’Arci.

Perché tu eri in Arci?
Io la tessera Arci l’avevo da un pezzo. Son bolognese, vuoi che non avessi la tessera dell’Arci? Però l’idea di entrare in una organizzazione più grande già molto nota, perché l’Arci era la più grande organizzazione ricreativa e culturale italiana, di sinistra; di colpo ci faceva dare: sedi, strutture, notorietà e dignità politica. Infatti, quando facemmo il Congresso, nell’85, di fondazione, diventammo immediatamente un interlocutore sia per i media che per la politica.

Un passo da giganti
Se tu vai a vedere la rassegna stampa tra l’84, quando Arcigay nazionale non esisteva, e l’85 quando fondammo l’Arcigay nazionale, a Bologna esiste un metro di rassegna stampa. Quindi quella scelta fu azzeccata. E lì, devo dire, avvenne una cosa quasi magica: tutti i gruppi esistenti allora, tranne i torinesi del Fuori, entrarono in Arcigay. Anche il Mieli di Roma entrò con un escamotage di fare un gruppo di iscritti all’Arcigay dentro il Circolo Mario Mieli. Infatti, poi, un suo rappresentante, Vanni Piccolo, entrò nella segreteria fino al 1990.

Torniamo così all’inizio. Perché sono importanti questi 25 anni di Arcigay?
Sono importanti perché sono un quarto di secolo. Quando un’organizzazione vive per un quarto di secolo, o per 30 anni, vuol dire che questa organizzazione non solo è riuscita a stare in piedi, ma ha inciso profondamente nel tessuto politico e culturale del Paese. Nel mio intervento qui a Perugia ho citato una delle tante cose che sono cambiate. Per esempio nella destra, alcuni protagonisti come Fini, hanno avuto un cambiamento spettacolare verso di noi, ricevendo una delegazione LGBT da presidente della Camera, cambiando radicalmente prospettiva, modo di fare e agire; rendendosi conto che una destra se non è liberale e democratica, non può esistere in una Europa che ha integrato i diritti LGBT.

Quindi anche la politica cambia. Ma sui diritti, sulle passioni verso il centrosinistra governativo, i risultati, ci sono sempre delusioni che restano.
Io contesto radicalmente chi dice: “Non abbiamo portato niente a casa”. C’è una sorta di nouvelle vague, soprattutto di chi non conosce la storia passata; noi che siamo un po’ anzianotti abbiamo l’abitudine, giustamente, di rivendicare e di dare valore a quella che è stata la nostra esistenza, la nostra militanza. Si pensa agli altri che hanno portato a casa il matrimonio e, quindi per noi è stato un fallimento. In realtà non pensano che la nostra è la situazione più difficile in Europa perché abbiamo il macigno del Vaticano. Noi siamo stati protagonisti di una autentica rivoluzione culturale, pensando a quello che accadeva negli anni ‘80 contro di noi.

Però è innegabile che non abbiamo diritti legislativi.
Intanto non è vero che in campo giuridico siamo all’anno zero. La battaglia politica, ad esempio, sull’asilo politico ai gay, grazie anche alla capacità politica di Giampaolo Silvestri, di portare a casa una mediazione importante, è un fatto. Storicamente noi avevamo 3 obiettivi legislativi: il riconoscimento delle coppie omosessuali; estensione della legge Mancino e asilo politico. Il terzo punto lo abbiamo portato a casa anche se viene dimenticato da tutti. Sono tanti gli omosessuali stranieri che hanno avuto asilo politico da noi. Non solo, esiste una legge contro la discriminazione degli omosessuali nei posti di lavoro. Delle cose le abbiamo fatte, altro che il nulla. C’è stata un’apertura legislativa!

Franco Grillini durante il congresso Arcigay di PerugiaÈ stata percepita poco, anche se devo darti atto che dici cose che io stesso dimenticavo.
Ma pensa al riconoscimento del vitalizio dato ad Aldo Braibanti, che è una cosa per il quale io mi sono battuto con tutte le mie forze. E quello è un risultato che abbiamo portato a casa. Il più importante caso di omofobia giudiziaria del dopoguerra e il governo Prodi gli ha riconosciuto il vitalizio ed è stato uno dei grandi risarcimenti della storia di una amministrazione pubblica contro l’omofobia passata. Quello è stato un errore giudiziario clamoroso, tanto che la Corte Costituzionale ha poi abolito il reato per cui Braibanti si è fatto svariati anni di galera. Il punto è che noi non siamo in grado di valorizzare le conquiste che facciamo. Insomma, diamoci valore.

Probabilmente la comunità percepisce solo certi temi.
Certo, non abbiamo portato a casa quelli che erano gli elementi fondamentali della nostra richiesta giuridica; però è sbagliato far coincidere vittorie e sconfitte, sulla base delle leggi che si portano a casa perché nel frattempo c’è tutta la società che sta cambiando grazie al nostro lavoro. Poi, purtroppo, la maggioranza parlamentare non è nella nostra disponibilità. Se l’Arcigay e il movimento LGBT in Italia fosse in grado di determinare le maggioranze parlamentari, probabilmente potremmo aspirare alla presidenza del Consiglio o quella della Repubblica. Da noi c’è un problema che tendiamo a dimenticare: dal 1982 non c’è più la maggioranza laica in Parlamento, per una serie infinita di ragioni, ma non c’è!

Arcigay di cosa necessita oggi?
C’è stata una caduta di autorevolezza dell’associazione. Mentre Arcigay continua ad essere l’associazione più nota; oserei definire Arcigay come una sigla di patrimonio pubblico, e quindi, anche hi non appartiene ad Arcigay deve preoccuparsi del fatto che stia in piedi e funzioni, perché è una rete di 50 circoli politici, 75 circoli ricreativi, e se questo non è un patrimonio… Se Arcigay non va bene, è un problema per tutti, perché è ‘unica associazione che ha una ramificazione su tutto il territorio nazionale. Rifarne una nuova è oggi impossibile. Io, personalmente, non ho condiviso le scelte fatte negli ultimi tre anni; c’è stata una gestione non collegiale; c’è stato un tentativo di far fuori tutte le forze migliori; non ho condiviso l’abbandono della battaglia sul Pacs; non ho condiviso delle parole d’ordine che mi sono sembrate off topic rispetto alle cose che dovremmo fare. Tutti questi errori ci hanno portato ad una situazione di stallo, tanto che di questo Congresso, nonostante ci sia una marea di gente, una presenza importante di noi tutti, i giornali non ne parlano affatto. Ormai sono in dissenso con l’associazione che ho contribuito a fondare. Spero che la nuova direzione che uscirà da questo Congresso sia in grado di rilanciare Arcigay che ha avuto momenti di gloria su certe battaglie.

Vanno riprese delle battaglie?
Sì, il Pacs ad esempio, che deve tornare ad essere uno degli obiettivi dell’associazione.

Ma Arcigay ora si batte per il matrimonio civile.
Io sono per il pluralismo degli istituti giuridici. Noi dobbiamo rivendicare intanto l’uguaglianza formale, quindi il diritto di accesso di tutti gli omosessuali agli istituti giuridici esistenti e allo stesso tempo l’esistenza di altri istituti giuridici, perché il matrimonio è un istituto molto impegnativo, molto invadente: regola tutti gli aspetti della vita di coppia. Se uno vuole invece un istituto diverso, magari per comodità, anche se poi il Pacs è un istituto rivoluzionario perché riconosce una cosa che non riconosce il matrimonio, la validità del legame affettivo anche di due persone che non coabitano; perché dobbiamo limitarci al riconoscimento dei conviventi? Anche due persone che si amano e non vivono insieme, non sono due persone che si aiutano in caso di bisogno? Forse, se noi diciamo pluralismo, qualcosa a casa riusciamo a portarla.

C’è diaspora nel movimento. Quale rapporto costruire con le altre organizzazioni?
Dobbiamo avere meno superbia e molta più umiltà da parte di Arcigay.

Al di là dei tuoi futuri impegni politici continuerai a stare in Arcigay. A seguirla?
Assolutamente sì. Io sto nei partiti per fare gli interessi del movimento, non viceversa.

Questo tuo nuovo ingresso nell’Italia dei Valori? Non credi più nella sinistra?
Intanto l’Idv si colloca nel campo della sinistra. La svolta di Di Pietro e del gruppo dirigente del’Italia dei Valori, da questo punto di vista mi pare netta. Se pensi che è stato messo, come responsabile del lavoro uno come Zipponi che faceva il responsabile del lavoro di Rifondazione Comunista, e considerato che la questione del lavoro è una delle questioni centrali: lavoro e diritti. Se tu, in due settori così rilevanti, ci metti due persone come Zipponi e Grillini, vuol dire che la svolta a sinistra è proprio marcata.

Ricordiamo che tu sei responsabile dei diritti civili nell’Idv.
Sì. Ultimamente, poi, buona parte della politica viene rubricata sotto la dicitura dei diritti civili e, sicuramente, l’elemento centrale di scontro con la chiesa cattolica è rubricato sotto la voce diritti civili. Quindi la svolta a sinistra c’è: sia nei programmi che negli uomini. Io ero un dirigente dei Ds e, secondo me, è stata un’idiozia sciogliere quel partito; tant’è che tutte le motivazioni di chi era contrario allo scioglimento di quel partito, si sono verificate puntualmente: le difficoltà che ha oggi il Pd stanno nelle critiche che chi, come me, non voleva la costruzione di quel partito, aveva detto che era un partito senza identità, senza anima. Dopo quello scioglimento, un po’ mi hanno preso in giro perché ho saltellato da un partito all’altro; però ho cercato di inseguire con coerenza, la laicità nelle formazioni politiche fuori dai Ds. Inseguendo la laicità son finito con i socialisti prima e ora con l’Idv. Nell’Idv si è aperto uno spazio e noi dobbiamo dialogare con questo partito, perché essere sostenuti da partiti anche grandi è un elemento fondamentale. In Parlamento, sono i partiti che votano le nostre cose.

Perché questa tua candidatura in una Regione così importante come l’Emilia Romagna?
Sarebbe bello, tra le altre cose, che la città di Bologna, la sua provincia, portasse nella Regione Emilia Romagna, nell’elezione del 28 e 29 marzo quello che ha fondato l’associazione Arcigay. Quindi, se l’elettorato vorrà, ci sarà questo risultato. La Regione è molto importante perché gestisce la sanità. Noi a Bologna e regione abbiamo fatto una battaglia che vorremmo estendere a tutto il territorio nazionale. Uno degli obiettivi è il consultorio autogestito, perché le persone non fanno il test, non vogliono essere riconosciuti. Allora dobbiamo essere noi ad aiutare queste persone. Se ci riusciamo in Emilia Romagna, probabilmente, riusciremo ad esportare nel resto del territorio questo tipo di intervento. Uno dei punti che mi è piaciuto nella relazione di Patanè è che Arcigay deve entrare a gamba tesa in uno dei settori che non è riuscito mai ad occuparsi: quello dell’assistenza alle persone. Alle associazioni omosessuali arrivano delle domande alle quali le associazioni non sono in grado di dare una risposta. Quando uno dice: mi sento solo, sono senza una casa, sto male, le associazioni devono poter dare una risposta. Altrimenti sono inutili; devono servire alla comunità. Se non riescono in questi intenti, sono inutili; vanno sciolte.

Un compito necessario e importante per Arcigay.
Il futuro dell’Arcigay si deve misurare anche in questo. Per questo io dico, è sbagliato identificare il successo o l’insuccesso di una associazione sulla base delle leggi che porta a casa. Il successo o l’insuccesso si deve calcolare soprattutto sulla quantità di servizi che noi dobbiamo riuscire ad implementare per la comunità. Poi, dobbiamo batterci per la laicità, per far tornare la laicità in Parlamento. L’Arcigay del futuro si giocherà la sua rilevanza, la sua importanza, e la sua utilità, aiutando il territorio; mettendo in atto i servizi. Quindi, la parola d’ordine è: servizi, servizi, e ancora servizi.

Buona campagna elettorale, Franco.
Grazie e speriamo tutti in una società migliore, anche col vostro e nostro aiuto.


XIII Congresso Nazionale. Paolo Patanè, nuovo presidente di Arcigay

14 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

XIII Congresso Nazionale. Paolo Patanè, nuovo presidente di Arcigay

Paolo Patanè è il nuovo presidente nazionale di Arcigay. Segretario nazionale, in vece di Riccardo Gottardi è stato eletto Luca Trentini. Con loro si sono rinnovati anche gli altri organi direttivi e collegiali dell’associazione. Nulla di nuovo, quindi sotto il bel cielo freddo primaverile di Perugia. La mozione che portava le prime firme del neo presidente e del neo segretario nazionali, Fare Futuro, aveva una tale pletora di appoggio e consensi da non lasciare nessuna p0ssibilità di rivalsa della mozione concorrente.

Per tutta la giornata e la notte inoltrata scorsa, sono proseguite nel loro lavoro le varie commissioni che hanno fatto alcuni cambiamenti allo Statuto e si sono impegnate nelle varie discussioni e iniziative da prendere, sulla scuola, i giovani e altri temi che impegnerà Arcigay nei prossimi anni. Come è nelle corde di qualsivoglia Congresso, le diaspore non sono mancate; qualche incomprensione ha fatto temere il peggio, finché la saggezza di tutti non ha portato alla mediazione e a un riconosciuto risultato.

Stamane, una delle questioni che è riuscita a paralizzare il congresso ha riguardato proprio il presidente nazionale uscente, Aurelio Mancuso. Farlo o no, presidente onorario di Arcigay? In fondo, sussurravano in molti in sala, la cosa era toccata a Franco Grillini primi, e a Sergio Lo Giudice poi. Perché non Mancuso? La domanda per molti era ovvia, per altri no.

Così, a disputa non risolta, dalla presidenza prende la parola Aurelio Mancuso. Ha già gli occhi lucidi e le parole gli si smorzano in gola:

“È una questione che non mi interessa spero comunque la risolviate. Credo che a questo punto, da bravo militante, io debba abbandonare la presidenza per fare posto alla nuova dirigenza. Sono stati anni di dure battaglie, forse qualche cosa di buono abbiamo fatto; certamente abbiamo condotte battaglie che hanno dato risultati. Esco da questa sala con la convinzione di aver fatto il bene di Arcigay; di aver aiutato l’associazione. Ringrazio coloro che mi sono stati al fianco in questi anni, dai dirigenti all’ultimo della base di Arcigay. Grazie di cuore a tutti e che Arcigay possa continuare nel proprio cammino, aiutando tutte le persone LGBT che chiedono il nostro aiuto. Grazie a tutti”.

I delegati restano in piedi a salutarlo. Ci vuole anche questo in un Congresso Arcigay, un po’ di commozione.

Ora tocca alla nuova dirigenza, a Patanè, a Trentini. Tornate a fare grande Arcigay, senza dimenticare coloro che vi hanno preceduto. Buon lavoro.


XIII Congresso Nazionale. Arcigay fa autocritica nelle due mozioni e cerca un futuro. Ecco cosa non va!

11 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

XIII Congresso Nazionale. Arcigay fa autocritica  nelle due mozioni e cerca un futuro. Ecco cosa non va!

Perugia è una piccola, deliziosa città umbra. Da qui, ogni anno, parte una marcia che raccoglie qualche centinaio di persone che raggiungono, tra dolci pendii e casolari, Assisi. È la marcia per la Pace; la stessa che probabilmente servirà ai congressisti di Arcigay per uscire da un rinnovamento mancato; l’eccesso di burocrazia e poteri che l’ha allontanata da una certa militanza che è diventata solitaria e poco incisiva. Così, mentre l’Italia sta ancora attraversando una trasformazione che riguarda la politica ma anche le idee e le azioni dei cittadini, certi egoismi esaltati dalla Lega, una crisi economica che presto presenterà un conto salato, tutto a scapito dei più deboli; anche i diritti civili omosessuali sembrano aver preso una china in discesa, una frantumazione di tante battaglie che dovevano portare risultati e ci siamo ritrovati invece di fronte a nuove omofobie; a preti che intendono togliere un sacramento ai gay, a nuovi predicatori-psichiatri che inventano cure “riparatrici” contro l’omosessualità; ad una Babele di disinformazione e linguaggi che hanno fatto arretrare i movimenti.

Le due mozioni che si discuteranno a Perugia, iniziano entrambe con un’autocritica alla luce del presente e di tre anni in cui è stato impossibile lo svolgimento di una concreta azione politica. A dirlo non siamo noi, ma la mozione “Essere futuro”, presentata da Paolo Patanè, in quota presidente al posto di Mancuso e Luca Trentini che si candida a sostituire in segreteria nazionale Riccardo Gottardi.

“Arcigay è apparsa incapace di elaborare una strategia politica alternativa, idonea a produrre politica in condizioni di assoluta impraticabilità dei percorsi parlamentari. Abbiamo perduto l’occasione di approfondire le opportunità legate alla strategia giudiziaria per l’affermazione dei nostri diritti, e quelle legate ad un rinnovamento delle caratteristiche della nostra comunicazione, fino a perdere del tutto l’iniziativa sul tema delle unioni e del matrimonio civile. In generale è mancata la capacità di sperimentare modalità e strumenti innovativi di proposta politica, come ad esempio, le leggi di iniziativa popolare […] Il risultato è stato un cortocircuito dei meccanismi di analisi e decisione politica; l’incapacità di elaborare una strategia; l’apertura di una stagione di veleni interna; la perdita di senso di ruolo per il Consiglio nazionale e per la stessa Segreteria. Arcigay è rimasta paralizzata su se stessa, subendo una perdita di consenso; uno scollamento della base associativa”.

Non meno cruda, l’altra mozione: “Inarrestabile cambiamento” che cita prima una frase di Harvey Milk sulla speranza e Barack Obama, per poi immergersi sul riconoscimento degli errori, e da lì, possibilmente, ripartire.

“Alla importante capacità di progettazione finanziata troppo spesso non ha fatto seguito il pieno coinvolgimento attivo dei territori né una ricaduta solida e diffusa in termini di risorse. L’emergenza negli ultimi anni è diventata troppo spesso regola. abbiamo molte volte agito sull’onda delle emozioni, a scapito della strategia”.

Poi i toni si fanno più aspri e mordaci:

“È all’apparenza poco giustificabile la perenne precarietà economica dell’associazione a fronte di un sistema di tesseramento che - per quanto da riformare - produce importanti risorse, e a fronte di una riconosciuta e meritoria capacità di trovare nuovi canali di finanziamento […] Arcigay è un’associazione di persone, non è un’azienda e neppure un partito, in cui sono i vertici a dettare ordini. Arcigay è di tutti noi e tutti ne siamo coinvolti, tutti siamo chiamati a viverla, decidere e agire per essa”.

Nella prima mozione, parlando delle trascorse rappresentanze parlamentari, forti e presenti come quella di Franco Grillini, Silvestri, Luxuria, Titti De Simone e magari anche Vendola, si dice dell’azzeramento di tale rappresentanza, dimenticando che esiste una donna caparbia e in continua prima fila come la onorevole Anna Paola Concia che solitariamente sta facendo un lavoro egregio. Forse una dimenticanza. Speriamo!

I temi affrontati dalle due mozioni sono la chiave che potrebbe aprire una nuova stagione per Arcigay se, ai buoni propositi e alle discussioni congressuali, seguirà una linea di rottura definitiva con l’immobilismo e le polemiche a favore di un progetto capace di soluzioni concrete verso tutti gli omosessuali, le transessuali; anche se non possiedono una tessera.

Nelle 20 pagine di “Essere Futuro” si affronta il tema della laicità come chiave di volta della politica di Arcigay, del suo riposizionamento nel panorama politico nazionale, pensando che “la stagione degli apparentamenti partitici e dei rapporti esclusivi debba ritenersi assolutamente conclusa, perché storicamente infruttuosa e persino deleteria per le affermazioni delle istanze GLBT”. Come dar loro torto? Le delusioni sui DiCo, che poi sono diventati altro, e ancora altro fino a sparire; le accese discussioni sull’estensione della Legge Mancino e, qualche altro buon proposito parlamentare, son tutti stati affossati senza che né l’una né l’altra parte politica ricordasse la Costituzione come uguaglianza e libertà di tutti.

Un’apologia dei diritti, dice la mozione, senza soluzioni parziali, nel principio di uguaglianza in tutte le sue possibili manifestazioni.

Si passa poi ad un tema caro a molti di noi: essere lobby, compiere azioni di lobbying, che non siano appannaggio esclusivo della dirigenza, ma diventare un patrimonio di tutti i soci Arcigay. Ecco allora il bisogno di costruire sinergie con professionisti GLBT, per fare non solo azioni di lobby strategica ma anche una vera azione di life long learning centrale e decentrata a tutti i livelli.

Ancora un tema, a chi scrive molto caro da sempre, è la relazione con il movimento:

“Riconoscere che il Movimento non è solo Arcigay, non sminuisce il nostro ruolo […] Abbiamo smarrito le relazioni con tanta parte del Movimento, imboccando una strada che non conduce da nessuna parte […] Proponiamo la prosecuzione di un itinerario federativo fra le associazioni LGBT italiane, che si configuri come una vera e propria Confederazione e che sia il luogo del confronto, del dibattito e della sintesi del Movimento”.

La mozione “Inarrestabile cambiamento, per certi versi, sembra percorrere la medesima strada, mettendo al centro le persone e la comunità LGBT. E aggiungendo:

“Arcigay dovrà impegnarsi per fare rete anche con le aziende. Contrariamente a quanto avviene nel resto d’Europa, le grandi imprese non investono alcuna risorsa dedicata al sociale per le organizzazioni LGBT”.

A questo, aggiungono

“Deve essere recuperata l’esperienza della “Rete Donne” e valorizzare l’esperienza della “Rete giovani”, uno strumento in grado di mobilitare risorse dentro e fuori la comunità LGBT”.

Gli impegni si allargano poi ai migranti, ai disabili, allo sport. Le priorità restano quelle: laicità, parità di diritti, lotta all’omofobia, salute e prevenzione Hiv, movimento e valorizzazione del territorio.

Ci sono poi le questioni puramente di organizzazione e di struttura interna che, al momento poco potrebbero interessarci. Interessante, invece la conclusione della prima parte:

“Deve essere inaugurata una nuova stagione di trasparenza sulle spese, i costi e i risultati che assuma la piena e routinaria pubblicità interna come principio cardine, affinché il Consiglio Nazionale e i direttivi di comitato possano aver chiaro quanto l’associazione investe in termini economici […] Una nuova modalità di confronto e condivisione tra i vari territori sarà anche l’istituzione de “La Festa dell’Arcigay” che avrà un carattere itinerante e prevederà di base 7 giorni di iniziative, dibattiti, workshop, da realizzarsi con eventi di autofinanziamento e con il supporto di sponsor ed enti pubblici e privati”.

D’accordo, intanto iniziamo a mettere a posto Arcigay e le tante battaglie perse per strada. Alla prossima da Perugia.


Si apre domani a Perugia il XIII Congresso Nazionale di Arcigay

11 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

Logo del Congresso Arcigay di PerugiaCi vorrà qualcuno tra i tanti costituzionalisti, tra i politici e i cittadini, che prenda finalmente a cuore quella Carta approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947. C’è chi la vuole oggi modificare senza accorgersi che poco è stata applicata nelle sue ragioni principali e nei suoi articoli di fondamentale libertà per tutti i cittadini. Che Arcigay abbia scelto per il suo XIII Congresso Nazionale, di richiamarsi alla Costituzione, garanzia di pari diritti per tutte le persone, è un fatto necessario e importante, perché sempre più spesso il cittadino glbt viene estromesso dai diritti che la Costituzione gli assegna e usato ed abusato da una bieca e cieca politica.

Per Costituzione, io c’entro“, è lo slogan scelto per la più importante assise di Arcigay in cui convogliare desideri e speranze di un paese dove le minoranze sessuali (certo, non solamente loro) vengono trattate da apolidi, derisi nella loro affettività, minacciati ed offesi da altri cittadini cui è stato inculcato il disprezzo verso il diverso. Una diversità che in altri luoghi è vista come ricchezza sociale e culturale, mentre da noi, Arcigay ma anche le altre associazioni glbt, devono difendere da una cultura amorfa, biascicante e spregevole. Spiega il presidente nazionale uscente, Aurelio Mancuso

Lo slogan “Per Costituzione, io c’entro“, scelto per il nostro Congresso Nazionale è un monito alla politica sorda e lontana dai bisogni dei cittadini e della comunità glbt, incapace di tradurre in determinatezza giuridica e sociale le richieste provenienti dalle persone. Un forte richiamo alla nostra Carta Fondamentale, garanzia dei diritti di tutte e di tutti. L’Associazione che compie questo quarto di secolo è una rete dinamica, composta da 46 realtà territoriali, spesso cresciute in provincie remote, ha una forte presenza di giovani e giovanissimi, sa interpretare i nuovi stimoli portando i suoi associati in piazza a rendersi visibili, e organizzare gruppi e attività che raccolgono lo spirito di una comunità lgbt in crescita nonostante l’aria soffocante di un Paese disilluso. Le decine di volontari e volontarie Arcigay che ogni giorno si spendono per realizzare cose e aiutare l’altro, accrescendo la partecipazione, sono l’orgoglio che mi hanno reso fiero di condurre per tre anni un’associazione comunque diversificata e complessa in una situazione sociale che propone continue sfide.

Per seguire il Congresso Nazionale nel 25° anno di attività di Arcigay; per discutere nei due giorni previsti lo stato dell’associazione, proporre nuovi percorsi e vincolarsi a nuove e vecchie battaglie irrinunciabili per la popolazione glbt e, infine eleggere presidente e segretario nazionali, organi collegiali e direttivi, nonché la proposta di modifica dell’attuale Statuto, convergeranno a Perugia 216 delegati e delegate in rappresentanza dei loro iscritti che nei Congressi provinciali e nell’Assemblea delle Associazioni Affiliate li hanno scelti a rappresentarli. Ci sarà poi l’atto finale dei lavori quando il massimo organo decisionale dell’Associazione avrà il compito di discutere ed approvare il progetto associativo che vincolerà Arcigay fino al 2013.

Tutto inizierà venerdì 12, alle 14.30, quando prenderà il via una celebrazione pre-congressuale a Palazzo dei Priori, splendida architettura di stile gotico, sede anche dell’edificio della Galleria Nazionale dell’Umbria con la proiezione di due video celebrativi. Il primo, intitolato Sulle Ali Del Pegaso, racconterà, attraverso spezzoni della TV italiana, il contesto sociale e le origini che hanno condotto alla fondazione della rete nazionale Arcigay nel 1985 a Bologna, dopo che a Palermo era nato nel 1980 il primo circolo. Il secondo sarà una carrellata fotografica che ripercorre i 25 anni, mettendo in luce come sono cambiati i volti e le azioni tra i pionieristici anni ’80 e la ricchezza umana e territoriale del 2010. Per tutto il pomeriggio si silenzieranno le eventuali contese, le contrapposizioni tra gruppi che sosteranno l’una o l’altra delle due mozioni che riguarderanno la vita, gli impegni e il lavoro di Arcigay e dei suoi militanti fino al prossimo Congresso. Sarà una celebrazione dell’età adulta di Arcigay, alla presenza di ospiti istituzionali e di rappresentanti delle altre realtà glbt. Oggi presente in oltre 50 provincie italiane, Arcigay, nel bene e nel male, rappresenta una realtà sul territorio, una presenza necessaria per debellare ogni forma di discriminazione.

Sabato e domenica il Congresso entrerà nel vivo alla Sala Congressi della Camera di Commercio, dove i delegati ascolteranno le relazioni; seguiranno e parteciperanno ai dibattiti, saranno presenti nelle varie Commissioni dove si discuterà di giovani e di scuola, di emarginazione e altri temi di attualità. Una stagione di violenza verso gay, transessuali e lesbiche e le recenti critiche che hanno coinvolto la gestione di Arcigay in questi anni, sarà probabile oggetto di discussione a Perugia. Il movimento si è dovuto scrollare di dosso un collateralismo politico di bandiera; ha avuto una certa difficoltà a trovare nuovi linguaggi con cui parlare alla sua gente, aggregarla su propositi ed iniziative comuni e, cosa più importante, si è trovata a fronteggiare un’Italia dove l’odio omofobo è rinato tra l’indifferenza di una destra maschilista e una sinistra stanca e poco interessata a occuparsi di diritti civili. Molti hanno dimenticato il fervore movimentista degli anni trascorsi: guerra allo stigma, agli stereotipi, denuncia dell’omofobia religiosa, aggregazione festosa di milioni di persone costrette fino ad allora a vivere di nascosto. Molte cose, certo son cambiate, ma l’orgoglio di Arcigay e di tutti i movimenti omosessuali deve risorgere, palesarsi, tornare ad essere strumento di difesa e richiesta di irrinunciabili diritti.

Con il Congresso di Perugia, Aurelio Mancuso lascia la presidenza e, speriamo, non certo l’impegno e la passione verso i suoi concittadini italiani glbt. Ci sono state parecchie polemiche per desiderare di aprirne di nuovi. Non è facile governare un’associazione come Arcigay, ed è probabile che qualche volta si possa peccare di protagonismo; per questo, credo, la nuova dirigenza che uscirà da questo XIII Congresso, dovrà operare senza che su di essa cada e accada la minima polemica. Accolgano con lungimiranza le idee e le proposte che Mancuso, Grillini, Gottardi e i vari storici del movimento, vorranno mettere in campo, al servizio di tutte le battaglie future.

Arriveranno anche i politici (ci sono le elezioni regionali) che porteranno il loro saluto e diranno dal pulpito chissà cosa visto che in termini pratici nulla è stato fatto e quel poco che si apprestavano a fare è tornato nei polverosi cassetti delle commissioni senza aver avuto la capacità di portare a un risultato positivo il loro stesso lavoro. Curioso fu l’episodio che coinvolse al precedente Congresso di Milano, Piero Fassino che, alla fine, riuscì ad irritare i delegati in sala facendo una confusione sull’antica e irrisolta questione del si è o si nasce, storpiando perfino il termine “omosessuale”.

Lo svolgimento del Congresso a Perugia costituisce il riconoscimento del lavoro svolto dal Comitato Provinciale Arcigay, punto di riferimento per tutta l’Umbria, e dal Coordinamento Omphalos Gay&Lesbian Life di cui fa parte. Punto di forza dell’associazione è stata la capacità di agire in sinergia con tutte le istituzioni locali. In questi ultimi anni sono stati raggiunti importanti traguardi per la comunità lgbt dell’Umbria, tra questi: il registro delle coppie di fatto in numerosi comuni della Regione, l’inserimento nel nuovo Statuto regionale di un articolo contro le discriminazioni, l’importante articolo sul riconoscimento delle convivenze di fatto e una recente legge regionale sulle coppie di fatto. E inoltre Omphalos propone da quasi 20 anni iniziative culturali, di supporto sociale ed eventi ricreativi settimanali. Sono loro che hanno lavorato per la preparazione e lo svolgimento di questo Congresso.

Come è nelle cose, anche noi di Queerblog seguiremo tutte le fasi di questo Congresso e vi informeremo di tutto lo svolgimento con una cronaca quotidiana e dettagliata, dando voce e spazio ai protagonisti. Le vostre domande e i vostri suggerimenti saranno benvenuti e girati al Congresso.

Ci auguriamo che questo importante appuntamento inauguri una nuova stagione per Arcigay che non sia contrapposta alle aspirazioni e al lavoro delle altre realtà associative presenti nel nostro territorio. Serve un lavoro comune per far tornare a molti il desiderio di tornare in prima fila a battersi per i diritti, a essere presenti là dove necessita il loro aiuto. La tessera non serva solamente ad avere accesso nei locali di divertimento ma sia una dichiarazione di appartenenza, di orgoglio per chi la possiede. Si mettano al servizio della comunità tutta le risorse dell’associazione, snellendo e portando ai minimi termini tutto l’apparato burocratico, costruendo iniziative a beneficio di tutti.

A Perugia, come dicevamo, saranno due le mozioni che si confronteranno: “Inarrestabile Cambiamento - Condivisione, trasparenza, coraggio“, primi firmatari, Michele Breveglieri, Giovanni Caponetto, Enrico Fusco, Carlo Guarino, Fabrizio Sorbara. “Essere Futuro - Laicità, eguaglianza, libertà“, con le prime firme di Paolo Patanè e Luca Trentini. Sono previste 5 commissioni di lavoro: Politica, Organizzazione, Statuto, Salute, Elettorale e diverse fasi di dibattito in plenaria.

Non ci resta che augurare da parte di tutto lo staff di Queerblog, un buon lavoro ai congressisti.


Ennesimo attacco del Papa ai Paesi che hanno permesso i matrimoni gay. E Grillini sottolinea l’omofobia nel frenare i diritti Lgbt

Ennesimo attacco del Papa ai Paesi che hanno permesso i matrimoni gay. E Grillini sottolinea l�omofobia nel frenare i diritti Lgbt

Ratzinger is back. Sembra molto il secondo capitolo di una saga, anche se in questo caso verrebbe bocciata unanimamente dalla critica per la ripetitività della trama. Come fedelmente riportavano anche i Tg di oggi, il Papa ha indirettamente citato paesi europei e mondiali, come pericoli per il volere di Dio che non deve essere rappresentato dai desideri dell’uomo:

“‘Le creature sono differenti le une dalle altre e possono essere protette, o, al contrario, messe in pericolo, in modi diversi, come ci mostra l’esperienza quotidiana. Uno di tali attacchi proviene da leggi o progetti, che, in nome della lotta contro la discriminazione, colpiscono il fondamento biologico della differenza fra i sessi. Mi riferisco, per esempio ad alcuni Paesi europei o del Continente americano. La libertà non puo’ essere assoluta, perche l’Uomo non è Dio, ma immagine di Dio, sua creatura. Per l’uomo, il cammino da seguire non può quindi essere l’arbitrio, o il desiderio, ma deve consistere, piuttosto, nel corrispondere alla struttura voluta dal Creatore’”

Per cui, basta “nascondersi” dietro all’alibi della discriminazione (che poi non sembra essere così importante per lui) e abbasso i matrimoni gay tra persone dello stesso sesso. Insomma, qualcosa di originale, ribadito con la solita eleganza e il solito cristiano rispetto di sempre. E la risposta di Grillini non si è fatta attendere:

“Ratzinger ha lanciato l’ennesimo strale contro i matrimoni fra gay, le leggi anti-discriminatorie e contro l’omofobia (approvate o in corso di approvazione in tutto il mondo occidentale) che colpirebbero ‘il fondamento biologico della differenza fra i sessi’. Nel discorso del papa c’è il solito pasticcio al limite del comico tra presunta volontà divina, biologia e persino sessuologia, materie di cui il vaticano pretende di essere unico depositario.”

Sottolinea inoltre l’aspetto più preoccupante, questo disperato appello quasi omofobico per frenare questi cambiamenti sociali e questa parità tra i sessi, condito da un consiglio provocatorio:

“Ancora una volta, il Vaticano si mette alla testa del monoteismo omofobo nel tentativo di frenare o di cancellare l’inarrestabile ondata di riforme volte a garantire l’uguaglianza dei diritti tra omosessuali ed eterosessuali. Questa settimana esce nelle sale il film di Tom Ford, “A single man” (vincitore al festival di Venezia del “Queer Lion” e del premio per il miglior attore) che racconta una grande storia d’amore tra due uomini. Consigliamo vivamente al papa la visione: ha molto da imparare dalla spinta dell’amore gay che è uguale a tutti gli altri e che merita il riconoscimento giuridico”

Anche se penso che per guardare un film del genere, per saper ascoltare e osservare un film (non “vederlo”, quello è più complicato) alla base deve sempre essere una certa predisposizione e un rispetto che purtroppo non sembra mai esistere nelle parole del Papa.

Foto | Nuovosoldo


Anche l’Emilia Romagna amica degli omosessuali

23 dicembre 2009 mario cirrito Nessun commento


Probabilmente qualche scossone arriverà anche a Roma, al governo centrale che più che silente pare ostacolare la corsa democratica verso i diritti civili che riguardano la popolazione omosessuale. Lo scossone lo stanno dando le regioni; così dopo la Toscana e la Liguria, anche l’Emilia Romagna ha varato una legge antidiscriminazione che estende benefici e servizi anche alle coppie conviventi omosessuali.

Una bella vittoria quella incassata dall’Assemblea legislativa di quella regione, tanto da far dire ad Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay:

“Il Parlamento nazionale non può rimanere immobile di fronte a queste svolte che stanno cambiando il nostro Paese, regione dopo regione, ma dovrebbe cogliere il messaggio di dignità e laicità, dando tutele e pari diritti a tutte le persone lgbt italiane. Con questa legge il Presidente Errani e la maggioranza che governa la Regione hanno dato un segnale chiaro e forte di laicità e comprensione della realtà sociale di tutte le famiglie”

Dello stesso parere anche Franco Grillini che si presenta come capolista per l’Idv alle prossime elezioni amministrative:

“Il voto di ieri rappresenta un buon viatico per la prossima legislatura regionale dove sarà possibile affrontare in modo più organico il tema dei diritti delle coppie conviventi e della lotta ad ogni forma di discriminazione. Obiettivi, questi ultimi, che spingono la coalizione di centrosinistra alla riconquista del governo regionale contro una destra regionale incapace di modernizzarsi e di mettersi al passo di una regione laica e decisamente progressista. Spiace che ben due consiglieri Pd abbiano ritenuto di votare contro, segno del permanere in quel partito di un problema sui temi eticamente sensibili e sulla laicità”.

Foto | gapysphoto


Franco Grillini: “Bussate al sindaco e chiedete che vi sposi”

o Grillini: "Bussate al sindaco e chiedete che vi sposi" Dopo il tribunale di Ferrara che si è pronunciato a favore del matrimonio gay, Franco Grillini, presidente di Gaynet, ha subito lanciato l’appello alle coppie omosessuali nella regione ed anche a quelle italiane:

“Bussate al sindaco e chiedete che vi sposi”

La corte Costituzionale dovrà sancire l’effettiva legittimità dell’unione poichè nel testo base non c’è una clausola che ne vieta la possibilità, nè che l’autorizzi apertamente. E Flavio Romani, responsabile regionale dell’Arcigay, dichiara pubblicamente:

“Vogliamo affermare il diritto di uguaglianza fra tutti i cittadini e la nostra non è una campagna provocatoria, né contro le istituzioni, ma l´affermazione del diritto di scegliere se sposarsi o no come tutti gli altri. Per noi omosessuali, attualmente la possibilità di scegliere non c´è”

Pronti ad infilare gli scarponi da neve e andare a suonare il campanello?

Foto | CassettoIdeeLibere


Mille Chiamparino. Una campagna di Gay.it per il matrimonio

15 dicembre 2009 mario cirrito Nessun commento


Una bella iniziativa che ora necessita del sostegno di tutti: coppie e singoli, gay, lesbiche, bisessuali, transessuali. L’ha lanciata il portale gay più conosciuto in Italia, Gay.it che, dopo che il Sindaco di Torino ha annunciato di voler sposare simbolicamente due concittadine, ora chiede a tutte le coppie di scrivere ai propri sindaci per chiedere loro la celebrazione della propria unione. L’iniziativa si chiama Mille Chiamparino e così viene spiegata da Alessio De Giorgi:

“Chiediamo alle coppie gay e lesbiche delle altre città di chiedere altrettanto al loro Sindaco. Il gesto non ha alcun valore legale, come è ovvio, ma ne ha sicuramente uno culturale. La legge non prevede il matrimonio per le persone omosessuali, ma nulla vieta loro di celebrare una festa nuziale e nulla vieta che sia proprio la massima autorità cittadina a presenziare a tale cerimonia”.

Come sapete in questi mesi, forti dell’appoggio di organizzazioni come Certi Diritti, molte coppie di gay e di lesbiche hanno chiesto al loro Comune di poter accedere alle nozze civili. C’è stato chi, come il sindaco di Bologna, si è detto contrario e chi si è rimesso nelle mani del giudice, visto quel che recita la attuale legge. Ma la questione dei diritti e del riconoscimento delle coppie di fatto, è un tema caldo e sentito, nonostante il Parlamento non riesca mai a esaudire i desideri di migliaia di suoi cittadini.

Vladimir Luxuria ha dichiarato a Gay.it

“Mi auguro che saranno tanti i Sindaci coraggiosi che diranno una cosa semplice: l’amore non dovrà più non poter pronunciare il suo nome ma lo potrà fare anche davanti alla massima autorità della città. Sarà un ‘Sì’ alla visibilità, al coraggio, all’assunzione di responsabilità e all’amore”.

Da parte sua, Sergio Rovasio, segretario nazionale di Certi Diritti ha dichiarato:

“È importantissimo mobilitarsi come fate voi per abbattere queste assurde disuguaglianze. Vi ringraziamo perché date forza e speranza a centinaia di migliaia di coppie gay che potranno, una volta ricevuto il diniego, se lo vorranno, opporsi legalmente. Avranno il nostro sostegno informativo e aiuto tecnico. Quello che la classe politica si ostina a impedire occorre tentarlo con le vie legali per questo occorre sollecitare prima i propri Sindaci nella speranza che si muovano almeno loro”.

Sostegno all’iniziativa da parte di Fabio Canino, Franco Grillini e il candidato alla presidenza di Arcigay, Paolo Patanè, oltre ad altre organizzazioni glbt. Intanto una coppia di Savona, Francesco Zanardi e Manuel Incorvaia, ha preannunciato che dal prossimo 4 gennaio inizierà uno sciopero della fame se le istituzioni non interverranno con forza ed immediatezza contro un muro di pregiudizio e discriminazione ormai impensabile nel 2010.

Ora serve la mobilitazione di tutti, sperando che finalmente qualcosa si muova in questo paese. Qui potete compilare il form.

Foto | Gay.it


Il governatore emiliano-romagnolo adegua la finanziaria al volere del cardinale

11 dicembre 2009 mario cirrito Nessun commento


Potenza della Chiesa cattolica. Potenza dei suoi alti prelati che governano le diocesi. È bastata una telefonata, forse due; una lieve levata di scudi contro i poteri temporali regionali per dar di penna e mettere le cose nella ragion religiosa. Così il governatore emiliano-romagnolo Vasco Errani, dopo le dure critiche del cardinale Carlo Caffara sulla futura finanziaria regionale che, a parere dell’alto prelato strizzava troppo gli occhi alle coppie di fatto e poco si intendeva e interessava delle famiglie tradizionali, è tornato sui suoi passi.

Il miracolo si è compiuto, mettendo mano ad un ulteriore articolo dove la Regione si impegna a stabilire “ulteriori criteri a tutela della condizione delle famiglie numerose“. Pare che per tacitare altre eventuali contestazioni, Errani abbia inserito nella Finanziaria due subemendamenti che si richiamino alla Costituzione e al ruolo principale della famiglia formata da numerosa prole.

Sotto la mannaia di Caffarra era finito l’articolo 42 della nuova Finanziaria che estende alle convivenze i diritti di accesso a tutti i servizi delle famiglie tradizionali. Chiusa la contestazione? Mica tanto, forse perché la Curia intendeva avere un segnale politico più significativo, unico verso un genere di famiglia tradizionale. E non l’ha soddisfatto in pieno visto che “La norma devastante” come l’aveva bollata l’arcivescovo non è stato cancellata.

A dichiararsi soddisfatto il consigliere democratico Matteo Richetti che ha dichiarato:

“Il richiamo alla famiglia, come prevista dalla nostra Costituzione, fa inequivocabilmente chiarezza sul fatto che la famiglia, per cui sono previsti criteri di accesso agevolato ai servizi, non viene equiparata alla convivenza”.

A fargli da contraltare il bravo e sempre attento Franco Grillini che ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al Presidente della Regione. Eccola!

Caro Errani,

leggo oggi sulla stampa di Bologna che, in seguito all’incontro con il cardinale Caffarra, sarebbe sostanzialmente cambiato l’articolo della finanziaria regionale volto a garantire l’uguaglianza di tutti i cittadini emiliano-romagnoli nell’accesso ai servizi pubblici.

Questo cambiamento, consisterebbe nell’escludere i cittadini single e le coppie omosessuali dal provvedimento in ossequio ad un concetto di famiglia caro all’ultrareazionario cardinale bolognese ma estraneo ai principi di solidarietà e uguaglianza che dovrebbero caratterizzare l’azione amministrativa di un ente pubblico soprattutto di centro-sinistra.

Nell’esprimerti le mie perplessità sull’idea, per me profondamente errata, che la Costituzione definirebbe famiglia soltanto un uomo e una donna regolarmente sposati e non, invece, qualunque nucleo familiare basato su amore e stabilità, ti chiedo un pronunciamento chiaro sul tema dei diritti delle coppie omosessuali, vale a dire: le “famiglie” lgbt (perché per me sono famiglie) sono comprese o no nella legge regionale?

Sperando in una tua risposta affermativa, che cancelli ogni dubbio in materia, colgo l’occasione per formularti i più cordiali saluti.

Franco Grillini
Responsabile nazionale del Dipartimento diritti civili Idv

Foto | Chiara Marra


Le reazioni alla morte di Brenda: parlano tra gli altri Luxuria, Battaglia, Mancuso e Corona

Le reazioni alla morte di Brenda: parlano tra gli altri Luxuria, Battaglia, Mancuso e Corona

A poche ore dalla morte di Brenda, il mistero si infittisce sempre più e il ritrovamento del portatile nel lavandino porta la polizia a sospettare sempre più di omicidio volontario. E con la notizia di questo assassinio, alcuni personaggi del mondo dello spettacolo e politici affrontano l’argomento, dando la loro opinione.

Tra i primi a parlare, anche Vladimir Luxuria, che ha espresso la sua paura in merito all’avvenimento, oltre a lanciare il quesito su come mai nessuno stesse vigilando su quella testimone oculare così a rischio:

“Temo una escalation di violenze ai danni delle persone transgender, soprattutto quelle più indifese. Spero solo che tutte le persone che hanno ironizzato sulle fattezze corporee di Brenda, possano mordersi la lingua davanti allo scempio del suo cadavere. e indagini seguiranno il loro corso ma sospetto che l’incendio sia stato appiccato da chi temeva che emergesse la verità sul caso Marrazzo. Brenda non era più una persona umana ma una traccia scomoda da far sparire, e non era bastato portarle via il cellulare. come mai nessuno ha pensato di vigiliare su di lei. Si pensa giustamente a dare la scorta ai pentiti, a chi e’ sovraesposto e giustamente deve essere protetto. Ma a dare una protezione a Brenda nessuno ha pensato. Tutti sapevano dove abitava, perché si è lasciato che la ammazzassero?”

Anche Fabrizio Corona è entrato nel merito della vicenda, facendo una critica feroce a quanto il gossip possa essere crudele (e lui di sicuro se ne intende):

“Non si può morire di gossip, anche se il gossip oggi è diventata un’arma molto molto pesante. Sotto il caso Marrazzo ci sono cose molto pesanti, c’è del materiale che può fare molto male”

Franco Grillini, presidente di Gaynet, invece, ne parla come di un nuovo “delitto Montesi”, con un mix di sesso e politica:

“Alcune domande sorgono spontanee: se Brenda aveva dichiarato che era a conoscenza di un secondo video che rivelavano la presenza di altri politici perché non si è approfondita questa pista? Dopo il furto più che sospetto del suo cellulare perché Brenda, che era anche una teste nella vicenda Marrazzo, non è stata quantomeno protetta? Come mai non le è stato attribuito il permesso di soggiorno a fini giudiziari?”

Il presidente Arcigay Aurelio Mancuso ha invece espresso il proprio dolore per la tragica notizia, approfittando per fare un discorso che avvicini chiunque sia emarginato e ‘abbandonato dallo Stato’:

“Tutta la vicenda si tinge dei colori scuri del dolore e della rabbia per chi, come le associazioni trans e omosessuale, tutti i giorni cerca di far comprendere che, con pochi e semplici provvedimenti legislativi e azioni sociali, migliaia di persone trans potrebbero non vivere più nell’emarginazione e in preda alle organizzazioni criminali”

La pista dell’omicidio è quella che segue anche Sergio Rovasio, segretario di Certi diritti:

“È difficile credere che quella di Brenda sia una morte accidentale o un suicidio. Crediamo invece che quanto avvenuto sia esattamente quello che un banalissimo copione di film gialli avrebbe previsto per ‘eliminare’ una persona ‘scomoda’, che poteva dare fastidio a qualcuno che si ritiene intoccabile, certamente ‘altolocato’ come molti lo sono in modo miserabile in questo paese. Purtroppo questa è l’Italia di oggi, che vive simili tragedie come se nulla fosse.”

Francesca Eugenia Busdraghi, presidente di Azione Trans, ha espresso sconcerto:

“È difficile credere che quella di Brenda sia una morte accidentale o un suicidio. Crediamo invece che quanto avvenuto sia esattamente quello che un banalissimo copione di film gialli avrebbe previsto per ‘eliminare’ una persona ‘scomoda’, che poteva dare fastidio a qualcuno che si ritiene intoccabile, certamente ‘altolocato’ come molti lo sono in modo miserabile in questo paese. Purtroppo questa è l’Italia di oggi, che vive simili tragedie come se nulla fosse.”

Foto | Kataweb


Weekend di solidarietà. Drag Queen al Gaslini e festa per Arcigay Orlando di Brescia

21 novembre 2009 mario cirrito Nessun commento

Corrono veloci sull’autostrada del tempo le poche settimane che ci avvicinano alle feste più lunghe dell’anno. Si notano già nei grandi magazzini e nei negozi, ogni gingillo che brilla come un diamante, statuine e ninnoli da portare a casa. Si inizierà a breve a parlare di Natale, di mete esotiche, del perché i gay non amano questa festa per poi organizzare festoni, partire per mete esotiche e trovare chi baciare all’ultimo dell’anno. Questo weekend potreste sceglierlo di passarlo a Genova o festeggiare gli amici di Arcigay Orlando a Brescia.

A Genova, Domenica 22 novembre ci sarà una serata di beneficenza all’ospedale Gaslini di Genova, a favore del Reparto bambini Leucemici organizzata dall’Associazione ADU. La serata che inizierà alle 21.00 presso il Seven Days di via Schiaffino, 32 a Quarto (ex Palace), vedrà come presentatrice la drag queen La Wanda Gastrica. In un appuntamento precedente, altre drag queen avevano offerto la loro presenza per aiutare i bimbi ricoverati al Gaslini. Si pagheranno 5 euro per l’ingresso, ma chi può offra di più.

Festa e dibattiti per Arcigay Orlando di Brescia che festeggia tre lustri di movimento glbt. Si comincia domani al Caffè letterario di vicolo Beccaria 10. L’ex sindaco Paolo Corsini, il segretario della Camera del Lavoro Marco Fenaroli e il presidente onorario di arcigay Franco Grillini, coordinati dalla giornalista Piera Maculotti, discuteranno di come sia cambiata Brescia negli ultimi 15 anni. Domenica 22, ritrovo alle ore 10.30 nella sede di via Paitone 42 per una bella visita guidata della città. L’invito è rivolto a tutti ma soprattutto ai comitati Arcigay delle province vicine.

«Quindici anni da leonesse», dicono in Arcigay Orlando, contenti per come è andato avanti il movimento glbt che in una città come Brescia ha saputo difendere i diritti delle persone omosessuali.

Orlando nasce dalla fusione di due gruppi, federati poi all’Arcigay nel 1996.

Il loro lavoro, i servizi offerti alla comunità omosessuale hanno aiutato molti ad uscire allo scoperto, a diventare cittadini a tutti gli effetti, a combattere ogni forma di discriminazione.

I festeggiamenti proseguiranno anche domenica prossima nella sede di Arcigay Orlando con una cena tipica regionale, preceduta da un brindisi di compleanno. La prenotazione, avvisano gli organizzatori, è obbligatoria e deve essere fatta entro venerdì 27 via email. Lunedì 30 novembre, infine, appuntamento alle 18.00 alla libreria Feltrinelli di corso Zanardelli, dove verrà presentato il libro Dante e l’omosessualità di Aldo Onorati.

Poi, il Congresso provinciale, mentre Luca Trentini, presidente di Orlando ha già fatto sapere che si candiderà alla presidenza nazionale di Arcigay. Ma ci sarà tempo per parlare di questo.

Foto | Vin Crosbie


I cattolici raccomandano 10 rosari al giorno per Franco Grillini

15 ottobre 2009 francesco Nessun commento


Se Lucio Battisti cantava “Dieci ragazze per me”, ora Franco Grillini, ex deputato Ds e presidente onorario di Arcigay, può cantare “Dieci rosari per me”: il motivo è una notizia che potrebbe sembrare simpatica, quasi tenera, se non fosse espressione di un pregiudizio proponfo, radicale ed estremista che la maggior parte dei cattolici nutre nei confronti degli omosessuali.

Il numero 86 (settembre ottobre 2009) di Il Timone, mensile cattolico di informazione e formazione apologetica, dedica infatti a Grillini, omosessuale eccellente e impenitente, la rubrica “Il raccomandato del Timone”. Questa rubrica è una sorta di circo Barnum che mette alla gogna personaggi che vengono additati e stigmatizzati come infedeli, descrivendone biografia e peccati, salvo tentare di redimerli attraverso la preghiera. Questa è la descrizione della rubrica fornita dalla stessa rivista:

Chi è cattolico, sull’esempio di Gesù Cristo, deve amare ogni uomo, anche se non professa la vera fede. Ma non c’è amore più grande per il non credente che pregare il buon Dio perché gli conceda la luce della fede. È dunque per “amore cristiano” che crediamo sia doveroso “raccomandare” alla vostra preghiera i personaggi di questa rubrica.

Una decina di rosari al giorno per settembre e ottobre sono la cura collettiva proposta ai lettori per mondare l’immondo Grillini dal peccato del suo “omosessualismo”. Qui di seguito la citazione letterale e integrale (buona lettura e arrivate fino in fondo!):

Franco Grillini è presidente onorario dell’Arcigay, la maggiore organizzazione omosessualista Italiana. E’ stato lui a modificare l’immagine e il linguaggio del mondo gay italiano: ha infatti dato un contributo fondamentale por la trasformazione dell’omosessualità da fenomeno trasgressivo e marginale in una questione sociale e politica, in un diritto civile che cerca pubblico ed ufficiale riconoscimento. Se nelle aule parlamentari e sui media si parta ogni giorno di omosessualità, il merito (o il demerito) è di Franco Grillini.

Non a caso ha unito la militanza omosessualista con quella politica, fino a diventare parlamentare in quota ai Democratici di Sinistra nell’ultima legislatura. Attualmente dirige una agenzia di stampa specializzata nella diffusione di notizie che riguardino l’omosessualità. Uno dei bersagli preferiti dell’onorevole emerito Franco Grillini è la Chiesa cattolica, ovviamente accusata di omofobia e quindi di complicità con i fenomeni di violenza che colpiscono i gay.

Per la sua importanza nella diffusione del l’omosessualismo in Italia e per la sua completa identificazione personale con le istanze gay, Franco Grillini è un raccomandato speciale. Sembra molto difficile che mezzi umani possano aiutarlo a trovare una visione naturale dell’uomo; eppure resta un nostro fratello al quale si deve voler bene, e che vogliamo affidare alla Madonna.

Non resta forse molto altro che possiamo fare per lui, se non rimetterci alla misericordia divina. Sappiamo che nulla è impossibile a Dio e che molti dei suoi più acerrimi nemici si sono trasformati in strumenti preziosissimi per la realizzazione del Suo Regno sulla terra. Preghiamo dunque (ogni giorno una decina di rosari nei mesi di settembre e ottobre) perché anche l’onorevole Grillini diventi uno strumento docile nelle mani di Dio.


Rissa verbale a “La Vita in diretta” sull’omofobia e i diritti Lgbt

Rissa verbale a "La Vita in diretta" sulla tematica gay Non era sufficiente il dibattito nato a Pomeriggio Cinque con Meluzzi e la coppia gay che era stata aggredita a Rimini. No. Rai Uno ha dovuto rilanciare e ha invitato in studio a “La vita in diretta”, Luca Giordano, Mister Gay 2009, Andrea Peracchio, il ragazzo torinese ripudiato dalla famiglia, e tra gli altri Franco Grillini ed Alessandra Mussolini.

La puntata, solo nel leggere i nomi, poteva promettere un finale “nervoso” ma il risultato è stato ancora peggio, se possibile. Da una discussione accesa si è finiti al ring totale, con insulti e sberleffi che potrebbero benissimo essere stati rubati da una puntata (a caso) del “Bagaglino”. Tutto è iniziato con la Mussolini che, non perdendo mai l’occasione per infuocare i toni, ribadisce il suo imbarazzo nell’eventualità di avere un figlio gay (farei la stessa domanda all’eventuale figlio fra un decennio e forse anche lui proverebbe la stessa sensazione nei confronti della madre…). Grillini a sua volta ribatte con la storia delle parentela col Duce e tutto finisce ” a mazzate” verbali.

Se la Mussolini si alza e si accomoda sulle gambe di una donna ospite, e come alle elementari si rifiuta di sedere accanto all’odiato Grillini,quest’ultimo continua con una risposta non delle più mature:

“La parte lesbica che è in te è venuta finalmente fuori”

Risposta della Mussolini :

” Te lo dico dietro le quinte qual è la parte di te che viene fuori”

Il giornalista Pierluigi Diaco, presente anche lui, ha sottolineato il disagio che si assume il diritto di tacciare chiunque come omosessuale e che vuole esercitare su di loro una dittatura fastidiosissima. E il ragazzo torinese, disconosciuto dalla famiglia, ammette di aver chiesto aiuto all’Arcigay, nel periodo di maggiore difficoltà, ma di non aver ricevuto alcun sostegno o appoggio. La risposta di Grillini? Eccola:

“La nostra è un’associazione di volontari che non percepiscono un centesimo per il lavoro che fanno - gli ricorda Grillini - e quindi è probabile che nel momento in cui hai chiesto aiuto non hai trovato la persona giusta che potesse offrirtelo”

E infine il monito a partecipare tutti il 10 ottobre per la manifestazione contro le discriminazioni, a Roma. La puntata, traballando, riesce ad arrivare alla conclusione, con una tensione sempre palpabile e il disagio per tutti gli ospiti presenti.

E la cosa peggiore, sapete qual è, a mio parere? Io spesso sono il primo amante dei reality, dei talk show in cui, a volte, si finisce a schiamazzi e discussioni. Tv trash? Può darsi. Ma questo spettacolo, invece, che la televisione continua ad offrire in queste situazioni non è trash: è deprimente. E’ deprimente dover assistere ed essere “rappresentati” da persone che giocano di fronti a milioni di italiani con battutine a doppio senso e schiamazzi poco signorili e costruttivi. E’ deprimente doversi rendere conto che queste sono continue occasioni sprecate di dialogo. E non importa chi ha iniziato prima o chi prima offende. Perchè se in una serata al pub si può anche arrivare ad alzare la voce e parlarsi sopra senza curarsi del bon ton o dell’educazione, quando invece si è in uno studio televisivo e si tratta un argomento delicato come quello dell’omosessualità e dell’omofobia, piuttosto che ricordare ad una istigatrice la propria parentela con il Duce, si poteva rispondere, serenamente, con qualcosa di costruttivo e dignitoso.

Offese ed insulti reciproci infastidiscono in un reality show scacciapensieri e frivolo. In programmi di intrattenimento e popolari, che sia “La vita in diretta” “Pomeriggio 5″ o qualsiasi altro, il tono non dovrebbe mai abbassarsi a livelli miseri, portando, inesorabilmente, con sè l’intero (serio ed importante) dibattito.

Foto | Gazzetta


Il Papa contro le famiglie allargate

26 settembre 2009 mario cirrito Nessun commento


Il giorno prima di partire per la Repubblica Ceca, tredicesimo viaggio oltre i confini italici, Benedetto XVI, parlando ieri davanti un gruppo di vescovi brasiliani, è tornato ad affrontare il tema della famiglia affermando: “C’é un assedio alla famiglia basata sul matrimonio tra un uomo e una donna“. L’attacco, secondo il Papa, verrebbe dall’istituto del divorzio, ma anche dalle famiglie allargate, tanto da destare perplessità in qualcuno e proteste da parte di alcune associazioni che si battono per i diritti civili. Il Pontefice, come ci aveva già abituati la Cei di Bagnasco, ha riaffermato il diritto della Chiesa a trattare temi etici e fors’anche a imporre la sua dottrina; la parola non come speranza ma come imposizione. Almeno per i cattolici.

Nella società attuale - ha detto il Papa - si sono diffuse forze e voci che sembrano volte a demolire la culla naturale della vita umana, uscita sconfitta da molte battaglie. Mentre la Chiesa compara la vita umana con la vita della Santissima Trinità, prima unità di vista nella pluralità delle persone, e non si stanca di insegnare che la famiglia ha il suo fondamento nel matrimonio e nel piano di Dio, la coscienza diffusa nel mondo secolarizzato vive nell’incertezza più profonda a questo riguardo, specialmente da quando le società occidentali hanno legalizzato il divorzio (…) Questa situazione, come l’inevitabile interferenza e intreccio di relazioni non può non generare conflitti e confusioni interne, contribuendo a crescere e imprimere nei figli una tipologie alterata di famiglia,
assimilabile in qualche modo proprio alla convivenza, a causa della sua precarietà
“.

Le riposte alle parole papali non si sono fatte attendere. Prime fra tutte, quella del segretario di “Certi Diritti”, Sergio Rovasio:

Il Papa è ovviamente liberissimo di dire tutto quello che vuole ma forse quando si corre il rischio di offendere milioni di persone occorrerebbe essere più cauti. Ciò che sorprende è il tono offensivo, dispregiativo rivolto contro le famiglie allargate, conviventi e le persone divorziate. Ancora più offensivo è sentenziare che la convivenza e le famiglie allargate rovinano la vita di molti bambini. Tutto ciò è davvero sorprendente, queste affermazioni diventano una sentenza prescindendo totalmente da quanto accade nelle società moderne che vedono un forte incremento delle convivenze anche gay, delle unioni civili, delle famiglie allargate di ogni tipo, anche con bambini e del raggiungimento della felicità loro e di milioni di persone. Proprio per questo - conclude Rovasio - occorrono d’urgenza nuove norme di regolamentazione di aiuto e sostegno alle famiglie allargate e ai conviventi“.

Contraria alle parole papali, anche una psicologa, Anna Oliverio Ferraris, ordinario di Psicologia dello
sviluppo all’Università Sapienza di Roma. Interrogata da AdnKronos Salute, ha spiegato:
Una famiglia unita ma fortemente conflittuale è altrettanto lesiva per i figli. Due genitori che non si separano, ma portano avanti per anni una convivenza rabbiosa possono fare danni notevoli a bambini che vivono e crescono in un clima simile“.
Parole dure anche da parte di Franco Grillini: “In Italia un milione e centomila bambini sono allevati ed educati da un solo genitore e sono centinaia di migliaia i figli che crescono senza problemi in famiglie di conviventi. Di più sono altrettanti quelli che crescono bene in famiglie allargate e in famiglie omogenitoriali, quelle con genitori dello stesso sesso. Tutti gli studi in materia attestano che non esiste alcuna apprezzabile differenza tra un nucleo familiare e l’altro per il successo educativo dei propri figli“.

Foto/josemazcona


Quanti gay nello sport?

25 settembre 2009 mario cirrito Nessun commento


Nel libro intervista edito da Aliberti Editore, Gay molti modi per dire ti amo, Franco Grillini ad una domanda di Claudio Sabelli Fioretti: “Perché sembra che non ci siano gay nello sport?”, rispondeva: “Perché si nascondono.Lo sport italiano è particolarmente sessuofobo, maschilista e machista. La Fifa ha addirittura emanato il divieto ufficiale di baciarsi dopo un gol. (…) Fu il fascismo a praticare l’idea dello sport come massima espressione della virilità e della sanità della razza. (…) Il paradosso è che lì dentro ci sono anche gli omosessuali, persino tra i tifosi, persino tra i trucidi. (…) Io stesso ho avuto un amante che a sua volta era stato amante di un noto calciatore, del quale si lamentava per la sua mancanza di virilità“.

Che nello sport è meglio non parlare di omosessualità e di omosessuali, non è solamente Grillini a raccontarcelo. Secondo il magazine inglese Attitude, uscire alla scoperto per le star dello sport, non è solamente difficile ma anche pericolo. Il rischio maggiore sono i tifosi che non perdonerebbero alla propria stella, l’amore verso un’altra persona dello stesso sesso.

L’omofobia, si sa, alberga maggiormente nel calcio, ma anche negli altri sport, fare coming out non è cosa semplice. Alcuni, addirittura, come è successo al campione Ayrton Senna, si creano mogli di copertura, come la stessa scrisse in un libro. Certo, non per tutti è così. Nota la Navratilova che ha raccontato al mondo la sua omosessualità, Note e noti altri, ma la maggioranza vive e agisce nel silenzio. L’arbitro gallese Nigel Owens, ad esempio, tentò il sucidio per il disagio che provava sulla sua omosessualità.

Dopo quell’atto estremo, Owens dichiarò: “Semplicemente non volevo essere gay“. Ero preoccupato per quello che la gente avrebbe potuto pensare”. In Galles, Owens diventò invece un uomo rispettato e un bravo e apprezzato presentatore televisivo sportivo. Max Clifford, un uomo che cura l’immagine e gli interessi di molte personalità, ha raccontato a Pinknews di aver consigliato ad un suo giocatore bisessuale di restare in silenzio: “Il coming out farebbe finire la loro carriera. Sarebbe distruttiva per la loro popolarità tra i tifosi, il loro successo e la loro capacità di guadagno“.

Coming out o meno, tifosi machisti o meno, la doppia morale, l’ipocrisia italica porta spesso non ad uscire allo scoperto ma a trattare l’omosessualità come il peggiore dei mali; giocatori del calcio che si allenano a contrastare il diritto delle coppie di fatto ad avere una legge; sportivi che usano l’omosessualità nella peggiore delle trivialità in campo e fuori. Chissà poi cosa succede negli spogliatoi.