La prima volta del Gay Pride di Belgrado dopo anni di rinvii e violenze
Il 2010 potrebbe chiudersi con la sfilata del Gay Pride di Belgrado, capitale della martoriata Serbia, dopo che l’appuntamento arcobaleno dell’anno scorso, previsto per il 20 settembre, era stato annullato a causa delle minacce di violenza e aggressioni giunte da parte di estremisti di destra e ultranazionalisti. Gli organizzatori, in quell’occasione, avevano respinto una proposta dell’autorità centrale di tenere il corteo in una zona periferica, anziché nel centro della città serba, e avevano criticato la polizia per la loro incapacità a garantire la sicurezza.
Questa notizia, che accende la speranza in tantissimi omosessuali balcanici, è stata data ufficialmente ieri pomeriggio in una conferenza stampa dalle tre associazioni lgbt non governative organizzatrici della parata del 10 ottobre prossimo, che hanno scelto lo slogan pacifico Let’s Walk Together – Passeggiamo insieme. La manifestazione attraverserà il cuore della capitale, lungo il Viale Kneza Milosa, e passerà davanti alla sede del potere esecutivo e di vari ministeri. Il tutto si concluderà, come vuole la tradizione di questi eventi arcobaleno a livello mondiale, con una grande festa, organizzata per questa specialissima occasione al Centro culturale studentesco di Belgrado: un corteo imperdibile, che quest’anno ha avuto l’appoggio, per la prima volta, del presidente Boris Tadic e del ministro dell’interno Ivica Dacic. Si vocifera che il governo abbia dato il suo benestare all’evento solo per dimostrarsi tollerante e democratico agli occhi dell’Unione Europea, a cui spera di aderire a breve, come hanno già fatto molti paesi dell’Est.
A Belgrado, il primo Gay Pride era stato organizzato nel lontano 2001 ma era stato interrotto dai pestaggi e dalle violenze perpetrate dagli oppositori omofobi a parecchi partecipanti alla marcia; da allora, per quasi 10 lunghi anni, ogni tentativo di riproporre il corteo era stato vano. Il clima nella tradizionalista Serbia è quanto mai ostile nei confronti degli omosessuali, disprezzati e fortemente odiati dalla maggioranza della popolazione balcanica.
Via – Pink News





Come vi avevamo 

Dal famigerato sito ultracattolico Pontifex.it si sono levate critiche feroci contro il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, rea di aver parlato del Pride romano di sabato scorso coma “manifestazione gioiosa, serena e partecipata” e di aver denigrato lo striscione omofobo fatto affiggere davanti il Colosseo da Militia Christi, dichiarando che “le battaglie, siano esse politiche o culturali, certo non si conducono coprendo manifesti o con scritte ingiuriose”.
Lo slogan “Ogni bacio una rivoluzione” è stato pienamente rispettato, visto che l’evento si è aperto con il matrimonio simbolico di una coppia gay e di una coppia lesbica, accompagnato da un bacio collettivo dei manifestanti. Persone di tutte le età e di tutti i generi sono scese per le strade con cartelli per chiedere e rivendicare i loro diritti, sdoganando slogan come “Anche una coppia gay è famiglia”, “Né Stato né Dio sul corpo mio”, e “Vaticano Guantanamo mentale”. Un momento veramente toccante è stata la deposizione di una corona di fiori colorati al monumento ai caduti del nazifascismo a Porta San Paolo, in memoria delle vittime dell’omofobia, della transfobia e della violenza; protagonisti del gesto i tre portavoce e vittime della violenza e della discrimazione made in Italy Mattia Cinquegrani, Luana Ricci ed Esther Ascione.
Certo, la giornata di sabato è stata funestata da due avvenimenti, che hanno fatto temere il peggio per la buona riuscita della manifestazione e un’escalation di violenza che, grazie anche alla massiccia presenza delle forze dell’ordine, non c’è stata. Mi riferisco soprattutto ai petardi lanciati venerdi notte al Gay Village, che hanno ferito lievemente due persone, e uno striscione del movimento politico cattolico Militia Christi nei pressi del Colosseo che recita “Gay pride: diritti alla perversione”. Sempre venerdì notte il Comitato per la famiglia ha preso di mira i manifesti dell’evento, che tappezzavano via Labicana, via Cristoforo Colombo, la zona di Castro Pretorio e Porta Pia, trasformando la scritta “Roma è gay” in “Roma per la famiglia”, e a oscurare i cartelloni rimasti, poi, ci ha pensato Forza Nuova. A condannare prontamente questi gesti omofobici sono state le istituzioni, in primis il sindaco Alemanno e il Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, oltre a tutto il mondo lgbt che si è ritrovato unito, con la mancanza di qualche nome eccellente, sotto il cielo di Roma.
località della Bassa Bergamasca. Il corteo arcobaleno ha visto la partecipazione di omosessuali, lesbiche, ma anche eterosessuali che hanno voluto dare il loro sostegno alla manifestazione lgbt, una vera e propria novità in questa provincia lombarda. Lo slogan Guardiamoci in faccia ha avuto una duplice valenza: favorire la visibilità, in questa cittadina considerata da molti come omofoba, e contrastare l’odio di genere e la violenza, sia nella società sia nelle istituzioni.
Sul palco del Pride, evento conclusivo di oltre due mesi di dibattiti pubblici e conferenze su temi afferenti il genere e la diversità, è salita il sindaco Ariella Borghi, ribadendo come Treviglio non sia una città omofoba. Nei giorni scorsi la Lega Nord aveva criticato pesantemente la decisione di consentire la sfilata del Gay Pride, invitando addirittura il primo cittadino a dimettersi e commentando, per bocca del suo esponente locale Pedretti: ”L’evento organizzato porrà sotto una luce distorta una città in cui e’ forte il sentimento della famiglia. Una città in cui i rapporti sociali si radicano su grandi e condivisi valori e l’educazione e la cura dei figli e’ all’apice delle preoccupazioni di scuola e famiglie”. Sono intervenute a sostegno dell’iniziativa anche Giulia Lorenzi, presidente Arcilesbiche Bergamo, Rita De Santis, presidente dell’Agedo, oltre alle due mamme lesbiche Tina e Terry e all’attrice Maddalena Balsamo.
Roma è gay. 3 luglio al Gay Pride. Oltre alla scritta, due uomini che si baciano. Il manifesto (in foto) è apparso oggi in via Labicana, e, secondo quanto viene spiegato dal comitato organizzatore del Pride, si tratta di un’iniziativa autonoma di un gruppo di simpatizzanti, che hanno voluto invitare i romani a prendere parte alla manifestazione che sabato 3 luglio porterà nella Capitale i colori, l’allegria e la rivendicazione dei diritti tipici del Gay Pride. Nonostante le spaccature e le polemiche, non ultima quella del sito ultra cattolico
I portavoce della manifestazione sono tre vittime dell’omofobia: il 23enne Mattia Cinquegrani, lo studente aggredito ad aprile su un bus notturno della Capitale da un gruppo di coetanei; Luana Ricci, ex organista del coro della cattedrale e della diocesi di Lecce, licenziata dopo 18 anni di servizio perché trans; e la 21enne lesbica Esther Ascione della provincia di Roma, vittima di attacchi omofobi nella sua scuola. “La mia partecipazione è per metterci la faccia e reagire in seguito all’episodio che mi è accaduto, perché è fondamentale reagire denunciando questi fatti”, ha detto Mattia, spiegando che “in Italia, da questo punto di vista, la situazione sta peggiorando, ma noi non abbiamo paura delle aggressioni e possiamo combatterle“. “Sono onorata di portare la mia testimonianza al pride”, ha proseguito Luana Ricci. “Io sono stata vittima di un episodio molto grave, sono stata privata del mio lavoro dal forte potere politico della chiesa cattolica dopo il mio coming out, con la sola motivazione di essere ‘visibilmente nel peccato’. Non ho commesso alcun reato, e non è ammissibile che molte persone, come me, vengano derubate della loro vita”. “Noi dobbiamo per primi sentirti normali e non diversi”, ha sottolineato Esther Ascione. Prima della partenza del corteo, i tre portavoce deporranno una corona di fiori al monumento ai caduti delle vittime del nazifascismo a Porta San Paolo, in memoria di tutte le vittime dell’omofobia, della transfobia e della violenza. Poi, un flash mob che vedrà tutti i partecipanti impegnati in un bacio collettivo, ponendo l’accento sulle manifestazioni di omo e trans-affettività, che spesso sono l’elemento scatenante delle violenze.




La prima proviene da San Francisco, dove è avvenuta una sparatoria al Castro, lo storico quartiere gay della città, durante i festeggiamenti seguiti al 40esimo Gay Pride negli Usa, che ha visto coinvolti tre giovani. Uno di loro, il 19enne Stephen Powell, è rimasto ucciso, mentre altre due, una 19enne e una 29enne, sono rimaste ferite. Un ragazzo, la cui identità non e’ stata ancora resa nota, e’ stato fermato, anche se al momento non e’ chiaro il movente, e se cioè se si tratti di un attacco omofobo come quello in cui venne ucciso nel 1978 proprio a San Francisco il primo senatore gay nella storia degli Stati Uniti, il compianto Harvey Milk. Quello che si sa, è che molto probabilmente i due ragazzi si conoscessero già in precedenza e l’omicidio è stato “semplicemente” un regolamento di conti tra i due, facenti parte di due gang avversarie.
Spostiamoci ora in Russia, precisamente a San Pietroburgo, dove la polizia ha arrestato sabato scorso sei persone che manifestavano, senza autorizzazione, per i diritti degli omosessuali nella corte interna del museo dell’Hermitage. Il “Mini Pride”, cosi come è stato chiamato dalla maggior parte delle testate giornalistiche mondiali, ha visto la partecipazione di circa 20 persone, mescolate ai semplici turisti all’interno di uno dei musei più antichi e famosi del mondo. Gli attivisti gay russi hanno mostrato cartelloni recanti le scritte Omofobia, la vergogna del paese, Diritto al matrimonio senza compromessi e Il genere è una mia scelta, prima dell’intervento delle forze dell’ordine. Nikolai Alexeyev, leader del movimento russo per i diritti dei gay, ha denunciato l’intervento repressivo: “E’ scandaloso che la polizia ci abbia fermato e non ci abbia permesso di denunciare la violazione dei nostri diritti”.
liberazione omosessuale moderno, come oggi lo conosciamo. Fin dal 1969, anno dei cosiddetti moti di Stonewall, il 28 giugno è il giorno prescelto per la “giornata mondiale dell’orgoglio lgbt”: la prima notte degli scontri fu quella di venerdì 27 giugno 1969 poco dopo l’1:20 di notte, quando la polizia irruppe nel bar chiamato Stonewall Inn (in foto), un bar gay in Christopher Street nel Greenwich Village a New York, e li trovò una resistenza mai sperimentata prima, una resistenza derivante dalla consapevolezza di non fare nulla di male in quel bar, ma soprattutto la consapevolezza di essere uguali a tutti gli altri e di non dover più nascondersi nell’ombra.
omosessuali. La principale differenza fu che mentre il movimento omofilo cercava d’integrare gli omosessuali nella società così come era, senza tentativi di cambiamento, il nuovo movimento, che si autodefinì, usando un termine gergale, “gay”, rifiutava l’integrazione in una società giudicata incapace di accettare le diversità, sostenendo che essa andasse rivoluzionata.
A discapito delle polemiche che nei mesi scorsi avevano lamentato una mancanza di organizzazione e una coesione inesistente tra le varie associazioni lgbt, il Napoli Pride 2010, il pride nazionale italiano che è ritornato da vero protagonista nel capoluogo campano dopo ben 14 anni di assenza, si è concluso con un successo quasi inaspettato. “Siamo oltre 300 mila – ha affermato raggiante Paolo Patanè, presidente del comitato Napoli Pride e di Arcigay nazionale - La folla è oltre ogni previsione. Tutta Napoli è in piazza fianco a fianco a gay, lesbiche e transessuali. E’ la miglior dimostrazione che tutto questo Paese, da nord a sud, è pronto per la rivoluzione laica dei diritti gay. Chi continua a ignorarci ha responsabilità civili e storiche gravi”. A decretare il successo di questa edizione dell’evento lgbt sono state le persone, che hanno partecipato attivamente all’ottima riuscita di questa manifestazione nazionale, e non le dichiarazioni e le prese di posizione del politico di turno o del criticone a cui non va mai bene nulla di quello che accade nella nostra comunità arcobaleno, afflitta da anni di immobilismo.
Anna Paola Concia ha voluto partecipare, come sempre, al raduno, anche se all’arrivo è stata contestata da alcuni per il suo atteggiamento di dialogo con gli esponenti di Casa Pound di Roma. Ai fischi ha replicato serenamente: “Sono venuta liberamente e resterò qui, perché il Gay Pride non è di proprietà di nessuno. Hanno tutto il diritto di criticarmi, ma questo Gay Pride per sua stessa definizione è a favore della libertà e io sono una libera cittadina che vuole sfilare in corteo”. In difesa della deputata PD è scesa in campo Vladimir Luxuria che, presente al Pride, ha voluto anche manifestare soddisfazione e gratitudine alla città di Napoli, perché “ci ha accolti alla grande”. L’ex parlamentare ha voluto poi ringraziare esplicitamente il sindaco Rosa Russo Iervolino e soprattutto l’arcivescovo Crescenzio Sepe: “Credo che sia una grande cardinale per l’apertura mentale che ha dimostrato, incontrando associazioni omosessuali della città, e per non aver scritto nessun comunicato contro questa sfilata”. La Luxuria ha quindi auspicato: “Vorrei che questo fosse l’anno del Sud. Sono stata al Gay Pride di Palermo e ora sono qui. Vorrei un Sud dove la gente non debba più andare via né in cerca di lavoro né perché ama una persona del suo stesso sesso”.
Nicola Posapiano e Francesco Vincenti, i due testimonial del Gay Pride che sono apparsi in questi giorni sui manifesti della campagna del Comune di Napoli per la manifestazione, hanno commentato positivamente l’evento, riflettendo anche sulla situazione non certo rosea della comunità lgbt milanese: “Napoli oggi si sta dimostrando all’avanguardia in Italia, speriamo che anche la nostra Milano impari questa lezione. A Milano c’è, dai dati ufficiali, la comunità gay più numerosa d’Italia, speriamo che dalla sensibilità dimostrata dal Comune di Napoli arrivi un messaggio anche al sindaco Moratti”. I due testimonial hanno criticato l’influenza del Carroccio al Nord: “Diciamo che la Lega non ci aiuta e purtroppo molte persone al Nord quando votano la Lega non si rendono conto che questo partito reca con sé un messaggio di intolleranza e anche di omofobia”.
Ha plaudito al Pride anche il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, che ha commentato: “Sono contenta per come si è svolta la manifestazione di Napoli all’insegna del rispetto e della pacificazione. Mi dispiace per qualche fischio all’onorevole Paola Concia, alla quale va tutta la mia solidarietà, ma credo si sia trattato di un piccolissimo episodio isolato che certamente non fermerà il suo lavoro”. Il ministro ha quindi aggiunto: “Io, per convincimento personale e per il ruolo che svolgo, non posso che stare dalla parte di chi chiede di cancellare le discriminazioni, annullarle, e si batte contro tutti i pregiudizi, compresi quelli legati all’orientamento sessuale o alla differenza di genere. Davanti a manifestazioni come queste il compito delle istituzioni è quello di aprire le orecchie e ascoltare”.
Siamo tornati stanotte dal Pride di Napoli con la convinzione che forse occorre abbassare un po’ noi stessi e le nostre pretese, verso la realtà così com’è. Attraversare i bassi di Napoli ci ha confermato che il popolo, quello formato da chi fa il Pride e da chi lo accoglie, sta cambiando.
pericolo.
Sabato 19 giugno, oltre ai Pride di Palermo e di Torino di cui vi abbiamo parlato ieri, si sono svolti le parate per l’orgoglio gay anche a Berlino e a Zagabria. Due capitali e due paesi molti diversi tra di loro, che si raccontano anche attraverso i video che potete vedere nell’articolo. I filmati mostrano due realtà completamente opposte: la Berlino libera, aperta di mente e con una partecipazione enorme alla manifestazione, divenuto ormai un appuntamento fisso per la città intera, mentre l’altra, una Zagabria controllata a vista dalla polizia, in cui sfilano tante bandiere ordinate, ma anche tanti giovani, a dimostrare la strada che questo stato balcanico spera di intraprendere, vincendo la sua società estremamente conservatrice, verso un futuro di vera democrazia e di uguaglianza.
l’Agedo, passando per i gruppi artistici, anarchici, i centri sociali e i partiti politici. Ci si è soffermati soprattutto sulla difesa della legge 194 e della pillola abortiva, uno dei temi dominanti della manifestazione: Silvio Viale, il ginecologo che per primo sperimentò la compressa abortiva, ha portato al Gay Pride un sacco contenente le scatole vuote di RU486 utilizzate all’ospedale Sant’Anna, per protestare contro le parole espresse dal nuovo governatore del Piemonte Cota che si scagliò contro la pasticca di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi.
Incredibile ma vero: forse non tutti sanno che a Palermo, esattamente trent’anni fa, è nato il primo circolo Arcigay d’Italia come reazione civile e politica al tragico suicidio-omicidio di due giovani omosessuali di Giarre (CT), e che la città siciliana non aveva mai ospitato il Pride, nazionale o locale che fosse. Finalmente, il 19 giugno Palermo ha squarciato questo velo che gli copriva gli occhi e la bocca, aprendo le porte a migliaia di persone in piazza contro l’omofobia, in una città e una regione dove l’omosessualità è ancora un’onta, una macchia indelebile nella famiglia e nella società intera.
“Ci battiamo per il riconoscimento delle coppie di fatto e contro l’omofobia”, ha detto Giulia Alagna di Arcigay: “Se passerà all’Assemblea regionale siciliana la proposta di legge antiomofobia – ha specificato – saremo la terza regione in Italia ad avere una normativa in merito”.
Il primo dei Gay Pride italiani 2010 si è tenuto sabato 12 giugno a Milano e ha visto la partecipazione di oltre 20mila persone di tutti i sessi e di tutte le età in una parata colorata e festosa, ma con un occhio particolare ai recenti fatti di cronaca. I partecipanti si sono dati appuntamento in piazza Castello, poi il corteo, dopo un’inversione simbolica per evidenziare “quanto l’Italia stia arretrando”, ha proseguito in via Broletto, piazza Cordusio, Piazza Duomo, piazza Scala, via Manzoni ed è terminato in via Palestro, accanto ai giardini Montanelli. Marco Mori, presidente della sezione milanese dell’Arcigay, ha affermato: “Siamo qui per dimostrare che non ci arrendiamo alla paura in una città dove la sicurezza è agitata come spauracchio per guadagnare voti, ma quando riguarda noi gay non è più una priorità”.
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