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Nichi Vendola tra coming out, la Chiesa e il desiderio di diventare papà

Il governatore della regione Puglia e uno degli esponenti della sinistra più acclamati e apprezzati dalla gente, si confessa al settimanale “A”, quello stesso giornale che poche settimane fa aveva fatto parlare di sè per l’intervista a Luca Tolve, il “Luca era gay” della canzone sanremese di Povia che sarebbe “guarito” dall’omosessualità. E proprio sul Di Tolve, che dichiarava che un omosessuale non potrà mai essere felice, Vendola afferma  ”Quello che rende infelici è l’ipocrisia, la clandestinità, la paura di essere quel che si è. Questo è infelicità. Solo questo”. “Dichiararsi può essere dolore – aggiunge, lui che ha vissuto il coming out in prima persona - anche emarginazione, anche violenza, ma io non ho mai avuto paura di essere quello che sono. E se c’è un pensiero che mi trasmette ancora angoscia è immaginare di vivere nella menzogna. Una porzione di umanità è uscita forse definitivamente da quel cono di ombra, di vergogna, di colpa, di peccato, di violenza, di paura e può raccontare la propria vita, il proprio amore. Ed è difficile che ci possa essere scandalo e peccato quando c’è un progetto d’amore”. Vi proponiamo un assaggio della lunga intervista a Nichi Vendola, dove il politico meridionale parla schiettamente di coming out, del suo  rapporto con la fede e la Chiesa, di padri e figli, oltre che del sogno di diventare il primo premier gay nella storia d’Italia.

Partiamo dall’inizio: il coming out nel ’78. Aveva vent’anni…
“Anche io, Nichi, un volto di quella generazione che ha dovuto rompere la crosta. Che ha dovuto battersi in quel cambio d’epoca. Ho buttato, pasolinianamente, il mio corpo nella lotta. Mi sono usato perché la gente potesse riflettere. Ho sofferto per rompere quell’alone di mistero spaventevole che aleggiava attorno all’omosessualità. E, forse, ho contribuito alla rivoluzione”.

Mistero spaventevole?
“Era un mondo in cui ancora molti pensavano che per i gay si dovesse chiamare un medico, l’ambulanza, lo psichiatra. Oggi non è più così, oggi nel Paese c’è una domanda di libertà forte ed essere gay non fa la differenza quando non c’è ipocrisia”.

Crede che l’Italia sia pronta a un premier omosessuale?
“È pronta a un premier capace di dire la verità. Io non ho mai mentito sulla mia vita privata. Altri sì. Altri hanno fatto dell’ipocrisia la cifra del loro racconto: magari di giorno partecipavano ai family day e di notte cercavano trans e cocaina”.

Da qui in poi il legame tra omosessualità e fede, difficile da digerire dopo i recenti scandali che hanno coinvolto migliaia di ecclesiasti in tutto il mondo, diventa indissolubile per il governatore della Puglia: “L’ho già detto e lo ripeto: è stato più facile raccontarmi ai preti che al partito. Gay era una parola che faceva paura. Meglio non dire, meglio nascondere, meglio negare. Oscar Wilde parlava dell’omosessualità come dell’amore che non osa pronunciare il proprio nome: io leggevo e capivo”.

Davvero è stato più facile raccontarsi ai preti?
“Vuole la verità? Da loro non mi sono mai sentito rifiutato. E mai giudicato. Anzi spesso ho avuto un confronto autentico: loro capivano me e io capivo che anche nella Chiesa ci sono sensibilità diverse. E qualcuna provoca dolore e tristezza. La tristezza dei pregiudizi, delle paure. Lo confesso: ci sono stati momenti in cui ho vissuto la fede con fatica. Guardavo con sgomento quella Chiesa che si veste d’oro, mi chiedevo perché. Poi capivo: funziona sempre il silenzio di Dio e la libertà è fatta anche di quel silenzio. Vede, Dio non è tribunale islamico; Dio è libertà e responsabilità”.

Scatta a questo punto una confessione davvero intima, in cui Vendola dichiara che vorrebbe provare l’esperienza di diventare papà: “Considero un limite della mia esperienza terrena non aver potuto essere genitore. Sarebbe stato qualcosa di straordinario”.

E lei, governatore? Ricorda: disse che non vorrebbe morire senza aver vissuto l’esperienza della paternità.
“Ma a modo mio, padre lo sono già stato: ho dedicato tempo ai bambini. Credo che sarei stato un buon papà. Provo tristezza quando vedo con quanta superficialità si diventa genitori: senza riflettere, senza pesare, senza interrogarti e senza donarti. Mi resta però una consolazione: il mondo corre. Più di quanto immaginiamo”.

Via – Corriere del Mezzogiorno


Il “Luca era gay” di Povia esce allo scoperto e racconta la sua guarigione

Durante la kermesse di San Remo 2009 non si parlava che di lui, di questo fantomatico Luca che da omosessuale è diventato, con il passare degli anni e grazie agli aiuti di qualche magica “terapia” – se cosi si possono definire -, un etero felicemente sposato. Tutti ricordiamo le polemiche del prima, durante e dopo Festival, su una canzone dal messaggio chiaramente chiaro; ma nessuno, a parte le supposizioni, aveva scoperto chi era il protagonista del testo. Il settimanale “A” l’ha scovato e lo ha intervistato in esclusiva: si chiama Luca Di Tolve, è felicemente sposato ma non ha figli, e leggendo le sue dichiarazioni si capisce quanto confusa e tormentata deve essere stata la sua vita di “omosessuale infelice”, e di come ora abbia le idee chiare. A suo modo di dire, ovviamente.

Luca-di-Tolve“Non credo ci siano gay felici. Chi nasce maschio - dice - deve fare cose da maschio. Deve seguire la sua natura. I veri maschi entrano in una comunione profonda tra di loro, senza per questo avere rapporti sessuali. Una volta ero omosessuale e di sinistra, ora sono sposato con Lisa e voto Buttiglione. E’ l’amicizia virile che unisce. Io invece avevo solo legami superficiali, la passione erotica mi abbagliava, pensavo fosse quello il cameratismo che cercavo”. Luca fa un salto indietro, al tempo dell’infanzia e dell’adolescenza: “Mia madre mi ha educato quasi come una bambina. Non ho avuto alcun modello maschile, così l’ho sublimato, erotizzato. Oggi mi rendo conto che facevo sesso con gli uomini per identificarmi in loro. Mi comportavo come i cannibali. Sono cresciuto emarginato, – prosegue Luca – I ragazzini sanno essere crudeli, mi urlavano in faccia quello che già sapevo: frocio. Nei locali, tra tutti quei corpi, mi sembrava di fare finalmente parte di un gruppo”.

Ma siamo arrivati al punto di rottura, di cui parla anche la canzone: “La vera crisi è arrivata quando un mio compagno è morto di Aids. In quei giorni il virus ha spazzato via molti amici e io ho scoperto di essere stato contagiato. Era l’inizio degli anni Novanta. Qualcuno lasciò a casa mia delle dispense su Joseph Nicolosi, un terapista italoamericano che aveva messo a punto un percorso per gli omosessuali che volevano tornare etero. All’inizio sbranavo i ragazzi con gli occhi. Ora ho potato le mie fantasie. Le ho quasi domate. La mia libido è molto scesa. Oggi mi nutro di amicizia virile”. E, ciliegina sulla torta, non manca neanche la frecciatina all’Arcigay: “Odio gli omofobici, ma non sopporto nemmeno il messianesimo dell’Arcigay. Per loro l’omosessualità è quasi una conquista. Invece è una tendenza che si sviluppa a causa di traumi subiti durante l’età della crescita”.

Via – Tgcom


Luca era gay (di Povia) adesso è etero, sposato, vota Buttiglione e non crede ai gay felici – Video

Luca di Tolve gay

Sul settimanale A, questa settimana, è presente un’intervista al famoso (?) protagonista della canzone di Povia (”Luca era gay“), il cui vero nome è Luca di Tolve. Si è fatto intervistare e fotografare per l’occasione a Milano, vicino al Santuario della Madonna del Bosco (giusto per iniziare con l’immagine di conversione mistico religiosa?). Conferma di essere sposato con una certa Lisa, di aver votato Buttiglione e di avere una sua precisa idea sull’omosessualità:

“Non credo ci siano gay felici. Chi nasce maschio deve fare cose da maschio. Deve seguire la sua natura. I veri maschi entrano in una comunione profonda tra di loro, senza per questo avere rapporti sessuali. È l’amicizia virile che unisce. Io invece avevo solo legami superficiali, la passione erotica mi abbagliava, pensavo fosse quello il cameratismo che cercavo”

Luca lo era negli anni 90, viveva a Milano, era ricco, abitava in centro città, andava alle feste di Versace e di Puff Daddy e girava con l’autista. Inoltre, votava sinistra. Oggi invece vive in Brianza, vota destra e prega molto, dopo aver aperto un’associazione “per spronare i ragazzi dubbiosi a essere maschi fino in fondo“. Ecco, queste sono le cose che non sopporto: Luca è diventato etero? Possibile o impossibile? Prendiamo per buona la fantascientifica esperienza della conversione eterosessuale, ma quello che proprio non tollero è chi pretende rispetto per la propria scelta e, allo stesso tempo, vuole “guarire”/convertire/ qualcun altro. Questa è ipocrisia pura

Update
: Nel post sono stati inseriti alcuni video della testimonianza in prima persona di Luca, ad un incontro a Erba, in provincia di Como. Tra le sue parole, anche la riconoscenza verso Gesù che l’ha aiutato a “guarire”:

“Odio gli omofobici, ma non sopporto nemmeno il messianesimo dell’Arcigay. Per loro l’omosessualità è quasi una conquista. Invece è una tendenza che si sviluppa a causa di traumi subiti durante l’età della crescita”

Questo ennesimo luogo comune finale non ha bisogno di commenti vero?

Fonte | Settimanale A

Luca era gay (di Povia) adesso è etero, sposato, vota Buttiglione e non crede ai gay felici - Video é stato pubblicato su queerblog alle 11:00 di mercoledì 14 luglio 2010.


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