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Posts Tagged ‘paolo patanè’

Perché Panorama ha sbagliato sull’inchiesta dei preti gay?

In queste ore tutti, o quasi, i siti a tematica GLBTQ si sono occupati dell’inchiesta di Panorama riguardante i sacerdoti che sono soliti frequentare discoteche gay. Per queerblog.it si è occupato dell’inchiesta Desperate Gay Guy a questo link.

Al di là di come ognuno possa giudicare i sacerdoti coinvolti nell’inchiesta credo sia opportuno, a 48 ore dalla pubblicazione delle anticipazioni, spiegare perché il settimanale della Mondadori ha sbagliato anteponendo il clamore, che puntualmente è scoppiato, alla sostanza.

Per sbugiardare il lavoro della redazione di Giorgio Mulè (ex direttore di “Studio Aperto”) sarebbe sufficiente, come giustamente ha osservato Franco Grillini, ricordare pubblicamente i casi analoghi che nel corso degli anni sono scoppiati.

Se la memoria, in Italia, fosse davvero una motivazione più che seria probabilmente oggi non si commetterebbero più gli stessi errori. Per questo motivo, alla vostra attenzione, voglio portare altre osservazioni.

La prima è tratta dal blog di Gad Lerner. Il giornalista contesta a “Panorama” l’utilizzo di una misura poco congrua a chi dovrebbe indagare. Se la metodologia utilizzata dall’Espresso, osserva il volto de la7, sul caso D’Addario è stata ritenuta sbagliata da Mulé perché utilizzarla in altre circostanze?

“Dopo avere condotto una campagna ostile nei confronti di Patrizia D’Addario (colpevole di avere registrato il suo incontro intimo con Berlusconi) - scrive Gad Lerner - il settimanale di proprietà del primo ministro, “Panorama”, applica su larga scala lo stesso metodo per prendere all’amo i preti gay della capitale che conducono una doppia vita.

Non mi pare un esempio di giornalismo d’inchiesta, semmai una grossolana forma di adescamento utile a divulgare il senso comune qualunquistico del “così fan tutti”: nel gran polverone della colpevolezza generalizzata finiranno per cavarsela i potenti che procurano o utilizzano le prestazioni sessuali per cementare l’omertà e rendersi utili a chi conta?”

La seconda contestazione all’inchiesta di Panorama che credo debba essere presa in considerazione è stata pubblicata da Giacomo Galeazzi. Il giornalista della Stampa, per sconfessare la professionalità del settimanale di Mondadori, riporta sul proprio blog le osservazioni di Paolo Patanè. Secondo il nuovo Presidente di Arcigay l’inchiesta, indirizzandosi verso i poteri deboli della Chiesa, non avrebbe analizzato con cognizione di causa il problema.

Paolo Patanè - scrive Giacomo Galeazzi - bolla il servizio del settimanale di Panorama sui preti gay come una «brutta pagina di giornalismo», sottolineando che non è la vita privata delle persone che va colpita ma i comportamenti pubblici e politici omofobici, denunciando che si cerca di «dipingere l’omosessualità come fonte di ogni male».

«Siamo turbati da un servizio che nel mettere giustamente in luce le contraddizioni della Chiesa cattolica ed il suo tormentato rapporto con la sessualità finisce per assecondare una modalità orribile e torbida che non condividiamo e che contestiamo duramente», dichiara in una nota il presidente di Arcigay, aggiungendo: «Non è la vita privata delle persone che va colpita con un moralismo scandalistico ed offensivo, ma i comportamenti pubblici e politici di chi pianifica ed afferma l’omofobia e la discriminazione».

«L’articolo finisce per criminalizzare i preti omosessuali dimenticando che la cosiddetta “doppia vita” «riguarda anche e largamente i preti eterosessuali o, ancora, migliaia di mariti o mogli»”.

L’ultima osservazione che credo debba essere presa in considerazione per liquidare il servizio di Panorama come l’ennesima brutta pagina di giornalismo italiano è stata fatta dal Giornale di Vittorio Feltri che non più tardi di un anno fa sostenette l’omosessualità di Dino Boffo, ex direttore dell’Avvenire.

Andrea Tornielli, sul proprio blog, osserva il tempismo sbagliato di Giorgio Mulè. Negli stessi giorni in cui una parte della stampa, di cui lui stesso fa parte, si impegna per la difesa della privacy “Panorama” realizza un servizio che non tiene minimamente in considerazione questo aspetto.

“La mia prima reazione - scrive Andrea Tornielli - è stata quella di dire un’Ave Maria per i preti coinvolti: come sempre accade in questi casi l’anonimato non regge, le abitazioni risulteranno conoscibili per chi li frequenta; nel caso del prete di origini francesi si scorge la foto in bianco e nero di una donna, probabilmente la mamma, che speriamo non veda mai quelle immagini.

Mi colpisce il fatto che, mentre nel Paese si discute animatamente sulla pubblicazione delle intercettazioni e sulla necessità di rispettare la privacy delle persone, le vite (non certo esemplari…) di questi anonimi sacerdoti vengano messe in pagina e in rete a loro insaputa e - immagino - senza il loro consenso.

Non sto dicendo, ovviamente, che non si possano o non si debbano fare inchieste sull’argomento, che purtroppo offre materia e pure abbondante. Credo però esistano altri sistemi, più rispettosi delle persone.

Ricordo a questo proposito il libro “Io, prete gay” scritto nel 2007 dal vaticanista Marco Politi, che ha raccolto la testimonianza, anonima, di un sacerdote omosessuale. Una lettura sconvolgente, utile per capire, ma senza alcuna concessione voyeristica o scandalistica”.

Perché Panorama ha sbagliato sull’inchiesta dei preti gay? é stato pubblicato su queerblog alle 13:00 di sabato 24 luglio 2010.


Movimento Lgbtq. A Roma si è quasi alle mani ma per Paolo Patanè: “è più forte e vitale che mai.”

1 luglio 2010 Redazione Nessun commento
Il movimento gay italiano, con sette diversi cortei e decine di iniziative, è più forte e vitale che mai. Questo è il passaggio più importante del messaggio fatto al pianeta ‘frocius’ dal Presidente Nazionale dell’Arcigay Paolo Patanè e fatto pervenire alla stampa. Ancora un a volta uscita inopportuna e trionfale, l’ennesima. Anzichè analizzare da vicino [...]

Il 26 giugno Napoli e l’Italia sono tornate più che mai “Alla luce del sole”

gaypride_plebiscito2A discapito delle polemiche che nei mesi scorsi avevano lamentato una mancanza di organizzazione e una coesione inesistente tra le varie associazioni lgbt, il Napoli Pride 2010, il pride nazionale italiano che è ritornato da vero protagonista nel capoluogo campano dopo ben 14 anni di assenza, si è concluso con un successo quasi inaspettato. “Siamo oltre 300 mila – ha affermato raggiante Paolo Patanè, presidente del comitato Napoli Pride e di Arcigay nazionale - La folla è oltre ogni previsione. Tutta Napoli è in piazza fianco a fianco a gay, lesbiche e transessuali. E’ la miglior dimostrazione che tutto questo Paese, da nord a sud, è pronto per la rivoluzione laica dei diritti gay. Chi continua a ignorarci ha responsabilità civili e storiche gravi”. A decretare il successo di questa edizione dell’evento lgbt sono state le persone, che hanno partecipato attivamente all’ottima riuscita di questa manifestazione nazionale, e non le dichiarazioni e le prese di posizione del politico di turno o del criticone a cui non va mai bene nulla di quello che accade nella nostra comunità arcobaleno, afflitta da anni di immobilismo.

Ad aprire il corteo, partito da Piazza Cavour e giunto nella centralissima Piazza del Plebiscito, c’erano alcuni manifestanti con uno striscione bianco, recante lo slogan del Pride Alla luce del sole: segno incontrovertibile di una volontà decisa nel riaffermare apertamente il proprio orgoglio d’essere omosessuali e il diritto della città partenopea a riappropriarsi di quello che è ora nelle mani della criminalità e della corruzione. A seguire, sono sfilati tutti insieme, per la prima volta, i gay e le lesbiche appartenenti a gruppi cattolici e cristiani di tutta Italia, oltre ad Amnesty International, alle Famiglie Arcobaleno e alla tradizionale parata allegra e festaiola composta da 15 carri e soprattutto dal popolo lgbt, curiosi, amici e passanti.

gaypride_plebiscitoAnna Paola Concia ha voluto partecipare, come sempre, al raduno, anche se all’arrivo è stata contestata da alcuni per il suo atteggiamento di dialogo con gli esponenti di Casa Pound di Roma. Ai fischi ha replicato serenamente: “Sono venuta liberamente e resterò qui, perché il Gay Pride non è di proprietà di nessuno. Hanno tutto il diritto di criticarmi, ma questo Gay Pride per sua stessa definizione è a favore della libertà e io sono una libera cittadina che vuole sfilare in corteo”. In difesa della deputata PD è scesa in campo Vladimir Luxuria che, presente al Pride, ha voluto anche manifestare soddisfazione e gratitudine alla città di Napoli, perché “ci ha accolti alla grande”. L’ex parlamentare ha voluto poi ringraziare esplicitamente il sindaco Rosa Russo Iervolino e soprattutto l’arcivescovo Crescenzio Sepe: “Credo che sia una grande cardinale per l’apertura mentale che ha dimostrato, incontrando associazioni omosessuali della città, e per non aver scritto nessun comunicato contro questa sfilata”. La Luxuria ha quindi auspicato: “Vorrei che questo fosse l’anno del Sud. Sono stata al Gay Pride di Palermo e ora sono qui. Vorrei un Sud dove la gente non debba più andare via né in cerca di lavoro né perché ama una persona del suo stesso sesso”.

A rappresentare ufficialmente la città è stato il primo cittadino Rosa Russo Iervolino, accolta con uno scroscio di applausi dai manifestanti, che ha parlato con entusiasmo della manifestazione, dichiarando: “La Napoli che oggi sta sfilando è quella della Resistenza, delle Quattro Giornate, della solidarietà e dell’allegria. Napoli deve essere così, altrimenti non sarebbe la nostra città”. Per la Iervolino il Pride “è una gioia per tutti e soprattutto per i manifestanti, che portano nel corteo valori semplici ma essenziali: rispetto dei diritti”. Il sindaco della città partenopea ha quindi rilevato il valore della sfilata in paragone con le manifestazioni femministe d’alcuni decenni addietro: “Io sono tanto anziana da ricordare le discriminazioni a cui eravamo sottoposte. Bisogna riconoscere attraverso le leggi dello Stato i diritti delle coppie omosessuali”. In corteo c’era anche Filippo Penati in rappresentanza dei vertici del Pd nazionale: “Siamo qui a testimoniare l’impegno del Pd perché da Napoli parta una nuova stagione per il riconoscimento dei diritti civili che ci metta finalmente al passo con l’Unione europea”.

omofobia_napoli_2Nicola Posapiano e Francesco Vincenti, i due testimonial del Gay Pride che sono apparsi in questi giorni sui manifesti della campagna del Comune di Napoli per la manifestazione, hanno commentato positivamente l’evento, riflettendo anche sulla situazione non certo rosea della comunità lgbt milanese: “Napoli oggi si sta dimostrando all’avanguardia in Italia, speriamo che anche la nostra Milano impari questa lezione. A Milano c’è, dai dati ufficiali, la comunità gay più numerosa d’Italia, speriamo che dalla sensibilità dimostrata dal Comune di Napoli arrivi un messaggio anche al sindaco Moratti”. I due testimonial hanno criticato l’influenza del Carroccio al Nord: “Diciamo che la Lega non ci aiuta e purtroppo molte persone al Nord quando votano la Lega non si rendono conto che questo partito reca con sé un messaggio di intolleranza e anche di omofobia”.

napoli-pride-2010Ha plaudito al Pride anche il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, che ha commentato: “Sono contenta per come si è svolta la manifestazione di Napoli all’insegna del rispetto e della pacificazione. Mi dispiace per qualche fischio all’onorevole Paola Concia, alla quale va tutta la mia solidarietà, ma credo si sia trattato di un piccolissimo episodio isolato che certamente non fermerà il suo lavoro”. Il ministro ha quindi aggiunto: “Io, per convincimento personale e per il ruolo che svolgo, non posso che stare dalla parte di chi chiede di cancellare le discriminazioni, annullarle, e si batte contro tutti i pregiudizi, compresi quelli legati all’orientamento sessuale o alla differenza di genere. Davanti a manifestazioni come queste il compito delle istituzioni è quello di aprire le orecchie e ascoltare”.

C’è stato anche, purtroppo, un tentativo di violenza sessuale ai danni di una donna colombiana 24enne che da oltre dieci anni vive nel capoluogo campano. La ragazza ha denunciato ai vigili urbani, presenti sul posto, un cittadino romeno 25enne che in Piazza del Plebiscito, durante il tradizionale concerto post pride, l’ha prima chiamata lesbica, poi è passato a toccarle il seno e a minacciarla con un coltello. A parte questo episodio, che non riguarda direttamente la manifestazione, il Pride 2010 è stata la conferma dell’impegno costante, che si rinnova ogni anno, del popolo lgbt per cercare di cambiare in meglio la nostra Italia: c’è ancora tanto da lottare per i nostri diritti perennemente negati, per arginare la violenza omofobica rinata negli ultimi anni e per ottenere finalmente e giustamente quel rispetto reciproco, invocato da più parti, e quella visibilità che non si limiti al siparietto tv o alla notizia dell’omicidio tra due amanti omosessuali per gelosia.

Via – Sky Tg24


Gay Pride 2010: Alla luce del sole

26 giugno 2010 Robo Nessun commento

Napoli Pride by Queerblog

A partire dal grave episodio di intolleranza con il quale si è aperto il Napoli Pride 2010, vi abbiamo fornite alcune sommarie info su come si svolgeva la giornata dell’orgoglio lgbtqqi nel capoluogo campano.

Non appena possibile i collaboratori di Queerblog che sono a sfilare ci racconteranno come è andata.

Update ore 19,13
Aelred ci fa sapere che il corteo è arrivato in piazza. Cominciano a cadere gocce di pioggia il concerto va e un po’ di gente sfolla via mentre altri incuranti della pioggia restano in piazza e applaudono il sindaco Iervolino per aver sostenuto il Pride e supportato l’organizzazione.

Update 18,31
Secondo gli organizzatori del Napoli Pride i partecipanti sono 40mila 300mila; per la stampa meno di 50mila; la questura parla di 25/30 mila.

Update ore 17,00
Aelred ci fa sapere dal Pride di Napoli:

In corso Umberto I due ali di folla accolgono il Pride. Sono napoletani, giovani, di mezza età e anche anziani, che applaudono e gridano: “Bravi”. Non dubito che abbiano capito chi siamo.

Dalla testa del corteo Mario Cirrito ci informa che la partecipazione è enorme, la situazione è tornata tranquilla e c’è un sole stupendo che bacia i partecipanti al Pride.

Vladimir Luxuria al Napoli Pride

Update ore 16,15
Vladimir Luxuria – in questa foto di Aelred mentre si incipria il naso per partecipare al Pride di Napoli – ha detto:

“La città di Napoli ci ha accolto alla grande’. Dobbiamo ringraziare il sindaco Rosa Russo Iervolino per il suo impegno insieme ad altre donne nel 1982 per la legge sul cambiamento di sesso”.

Gay Pride Napoli

Update, ore 15,26
Il Gay Pride 2010 Alla luce del sole è partito! È pieno di gente di Napoli affacciata alle finestre, anche con i volantini del Pride.

Update, ore 15,01
In questo momento la situazione è la seguente: Paola Concia, Ivan Scalfarotto e il gruppo organizzatore del Pride sono in attesa del sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino , e il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, in modo da poter iniziare la manifestazione. Il “gruppo dirigenziale” comunque, sarà scortato dalle forze dell’ordine.

Paola Concia ha confidato a Queerblog di sentirsi esterrefatta per la violenza di quanto accaduto e che, comunque, non si allontanerà dal Pride per alcun motivo.

Gay Pride Napoli 2010ore 14,43

Brutte nuove dal Gay Pride di Napoli: il nostro Mario Cirrito – che insieme ad Aelred segue il Pride – ci informa che Anna Paola Concia è stata bloccata dai gruppi antagonisti. Le forze dell’ordine stanno creando dei cordoni per permettere lo svolgimento della manifestazione, ma per ora è tutto bloccato.

Al momento attuale sia Ivan Scalfarotto e Paolo Patané, presidente dell’Arcigay, stanno parlando in maniera molto animata con i gruppi antagonisti, ma la situazione pare non migliorare.

Aelred ci fa sapere, comunque, che alla coda del corteo la situazione è abbastanza tranquilla è c’è un clima festoso.

Vi terremo informati sull’evolversi della situazione.

Gay Pride 2010: Alla luce del sole é stato pubblicato su queerblog alle 14:43 di sabato 26 giugno 2010.


Aspettando il Pride bisogna cambiare bandiera?


Ad una settimana dal Pride milanese, in attesa di quello napoletano, mi piacerebbe capire con voi la vostra idea di bandiera. In risposta al post scritto proponendovi le considerazioni di utente di 02blog.it, che legittimamente si chiedeva come un aggressore omofobo fosse a conoscenza dell’orientamento sessuale della propria vittima, alcuni utenti mi hanno fatto presente che i gay picchiati sovente indossavano una spilla riconducibile ad Arcigay.

Erano, per tanto, riconoscibili come lo sono spesso i partecipanti dei Pride benedetto dall’associazione oggi di responsabilità di Paolo Patanè. Cambiano le persone ma non la scenografia all’interno della quale si muovono.

Lecito a questo punto chiedersi se i mancati passi in avanti fatti nel nostro paese, a causa anche delle associazioni, altro non siano che una buona motivazione per cambiare bandiera. Quelle finora sventolate hanno, nei migliori dei casi, garantito alle persone un pagina delle gallery che Repubblica è solita realizzare per raccontare i colori di una comunità.

Se per un anno, almeno in tempo di crisi, destinassimo i fondi previsti per questi momenti squisitamente televisivi a dei fondi d’investimento utili per tutelare la comunità? Se per una volta i quattrini spesi in feste venissero utilizzati per, suppongo, la creazione di un servizio taxi gratuito per i giovani omosessuali che non si sentono protetti finalmente ci sarebbe qualcosa di cui essere orgogliosi.

Inutile chiedere solidarietà se per primi non abbiamo dimostrato di essere in grado di contribuire, concretamente, al benessere altrui.

Aspettando il Pride bisogna cambiare bandiera? é stato pubblicato su queerblog alle 08:00 di sabato 19 giugno 2010.


La Polizia istituirà ufficio centrale “per le minoranze a rischio”, compresi gli omosessuali

 

pulaIl capo della Polizia Antonio Manganelli ha annunciato ieri a Padova che ha firmato un provvedimento per la costituzione di un ufficio dedicato alle minoranze, direttamente dipendente dalla polizia criminale: “Questo nuovo ufficio centrale sarà un osservatorio sulle minoranze come quella degli omosessuali, la minoranza ebraica e quante sono a rischio di discriminazione: gli esponenti di queste minoranze avranno ascolto a disposizione spazi ed interlocutori per un diretto dialogo con le forze di polizia. A questo scopo – ha aggiunto - è stato formato del personale qualificato per il dialogo, la risoluzione dei problemi e l’intervento rapido. Potranno segnalare fenomeni sul territorio e vi sara’ uno spazio a loro disposizione sul nostro sito web. Ringrazio gli uomini della questura di Padova ed il questore per la rapida individuazione e denuncia dell’autore dell’aggressione ai danni di una coppia di gay avvenuta in pieno centro a Padova la settimana scorsa”.

Molti esponenti lgbt hanno commentato positivamente gli sforzi intrapresi dalle forze dell’ordine per aiutare la nostra comunità. La deputata Anna Paola Concia ha affermato: “Al Capo della Polizia rivolgo l’invito a guardare con attenzione a quanto accade in Germania, dove esiste una polizia gayfriendly, ben addestrata e in costante contatto con le associazioni lgbt”.  Anche Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay nazionale, ha commentato positivamente questo nuovo impegno della Polizia:  “E’ un’ottima notizia, che finalmente riconosce l’esistenza di un problema da parte degli organi statali preposti alla prevenzione e alla lotta contro ogni forma di violenza legata al sesso, appartenenza religiosa, orientamento e identità sessuali. Nei decenni scorsi sono state molte le occasioni di collaborazioni tra le associazioni lgbt e la Polizia, che hanno portato a positivi risultati”.

Il presidente di Arcigay nazionale Paolo Patanè si è detto pienamente soddisfatto della prontezza d’intervento della Polizia: “Qualche giorno fa, insieme a Enrico Oliari di Gaylib, gli omosessuali di centro-destra, abbiamo incontrato il capo della polizia per individuare la soluzione più idonea a prevenire la nuova emergenza omofobia palesatasi nell’ultimo mese con aggressioni violente a Bolzano, Roma, Milano, Padova e Palermo”, e ringrazia personalmente “il capo della polizia di Stato, Manganelli e il suo staff di collaboratori per la sensibilità e l’operatività dimostrata”. “Ora – aggiunge – tocca al Parlamento legiferare anche per fornire alla CriminalPol gli strumenti più idonei e mirati per la prevenzione e la repressione delle violenze a sfondo omofobico e transfobico. La soluzione più idonea è quella di inserire l’orientamento sessuale e l’identità di genere tra le discriminazioni sanzionate nel testo della legge vigente 205/93, la cosiddetta legge Mancino mirata proprio alla condanna di gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici religiosi o nazionali”.

 

Via – Corriere della Sera


Genova: concesso l’asilo politico a ecuadoregno gay discriminato nel suo paese

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Un raggio di speranza, in questi giorni di orgoglio gay continuamente e insistentemente ferito da aggressioni e insulti alla comunità lgbt italiana, arriva dalla città della Lanterna, dove il 10 giugno scorso il Giudice di Pace di Genova Elena Paolicchi ha riconosciuto lo status di rifugiato in base all’art. 10 della Costituzione a D.O., cittadino ecuadoregno omosessuale. Il ragazzo, giunto in Italia dopo aver subito violenze e discriminazioni nel proprio paese, aveva ricevuto un provvedimento di espulsione da parte del Prefetto di Genova, impugnato prontamente dallo Sportello Legale di Arcigay “L’Approdo” di Genova che hanno difeso D.O. nel suddetto procedimento.

“Siamo felici di come si è risolta la situazione di D.O. – dichiara Valerio Barbini, presidente di Arcigay Genova – voglio ringraziare l’avvocato Damiano Fiorato e il Patrocinatore Daniele Ferrari che hanno seguito il caso con competenza e attenzione. Rileviamo molto positivamente che l’ordinanza abbia riconosciuto il diritto all’asilo di D.O. nonostante in Ecuador non si trovino discriminazioni formali nell’ordinamento giuridico, dando il giusto valore al fatto che in quel paese vi è, di fatto, una tolleranza da parte delle istituzioni che arriva alla totale impunità per gli aggressori delle persone LGBT”.

A margine del pronunciamento, il presidente nazionale di Arcigay Paolo Patanè ha aggiunto: “Siamo molto soddisfatti per il pronunciamento. Il diritto di asilo agli omosessuali che subiscono discriminazioni nel loro paese d’origine è un atto irrinunciabile di civiltà. E’ paradossale però che le discriminazioni che vive la comunità lgbt italiana continuino pedissequamente nel silenzio delle Istituzioni e nel disinteresse dei partiti di maggioranza e di opposizione. Proprio per questo, saremo in Piazza per il Pride nazionale di Napoli del 26 giugno prossimo”.

Via – Virgilio Notizie


Il Pegaso d’Oro 2010 va a Iva Zanicchi. Premiata anche Lella Costa

A conclusione delle iniziative del Pride milanese che si è tenuto lo scorso fine settimana, domenica 13 giugno sono stati assegnati a Milano presso la discoteca Karma – Borgo del Tempo Perso il premio Pegaso d’Oro 2010 a Iva Zanicchi e la tessera onoraria dell’Arcigay a Lella Costa. Il prestigioso riconoscimento, giunto alla sua seconda edizione, è attribuito ad una personalità del mondo dello spettacolo che si è contraddistinta per il sostegno della dignità delle persone lgbt e la vicinanza alla comunità gay italiana. La showgirl e conduttrice Simona Ventura è stata la prima insignita del Pegaso d’Oro per la sua strenua difesa a favore di Vladimir Luxuria in trasmissioni tv come Quelli che il Calcio e l’Isola dei Famosi. 

_4minizanicchifioreIva Zanicchi, da sempre amica della comunità omosessuale italiana, ha dato netta testimonianza di sensibilità verso le problematiche omosessuali e la battaglia per i diritti gay nell’interpretazione di Liliana, mamma di Enrico convolato a giuste nozze con il compagno Pablo in Spagna, nella serie tv Caterina e le sue figlie. Ancora, l’europarlamentare, a margine delle polemiche nel corso del Festival di Sanremo del 2009 sulle famigerate terapie di conversione, aveva offerto una lezione di buon senso e scientificità dichiarando: “Io sono dell’avviso che dall’omosessualità non si può “guarire” perché non è mica una malattia. Se uno nasce omosessuale, non è una malattia, è una condizione e uno rimane omosessuale tutta la vita, e va bene. Io sono attorniata da omosessuali e mi trovo benissimo”. A premiare la poliedrica Iva è stato lo stesso presidente di Arcigay Paolo Patanè.

Nel corso del Galà del Pegaso d’Oro, Arcigay ha assegnato la tessera onoraria dell’associazione all’attrice Lella Costa, madrina del Pride nazionale di Genova del 2009 e da sempre impegnata in iniziative per la parità di diritti. La Costa ha testimoniato una sana dose di orgoglio gay intervistata da Fabio Fazio nel gennaio 2010: “Sono diventata un’icona gay! E me la tiro moltissimo perché sono un’icona! In realtà sono ben felice di poter fare qualcosa per quel che riguarda le battaglie per i diritti. Rimango fortemente convinta che i diritti in più non tolgono nulla a nessuno”.

Vi proponiamo i video delle due premiazioni, condite dall’ironia e dall’impegno civile di queste due donne dello spettacolo.


 

Via – Arcigay


‘Titus Andronicus’. La Roma Lgbtq alla guerra civile. Una manovra anti-Marrazzo concordata tra il Mieli e il Patanè?

10 giugno 2010 Redazione Nessun commento
Quello che sta succedendo a Roma sarebbe esilarante se non fosse anche maledettamente drammatico. Ormai la guerra tra le varie fazioni dell’associazionismo Lgbtq romano è esplosa in modo totale. Se si distruggessero tra di loro non ci sarebbe nulla di male, anzi… solo che in questa guerra fratricida viene coinvolta la credibilità dell’intero mondo Lgbtq [...]

Il sindaco di Roma Alemanno riceverà le associazioni lgbtq


L’appuntamento è stato stabilito per venerdì prossimo quando il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, riceverà le associazioni del mondo omosessuale anche in seguito alla feroce aggressione del gay ventiquattrenne a due passi dal Colosseo. Ci auguriamo non sia un incontro, seppur importante, di convenienza o di semplice routine a solo favore dei mass media, ma che quell’incontro ponga le basi per un dialogo serio e una collaborazione duratura tra l’amministrazione capitolina e le organizzazioni omosessuali. Obiettivo dell’incontro, fanno sapere dal Campidoglio, è quello di stabilire un percorso comune e condiviso con tutti i livelli istituzionali e con il mondo dell’associazionismo, per sviluppare le iniziative già avviate contro la violenza, la discriminazione e l’omofobia.

Non sappiamo e non comprendiamo il perché, all’indomani della violenza fisica contro il gay ventiquattrenne, proprio Gianni Alemanno si sia dichiarato contrario a porre mano ad una legge che punisca i reati di omofobia, probabilmente per la novella questione che si potrebbe configurare una discriminazione verso altre categorie a rischio, anche se poi sembra il solito ritornello per non decidere nulla e lasciare le cose al loro imbarbarimento. Restiamo convinti che urge una legge antiomofobia, così come siamo convinti che le amministrazioni e le forze dell’ordine debbano aiutare, con i mezzi a loro disposizione, a far sì che non si ripetano atti di violenza fisica contro omosessuali e transessuali.

Nei giorni scorsi, Arcigay e GayLib hanno incontrato a Roma, al Viminale il Capo della Polizia, Antonio Manganelli. Nel corso del colloquio, avvenuto con toni sereni e pienamente collaborativi, Manganelli ha recepito le richieste avanzate dai presidenti delle due associazioni Enrico Oliari (GayLib) e Paolo Patané (Arcigay) incentrate in particolar modo su una intensificazione della collaborazione diretta tra Polizia di Stato e mondo gay con l’obiettivo di prevenire e intervenire meglio nelle fattispecie sociali di rischio o di conclamata omofobia. Il Capo della Polizia, Antonio Manganelli ha manifestato grande sensibilità al tema e piena volontà di collaborazione proponendo specifiche iniziative operative da mettere in campo a breve termine.

Tra alcune settimane, poi, inizierà l’estate romana e quindi anche la IX edizione del Gay Village, che proseguirà per tutta l’estate fino al 12 settembre. Ci sarà anche il Gay Pride capitolino e altre manifestazioni culturali e ludiche che richiamerà molti cittadini lgbtq. D’obbligo l’attenzione a non prestarsi a provocazioni e a mettere molta attenzione verso eventuali malintenzionati alla Svastichella. Che sia un estate di divertimento, di cultura e di incontri e non di probabili violenze contro gay, transessuali e lesbiche.

Foto | Leragazze

Il sindaco di Roma Alemanno riceverà le associazioni lgbtq é stato pubblicato su queerblog alle 11:00 di sabato 05 giugno 2010.


Medico, cura te stesso! Brescia dice no all’incontro con Nicolosi

pillola

Per protestare fermamente contro il convegno che si terrà questo fine settimana nella città lombarda sulle cosiddette “terapie riparative” e per boicottare il suo “inventore” Joseph Nicolosi che parteciperà all’evento, Arcigay Orlando ha promosso venerdì 21 maggio alle ore 20.30 presso la Sala Brixia dell’Hotel Ambasciatori, in Via Crocifissa di Rosa 92 a Brescia, una Conferenza pubblica dal titolo “Orientamento sessuale e libertà – Psicologia e omosessualità: un approccio costruttivo”. Interverranno il Dott. Gialuigi Lepri (Psicologo e Psicoterapeuta – Università di Sassari), la Dott.ssa Irene Petruccelli (Psicologa e Psicoterapeuta – Università di Roma Tor Vergata e di Enna Kore), la Dott.ssa Chiara Cavina (Psicoterapeuta, consulente ASL e Psicologa dell’età evolutiva – Università di Bergamo), il Prof. Ermanno Marogna (Counselor), Paolo Patanè (Presidente nazionale ARCIGAY) e Rita de Santis (Presidente nazionale AGEDO- Associazione genitori e amici delle persone omosessuali).

Sabato 22 sarà la volta del pomeriggio di “ordinaria visibilità”, a partire dalle ore 15 presso il parco Castelli, per dimostrare a tutti che gli omosessuali non hanno niente da nascondere e sono persone normali, non pazienti da curare portatori di un “gene” gay.

Notiamo con rammarico la presenza fra le associazioni promotrici di questo seminario di numerose realtà cattoliche – dichiara Gianluca Archetti, Presidente di Orlando Arcigay di Brescia – ma ancor più ci preoccupa sapere chi stia dietro all’organizzazione di questo convegno, chi finanzi e sostenga la diffusione di teorie e terapie antiscientifiche e pericolose, capaci di provocare danni incalcolabili alle persone che vi si dovessero affidare. Chiediamo al Vescovo di Brescia di prendere posizione, di pronunciarsi chiaramente contro questo seminario che ha come unico obiettivo la diffusione di una percezione negativa delle persone omosessuali e la diffusione di teorie omofobiche e discriminatorie”.

Qualche giorno fa l’Ordine degli psicologi della Lombardia, e ancora prima quello del Lazio, ha condannato le “terapie riparative”, vale a dire quei modelli terapeutici che vorrebbero inutilmente convertire gli omosessuali in eterosessuali. L’ordine, in una delibera approvata ad ampia maggioranza dal Consiglio il 12 maggio 2010, è netto: “Qualunque corrente psicoterapeutica mirata a condizionare i propri clienti verso l’eterosessualità o verso l’omosessualità è contraria alla deontologia professionale ed al rispetto dei diritti dei propri pazienti… inoltre le cosiddette ‘terapie riparative’, rivolte a clienti aventi un orientamento omosessuale, rischiano, violando il codice deontologico della professione, di forzare i propri pazienti nella direzione di ‘cambiare’ o reprimere il proprio orientamento sessuale, invece di analizzare la complessità di fattori che lo determinano e favorire la piena accettazione di se stessi”.

Per maggiori informazioni sull’evento Arcigay Brescia

Via – Arcigay


Kiss In domani a Torre del Lago

Due giorni prima della giornata contro l’omofobia, prevista per lunedì prossimo, è stato organizzato per domani, sabato 15 maggio, a Torre del Lago un bacio di gruppo. Al termine dell’evento il nuovo presidente di Arcigay Paolo Patané sarà intervistato da Daniele Nardini sull’attuale disegno di legge contro la violenza omofoba bocciata nei mesi scorsi.

Dell’iniziativa torneremo ad occuparcene nei prossimi giorni quando ospiteremo parte delle foto che durante questo kiss-in verranno scattate. A tal proposito vi ricordo che l’iniziativa analoga lanciata da queerblog.it nei giorni scorsi con GAY.tv continua.

A seguito della censura registrata nelle scorse settimane a Bergamo, abbiamo iniziato a raccogliere foto di baci scattate dalla nostra community che pubblicheremo a partire dalla prossima settimana. Potete ancora essere dei nostri inviando il vostro scatto a baci@queerblog.it.


Patanè (Arcigay), Coppie di fatto e Bondi: la sua posizione è condivisa?

5 maggio 2010 admin Nessun commento

Il Sngci ha annunciato la cinquina per la ‘migliore commedia’, una nuova categoria nell’ambito dello storico premio assegnato dai giornalisti cinematografici In lizza per il Nastro d’Argento per la ‘commedia’ figurano Gabriele Salvatores con Happy Family, Carlo Verdone per Io, loro e Lara, Giovanni Veronesi con Genitori & figli: agitare bene prima dell’uso, Ferzan Ozpetek con Mine vaganti e Gennaro Nunziante con il suo Cado dalle nubi.
Un riconoscimento speciale alla migliore commedia italiana, proprio a pochi giorni dalla scomparsa di uno dei padri di questo genere, Furio Scarpelli.

“La commedia è la locomotiva del cinema, ma in Italia troppo spesso viene messa nel ripostiglio” ha commentato Carlo Verdone, che non aveva nascosto il proprio disappunto nel vedere il suo ultimo film escluso dalle nomination dei David di Donatello.
Le altre nomination per l’edizione 2010 dei Nastri d’Argento saranno rese note il 27 maggio mentre la consegna dei Nastri si svolgerà, come tradizione, a Taormina il 19 giugno prossimo.

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Si discute dei ‘Pride’ e del loro futuro. Le opinioni dei leaders.

4 maggio 2010 admin Nessun commento

Continua la carellata di opinione sul futuro dei Pride a leaders e ad alcuni autorevoli esponenti del movimento Lgbtq e non. Le prime risposte pervenute sono state di Paolo Patanè, attuale presidente nazionale di Arcigay e di Aurelio Mancuso, suo predecessore, seguita da quella di Sergio Rovasio, Segretario Associazione Radicale Certi Diritti.
Ecco ora le posizioni di Guido Allegrezza e Fabianna Tozzi:

Dal fermento che si vive in questi giorni a Roma, emergono alcune aspetti di importanza fondamentale. Che dovrebbero far riflettere sul senso del Pride e sulle forme della partecipazione e della comunicazione.

Ascoltando soprattutto le opinioni delle persone LGBTQI più giovani, spesso fuori del movimento per lo scelta, per disinteresse o per mancanza di attrattività delle sue proposte, si cogli un aspetto importante. Si chiede che il Pride sia costruito come un complesso di eventi che punti alla cultura e alla formazione. Mi direte: “Ma è esattamente quello che si fa da anni!”. E’ giusto. Ma se per quanti sforzi si siano fatti fino ad oggi, i più giovani non sanno che il Pride è da parecchi anni proprio quello che loro vorrebbero vedere, ci si dovrebbero porre non poche domande. Non solo sulla comunicazione, sui suoi mezzi e sui suoi target, ma anche sui contenuti dell’offerta del Pride.

I percorsi che si stanno sperimentando a Roma, al di là delle polemiche e delle ripicche, potrebbero dimostrarsi delle buone pratiche sostanziali di partecipazione, di condivisione e di coinvolgimento. Personalmente, spero che questi percorsi si sviluppino nel tempo e cambino radicalmente il modo di essere della comunità LGBTQI non solo a Roma, ma in tutta Italia. Senza coesione, fiducia ed ascolto la comunità non esiste e continueranno a prevalere parzialità ed autoreferenzialità.
Guido Allegrezza

Il Pride, o meglio i Pride, sono innegabilmente un importante appuntamento di rivendicazione dei diritti delle persone LGBTQI, concordo che la modalità forse andrebbe “rivista e corretta” tenendo conto che siamo nel 2010 e che non possiamo permetterci sprechi di energie…vedo di buon occhio le differenti modalità, non a caso ho aderito convintamente alla manifestazione UGUALI, che a mio modesto parere ha dato un alternativa alla modalità di rappresentazione della nostra comunità.
Siamo tutt* trppo attenti ai numeri e alla rilevanza mediatica del Pride, perdendo di vista spesso il contenuto politico e rivendicativo che dovrebbe avere un impiego di forze così imponente.
Mi spiego, se Madonna( la Ciccone ovviamente) prendesse parte al nostro Pride sarebbe certamente un enorme successo di partecipazione e visibiltà…ma siamo sicur* che poi questo servirebbe alla nostra causa più di un elaborazione politica e strategica condivisa?
Sarebbe meglio a mio avviso rinunciare un pò a quella visibilità ( che non fà poi sempre bene) e cominciare ad ascoltare i giovani e soprattutto quello che ci dice la società, tutta…a loro dobbiamo indirizzare i nostri Pride, altrimenti rischiamo di farci una grande bella festa in casa, grandissima, ma in casa nostra…
Fabianna Tozzi

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Motivazioni della Consulta sui matrimoni gay: intervenga il Parlamento o lo faremo noi. Ecco il testo integrale!

Motivazioni della Consulta sui matrimoni gay: intervenga il Parlamento o lo faremo noi. Ecco il testo integrale!

Passati i commenti, è arrivata la motivazione della Corte Costituzionale. Pare avessero ragione avvocati e professori di diritto, quelli della Rete Lenford, del Comitato “Sì, lo voglio” e tutti gli altri; meno i saccenti politici che in queste ore hanno cantato vittoria senza saggezza e senza attendere le motivazioni della Consulta. Peggio per loro. Prendetevi un po’ di tempo; leggetela bene e vedrete che non tutto è andato perso; che ci sono speranze vive che somigliano a certezze. Probabilmente la Corte ci invita ad ulteriori passaggi; probabilmente siamo noi ora i veri protagonisti, sta a noi agire come ha suggerito ieri Sergio Rovasio e Paolo Patanè: si sveglino cento, mille coppie di fatto e agiscano. La Corte ha detto diversamente da un no definitivo, proprio come affermano Marilisa D’Amico, Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università Statale di Milano e l’Avvocato Massimo Clara: “Questa è una prima tappa in cui la Corte indica la strada costituzionale per il riconoscimento della piena uguaglianza fra coppie omosessuali ed eterosessuali e se il Parlamento non intervenisse sarebbe evidente il vulnus costituzionale per il riconoscimento delle unioni tra coppie gay”. Di seguito sintesi dei tre punti rilevanti favorevoli alle coppie gay, venute fuori dalla motivazione:

  • 1) riconoscimento che l’unione omosessuale, come stabile convivenza, è una formazione sociale degna di garanzia costituzionale perché espressione del diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia.
  • 2) neppure il concetto di matrimonio è cristallizzato dall’Art. 29 della Costituzione e quindi non è precluso alla legge disciplinare il matrimonio tra gay, anche se restano possibili per il legislatore soluzioni diverse.
  • 3) il legislatore deve intervenire e se non interviene la Corte potrà intervenire per ipotesi particolari, in cui sia necessario costituzionalmente un trattamento omogeneo tra la coppia coniugata e la coppia omosessuale.

Buona lettura e grazie a voi tutti per queste ore in cui ci avete seguito con affetto e discusso con noi, grazie ai vostri commenti.

SENTENZA N. 138 ANNO 2010. REPUBBLICA ITALIANA. IN NOME DEL POPOLO ITALIANO. LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Francesco AMIRANTE; Giudici : Ugo DE SIERVO, Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Maria Rita SAULLE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI,

ha pronunciato la seguente SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis e 156-bis del codice civile, promossi dal Tribunale di Venezia con ordinanza del 3 aprile 2009 e dalla Corte d’appello di Trento con ordinanza del 29 luglio 2009, iscritte ai nn. 177 e 248 del registro ordinanze 2009 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 26 e 41, prima serie speciale, dell’anno 2009.

Visti gli atti di costituzione di G. M. ed altro, di E. O. ed altri nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri, dell’Associazione radicale Certi Diritti, e di C. M. ed altri (fuori termine);

udito nell’udienza pubblica del 23 marzo 2010 il Giudice relatore Alessandro Criscuolo;

uditi gli avvocati Alessandro Giadrossi per l’Associazione radicale Certi Diritti e per M. G. ed altro, Ileana Alesso e Massimo Clara per l’Associazione radicale Certi Diritti, per G. M. ed altro e per C. M. ed altri, Vittorio Angiolini, Vincenzo Zeno-Zencovich e Marilisa D’Amico per l’Associazione radicale Certi Diritti, per G. M. ed altro e per E. O. ed altri e l’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.- Il Tribunale di Venezia in composizione collegiale, con l’ordinanza indicata in epigrafe, ha sollevato, in riferimento agli articoli 2, 3, 29 e 117, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis del codice civile, «nella parte in cui, sistematicamente interpretati, non consentono che le persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso».

Il giudice a quo premette di essere chiamato a pronunciare in un giudizio promosso dai signori G. M. ed S. G., entrambi di sesso maschile, in opposizione, ai sensi dell’art. 98 di detto codice, avverso l’atto del 3 luglio 2008, col quale l’ufficiale di stato civile del Comune di Venezia ha rifiutato di procedere alla pubblicazione di matrimonio dagli stessi richiesta.

Il funzionario, infatti, ha ritenuto illegittima la pubblicazione, perché in contrasto con la normativa vigente, costituzionale e ordinaria, in quanto l’istituto del matrimonio nell’ordinamento giuridico italiano «è inequivocabilmente incentrato sulla diversità di sesso dei coniugi», come dovrebbe desumersi dall’insieme delle disposizioni che disciplinano l’istituto medesimo, del quale tale diversità «costituisce presupposto indispensabile, requisito fondamentale, a tal punto che l’ipotesi contraria, relativa a persone dello stesso sesso, è giuridicamente inesistente e certamente estranea alla definizione del matrimonio, almeno secondo l’insieme delle normative tuttora vigenti», anche secondo l’orientamento della giurisprudenza. L’atto oggetto dell’opposizione cita anche un parere del Ministero dell’interno, in data 28 luglio 2004, nel quale si legge che «in merito alla possibilità di trascrivere un atto di matrimonio contratto all’estero tra persone dello stesso sesso, si precisa che in Italia tale atto non è trascrivibile in quanto nel nostro ordinamento non è previsto il matrimonio tra soggetti dello stesso sesso in quanto contrario all’ordine pubblico»; affermazione ribadita con circolare dello stesso Ministero in data 18 ottobre 2007.

Il Tribunale veneziano richiama gli argomenti svolti dai ricorrenti, i quali hanno rilevato che nel nostro ordinamento non esisterebbe una nozione di matrimonio, né un divieto espresso di matrimonio tra persone dello stesso sesso. Inoltre, i citati atti del Ministero dell’interno si riferirebbero all’ordine pubblico internazionale e non a quello pubblico interno e, comunque, sarebbero contrari alla Costituzione e alla Carta di Nizza, sicché andrebbero disapplicati. In ogni caso, l’interpretazione letterale delle norme del codice civile, posta a fondamento del diniego delle pubblicazioni, sarebbe in contrasto con la Costituzione italiana ed, in particolare, con gli artt. 2, 3, 10, secondo comma, 13 e 29 di questa.

Il rimettente prosegue osservando che, sulla base di tali argomenti, gli istanti hanno chiesto al Tribunale, in via principale, di ordinare all’ufficiale di stato civile del Comune di Venezia di procedere alla pubblicazione del matrimonio; in via subordinata, di sollevare questione di legittimità costituzionale degli artt. 107, 108, 143, 143-bis e 156-bis cod. civ., in riferimento agli artt. 2, 3, 10, secondo comma, 13 e 29 Cost.

Tanto premesso, il Tribunale di Venezia rileva che, nell’ordinamento vigente, il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è né previsto né vietato espressamente. È certo, tuttavia, che sia il legislatore del 1942, sia quello riformatore del 1975 non si sono posti la questione del matrimonio omosessuale, all’epoca ancora non dibattuta, almeno in Italia.

Peraltro, «pur non esistendo una norma definitoria espressa, l’istituto del matrimonio, così come previsto nell’attuale ordinamento italiano, si riferisce indiscutibilmente solo al matrimonio tra persone di sesso diverso. Se è vero che il codice civile non indica espressamente la differenza di sesso tra i requisiti per contrarre matrimonio, diverse sue norme, fra cui quelle menzionate nel ricorso e sospettate d’incostituzionalità, si riferiscono al marito e alla moglie come “attori” della celebrazione (artt. 107 e 108), protagonisti del rapporto coniugale (artt. 143 e ss.) e autori della generazione (artt. 231 e ss.)».

Ad avviso del Tribunale, proprio per il chiaro tenore delle norme indicate non è possibile, allo stato delle disposizioni vigenti, operare un’estensione dell’istituto del matrimonio anche a persone dello stesso sesso. Si tratterebbe di una forzatura non consentita ai giudici (diversi da quello costituzionale), «a fronte di una consolidata e ultramillenaria nozione di matrimonio come unione di un uomo e di una donna».

D’altra parte, prosegue il rimettente, «non si può ignorare il rapido trasformarsi della società e dei costumi avvenuto negli ultimi decenni, nel corso dei quali si è assistito al superamento del monopolio detenuto dal modello di famiglia normale, tradizionale e al contestuale sorgere spontaneo di forme diverse, seppur minoritarie, di convivenza, che chiedono protezione, si ispirano al modello tradizionale e, come quello, mirano ad essere considerate e disciplinate. Nuovi bisogni, legati anche all’evoluzione della cultura e della civiltà, chiedono tutela, imponendo un’attenta meditazione sulla persistente compatibilità dell’interpretazione tradizionale con i principi costituzionali».

Secondo il Giudice di Venezia, il primo parametro è quello di cui all’art. 2 Cost., nella parte in cui riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, non soltanto nella sua sfera individuale ma anche, e forse soprattutto, nella sua sfera sociale, cioè «nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità», delle quali la famiglia deve essere considerata la prima e fondamentale espressione.

Infatti, la famiglia è la formazione sociale primaria nella quale si esplica la personalità dell’individuo e vengono quindi tutelati i suoi diritti inviolabili, conferendogli uno status (quello di persona coniugata), che assurge a segno caratteristico all’interno della società e che attribuisce un insieme di diritti e di doveri del tutto peculiari e non sostituibili mediante l’esercizio dell’autonomia negoziale.

Il diritto di sposarsi configura un diritto fondamentale della persona, riconosciuto a livello sopranazionale (artt. 12 e 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, artt. 8 e 12 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 – Ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952 – artt. 7 e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000), nonché in ambito nazionale (art. 2 Cost.). La libertà di sposarsi o di non sposarsi, e di scegliere il coniuge autonomamente, riguarda la sfera dell’autonomia e dell’individualità, sicché si risolve in una scelta sulla quale lo Stato non può interferire, se non sussistono interessi prevalenti incompatibili, nella fattispecie non ravvisabili.

L’unico importante diritto, in relazione al quale un contrasto si potrebbe ipotizzare, sarebbe quello, spettante ai figli, di crescere in un ambiente familiare idoneo, diritto corrispondente anche ad un interesse sociale. Tale interesse, tuttavia, potrebbe incidere soltanto sul diritto delle coppie omosessuali coniugate di avere figli adottivi. Si tratterebbe, però, di un diritto distinto rispetto a quello di contrarre matrimonio, tanto che alcuni ordinamenti, pur introducendo il matrimonio tra omosessuali, hanno escluso il diritto di adozione. In ogni caso, la disciplina di tale istituto nell’ordinamento italiano, ponendo l’accento sulla necessità di valutare l’interesse del minore adottando, rimette al giudice ogni decisione al riguardo.

Il rimettente, poi, prende in esame l’art. 3 Cost., rilevando che, poiché il diritto di contrarre matrimonio è un momento essenziale di espressione della dignità umana, esso deve essere garantito a tutti, senza discriminazioni derivanti dal sesso o dalle condizioni personali, come l’orientamento sessuale, con conseguente obbligo per lo Stato d’intervenire in caso d’impedimenti al relativo esercizio.

Pertanto, se la finalità perseguita dall’art. 3 Cost. è quella di vietare irragionevoli disparità di trattamento, la norma implicita che esclude gli omosessuali dal diritto di contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso, così seguendo il proprio orientamento sessuale (non patologico né illegale), non ha alcuna giustificazione razionale, soprattutto se posta a confronto con l’analoga situazione delle persone transessuali che, ottenuta la rettifica dell’attribuzione del sesso ai sensi della legge 14 aprile 1982, n. 164 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso), possono contrarre matrimonio con persone del proprio sesso di nascita (il Tribunale ricorda che la conformità a Costituzione della citata normativa è stata riconosciuta dalla Corte costituzionale con sentenza n. 165 del 1985).

Secondo il rimettente, le affermazioni contenute in tale pronuncia ben potrebbero ritenersi applicabili anche agli omosessuali. Comunque, la legge n. 164 del 1982 avrebbe «profondamente mutato i connotati dell’istituto del matrimonio civile, consentendone la celebrazione tra soggetti dello stesso sesso biologico ed incapaci di procreare, valorizzando così l’orientamento psicosessuale della persona». In questo quadro, non sarebbe giustificabile la discriminazione tra omosessuali che non vogliono effettuare alcun intervento chirurgico di adattamento, ai quali il matrimonio è precluso, ed i transessuali che sono ammessi al matrimonio pur appartenendo allo stesso sesso biologico ed essendo incapaci di procreare.

Le opinioni contrarie al riconoscimento della libertà matrimoniale tra persone dello stesso sesso sulla base di ragioni etiche, legate alla tradizione o alla natura, non potrebbero essere condivise, sia per le radicali trasformazioni intervenute nei costumi familiari, sia perché si tratterebbe di tesi pericolose, in passato utilizzate per difendere gravi discriminazioni poi riconosciute illegittime, come le disuguaglianze tra i coniugi nel diritto matrimoniale italiano anteriore alla riforma o le discriminazioni in danno delle donne.

Del resto, «per i diritti degli omosessuali, così come per quelli dei transessuali, vi sono fortissime spinte, provenienti dal contesto europeo e sopranazionale, a superare le discriminazioni di ogni tipo, compresa quella che impedisce di formalizzare le unioni affettive».

Il Tribunale di Venezia, in relazione all’art. 29, primo comma, Cost., osserva che il significato della norma non è quello di riconoscere il fondamento della famiglia in una sorta di “diritto naturale”, bensì quello di affermare la preesistenza e l’autonomia della famiglia rispetto allo Stato, così imponendo dei limiti al potere del legislatore statale, come emerge dagli atti relativi al dibattito svolto in seno all’Assemblea costituente, nel ricordo degli abusi in precedenza compiuti a difesa di una certa tipologia di famiglia.

Peraltro, che la tutela della tradizione non rientri nelle finalità dell’art. 29 Cost. e che famiglia e matrimonio siano istituti aperti alle trasformazioni, sarebbe dimostrato dall’evoluzione che ne ha interessato la disciplina dal 1948 ad oggi. Il rimettente procede ad una ricognizione della normativa in materia, ricorda gli interventi di questa Corte a tutela dell’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, nonché la riforma attuata con la legge 19 maggio 1975, n. 151 (Riforma del diritto di famiglia), e rileva che il significato costituzionale di famiglia, lungi dall’essere ancorato ad una conformazione tipica ed inalterabile, si è al contrario dimostrato permeabile ai mutamenti sociali, con le relative ripercussioni sul regime giuridico familiare.

Sarebbero prive di fondamento, quindi, le tesi che giustificano l’implicito divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso ricorrendo ad argomenti correlati alla capacità procreativa della coppia ed alla tutela della procreazione. Al riguardo, sarebbe sufficiente sottolineare che la Costituzione e il diritto civile non prevedono la capacità di avere figli come condizione per contrarre matrimonio, ovvero l’assenza di tale capacità come condizione d’invalidità o causa di scioglimento del matrimonio, sicché quest’ultimo e la filiazione sarebbero istituti nettamente distinti.

Una volta escluso che il trattamento differenziato delle coppie omosessuali rispetto a quelle eterosessuali possa trovare fondamento nel dettato dell’art. 29 Cost., tale norma, nel momento in cui attribuisce tutela costituzionale alla famiglia legittima, non costituirebbe un ostacolo al riconoscimento giuridico del matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma anzi dovrebbe assurgere ad ulteriore parametro in base al quale valutare la costituzionalità del divieto.

Infine, il rimettente richiama l’art. 117, primo comma, Cost., che impone al legislatore il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Richiama al riguardo, quali norme interposte, gli artt. 8, 12 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU). In particolare, con riferimento all’art. 8, la Corte europea dei diritti dell’uomo avrebbe accolto una nozione di “vita privata” e di tutela dell’identità personale non limitata alla sfera individuale bensì estesa alla vita di relazione, arrivando a configurare un dovere di positivo intervento degli Stati per rimediare alle lacune suscettibili d’impedire la piena realizzazione personale. È citata la sentenza Goodwin c. Regno Unito in data 17 luglio 2002, con la quale la Corte di Strasburgo ha dichiarato contrario alla Convenzione il divieto di matrimonio del transessuale con persona del suo stesso sesso originario.

Il Tribunale di Venezia pone l’accento sul fatto che anche la Carta di Nizza sancisce i diritti al rispetto della vita privata e familiare (art. 7), a sposarsi e a costituire una famiglia (art. 9), a non essere discriminati (art. 21), collocandoli tra i diritti fondamentali dell’Unione Europea. Non andrebbero trascurati, poi, gli atti delle Istituzioni europee, che da tempo invitano gli Stati a rimuovere gli ostacoli che si frappongono al matrimonio di coppie omosessuali, ovvero al riconoscimento di istituti giuridici equivalenti, atti che rappresentano, a prescindere dal loro valore giuridico, una presa di posizione a favore del riconoscimento del diritto al matrimonio, o comunque alla unificazione legislativa, nell’ambito degli Stati membri, della disciplina dettata per la famiglia legittima, da estendere alle unioni omosessuali (tali atti sono richiamati nell’ordinanza).

Da ultimo, il rimettente rileva che, negli ordinamenti di molte nazioni con civiltà giuridica affine a quella italiana, si va delineando una nozione di relazioni familiari tale da includere le coppie omosessuali. Infatti, in alcuni Stati (Olanda, Belgio, Spagna) il divieto di sposare persone dello stesso sesso è stato rimosso, mentre altri Paesi prevedono istituti riservati alle unioni omosessuali con disciplina analoga a quella del matrimonio, a volte con esclusione delle disposizioni relative alla potestà sui figli e all’adozione. Fra i Paesi che ancora non hanno introdotto il matrimonio o forme di tutela paramatrimoniale, molti prevedono forme di registrazione pubblica delle famiglie di fatto, comprese quelle omosessuali.

Sulla base delle considerazioni esposte, il Tribunale veneziano perviene al convincimento sulla non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata, che inoltre giudica rilevante perché l’applicazione delle norme censurate non è superabile nel percorso logico-giuridico da compiere per pervenire alla decisione della causa.

2. - I signori G. M. e S. G., si sono costituiti nel giudizio di legittimità costituzionale, con ampia memoria depositata il 20 luglio 2009.

Dopo avere esposto i fatti da cui la vicenda prende le mosse ed aver riportato il contenuto dell’ordinanza di rimessione, le parti private, sottolineata la rilevanza della questione proposta, osservano che il rimettente ha riconosciuto un dato incontrovertibile, cioè che nel vigente ordinamento non sussiste alcun divieto espresso che impedisca a due persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio. La necessaria eterosessualità dello stesso nascerebbe da una tradizione interpretativa, sorta in un contesto sociale del tutto diverso dall’attuale e tramandata in modo tralaticio, anche per i riflessi della disciplina canonistica dell’istituto sul sistema civilistico.

La dimensione storica del fenomeno, tuttavia, non potrebbe essere di ostacolo ad una rivisitazione della fattispecie, come hanno fatto altre Corti costituzionali straniere. Né si potrebbe dedurre che l’eterosessualità sia un carattere indefettibile dell’istituto matrimoniale interpretando l’art. 29 Cost. a partire dalla lettera del codice civile vigente, perché quell’articolo non costituzionalizza i caratteri dell’istituto matrimoniale previsti dalla legge ordinaria o emergenti dalla sua costante interpretazione. Il codice civile sarebbe oggetto e non parametro del giudizio e, in ogni caso, «non potrebbe divenire cifra per leggere il dato costituzionale. Sarebbe, infatti, una petizione di principio affermare che il codice non viola il diritto a contrarre matrimonio ex art. 29 poiché tale disposizione, alla luce del codice stesso, prevede l’unione solo fra persone di sesso diverso. Con un aprioristico rinvio per presupposizione, infatti, si attuerebbe una sovversione della gerarchia delle fonti».

Pertanto, alla luce del principio personalistico che pervade l’intera Carta costituzionale, bisognerebbe individuare il significato delle parole “matrimonio” e “famiglia”, utilizzate nel citato art. 29. Detta norma privilegia la famiglia fondata sul matrimonio. Ad avviso degli esponenti, da ciò deriva che, se nella nostra società anche due persone dello stesso sesso possono formare una famiglia, escluderle dal vincolo matrimoniale non soltanto crea una discriminazione priva di qualsiasi razionalità, ma fa sì che migliaia di cittadini si vedano negate dallo Stato quelle tutele che altrimenti spetterebbero loro in virtù della norma costituzionale.

La fattispecie non sarebbe assimilabile alle unioni di fatto eterosessuali, che trovano altrove copertura costituzionale (art. 2 Cost.), perché nelle unioni di fatto vi è una chiara scelta delle parti di non rendere giuridico il progetto di vita che lega i conviventi, mentre per le coppie formate da persone dello stesso sesso tale libertà non sussiste nella misura in cui non possono scegliere se sposarsi oppure no.

Richiamata la nozione di famiglia come “società naturale”, contenuta nell’ordinanza di rimessione, gli esponenti osservano che l’interesse protetto dall’art. 29 Cost. è, in primo luogo, il diritto all’autodeterminazione dell’individuo, al riparo da indebite ingerenze dello Stato, tutte le volte in cui una persona decida di realizzare se stessa in una relazione familiare. Per le persone omosessuali tale diritto risulterebbe, attualmente, del tutto conculcato.

Non sarebbe possibile sostenere che i costituenti abbiano eletto l’eterosessualità a caratteristica indefettibile della famiglia, i cui diritti sono riconosciuti e garantiti dall’art. 29 Cost., tanto da escludere dall’ambito applicativo di tale norma le coppie formate da persone dello stesso sesso. Per le parti private sarebbe certo che il fenomeno sussistesse anche ai tempi della Assemblea costituente, ma, in quanto socialmente non rilevante, non poteva allora essere preso in alcuna considerazione. Ciò vorrebbe dire che non si è optato per la famiglia eterosessuale a scapito di quella omosessuale, riservando a questa una minore dignità sociale e giuridica.

Tale stato di cose, però, non potrebbe impedire una rilettura del sistema, in considerazione delle mutate condizioni sociali e giuridiche, stante la rilevanza, sotto questo profilo, del diritto comunitario, ai sensi dell’art. 117, primo comma, Cost., e soprattutto dei principi supremi dell’ordinamento, quali l’eguaglianza (e quindi la non discriminazione) e la tutela dei diritti fondamentali.

Le parti private proseguono osservando che il diritto vivente connota l’istituto matrimoniale di una caratteristica (l’eterosessualità), che l’art. 29 Cost. non suggerisce affatto, così impedendo alle persone omosessuali di godere pienamente della loro cittadinanza e del diritto a realizzare se stesse affettivamente e socialmente nell’ambito della famiglia legittima.

Né sarebbe possibile che “società naturale” sia intesa come luogo della procreazione, in quanto il matrimonio civile non sarebbe più istituzionalmente orientato a tale finalità. Dal 1975 l’impotenza non costituisce causa d’invalidità del matrimonio, se non quando sia materia di errore in cui sia incorso l’altro coniuge (art. 122 cod. civ.). Inoltre, possono contrarre matrimonio anche le persone che, avendo cambiato sesso, sono inidonee alla generazione e quelle che, a causa dell’età, tale attitudine più non hanno.

In definitiva, la procreazione sarebbe soltanto un elemento eventuale nel rapporto coniugale e ciò dimostrerebbe quanto lontano sia il concetto di famiglia da accogliere nell’ambito dell’art. 29 Cost. rispetto a quello della tradizione giudaico-cristiana. Il matrimonio sarebbe, senza dubbio, l’unione di due esistenze, i cui fini fondamentali coincidono con i diritti e i doveri che i coniugi assumono al momento della celebrazione in base all’art. 143 cod. civ., fini ai quali è estranea la prospettiva, soltanto eventuale, della procreazione, altrimenti si dovrebbe considerare impossibile la celebrazione di un matrimonio tutte le volte in cui sia naturalisticamente impossibile per i nubendi procreare.

Gli esponenti passano, poi, a trattare del diritto al matrimonio come diritto fondamentale della persona, richiamando (tra l’altro) la giurisprudenza di questa Corte, che ha declinato il diritto stesso sia sotto il profilo della libertà di contrarre il matrimonio con la persona prescelta (sentenza n. 445 del 2002), sia sotto quello della libertà di non sposarsi e di unirsi in altro modo (sentenza n. 166 del 1998), e rilevando che i cittadini omosessuali non possono godere di queste due libertà.

Dopo avere illustrato gli aspetti e le finalità di quel diritto, nonché le prospettive correlate al suo esercizio anche nel quadro della tutela delle minoranze discriminate, essi pongono l’accento sull’esigenza che il citato diritto fondamentale sia garantito a tutti senza alcuna distinzione, anche nel caso in cui un cittadino si trovi in quella particolare condizione personale che è l’omosessualità. E ciò non in astratto, secondo la tesi di quanti ritengono che sarebbe rimessa al legislatore ordinario la scelta sull’ammissione o meno al matrimonio delle coppie formate da persone dello stesso sesso. In presenza di un diritto fondamentale spetta alla Corte costituzionale, o al giudice di merito in via interpretativa, rimuovere gli ostacoli che ne impediscono il godimento a tutti, tanto più se si considera che non si sta parlando di un divieto normativo bensì di una mera prassi interpretativa.

Nel caso in esame, «realizzarsi pienamente come persona significa poter vivere fino in fondo il proprio orientamento sessuale, scegliendo come partner di vita, all’interno di una relazione giuridica qualificata qual è il matrimonio, una persona del proprio sesso».

Pertanto l’interpretazione che esclude le coppie formate da persone dello stesso sesso dal matrimonio, ad avviso degli esponenti, costituisce un limite irragionevole all’esercizio della libertà personale, disconoscendo la capacità della persona di scegliere ciò che è meglio per sé in una dimensione relazionale.

Le parti private richiamano, poi, la tesi secondo cui l’art. 29 Cost. escluderebbe la riconoscibilità giuridica delle coppie omosessuali, anche soltanto attraverso un istituto alternativo al matrimonio, e ne sostengono l’infondatezza, rilevando che il detto articolo non può essere interpretato in modo da violare uno dei principii fondamentali dell’ordinamento costituzionale, ossia il principio di eguaglianza. Dopo avere argomentato diffusamente sul punto, anche in ordine ai profili economici dell’estensione del matrimonio alle coppie omosessuali, gli esponenti osservano che nella nostra società, non più caratterizzata da un’omogeneità sul piano culturale, il principio di eguaglianza deve assumere una dimensione nuova, volta a favorire il pluralismo e l’inclusione sociale. Con tale concezione contrasta un uso del diritto che abbia come effetto di escludere un soggetto dal godimento di un diritto o libertà fondamentale in virtù di una sua condizione personale. E ciò senza considerare la contemporanea violazione dell’art. 2 Cost., perché in tal modo s’impedisce l’esercizio del diritto alla piena realizzazione di sé.

Inoltre, le parti private pongono l’accento sulla normativa comunitaria e internazionale già richiamata nell’ordinanza di rimessione.

Esse, poi, criticano la tesi secondo cui un giudice, fosse anche la Corte costituzionale, non potrebbe spingersi fino al punto di accogliere la richiesta dei ricorrenti diretta ad ottenere le pubblicazioni matrimoniali sul presupposto del riconoscimento del loro diritto a sposarsi.

Ribadito che si è in presenza di una prassi interpretativa, derivante da elementi testuali della legislazione ordinaria, risalente a ben prima dell’entrata in vigore della Costituzione, e che tale prassi contrasta (per quanto detto in precedenza) con norme e principi supremi di rango costituzionale, gli esponenti sostengono che, nel caso in esame, non si tratta di creare un istituto nuovo, o di affermare l’esistenza di un nuovo diritto (operazioni precluse al potere giudiziario), perché il diritto al matrimonio sussiste già ed ha chiari connotati, ma, pur essendo un diritto fondamentale, ne viene concesso il godimento soltanto alle persone eterosessuali.

Infine, sono richiamati alcuni passaggi argomentativi di Corti straniere, che si sono occupate della tenuta costituzionale, nei rispettivi sistemi, del divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso.

In chiusura, si chiede a questa Corte di acquisire un’adeguata base informativa sul numero di coppie formate da persone dello stesso sesso, che vivono sul territorio italiano, e sull’impatto dell’attuale prassi interpretativa, che esclude le persone dello stesso sesso dal matrimonio, sul loro benessere psicosociale.

3. - Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura dello Stato, ha spiegato intervento nel presente giudizio di legittimità costituzionale con atto depositato il 21 luglio 2009, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e, comunque, manifestamente infondata.

La difesa dello Stato prende le mosse dal rilievo che la normativa riguardante l’istituto del matrimonio, sia quella prevista dal diritto civile, sia quella di rango costituzionale, si riferisce senz’altro all’unione fra persone di sesso diverso.

Il requisito della diversità del sesso, che si ricava direttamente dall’art. 107 cod. civ., nonché da altre numerose disposizioni dello stesso codice, è tradizionalmente e costantemente annoverato dalla dottrina e dalla giurisprudenza tra i requisiti indispensabili per l’esistenza del matrimonio. Infatti, ad avviso dell’Avvocatura generale, l’istituto del matrimonio nel nostro ordinamento si configura come un istituto pubblicistico diretto a disciplinare determinati effetti, che il legislatore tutela come diretta conseguenza di un rapporto di convivenza tra persone di sesso diverso (filiazione, diritti successori, legge in tema di adozione).

Il richiamo all’art. 2 Cost., operato dal rimettente, non sarebbe decisivo né conferente.

Tale disposto, per costante interpretazione di questa Corte, «deve essere ricollegato alle norme costituzionali concernenti singoli diritti e garanzie fondamentali, quando meno nel senso che non esistono altri diritti fondamentali inviolabili che non siano necessariamente conseguenti a quelli costituzionalmente previsti» (sentenza n. 98 del 1979), tra i quali non sarebbe compresa la pretesa azionata dai ricorrenti nel giudizio a quo.

La collocazione dell’art. 2 Cost. fra i “principi fondamentali” ed invece la collocazione dell’art. 29 nel titolo II tra i “rapporti etico-sociali” costituirebbero non soltanto l’argomentazione testuale, ma anche l’argomentazione più significativa per escludere la fondatezza dell’assunto contenuto nell’ordinanza di rimessione, non essendo ovviamente vietata nel nostro ordinamento la convivenza tra persone dello stesso sesso. Infatti, la dottrina più recente tende a ricondurre la tutela delle coppie omosessuali nell’ambito della tutela delle coppie di fatto.

Non sussisterebbe alcuna violazione del principio di eguaglianza, di cui all’art. 3 Cost., perché questo impone un uguale trattamento per situazioni uguali e trattamento differenziato per situazioni di fatto difformi.

La difesa dello Stato osserva che la dottrina, nel commentare il citato art. 3, ha ritenuto il divieto di discriminazione in base al sesso «in qualche misura meno rigido rispetto ad altri», sia sul piano della correlazione di alcune distinzioni ad obiettive differenze tra i sessi, sia sul piano normativo, nella misura in cui in Costituzione si rinvengono norme idonee a giustificare, entro certi limiti, distinzioni fondate sul sesso, «in particolare, gli articoli 29, 37 e 51».

La dottrina avrebbe anche ritenuto il richiamo al principio di ragionevolezza, espresso nel medesimo art. 3 Cost., non pertinente nel caso in esame, perché un trattamento normativo differenziato potrebbe ritenersi “ragionevole”, in quanto diretto a realizzare altri e prevalenti valori costituzionali.

Neppure sarebbe pertinente il riferimento alla giurisprudenza in tema di illegittime discriminazioni subite in precedenza dalle persone transessuali, perché il problema della “identità di sesso biologico” in quell’ipotesi avrebbe assunto una rilevanza diversa.

Quanto all’art. 29 Cost., detta norma, stabilendo che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», delinea una “relazione biunivoca” tra le nozioni in essa richiamate e, altresì, «vincola il legislatore a tenere distinte la disciplina dell’istituzione familiare da quelle eventualmente dedicate a qualsiasi altro tipo di formazione sociale, ancorché avente caratteri analoghi».

Ad avviso dell’Avvocatura, in esito al dibattito sviluppatosi nell’Assemblea costituente in sede di elaborazione dell’art. 29, si sarebbero delineate due ricostruzioni circa il significato di tale norma.

La prima sottolinea il carattere pregiuridico dell’istituto familiare, identificando un solo modello univoco e stabile; la seconda attribuisce all’art. 29 un contenuto mutevole con l’evoluzione dei costumi sociali. Parte della dottrina, invece, ha superato tale dicotomia, ritenendo che la norma faccia riferimento ad un modello di famiglia che, per quanto suscettibile di sviluppi e cambiamenti, sia però caratterizzato “da un nucleo duro”, che trova «il suo contenuto minimo e imprescindibile nell’elemento della diversità di sesso fra i coniugi» e perciò mantiene il significato originario fissato nella Carta, senza mutarlo in maniera differente e distante dall’iniziale formulazione.

Infine, non sarebbe ravvisabile contrasto con l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione ai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.

La difesa dello Stato premette che l’ordinamento comunitario non ha legiferato in materia matrimoniale, ma si è limitato in varie risoluzioni ad indicare criteri e principi, lasciando ai singoli Paesi membri la facoltà di adeguamento delle legislazioni nazionali.

La libertà lasciata ai legislatori europei ha dato luogo, perciò, a molteplici forme di tutela delle coppie omosessuali.

Non vi sarebbe contrasto con gli artt. 7, 9 e 21 della Carta di Nizza, parte integrante del Trattato di Lisbona, in quanto proprio l’art. 9, che riconosce il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia, rinvia alla legge nazionale per la determinazione delle condizioni per l’esercizio di tale diritto.

Per quel che riguarda gli obblighi internazionali e, in particolare, il rispetto della CEDU, la citata normativa del codice civile italiano non appare in contrasto con gli artt. 8 (diritto al rispetto della vita familiare), 12 (diritto al matrimonio) e 14 (divieto di discriminazione) della CEDU, dal momento che proprio l’art. 12 non solo riafferma che l’istituto del matrimonio riguarda persone di sesso diverso, ma rinvia alle leggi nazionali per la determinazione delle condizioni per l’esercizio del relativo diritto.

In definitiva, al di là del carattere eterogeneo dei modelli di riconoscimento adottati dagli Stati europei, l’elemento che li accomuna sarebbe la “centralità del legislatore” nel processo d’inclusione delle coppie omosessuali nell’ambito degli effetti legali delle discipline di tutela.

Peraltro, un intervento della Corte costituzionale di tipo manipolativo non sarebbe realizzabile attraverso un’operazione lessicale di mera sostituzione delle parole “marito” e “moglie”, con la parola “coniugi”, perché in realtà si tratterebbe di operare un nuovo disegno del tessuto normativo codicistico, alla luce di una norma costituzionale che proprio ad esso rimanda; e tale compito sarebbe necessariamente riservato al legislatore.

4. - La Corte di appello di Trento, con l’altra ordinanza indicata in epigrafe, ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3 e 29 Cost., questione di legittimità costituzionale degli artt. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis cod. civ., nella parte in cui, complessivamente valutati, non consentono agli individui di contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso.

La Corte territoriale premette di essere stata adita in sede di reclamo, ai sensi dell’art. 739 del codice di procedura civile, proposto da due coppie (ciascuna formata da persone dello stesso sesso) avverso un decreto del Tribunale di Trento, che aveva respinto l’opposizione formulata dai reclamanti nei confronti di un provvedimento dell’ufficiale di stato civile del Comune di Trento. Con tale provvedimento il detto funzionario aveva rifiutato di procedere alle pubblicazioni di matrimonio richieste dagli opponenti, non ritenendo ammissibile nell’ordinamento italiano il matrimonio tra persone del medesimo sesso; e il rifiuto era stato giudicato legittimo dal Tribunale.

La Corte rimettente, dopo aver ritenuto infondata la domanda principale diretta ad ottenere l’ordine all’ufficiale di stato civile di procedere alle pubblicazioni, esamina la questione di legittimità costituzionale, in via subordinata proposta dai reclamanti.

Dopo aver ricordato l’ordinanza del Tribunale di Venezia, la rimettente osserva che, rispetto all’epoca nella quale sono state emanate le norme disciplinanti il matrimonio, «si è verificata un’inarrestabile trasformazione della società e dei costumi che ha portato al superamento del monopolio detenuto dal modello di famiglia tradizionale ed al contestuale spontaneo sorgere di forme diverse di convivenza che chiedono (talora a gran voce) di essere tutelate e disciplinate».

In questo quadro, ad avviso della Corte trentina è necessario chiedersi se l’istituto del matrimonio, nell’attuale disciplina, sia o meno in contrasto con i principii costituzionali.

L’interrogativo si porrebbe, in particolare, rispetto al principio di eguaglianza di cui all’art. 3 Cost. In sostanza, poiché il diritto di contrarre matrimonio costituisce «un momento essenziale di espressione della dignità umana (garantito costituzionalmente dall’art. 2 Cost. e, a livello sopranazionale, dagli artt. 12 e 16 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948, dagli artt. 8 e 12 CEDU e dagli artt. 7 e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000), vi è da chiedersi se sia legittimo impedire quello tra omosessuali ovvero se, invece, esso debba essere garantito a tutti, senza discriminazioni derivanti dal sesso o dalle condizioni personali (quali l’orientamento sessuale), con conseguente obbligo dello Stato di intervenire in caso di impedimenti all’esercizio di esso».

Sarebbe innegabile che la questione sia rilevante ai fini della decisione, perché la dichiarazione di illegittimità costituzionale delle norme disciplinanti il matrimonio, nella parte in cui non consentono il matrimonio tra omosessuali, influirebbe in modo determinante sull’esito del giudizio a quo.

Inoltre, non si potrebbe sostenere che la questione sia manifestamente infondata, perché «quanto sopra osservato non può essere superato da un’interpretazione secondo cui il matrimonio deve e può essere consentito solo a coppie eterosessuali a ragione della sua funzione sociale, principio secondo taluni ricavabile dall’art. 29 Cost. (norma che riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio). Detto principio, infatti, si limita a riconoscere alla famiglia un suo ruolo naturale, nel senso che da un lato lo Stato non può prescindere da tale realtà sociale a cui tende per natura la stragrande maggioranza degli individui e, dall’altro, afferma che la famiglia è fondata sul matrimonio; ma certo esso non giunge ad escludere la tutela della famiglia di fatto (che prescinde dal matrimonio) o ad affermare la funzione della famiglia come granaio dello Stato».

Ad avviso della rimettente, «l’evoluzione legislativa e giurisprudenziale, molto ben ricordata dal Tribunale di Venezia nell’ordinanza sopra citata, restituisce oggi un concetto di famiglia che porta ad escludere che in forza dell’art. 29 Cost. possa darsi rilevanza solo alla famiglia legittima funzionalmente finalizzata alla capacità procreativa dei coniugi sicché, semmai, è anche in relazione a tale norma di rango costituzionale che la questione sollevata deve essere giudicata meritevole di attenzione da parte del Giudice delle leggi».

5. - Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio di legittimità costituzionale con atto depositato il 3 novembre 2009, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e, comunque, infondata. La difesa dello Stato svolge argomenti analoghi a quelli esposti nel giudizio promosso con l’ordinanza del Tribunale di Venezia.

6. - Si sono altresì costituite, con atto depositato il 2 novembre 2009, le parti private nel giudizio promosso con l’ordinanza della Corte di appello di Trento, signori O. E. e L. L. e signore Z. E. e O. M., dichiarando di ritenere ammissibile e fondata la questione sollevata e chiedendone l’accoglimento.

7. - In quest’ultimo giudizio ha spiegato intervento, con atto depositato il 3 novembre 2009, l’Associazione radicale Certi Diritti, in persona del segretario e legale rappresentante pro-tempore, che, richiamando gli obiettivi statutari dell’Associazione medesima, ha dichiarato di ritenersi legittimata ad intervenire e di ritenere ammissibili e fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte d’appello di Trento, riservandosi ogni ulteriore opportuna illustrazione delle proprie difese e il deposito di ogni eventuale documentazione.

8.- Con atto depositato il 25 febbraio 2010 nel giudizio di legittimità costituzionale promosso con la citata ordinanza della Corte di appello di Trento, hanno spiegato intervento i signori C. M. e G. V., P. G. B. e C. G. R., R. F. R. P. C. e R. Z.

Gli intervenienti, tutti di sesso maschile, premettono che, con tre atti in pari data 5 novembre 2009, comunicati con lettere inviate l’11 novembre 2009, l’ufficiale di stato civile del Comune di Milano ha reso noto il rifiuto di procedere alle pubblicazioni di matrimonio da loro richieste.

Essi osservano che l’interesse proprio e diretto ad intervenire è sorto in data successiva alla scadenza degli ordinari termini del giudizio costituzionale e per questo motivo l’atto di intervento è depositato nel termine di venti giorni antecedenti la data dell’udienza fissata per la discussione. Considerato che si tratta di circostanza temporale indipendente dalla volontà dei ricorrenti e comprovata da documenti formati dalla pubblica amministrazione, richiamato per quanto occorra in via analogica il disposto dell’art. 153, secondo comma, cod. proc. civ., essi affermano che l’intervento deve essere ritenuto tempestivo e chiedono, comunque, di essere rimessi in termini.

Inoltre, essi affermano che l’intervento deve essere ritenuto ammissibile, alla luce delle innovazioni introdotte dalla Corte costituzionale, che ha espresso negli ultimi anni un orientamento progressivamente favorevole all’ammissibilità, caso per caso, «soprattutto laddove soggetti singoli o associazioni vantassero un rapporto diretto con la questione di legittimità costituzionale in un processo che ha ad oggetto un interesse pubblico: quello alla decisione sulla legittimità costituzionale della legge».

In questo quadro, l’interesse diretto, specifico e concreto degli intervenienti alla pronuncia di questa Corte non potrebbe essere posto in dubbio, perché la declaratoria di fondatezza della questione consentirebbe di ottenere le pubblicazioni di matrimonio già richieste e rifiutate dall’ufficiale di stato civile in base al rilievo dell’inammissibilità, nel vigente ordinamento, di matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Nel merito, gli intervenienti svolgono considerazioni analoghe a quelle già in precedenza richiamate a sostegno della fondatezza della questione.

9. - In prossimità dell’udienza di discussione le parti private nei due giudizi di legittimità costituzionale, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’Associazione radicale Certi Diritti hanno depositato memorie a sostegno delle rispettive richieste.

Considerato in diritto

1. - Il Tribunale di Venezia, con l’ordinanza indicata in epigrafe, ha sollevato, in riferimento agli articoli 2, 3, 29 e 117, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis del codice civile, «nella parte in cui, sistematicamente interpretati, non consentono che le persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso».

Il giudice a quo premette di essere chiamato a pronunciare in un giudizio promosso da due persone di sesso maschile, in opposizione, ai sensi dell’art. 98 di detto codice, avverso l’atto col quale l’ufficiale di stato civile del Comune di Venezia ha rifiutato di procedere alla pubblicazione di matrimonio dagli stessi richiesta, ritenendola in contrasto con la normativa vigente, costituzionale e ordinaria, in quanto l’istituto del matrimonio, nell’ordinamento giuridico italiano, sarebbe incentrato sulla diversità di sesso tra i coniugi.

Il Tribunale veneziano riferisce gli argomenti svolti dai ricorrenti, i quali hanno rilevato che, nel vigente ordinamento, non esisterebbe una nozione di matrimonio, né un suo divieto espresso tra persone dello stesso sesso. Essi si richiamano alla Costituzione e alla Carta di Nizza, rimarcando che l’interpretazione letterale delle norme del codice civile, posta a fondamento del diniego delle pubblicazioni, sarebbe costituzionalmente illegittima con particolare riguardo agli artt. 2, 3, 10, secondo comma, e 29 Cost.

Tanto premesso, il rimettente rileva che, nell’ordinamento italiano, il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è previsto né vietato in modo espresso. Peraltro, pure in assenza di una norma definitoria, «l’istituto del matrimonio, così come previsto nell’attuale ordinamento italiano, si riferisce indiscutibilmente solo al matrimonio tra persone di sesso diverso». Ad avviso del Tribunale, il chiaro tenore delle disposizioni del codice, regolatrici dell’istituto in questione, non consentirebbe di estenderlo anche a persone dello stesso sesso. Si tratterebbe di una forzatura non consentita ai giudici (diversi da quello costituzionale), «a fronte di una consolidata e ultramillenaria nozione di matrimonio come unione di un uomo e di una donna».

D’altra parte, secondo il Tribunale non si possono ignorare le rapide trasformazioni della società e dei costumi, il superamento del monopolio detenuto dal modello di famiglia tradizionale, la nascita spontanea di forme diverse (seppur minoritarie) di convivenza, che chiedono protezione, si ispirano al modello tradizionale e, come quello, mirano ad essere considerate e disciplinate. Nuovi bisogni, legati anche all’evoluzione della cultura e della civiltà, chiedono tutela, imponendo un’attenta meditazione sulla persistente compatibilità dell’interpretazione tradizionale con i princìpi costituzionali.

Ciò posto, il Tribunale di Venezia, prendendo le mosse dal rilievo che il diritto di sposarsi costituisce un diritto fondamentale della persona, riconosciuto a livello sopranazionale ed in ambito nazionale (art. 2 Cost.), illustra le censure riferite ai diversi parametri costituzionali evocati, pervenendo al convincimento sulla non manifesta infondatezza della questione promossa, che inoltre giudica rilevante perché l’applicazione delle norme censurate non è superabile nel percorso logico-giuridico da compiere al fine di pervenire alla decisione della causa.

2. - La Corte di appello di Trento, con l’altra ordinanza indicata in epigrafe, ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3 e 29 Cost., questione di legittimità costituzionale degli artt. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis cod. civ., nella parte in cui, complessivamente valutati, non consentono agli individui di contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso.

La Corte territoriale premette di essere stata adita in sede di reclamo, ai sensi dell’articolo 739 del codice di procedura civile, proposto da due coppie (ciascuna formata da persone dello stesso sesso) avverso il decreto del Tribunale di Trento, che aveva respinto l’opposizione formulata dai reclamanti nei confronti di un provvedimento dell’ufficiale di stato civile del Comune di Trento. Con tale provvedimento il detto funzionario aveva rifiutato di procedere alle pubblicazioni di matrimonio richieste dagli opponenti, non ritenendo ammissibile nell’ordinamento italiano il matrimonio tra persone del medesimo sesso; ed il rifiuto era stato giudicato legittimo dal Tribunale.

La Corte rimettente, dopo aver ritenuto infondata la domanda principale diretta ad ottenere l’ordine all’ufficiale di stato civile di procedere alle pubblicazioni, passa all’esame della questione di legittimità costituzionale, in via subordinata proposta dai reclamanti, svolgendo, in relazione alle censure prospettate, considerazioni analoghe a quelle esposte dal Tribunale di Venezia.

3. - I due giudizi di legittimità costituzionale, avendo ad oggetto la medesima questione, vanno riuniti per essere decisi con unica sentenza.

4. - In via preliminare, deve essere confermata l’ordinanza, adottata nel corso dell’udienza pubblica ed allegata alla presente sentenza, con la quale sono stati dichiarati inammissibili gli interventi dell’Associazione radicale Certi Diritti e dei signori C. M. e G. V., P. G. B. e C. G. R., R. F. R. P. C. e R. Z. Ciò in applicazione del consolidato orientamento della giurisprudenza costituzionale, richiamato nell’ordinanza, secondo cui non sono ammissibili gli interventi, nel giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale, di soggetti che non siano parti nel giudizio a quo, né siano titolari di un interesse qualificato, inerente in modo diretto ed immediato al rapporto sostanziale dedotto in causa e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura, avuto altresì riguardo al rilievo che l’ammissibilità dell’intervento ad opera di un terzo, titolare di un interesse soltanto analogo a quello dedotto nel giudizio principale, contrasterebbe con il carattere incidentale del detto giudizio di legittimità.

5. - La questione, sollevata dalle due ordinanze di rimessione, in riferimento all’art. 2 Cost., deve essere dichiarata inammissibile, perché diretta ad ottenere una pronunzia additiva non costituzionalmente obbligata (ex plurimis: ordinanze n. 243 del 2009, n. 316 del 2008, n. 185 del 2007, n. 463 del 2002).

6. - Le dette ordinanze muovono entrambe dal presupposto che l’istituto del matrimonio civile, come previsto nel vigente ordinamento italiano, si riferisce soltanto all’unione stabile tra un uomo e una donna. Questo dato emerge non soltanto dalle norme censurate, ma anche dalla disciplina della filiazione legittima (artt. 231 e ss. cod. civ. e, con particolare riguardo all’azione di disconoscimento, artt. 235, 244 e ss. dello stesso codice), e da altre norme, tra le quali, a titolo di esempio, si può menzionare l’art. 5, primo e secondo comma, della legge 1 dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), nonché dalla normativa in materia di ordinamento dello stato civile.

In sostanza, l’intera disciplina dell’istituto, contenuta nel codice civile e nella legislazione speciale, postula la diversità di sesso dei coniugi, nel quadro di «una consolidata ed ultramillenaria nozione di matrimonio», come rileva l’ordinanza del Tribunale veneziano.

Nello stesso senso è la dottrina, in maggioranza orientata a ritenere che l’identità di sesso sia causa d’inesistenza del matrimonio, anche se una parte parla di invalidità. La rara giurisprudenza di legittimità, che (peraltro, come obiter dicta) si è occupata della questione, ha considerato la diversità di sesso dei coniugi tra i requisiti minimi indispensabili per ravvisare l’esistenza del matrimonio (Corte di cassazione, sentenze n. 7877 del 2000, n. 1304 del 1990 e n. 1808 del 1976).

7. - Ferme le considerazioni che precedono, si deve dunque stabilire se il parametro costituzionale evocato dai rimettenti imponga di pervenire ad una declaratoria d’illegittimità della normativa censurata (con eventuale applicazione dell’art. 27, ultima parte, della legge 11 marzo 1953, n. 87 – Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), estendendo alle unioni omosessuali la disciplina del matrimonio civile, in guisa da colmare il vuoto conseguente al fatto che il legislatore non si è posto il problema del matrimonio omosessuale.

8. - L’art. 2 Cost. dispone che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Orbene, per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri.

Si deve escludere, tuttavia, che l’aspirazione a tale riconoscimento – che necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia – possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio. È sufficiente l’esame, anche non esaustivo, delle legislazioni dei Paesi che finora hanno riconosciuto le unioni suddette per verificare la diversità delle scelte operate.

Ne deriva, dunque, che, nell’ambito applicativo dell’art. 2 Cost., spetta al Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette, restando riservata alla Corte costituzionale la possibilità d’intervenire a tutela di specifiche situazioni (come è avvenuto per le convivenze more uxorio: sentenze n. 559 del 1989 e n. 404 del 1988). Può accadere, infatti, che, in relazione ad ipotesi particolari, sia riscontrabile la necessità di un trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale, trattamento che questa Corte può garantire con il controllo di ragionevolezza.

9. - La questione sollevata con riferimento ai parametri individuati negli artt. 3 e 29 Cost. non è fondata.

Occorre prendere le mosse, per ragioni di ordine logico, da quest’ultima disposizione. Essa stabilisce, nel primo comma, che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», e nel secondo comma aggiunge che «Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare».

La norma, che ha dato luogo ad un vivace confronto dottrinale tuttora aperto, pone il matrimonio a fondamento della famiglia legittima, definita “società naturale” (con tale espressione, come si desume dai lavori preparatori dell’Assemblea costituente, si volle sottolineare che la famiglia contemplata dalla norma aveva dei diritti originari e preesistenti allo Stato, che questo doveva riconoscere).

Ciò posto, è vero che i concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere “cristallizzati” con riferimento all’epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, perché sono dotati della duttilità propria dei princìpi costituzionali e, quindi, vanno interpretati tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell’ordinamento, ma anche dell’evoluzione della società e dei costumi. Detta interpretazione, però, non può spingersi fino al punto d’incidere sul nucleo della norma, modificandola in modo tale da includere in essa fenomeni e problematiche non considerati in alcun modo quando fu emanata.

Infatti, come risulta dai citati lavori preparatori, la questione delle unioni omosessuali rimase del tutto estranea al dibattito svoltosi in sede di Assemblea, benché la condizione omosessuale non fosse certo sconosciuta. I costituenti, elaborando l’art. 29 Cost., discussero di un istituto che aveva una precisa conformazione ed un’articolata disciplina nell’ordinamento civile. Pertanto, in assenza di diversi riferimenti, è inevitabile concludere che essi tennero presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che, come sopra si è visto, stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso. In tal senso orienta anche il secondo comma della disposizione che, affermando il principio dell’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ebbe riguardo proprio alla posizione della donna cui intendeva attribuire pari dignità e diritti nel rapporto coniugale.

Questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica, perché non si tratterebbe di una semplice rilettura del sistema o di abbandonare una mera prassi interpretativa, bensì di procedere ad un’interpretazione creativa.

Si deve ribadire, dunque, che la norma non prese in considerazione le unioni omosessuali, bensì intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto.

Non è casuale, del resto, che la Carta costituzionale, dopo aver trattato del matrimonio, abbia ritenuto necessario occuparsi della tutela dei figli (art. 30), assicurando parità di trattamento anche a quelli nati fuori dal matrimonio, sia pur compatibilmente con i membri della famiglia legittima. La giusta e doverosa tutela, garantita ai figli naturali, nulla toglie al rilievo costituzionale attribuito alla famiglia legittima ed alla (potenziale) finalità procreativa del matrimonio che vale a differenziarlo dall’unione omosessuale.

In questo quadro, con riferimento all’art. 3 Cost., la censurata normativa del codice civile che, per quanto sopra detto, contempla esclusivamente il matrimonio tra uomo e donna, non può considerarsi illegittima sul piano costituzionale. Ciò sia perché essa trova fondamento nel citato art. 29 Cost., sia perché la normativa medesima non dà luogo ad una irragionevole discriminazione, in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio.

Il richiamo, contenuto nell’ordinanza di rimessione del Tribunale di Venezia, alla legge 14 aprile 1982, n. 164 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso), non è pertinente.

La normativa ora citata – sottoposta a scrutinio da questa Corte che, con sentenza n. 161 del 1985, dichiarò inammissibili o non fondate le questioni di legittimità costituzionale all’epoca promosse – prevede la rettificazione dell’attribuzione di sesso in forza di sentenza del tribunale, passata in giudicato, che attribuisca ad una persona un sesso diverso da quello enunciato dall’atto di nascita, a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali (art. 1).

Come si vede, si tratta di una condizione del tutto differente da quella omosessuale e, perciò, inidonea a fungere da tertium comparationis. Nel transessuale, infatti, l’esigenza fondamentale da soddisfare è quella di far coincidere il soma con la psiche ed a questo effetto è indispensabile, di regola, l’intervento chirurgico che, con la conseguente rettificazione anagrafica, riesce in genere a realizzare tale coincidenza (sentenza n. 161 del 1985, punto tre del Considerato in diritto). La persona è ammessa al matrimonio per l’avvenuto intervento di modificazione del sesso, autorizzato dal tribunale. Il riconoscimento del diritto di sposarsi a coloro che hanno cambiato sesso, quindi, costituisce semmai un argomento per confermare il carattere eterosessuale del matrimonio, quale previsto nel vigente ordinamento.

10. - Resta da esaminare il parametro riferito all’art. 117, primo comma, Cost. (prospettato soltanto nell’ordinanza del Tribunale di Venezia).

Il rimettente in primo luogo evoca, quali norme interposte, gli artt. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), 12 (diritto al matrimonio) e 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952); pone l’accento su una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (in causa C. Goodwin c. Regno Unito, 11 luglio 2002), che dichiarò contrario alla Convenzione il divieto di matrimonio del transessuale (dopo l’operazione) con persona del suo stesso sesso originario, sostenendo l’analogia della fattispecie con quella del matrimonio omosessuale; evoca altresì la Carta di Nizza (Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) e, in particolare, l’art. 7 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), l’art. 9 (diritto a sposarsi ed a costituire una famiglia), l’art. 21 (diritto a non essere discriminati); menziona varie risoluzioni delle Istituzioni europee, «che da tempo invitano gli Stati a rimuovere gli ostacoli che si frappongono al matrimonio di coppie omosessuali ovvero al riconoscimento di istituti giuridici equivalenti»; infine, segnala che nell’ordinamento di molti Stati, aventi civiltà giuridica affine a quella italiana, si sta delineando una nozione di relazioni familiari tale da includere le coppie omosessuali.

Ciò posto, si deve osservare che: a) il richiamo alla citata sentenza della Corte europea non è pertinente, perché essa riguarda una fattispecie, disciplinata dal diritto inglese, concernente il caso di un transessuale che, dopo l’operazione, avendo acquisito caratteri femminili (sentenza cit., punti 12-13) aveva avviato una relazione con un uomo, col quale però non poteva sposarsi «perché la legge l’ha considerata come uomo» (punto 95). Tale fattispecie, nel diritto italiano, avrebbe trovato disciplina e soluzione nell’ambito della legge n. 164 del 1982. E, comunque, già si è notato che le posizioni dei transessuali e degli omosessuali non sono omogenee (v. precedente paragrafo 9); b) sia gli artt. 8 e 14 della CEDU, sia gli artt. 7 e 21 della Carta di Nizza contengono disposizioni a carattere generale in ordine al diritto al rispetto della vita privata e familiare e al divieto di discriminazione, peraltro in larga parte analoghe. Invece gli articoli 12 della CEDU e 9 della Carta di Nizza prevedono specificamente il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia. Per il principio di specialità, dunque, sono queste ultime le norme cui occorre fare riferimento nel caso in esame.

Orbene, l’art. 12 dispone che «Uomini e donne in età maritale hanno diritto di sposarsi e di formare una famiglia secondo le leggi nazionali regolanti l’esercizio di tale diritto».

A sua volta l’art. 9 stabilisce che «Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio».

In ordine a quest’ultima disposizione va premesso che la Carta di Nizza è stata recepita dal Trattato di Lisbona, modificativo del Trattato sull’Unione europea e del Trattato che istituisce la Comunità europea, entrato in vigore il 1° dicembre 2009. Infatti, il nuovo testo dell’art. 6, comma 1, del Trattato sull’Unione europea, introdotto dal Trattato di Lisbona, prevede che «1. L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i princìpi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati».

Non occorre, ai fini del presente giudizio, affrontare i problemi che l’entrata in vigore del Trattato pone nell’ambito dell’ordinamento dell’Unione e degli ordinamenti nazionali, specialmente con riguardo all’art. 51 della Carta, che ne disciplina l’ambito di applicazione. Ai fini della presente pronuncia si deve rilevare che l’art. 9 della Carta (come, del resto, l’art. 12 della CEDU), nell’affermare il diritto di sposarsi rinvia alle leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio. Si deve aggiungere che le spiegazioni relative alla Carta dei diritti fondamentali, elaborate sotto l’autorità del praesidium della Convenzione che l’aveva redatta (e che, pur non avendo status di legge, rappresentano un indubbio strumento di interpretazione), con riferimento al detto art. 9 chiariscono (tra l’altro) che «L’articolo non vieta né impone la concessione dello status matrimoniale a unioni tra persone dello stesso sesso».

Pertanto, a parte il riferimento esplicito agli uomini ed alle donne, è comunque decisivo il rilievo che anche la citata normativa non impone la piena equiparazione alle unioni omosessuali delle regole previste per le unioni matrimoniali tra uomo e donna.

Ancora una volta, con il rinvio alle leggi nazionali, si ha la conferma che la materia è affidata alla discrezionalità del Parlamento.

Ulteriore riscontro di ciò si desume, come già si è accennato, dall’esame delle scelte e delle soluzioni adottate da numerosi Paesi che hanno introdotto, in alcuni casi, una vera e propria estensione alle unioni omosessuali della disciplina prevista per il matrimonio civile oppure, più frequentemente, forme di tutela molto differenziate e che vanno, dalla tendenziale assimilabilità al matrimonio delle dette unioni, fino alla chiara distinzione, sul piano degli effetti, rispetto allo stesso.

Sulla base delle suddette considerazioni si deve pervenire ad una declaratoria d’inammissibilità della questione proposta dai rimettenti, con riferimento all’art. 117, primo comma, Cost.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi:

a) dichiara inammissibile, in riferimento agli articoli 2 e 117, primo comma, della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale degli articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis del codice civile, sollevata dal Tribunale di Venezia e dalla Corte di appello di Trento con le ordinanze indicate in epigrafe;

b) dichiara non fondata, in riferimento agli articoli 3 e 29 della Costituzione la questione di legittimità costituzionale degli articoli sopra indicati del codice civile sollevata dal Tribunale di Venezia e dalla Corte di appello di Trento con le medesime ordinanze.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 14 aprile 2010.

F.to:

Francesco AMIRANTE, Presidente

Alessandro CRISCUOLO, Redattore

Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 15 aprile 2010.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: DI PAOLA

Allegato:

ordinanza letta all’udienza del 23 marzo 2010

ORDINANZA

Visti gli atti relativi al giudizio di legittimità costituzionale introdotto con ordinanza della Corte di appello di Trento depositata il 29 luglio 2009 (n. 248 R.O. del 2009);

rilevato che in tale giudizio è intervenuta l’Associazione Radicale Certi Diritti, in persona del Segretario e legale rappresentante p.t., con atto depositato il 3 novembre 2009;

che nel medesimo giudizio sono intervenuti, con atto depositato il 25 febbraio 2010, i signori C. M. e G. V., P. G. B. e C. G. R., R. F. R. P. C. e R. Z., tutti di sesso maschile;

che né l’Associazione Radicale, né i signori di cui all’intervento in data 25 febbraio 2010 sono stati parti nel giudizio a quo;

che, per costante giurisprudenza di questa Corte, sono ammessi a intervenire nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale (oltre al Presidente del Consiglio dei Ministri e, nel caso di legge regionale, al Presidente della Giunta regionale), le sole parti del giudizio principale, mentre l’intervento di soggetti estranei a questo è ammissibile soltanto per i terzi titolari di un interesse qualificato, inerente in modo diretto ed immediato al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura (ex plurimis: ordinanza letta all’udienza del 31 marzo 2009, confermata con sentenza n. 151 del 2009; sentenze n. 94 del 2009, n. 96 del 2008, n. 245 del 2007; ordinanza n. 414 del 2007);

che l’ammissibilità dell’intervento ad opera di un terzo, titolare di un interesse soltanto analogo a quello dedotto nel giudizio principale contrasterebbe con il carattere incidentale del giudizio di legittimità costituzionale, in quanto l’accesso delle parti a detto giudizio avverrebbe senza la previa verifica della rilevanza e della non manifesta infondatezza della questione da parte del giudice a quo;

che, pertanto, sia l’intervento dell’Associazione Radicale Certi Diritti sia quello spiegato con l’atto depositato il 25 febbraio 2010 devono essere dichiarati inammissibili, indipendentemente dal carattere tardivo di quest’ultimo (ordinanza n. 119 del 2008).

per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara inammissibili gli interventi dell’Associazione Radicale Certi Diritti e dei signori C. M. e G. V., P. G. B. e C. G. R., R. F. R. P. C. e R. Z.

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Se il Vaticano confonde la pedofilia dei suoi preti con l’omosessualità

Se il Vaticano confonde la pedofilia dei suoi preti con l'omosessualità

Qualcuno dovrà fare da capro espiatorio. E se non qualcuno, una intera categoria di persone. Sembra pensarla così il cardinale, segretario di Stato vaticano, monsignor Tarcisio Bertone. La categoria da mettere sotto accusa, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, è quella degli omosessuali, ahinoi, rei di essere così sporcaccioni da infangare l’illibatezza dei minori, magari sotto talari spoglie. L’improbabile e antisociale equazione omosessualità uguale pedofilia, di oscurantista memoria, è tornata in auge per bocca di uno dei maggiori responsabili della gestione politica e religiosa dello Stato del Vaticano. Una facile equazione, quanto terribile e anacronistica. Pensavamo finora ad una Chiesa lontana e dimentica del suo periodo inquisitorio, e invece monsignor Bertone, ricaccia indietro nei secoli, una modernità e una realtà pare mai accettata da loro.

“È stato dimostrato da molti psicologi e psichiatri - dice il segretario di Stato Vaticano - che non c’è legame tra celibato e pedofilia. Abbiamo statistiche dell’Onu e dell’Unicef relative a migliaia di casi riguardanti tutte le categorie e che non parlano solo della Chiesa cattolica, perché - ha aggiunto - è una percentuale minima. È ora di finirla con questi attacchi sempre solo alla Chiesa cattolica. Molti altri studiosi hanno invece dimostrato un legame tra omosessualità e pedofilia”.

Scusi, Eminenza, quali altri studiosi, chi? Faccia i nomi per, quanto meno, dialogare con loro e constatare noi stessi come e dove poter estirpare questa insana equazione. La leggerezza, invece, con cui Ella afferma questo strano binomio, è a dir poco grave e anche pericoloso verso una categoria di persone di cui mi onoro far parte e alle quali mi unisce un forte legame di civiltà e di battaglie sui diritti civili che la sua Chiesa combatte a volte con incomprensibile ferocia.

Lei, Eminenza, non noi, è chiamata a rispondere di una parte, seppur minima, del suo clero che in decenni si è macchiato del terribile delitto di pedofilia, di aver allungato mani e libido su carni innocenti, su persone sordomute, su fanciulli e fanciulle che si son viste segnare la vita. La sua Chiesa è sotto accusa e poco vale, almeno nella dignità umana, difendersi attaccando altre persone, altri soggetti sociali. Poco interessano le percentuali e se altri, di altre religioni, hanno copiato i preti pedofili. Come Lei, sappiamo che, per parlare in termini religiosi, un peccato è un peccato e poco conta chi lo fa. Resta un peccato e, in campo giuridico, un reato. Se, come dicono in tanti, ci sono stati silenzi ed omissis, per anni, su coloro che vestivano abiti talari, celebravano cerimonie religiose e alzavano le mani verso innocenti creature, una Chiesa sana fa il suo mea culpa, si prende in pieno le proprie responsabilità e non va a infangare altri soggetti, come a dire: mal comune, mezzo gaudio!

Come Lei, pensiamo che la pedofilia sia un male che attraversa molte persone, persino la famiglia. Ci sono esseri che fanno turismo sessuale minorile; c’è chi abusa della propria figlia; la casistica, ahinoi, è lunga e disgustosa. Ma il “mal comune, mezzo gaudio” non perdona; non risolleva dalle responsabilità.

Credo, come Lei, monsignore, che sia giunta l’ora di fermare questi attacchi alla Sua Chiesa, ma la Sua Chiesa deve riconoscere quanto male si è consumato in decenni dentro le canoniche, negli istituti religiosi, nelle strutture create per accogliere pargoli per educarli a una vita civile e buona, non a essere abusati. Ci sono diocesi, che per questo, si son viste costrette a pagare con vil denaro, il silenzio degli innocenti; diocesi che si son piegate al crack finanziario per risarcire migliaia di vittime.

Dire che l’omosessualità è pietra di paragone della pedofilia, nonostante gli studiosi, è proferire una menzogna che, se detta da un anonimo la si lascia cadere con un pietoso sorrisino, ma detta da un capo del Vaticano rattrista ed è grave, come dice anche Franco Grillini:

“Gravissime le affermazioni del segretario di Stato vaticano Bertone per l’accostamento che fa tra omosessualità e pedofilia. Un accostamento del tutto destituito di fondamento, perché, come ognuno sa, i casi di pedofilia si concentrano soprattutto nelle strutture educative cattoliche e nella famiglia tradizionale, come dimostra il 90% dei casi giudiziari di violenza sui minori. Le dichiarazioni di Bertone la dicono lunga sullo stato dell’attuale disperazione vaticana, se sono costretti a buttare la croce sugli omosessuali che sono invece il gruppo umano meno coinvolto in assoluto in casi di pedofilia. La Chiesa cattolica, anziché buttare la croce addosso ad altri dovrebbe implorare il perdono per aver coperto per decenni, forse per secoli, quello che possiamo definire il più grande scandalo sessuale della storia dell’umanità”.

Allarmati, anche i sostenitori del Movimento cileno per le minoranze sessuali (Movikh):

“Bertone mente in modo palese ed inumano quando sostiene che ci sono studi che dimostrato l’esistenza di relazioni tra l’omosessualità e la pedofilia, mente, in quanto non c’è nessuna ricerca scientifica, seria e indipendente da tutte le correnti religiose, che indichi questo. Le affermazioni del cardinale sono provocatorie - aggiunge la nota - perché tendono ad attribuire responsabilità a persone con un orientamento sessuale diverso per i brutali casi di pedofilia commessi da sacertoti, utilizzando in modo immorale gli omosessuali come capro espiatorio”.

Non poteva mancare la nota di Arcigay:

L’equazione omosessualità-pedofilia, falsa, ignobile e anti-scientifica, è un’affermazione disonesta che colpisce la vita e la dignità di milioni di persone gay e lesbiche, confermando il cinismo, la mancanza di scrupoli e la crudeltà di quelle stesse gerarchie vaticane che hanno coperto per anni i crimini sessuali perpetrati in tutto il mondo da esponenti della chiesa contro la vita di migliaia di bambini e bambine innocenti.

Di quei corpi brutalmente violentati, di quell’infanzia e di quelle vite distrutte, la chiesa porta la piena e vergognosa responsabilità, e non sarà tentando di distogliere l’attenzione dalle sue stridenti contraddizioni e dalle sue omertà interne che potrà sottrarsi ad un giudizio severissimo per reati sessuali denunciati in tutto il mondo contro i preti pedofili.

Siamo davvero indignati per le parole che Bertone ha pronunciato in Cile: non tenti la chiesa di trasferire le sue colpe sulla pelle di altre persone innocenti, e pensi piuttosto ad interrogarsi sulla sua mancanza di umanità” - sottolinea Paolo Patanè, Presidente nazionale Arcigay.

Arcigay aveva scelto di non cavalcare l’orrore per lo scandalo raccapricciante degli innumerevoli abusi di sacerdoti cattolici su minori. Ammettiamo di avere sbagliato nel pensare che bastassero le migliaia di denuncie in tutto il mondo, perché le parole del segretario di stato vaticano confermano che questi uomini di chiesa non hanno ritegno ad offendere la buona fede di milioni di credenti, che dicono di rappresentare, affermando falsità che continuano ad uccidere la dignità di tanta gente e a generare violenza e discriminazione, anziché provare seriamente e con umiltà a riparare ai propri crimini. Di fronte a questa scandalosa mancanza di coscienza – conclude Patanè – “la denuncia di tutta la società civile deve essere durissima.

A prendere posizione anche il gruppo Nuova Proposta, donne e uomini omosessuali cristiani:

Il Gruppo “Nuova Proposta - donne e uomini omosessuali cristiani” esprime un profondo sconcerto di fronte alle parole del cardinal Tarcisio Bertone, giunte ieri da Santiago del Cile, in cui si è messa in relazione la pedofilia con l’omosessualità. In un momento in cui ci si aspetterebbe dalla Gerarchia Vaticana, e dalla Chiesa tutta, esclusivamente un atteggiamento di compassione nei confronti delle vittime dei sacerdoti pedofili, il cardinal Bertone non ha perso occasione per aggiungere danno al danno, ribadendo il concetto astruso e assolutamente infondato, di collegamento tra pedofilia e omosessualità. In questo modo non solo non ha risolto il problema delle vite dei piccoli devastati dagli abusi dei sacerdoti pedofili, ma ha altresì scaricato il fardello sulle spalle delle persone omosessuali che già sono vittime innocenti dello stigma e del pregiudizio della società. Al cardinal Bertone auspichiamo un sereno percorso di approfondimento della condizione omosessuale che lo spinga in futuro ad agire, nelle parole e nei fatti, in sequela dell’Amore di Cristo e non in contrapposizione, giacché non è frutto della misericordia utilizzare l’orientamento affettivo di alcune persone come “foglia di fico” per allontanare le responsabilità del Magistero Cattolico. Siamo convinti, infatti, che l a vera genesi della questione pedofilia tra i sacerdoti sia esclusivamente da attribuire alla cultura della repressione sessuale che ha provocato numerosi mostri tra cui si inseriscono a pieno titolo i sacerdoti pedofili.

Foto | Il Messaggero


Censimento coppie gay. L’Istat avrebbe dato un ok ma nessuno lo sa. Riunioni fatte e mai comunicate. Che c’è sotto?

31 marzo 2010 Redazione Nessun commento
Ammettiamolo è bizzarro quanto è successo oggi. Alle 15.30 del pomeriggio l’agenzia Gaynews24 in un suo lancio si chiedeva che fine avesse fatto la promessa del Presidente dell’Istat Enrico Giovannini di una risposta sul quesito posto all’ente da lui presieduto circa il conteggio nel prossimo censimento (del 2011, quello del 150° dell’Unità d’Italia) delle coppie [...]

Matrimoni gay. La Consulta rinvia a domani mattina. Cronaca di una giornata difficile


Tutto ha inizio intorno alle 11.00 di questa mattina, quando la Corte Costituzionale ha aperto la seduta pubblica per discutere sull’ammissibilità costituzionale del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Passano pochi minuti e la Corte si ritira in camera di Consiglio; deve decidere sull’ammissibilità dell’intervento delle coppie richiedenti e dell’Associazione Radicale Certi Diritti: in pratica sulla costituzionalità del matrimonio tra persone dello stesso sesso in Italia. Non impiegano molto e dopo circa quindici minuti di camera di Consiglio, la Corte ritiene inammissibile l’intervento. Si inizia a trepidare e qualcuno comincia a temere il peggio. Viene dichiarato inammissibile l’intervento in aula degli avvocati di Certi Diritti e di una coppia di fatto omosessuale.

Nel ricorso all’esame dei giudici si afferma che il divieto viola il principio costituzionale di uguaglianza tra cittadini ed è in contrasto con le norme europee in materia. Ne deriverebbe inoltre una “irragionevole disparità di trattamento” tra omosessuali e transessuali dal momento che a questi ultimi - dopo il cambiamento di sesso - è consentito il matrimonio tra persone del loro stesso sesso originario.

A costituirsi in giudizio per parte della Presidenza del Consiglio, è presente l’avvocatura di Stato che si batte per l’inammissibilità su tutti i fronti. Secondo quanto affermano davanti al giudizio della Consulta: si produrrebbe una “operazione di manipolatura del tessuto normativo” che compete al legislatore.

L’udienza dura alcune ore, poi la decisione: i giudici della Corte Costituzionale, sotto la presidenza di Francesco Amirante, si riuniranno in Camera di Consiglio alle 17.00. Ne usciranno con una sentenza. Intanto, alle 15.00 il Comitato nazionale per il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso Sì, lo voglio, indicono una Conferenza stampa , presso la Sala stampa della Camera dei deputati. Sono presenti: Imma Battaglia, Maurizio Cecconi
, Enzo Cucco, Paolo Patanè, Francesca Polo.

Alle 17.30 torna a riunirsi la Consulta, ma si capisce quasi subito che non ci sarà una sentenza in giornata. Intanto arrivano le prime dichiarazioni politiche.

Renata Polverini candidata Pdl alla presidenza della Regione Lazio:

“Io l’ho già detto alla base del matrimonio c’è la diversità tra i sessi. I diritti civili sono individuali e su quelli non discuto”

Emma Bonino candidata per il centrosinistra alla presidenza Lazio:

“Quello che dirà la Corte costituzionale sarà un vincolo per tutti, punto e basta. Proprio per questo esistono le istituzioni in un Paese democratico, e credo che queste siano le sentenze che vanno rispettate”.

Franco Grillini:

“Qualunque sia l’orientamento della Corte costituzionale sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, la discussione di oggi rappresenta un fatto di rilevanza storica perché‚ punta il dito su una discriminazione di fatto: da una parte cittadini che possono contrarre matrimonio, dall’altra cittadini che non possono contrarre matrimonio”

Carlo Giovanardi:

“La Consulta non può bocciare la Costituzione italiana. L’articolo 29 parla chiaro, la famiglia è una società naturale formata dal matrimonio. E la famiglia è costituita da un uomo e una donna, i nostri costituenti non avevano il minimo dubbio che il matrimonio fosse l’unione tra un uomo e una donna. Quindi mi aspetto che la Consulta bocci il ricorso”

Nella discussione intervengono anche i legali delle coppie che si sono rivolte ai tribunali prima e oggi alla Consulta. Chiare le tesi dell’avvocato Vittorio Angiolini:

“È discutibile che debba essere solo il legislatore a rilevare l’evoluzione sociale della famiglia, intesa come società naturale fondata sul matrimonio perché se può essere solo il legislatore, allora non avrebbe più significato parlare di società naturale. Inoltre, non c’è alcuna lesione di libertà altrui: né dei figli né di terzi. Sia dunque la Corte Costituzionale a prendere contezza che la società è cambiata”

Gli fa eco l’avvocato Vincenzo Zeno Zencovich:

“Non è il Parlamento ma la Corte Costituzionale a essere chiamata a riconoscere certi diritti. La Consulta spesso anticipa tali riconoscimenti ancor prima dell’intervento del legislatore come in passato è ad esempio avvenuto per la riforma del diritto di famiglia”

Domani, vedremo come finirà!

Foto | Corte Costituzionale


Scritte omofobe contro Franco Grillini. Il Movimento si mobilita


In un clima di campagna elettorale, tra i peggiori che ricordiamo, avvelenato e contumelico, si è consumato l’ennesimo atto di intimidazione omofoba, questa volta ai danni di Franco Grillini, candidato dell’Italia dei Valori nelle regioni di Emilia Romagna e Lombardia. L’esecrando atto è avvenuto in Lombardia dove il camion elettorale del candidato padre di innumerevoli battaglie per i diritti lgbt, è stato preso di mira da elementi che speriamo vengano presto scoperti. Durante la notte scorsa è stato seriamente danneggiato da ignoti uno dei due camion che per le vie di Milano trasporta la vela con il manifesto elettorale del candidato Idv Franco Grillini a Milano e provincia. Sono state tagliate quattro gomme ed è stato danneggiato lo sportello, tanto da impedire l’accesso al mezzo. Sul manifesto elettorale sono comparse le scritte: “frocio di merda vai a lavorare”, “w la figa”.

Un atto ignobile, più denigratorio e insulso perché rivolto ad una persona come Franco che conosciamo per il suo instancabile impegno civile, per le sue passate battaglie in Parlamento a favore delle coppie di fatto e contro ogni discriminazione; per questa sua nuova avventura politica che, se vinta come ci auguriamo, potrà portare nuove ventate di democrazia e di diritti nelle regioni in cui sarà eletto. Non solo volgari, quelle scritte che denunciamo un clima avvelenato, di disperata ignominia per coloro che lo hanno attuato, credendo di rendere più difficoltoso il percorso della campagna elettorale di Grillini, che così risponde agli ignoti omofobi:

“La violenza, l’omofobia e i soprusi sono odiosi sempre, ma lo sono ancora di più quando si cerca di alterare la dialettica democratica. Si tratta di un atto vigliacco e stupido di chi vuole impedire la campagna elettorale su Milano di un candidato fortemente caratterizzato sui temi dei diritti civili e di libertà. Mi sono candidato a Milano nelle liste dell’Idv per combattere lo strapotere clericale del ‘ventennio’ di Formigoni. Non sarà certo una vile intimidazione a fermare una campagna che porta avanti soprattutto ideali di libertà e laicità”.


Immediata la reazione delle organizzazioni lgbt, tra le prime Arcigay dove Grillini riveste la carica di presidente onorario:

“Esprimiamo la solidarietà di tutta Arcigay a Franco Grillini, nostro presidente onorario e candidato ai consigli regionali per IDV in Lombardia ed Emilia-Romagna per le vergognose scritte omofobe e i danneggiamenti subiti dalla sua vela con il manifesto elettorale la scorsa notte a Milano. Quello che è accaduto rappresenta un attacco gravissimo e vigliacco al coraggio della visibilità di un esponente politico che si è sempre battuto per i diritti civili delle persone omosessuali e per la laicità dello stato. – dichiara il presidente nazionale Arcigay Paolo Patanè – Questi gesti sono alimentati dal clima d’odio e di pregiudizio che in questi mesi in Italia colpisce chi si distacca da una presunta norma e non si allinea ad una società sempre più tradizionalista e ghettizzante.”

A Patanè fa eco Luca Trentini, segretario nazionale Arcigay:

“Tali aggressioni sono alimentate dalle dichiarazioni omofobe di una certa classe politica e dalle censure alla libertà di espressione da cui Grillini si è sempre distanziato, mettendosi in gioco in prima persona. Torniamo a chiedere un segnale forte dal nostro parlamento: l’estensione della Legge Mancino per tutti i reati d’odio basati sulla discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere, in modo da fermare una spirale che colpisce con insulti tutte le persone lgbt, fino a lasciare una scia di aggressioni violente e vittime innocenti”.

E’ davvero strano che l’episodio sia potuto accadere alla vigilia di un incontro (stasera alle 19.00), programmato da tempo, indetto da Arcilesbica Zami di confronto con i candidati alle regionali in Lombardia proprio sul tema delle politiche non discriminatorie e di inclusione delle minoranze.

Inutile dire che questi anni non fermeranno certo le battaglie che Grillini e il Movimento stanno portando avanti con convinzione e decisione. Vergognoso che un atto simile sia potuto accadere in una metropoli come Milano che ha la più vasta rappresentanza omosessuale, che arricchisce col suo lavoro il benessere di questa città.

A Franco Grillini, noi tutti di Queerblog e da parte dei nostri affettuosi lettori, esprimiamo convinta e piena solidarietà, sicuri che non sarà l’omofobia a vincere in questo Paese; sicuri che i tantissimi che hanno a cuore la democrazia e i diritti di tutti, difenderanno senza se e senza ma, le nostre libertà e i nostri desideri di democrazia. L’imbecille omofobia non potrà mai piegare una comunità come la nostra e la vittoria elettorale di Franco e degli altri candidati lgbt ce lo confermeranno. Buona campagna elettorale, Franco Grillini, buona campagna elettorale agli altri candidati lgbt. A voi tutti il nostro affettuoso grazie di riconoscenza e affetto.


Arcigay sulla sentenza della Corte di Cassazione: è reato dare del “gay” ad una persona.

17 marzo 2010 admin Nessun commento

Un’agenzia cattolica per le adozioni ha vinto il ricorso presentato all’Alta Corte contro la normativa anti-discriminazione che in Gran Bretagna attribuisce uguali diritti alle coppie omosessuali, rendendole potenzialmente in grado di adottare dei figli. “Catholic Care”, questo il nome dell’agenzia, si era appellata contro il rifiuto del tribunale di modificare la “ragione sociale” dell’ente, che vorrebbe limitare i propri servizi specificando di rivolgersi esclusivamente alle coppie eterosessuali.

La Chiesa Cattolica ha recentemente perso la sua battaglia contro l’approvazione della Sexual Orientation Regulations (SORs), la nuova normativa che obbliga gli Enti per le adozioni a considerare le coppie gay alla stregua delle etero. Alle agenzie cattoliche è stato garantito un periodo di transizione di 21 mesi per adeguarsi ai nuovi regolamenti e cinque di queste hanno interrotto i loro legami ufficiali con la Chiesa per rispettare i SORs. Altre hanno chiuso i battenti, decidendo di sbrigare solo le pratiche in corso. Catholic Care, delle diocesi di Leeds, Middlesbrough e Hallam nello Yorkshire del Sud, è l’ultima a resistere.

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Queerblog intervista Maura Chiulli, della Segreteria Nazionale Arcigay

17 marzo 2010 Robo Nessun commento

Queerblog intervista Maura Chiulli, della Segreteria Nazionale Arcigay, con delega alla Scuola, Giovani e Politiche di GenereMaura Chiulli, riminese, fa parte della nuova segreteria nazionale Arcigay e ha la delega alla scuola, ai giovani e alle politiche di genere. Conosciamo Maura come scrittrice – suo il bel romanzo lesbo Piacere Maria – ed è un vero piacere incontrarla in questa nuova veste istituzionale. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Maura in merito al suo incarico, alle sue speranze e ai suoi progetti futuri.

Domanda che potrebbe essere un titolo per un convegno: scuola e omosessualità - che fare/come fare?
Sono davvero onorata di questa grande responsabilità: la Scuola, un’agenzia formativa seconda solo alla famiglia. La formazione e l’educazione alla “diversità”, il lessico, la cultura, il riconoscimento e la comprensione dei generi, degli orientamenti sessuali, questi sono gli obbiettivi e le finalità dei tanti progetti realizzati da Arcigay nelle e per le Scuole, dal mio predecessore (egregio) Marco Coppola e da un gruppo folto di volontari. Proseguire sulla strada dell’informazione e della cultura è irrinunciabile.

A tuo modo di vedere quali sono le principali difficoltà che si incontrano nel presentare nelle scuole la realtà lgbtqqi?
La scuola non è che lo specchio giovane, e in questo senso forse il più pulito, della società nella quale viviamo. In essa si incontrano le culture e pulsioni diverse, sguardi ed età, colori e le lingue: la scuola è diversità, e questo dato intrinseco può solo facilitarci. Informare, parlare, raccontare, formare gli Insegnanti e i Presidi a fornire risposte coerenti e autorevoli ai ragazzi è tutto ciò che stiamo facendo.

Queerblog intervista Maura Chiulli, della Segreteria Nazionale Arcigay, con delega alla Scuola, Giovani e Politiche di GenereSi dice sempre che i giovani sono di mentalità più aperta. Eppure non è raro che molti giovani italiani siano omofobi: come te lo spieghi?
Credo che gli stereotipi siano sempre fuorvianti. I giovani sono l’estensione naturale delle proprie famiglie di origine, delle proprie relazioni, del microcosmo che abitano, della scuola, dunque l’omofobia può essere un atteggiamento violento appreso, sicuramente non innato. Altre volte quest’odio può essere originato da una propria posizione identitaria non accettata, sono infinite le possibilità. L’assenza di una cultura informante la prima.

Siamo bravi a delegare ad altri la risoluzione dei problemi. Nel caso dell’omofobia, secondo te, cosa può fare il singolo gay nella realtà in cui vive? Lamentarsi? Denunciare? Agire?
Mi piace questa provocazione e la accolgo. Il disimpegno è spiazzante e va trasformato: compito delle associazioni territoriali credo sia anche questo: attrarre le energie inespresse dai giovani. Molte donne lesbiche mi scrivono per chiedere aiuto, perché vogliono amarsi liberamente, perché le loro madri le odiano, perché a scuola le insultano. Io rispondo sempre che l’unica salvezza è l’impegno che scaturisce solo dalla piena conoscenza e accettazione di se stessi. Denunciare e rivolgersi a persone competenti è impegnarsi, amarsi.

Dal tuo punto di vista di donna, di scrittrice, di appartenente alla segreteria dell’Arcigay, come vedi il movimento gay italiano? Quali pregi? Quali difetti?
Ho creduto in un sogno: in un lavoro concertato e condiviso con il nuovo Presidente Paolo Patanè. Ho sentito la necessità di lavorare con lui sin dalla prima stesura della famosa Mozione Essere Futuro. È iniziato un nuovo corso, nel quale per esempio, si è riavviato con la forza di Agata Ruscica e la voglia di tanti/e volontari/e una rete “per le politiche di genere”. Venticinque anni di lavori: sono orgogliosa di essere in quest’Associazione, alla quale mi rivolsi anni fa, quando avevo tanta paura di sentire di essere lesbica. Dimenticavo: pregio, la democraticità, difetto, la burocratizzazione.

Il popolo lgtbqqi italiano tra vent’anni secondo Maura Chiulli
Il popolo lgbtq tra vent’anni… mi vedrà molto più vecchia e rugosa, ma sempre appassionata. Conquisteremo i diritti civili e i riconoscimenti sociali che meritiamo. Saremo liberi di essere. Naturalmente io avrò sposato la mia Giulia.

Il tuo impegno in seno all’Arcigay ti permette di scrivere ancora? Io aspetto con ansia un altro tuo romanzo…
Scrivere è il mio rifugio, la mia risposta delirante alla fatica del rigore quotidiano, il mio karma, la mia necessità vitale. Sono felice tu voglia ancora leggermi. Nell’ultimo periodo ho vinto un po’ di pubblicazioni importanti e a settembre uscirò con il mio ultimo romanzo, con una grossa casa Editrice, ma non chiedermi anticipazioni!

Dici qualcosa alle lettrici e ai lettori di Queerblog
Non professo la normalità, sono diversa e credo nell’onnipotenza dell’anima, nelle facoltà uniche dell’intelletto libero. Incatenati diamo il peggio di noi. Questo il mio pensiero ibrido e istantaneo alle lettrici e ai lettori di Queerblog.


La nuova dirigenza dell’Arcigay? In pratica la terza segreteria Mancuso. Il silenzio di Enrico Fusco.

15 marzo 2010 Redazione Nessun commento
Paolo Patanè, Paolo Ferigo, Luca Trentini E' stata tanta la 'cerimoniosità' alla prima seduta del Consiglio Nazionale dell'Arcigay tenutosi a Bologna nei giorni scorsi, tanto da essere degna di una commedia all'italiana. Sembrava la fotocopia di una famigliona meridionale tanto cerimoniosa quanto ipocrita alla ''Mine vaganti'' tanto per essere chiari (le conosco bene perchè me ne [...]

Napoli è sempre più emergenza Pride. Zaino e Mancuso o i presidenti fantasmi. Da commedia a farsa a tragedia.

11 marzo 2010 Redazione Nessun commento
Il sasso lanciato ieri nel pollaio ha sortito i suoi effetti e si stanno rivelando dei contorni inquietanti attorno al pride napoletano. E proprio in merito all’articolo di ieri abbiamo ricevuto qualche decina di email di protesta, alcune sdegnate, altre di insulti e minacce ma anche altre che ci mettevano al corrente delle manovre e [...]

E’ emergenza per il pride nazionale. L’Arcigay spaccata sulla sua gestione con Patanè che non decide.

9 marzo 2010 Redazione Nessun commento
C’è confusione a Napoli e dalla confusione si sta passando all’emergenza visti i tempi che si restringono sempre più. Il pride nazionale dell’Arcigay sta diventando giorno dopo giorno un vero e proprio ‘vulnus’ per l’associazione. Infatti non bastasse la poca simpatia e la molta diffidenza che c’e tra le associazioni Lgbtq locali, frutto di antiche [...]

Nuova segreteria nazionale per Arcigay e adesione al Comitato per il matrimonio gay

Sabato e domenica, a Bologna, sede nazionale di Arcigay, si è riunito il gotha dell’associazione lgbt che ha celebrato nelle settimane scorse il suo Congresso Nazionale a Perugia. È la prima riunione ufficiale dopo l’elezione del nuovo presidente e segretario nazionali. Il maggiore organo politico dell’Associazione dopo il Congresso, ha dibattuto le priorità per la prossima primavera, ricca di nuove battaglie per la richiesta di diritti. Prioritaria resta la battaglia sul matrimonio civile tra persone dello stesso sesso. Non la sola, certo, che impegnerà Arcigay e il resto del movimento lgbt italiano, ma il tema delle coppie omoparentali resta centrale e irrinunciabile al raggiungimento della piena eguaglianza giuridica e sociale di ogni cittadino.

Per questo, gli organi dirigenziali di Arcigay hanno deciso una piena adesione a tutte le iniziative promosse dal Comitato nazionale Sì, Lo Voglio. Una adesione quella di Arcigay parecchio importante e utile a farsi ascoltare dai media e soprattutto dai politici. Da qui al 23 del mese, giorno in cui la Consulta dirà la sua sul tema, movimenti e singoli cittadini dovranno e potranno fare molto per far sentire la loro voce e iniziare un nuovo percorso di solidarietà e democrazia per le coppie omosessuali. La questione riguarda tutti, anche coloro che del matrimonio non sanno che farsene.

Nella prima assise del Consiglio nazionale di Arcigay si è tornati a parlare del Gay Pride di Napoli, occasione di cultura e visibilità nella capitale del nostro meridione, ma anche di una importante iniziativa che si svolgerà nel prossimo luglio a Vienna, la Conferenza mondiale AIDS. Il movimento, si è scritto parecchie volte, deve trovare anche un nuovo volto che guardi oltre l’Italia, che sia in sinergia con le altre realtà europee ed estere. L’appoggio dell’Europa, sui temi a noi cari e assenti in patria, può essere importante e determinante.

Il Consiglio nazionale ha eletto la nuova Segreteria nazionale, organo esecutivo dell’associazione, che andrà ad affiancare nei progetti dei prossimi tre anni il presidente nazionale Paolo Patanè e il segretario nazionale Luca Trentini. Per la prima volta nella storia di Arcigay, la segreteria ha un’età media di trenta anni e vede la presenza di tre donne.

Gli otto componenti eletti sono:

  • Vincenzo Branà, 33 anni di Bologna, con delega all’Area Cultura e Attività Ricreative
  • Stefano Bucaioni, 29 anni di Perugia, Area Relazioni Internazionali
  • Maura Chiulli, 29 anni di Rimini, Aree Scuola, Giovani e Politiche di Genere
  • Marco Coppola, 25 anni di Verbania, Aree Territori e Formazione
  • Daniela Tomasino, 38 anni di Palermo, Aree Progetti e Lavoro,
  • Emiliano Zaino, 33 anni di Bologna, Area Rapporti con il movimento
  • Rebecca Zini, 24 anni di Milano, Aree Salute, Benessere e Sport
  • Federico Cerminara, 35 anni di Cosenza, Tesoriere nazionale

Il Consiglio nazionale si è inoltre dotato di una nuova figura di guida ed ha eletto un suo presidente: Paolo Ferigo, già presidente per nove anni di Arcigay Milano e componente della segreteria.

Non resta che augurare un buon lavoro a tutti, sperando che presto tutto il movimento omosessuale italiano riesca a parlare una lingua comune, che aggreghi il maggior numero di omosessuali intorno e che, finalmente, la politica si svegli e ci ascolti.


La campagna Arcigay per il matrimonio gay inizia da Bologna


matrimonio-gay-sulla-spiaggia-400Si è svolto ieri pomeriggio presso Palazzo D’Accursio nel capoluogo emiliano il Seminario formativo “Il diritto al matrimonio fra le persone dello stesso sesso”. L’iniziativa gratuita è stata promossa dall’Arcigay locale “Il Cassero” ed è stata patrocinata dal Comune di Bologna e dalla Regione Emilia Romagna, e ha visto susseguirsi gli interventi di due avvocati e un giudice emiliani; a chiusura della manifestazione c’è stato l’intervento del giurista e presidente nazionale Arcigay Paolo Patané. Il tutto moderato dall’avvocato Michele Giarratano. 

Il 23 marzo la Corte Costituzionale dovrà decidere sull’ammissibilità dell’ordinamento italiano circa la legittimità o meno dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Nel frattempo, come purtroppo ben sappiamo, il governo e il parlamento non muovono un dito in questa direzione. Sono anni che chiediamo a gran voce di sostenere il nostro diritto ad unirci come una qualsiasi coppia eterosessuale che si ama e decide di passare la vita insieme. Durante l’iniziativa bolognese è stato sottolineato che:

L’art. 29 della Costituzione riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il concetto di matrimonio dunque non può rimanere immutabile nel corso degli anni e rischia anzi di essere un istituto superato dall’evoluzione dei costumi e della società italiana;
secondo l’art. 2, che tutela i diritti inviolabili dell’uomo, questi ha il diritto di trarre giusta soddisfazione dalle formazioni sociali attraverso le quali svolgere la propria personalità;
l’art. 22 tutela i diritti civili;
l’art. 3 sancisce il principio di uguaglianza.
Vi è nell’ordinamento, tuttavia, una disparità di trattamento per alcuni cittadini, solo in virtù del loro orientamento sessuale.

Come si può leggere nel sito dell’associazione: “Arcigay lancia con l’evento di Bologna una nuova campagna, che durerà nei mesi, indipendentemente dall’esito del giudizio della Consulta, fatta di iniziative di formazione e sensibilizzazione in diverse città e azioni stampa per ribadire che il matrimonio civile è uno strumento fondamentale per garantire dignità, inclusione sociale e diritti alle famiglie omosessuali e per raggiungere l’obiettivo fondamentale della piena uguaglianza giuridica e sociale di ogni cittadino”.

La locandina dell’evento è consultabile a questo link: Locandina_Seminario_Matrimonio_Bologna_05_03_10.pdf

Via – arcigay


Arcigay. Aurelio Mancuso: “Parliamo con la Chiesa cattolica”

25 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

Passato il Congresso nazionale Arcigay di Perugia e passate le consegne al nuovo presidente Paolo Patanè, Aurelio Mancuso aveva una sola cosa in testa: raggiungere il suo compagno e stare qualche giorno in casa con lui a riposarsi e pensare a come continuare ad essere utile alla comunità LGBT. Il triennio da presidente, immagino, ha pesato molto con tutte le critiche e gli errori che hanno investito tutto il gruppo dirigente in Arcigay. Mancuso ora lancia una sfida, credo importante per tutti. In un editoriale che sarà pubblicato venerdì su Gli altri, l’ex presidente chiede a tutta la comunità omosessuale di aprire un tavolo di confronto con le gerarchie ecclesiastiche e i cattolici.

Non con il Vaticano – precisa Aurelio – ma con la chiesa, soggetto religioso e sociale che gioca un ruolo dirompente rispetto alla cultura politica del Paese. Dobbiamo muoverci. Non possiamo essere timorosi nel proporre una sfida positiva ai vertici della CEI e a tutta la chiesa, aprendo un confronto franco e diretto, magari partendo dalle considerazioni della Commissione di Bioetica dei Gesuiti pubblicate due estati fa dal mensile “Argomenti sociali”.

Su come possa avvenire questo confronto, Mancuso lo dice chiaramente: attraverso convegni, riflessioni, incontri fra le esperienze più avanzate della comunità lgbt e le gerarchie, le diocesi, gli ordini religiosi, le parrocchie. Certo i dubbi sono tanti sul se e come verrà accolta la proposta da parte dei cattolici e da parte del movimento LGBT. Gli scontri, in questi anni, sono stati duri, a volte feroci, da una parte e dall’altra. Ne è uscito sempre penalizzato il movimento che non possedeva armi di contrasto ai mille no della chiesa cattolica che abiura le coppie di fatto, la fecondazione assistita e tutti quei finti dogmi che sembrano essere stati creati per offendere la dignità e la cittadinanza degli omosessuali.

Potremmo provarci, ma la chiesa di oggi non è una chiesa del dialogo, della comprensione, dell’accoglienza. Si fissano regole cui sottostare, spesso senza discernere tra laicità dello Stato e religione. L’omosessuale casto è improponibile, come è improponibile il silenzio della chiesa sui preti pedofili, la cacciata dei sacerdoti omosessuali, l’avversione su tanti fronti verso le comunità cristiane lgbt. Ci potrà essere una piccola parte di questa chiesa disposta a dialogare; quella stessa che quotidianamente vive la strada e i problemi della gente. Ma arrivati agli alti comandi, le orecchie si fanno sorde e le imposizioni categoriche. Se l’omosessuale vuole stare con la chiesa dovrà rinunciare a molte sue prerogative di vita e di affetto; dimentichi tante battaglie da tradurre in diritti.

Nonostante ogni altra considerazione, l’idea di Aurelio Mancuso va perseguita, probabilmente qualcuno la ascolterà con cristiana pazienza; qualche altro reciterà frasi occasionali che serviranno al momento non certo al confronto.

“Può essere una grande occasione - scrive Aurelio - a un confronto non sul terreno teologico, ma sul reciproco riconoscimento di essere attori sociali. È una proposta scandalosa? Bene!”

Nell’editoriale parla anche della questione politica, partendo dallo “scandalo” Luxuria che si è detta disposta a candidarsi con il centrodestra (anche se poi la questione non sta proprio in questi termini).

Mancuso, ricorda che la politica va visitata a 360 gradi, visto che negli anni di governo del centrosinistra poco e nula è accaduto in termini di diritti lgbt. Nessun tradimento, come ha chiosato immediatamente qualcuno, e poi, è la riflessione dell’ex presidente di Arcigay:

“Nel movimento se non sei di sinistra sei guardato con sospetto. Gli omosessuali in Italia, dice Aurelio, si comportano allo stesso modo del resto della popolazione, quindi votano per un buon 50 per cento per la destra”.

Beh, insomma, Aurelio, proprio il 50 per cento, non credo proprio.

Foto | Gay.tv


Congresso Nazionale Arcigay e dintorni. Intervista esclusiva a Franco Grillini

16 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

Congresso Nazionale Arcigay. Queerblog intervista Franco GrilliniFranco, che significato politico e associativo diamo a questi 25 anni di vita di Arcigay?
Innanzitutto dobbiamo dare una collocazione precisa sulle date e sugli anniversari. In realtà, noi avremmo dovuto celebrare il trentesimo anniversario di Arcigay.

Un po’ i conti anche a me non tornavano.
Infatti il primo circolo dell’Arcigay nasce a Palermo nel dicembre dell’80; quindi, come mi fai notare anche tu, c’è un doppio anniversario che è il 25° della nascita di Arcigay nazionale; l’organizzazione strutturata a livello nazionale. Viceversa, per i cinque anni precedenti - qui ti parlo del 1985 - erano esistiti 4, 5, 6, forse addirittura 7 circoli dell’Arcigay. In questo Giampaolo Silvestri te lo può confermare perché c’era prima di me. Tra l’altro è lui l’inventore del simbolo di Arcigay, il Pegaso, quindi stiamo parlando dei “preliminari” dell’associazione. Nell’84 io proposi l’entrismo.

Fino ad allora, scusami, erano situazioni locali.
Sì. Esistevano circoli Arcigay a Brescia, Venezia, a Roma, a Palermo e via dicendo. Già nell’84 il circolo di Palermo non esisteva più, perché come tu ben sai, in quegli anni c’era una volatilità; era difficile organizzarsi. Non è come ora che hai le sedi, i finanziamenti pubblici, spesso si viene finanziati dal circuito ricreativo e quindi i circoli hanno una certa stabilità, sia come struttura che come dirigenti. Allora era tutto volontariato puro; se uno, ad esempio, doveva cambiare città, si chiudeva il circolo venendo a mancare la leadership. Sostanzialmente le cose andavano così.

Franco Grillini e Giampaolo Silvestri

Quindi fosti tu ad attuare l’entrismo.
Nell’84 proposi a tutti di dar vita ad Arcigay nazionale; vale a dire a tutti i circoli che esistevano in Italia e chiesi loro di entrare nell’Arci.

Perché tu eri in Arci?
Io la tessera Arci l’avevo da un pezzo. Son bolognese, vuoi che non avessi la tessera dell’Arci? Però l’idea di entrare in una organizzazione più grande già molto nota, perché l’Arci era la più grande organizzazione ricreativa e culturale italiana, di sinistra; di colpo ci faceva dare: sedi, strutture, notorietà e dignità politica. Infatti, quando facemmo il Congresso, nell’85, di fondazione, diventammo immediatamente un interlocutore sia per i media che per la politica.

Un passo da giganti
Se tu vai a vedere la rassegna stampa tra l’84, quando Arcigay nazionale non esisteva, e l’85 quando fondammo l’Arcigay nazionale, a Bologna esiste un metro di rassegna stampa. Quindi quella scelta fu azzeccata. E lì, devo dire, avvenne una cosa quasi magica: tutti i gruppi esistenti allora, tranne i torinesi del Fuori, entrarono in Arcigay. Anche il Mieli di Roma entrò con un escamotage di fare un gruppo di iscritti all’Arcigay dentro il Circolo Mario Mieli. Infatti, poi, un suo rappresentante, Vanni Piccolo, entrò nella segreteria fino al 1990.

Torniamo così all’inizio. Perché sono importanti questi 25 anni di Arcigay?
Sono importanti perché sono un quarto di secolo. Quando un’organizzazione vive per un quarto di secolo, o per 30 anni, vuol dire che questa organizzazione non solo è riuscita a stare in piedi, ma ha inciso profondamente nel tessuto politico e culturale del Paese. Nel mio intervento qui a Perugia ho citato una delle tante cose che sono cambiate. Per esempio nella destra, alcuni protagonisti come Fini, hanno avuto un cambiamento spettacolare verso di noi, ricevendo una delegazione LGBT da presidente della Camera, cambiando radicalmente prospettiva, modo di fare e agire; rendendosi conto che una destra se non è liberale e democratica, non può esistere in una Europa che ha integrato i diritti LGBT.

Quindi anche la politica cambia. Ma sui diritti, sulle passioni verso il centrosinistra governativo, i risultati, ci sono sempre delusioni che restano.
Io contesto radicalmente chi dice: “Non abbiamo portato niente a casa”. C’è una sorta di nouvelle vague, soprattutto di chi non conosce la storia passata; noi che siamo un po’ anzianotti abbiamo l’abitudine, giustamente, di rivendicare e di dare valore a quella che è stata la nostra esistenza, la nostra militanza. Si pensa agli altri che hanno portato a casa il matrimonio e, quindi per noi è stato un fallimento. In realtà non pensano che la nostra è la situazione più difficile in Europa perché abbiamo il macigno del Vaticano. Noi siamo stati protagonisti di una autentica rivoluzione culturale, pensando a quello che accadeva negli anni ‘80 contro di noi.

Però è innegabile che non abbiamo diritti legislativi.
Intanto non è vero che in campo giuridico siamo all’anno zero. La battaglia politica, ad esempio, sull’asilo politico ai gay, grazie anche alla capacità politica di Giampaolo Silvestri, di portare a casa una mediazione importante, è un fatto. Storicamente noi avevamo 3 obiettivi legislativi: il riconoscimento delle coppie omosessuali; estensione della legge Mancino e asilo politico. Il terzo punto lo abbiamo portato a casa anche se viene dimenticato da tutti. Sono tanti gli omosessuali stranieri che hanno avuto asilo politico da noi. Non solo, esiste una legge contro la discriminazione degli omosessuali nei posti di lavoro. Delle cose le abbiamo fatte, altro che il nulla. C’è stata un’apertura legislativa!

Franco Grillini durante il congresso Arcigay di PerugiaÈ stata percepita poco, anche se devo darti atto che dici cose che io stesso dimenticavo.
Ma pensa al riconoscimento del vitalizio dato ad Aldo Braibanti, che è una cosa per il quale io mi sono battuto con tutte le mie forze. E quello è un risultato che abbiamo portato a casa. Il più importante caso di omofobia giudiziaria del dopoguerra e il governo Prodi gli ha riconosciuto il vitalizio ed è stato uno dei grandi risarcimenti della storia di una amministrazione pubblica contro l’omofobia passata. Quello è stato un errore giudiziario clamoroso, tanto che la Corte Costituzionale ha poi abolito il reato per cui Braibanti si è fatto svariati anni di galera. Il punto è che noi non siamo in grado di valorizzare le conquiste che facciamo. Insomma, diamoci valore.

Probabilmente la comunità percepisce solo certi temi.
Certo, non abbiamo portato a casa quelli che erano gli elementi fondamentali della nostra richiesta giuridica; però è sbagliato far coincidere vittorie e sconfitte, sulla base delle leggi che si portano a casa perché nel frattempo c’è tutta la società che sta cambiando grazie al nostro lavoro. Poi, purtroppo, la maggioranza parlamentare non è nella nostra disponibilità. Se l’Arcigay e il movimento LGBT in Italia fosse in grado di determinare le maggioranze parlamentari, probabilmente potremmo aspirare alla presidenza del Consiglio o quella della Repubblica. Da noi c’è un problema che tendiamo a dimenticare: dal 1982 non c’è più la maggioranza laica in Parlamento, per una serie infinita di ragioni, ma non c’è!

Arcigay di cosa necessita oggi?
C’è stata una caduta di autorevolezza dell’associazione. Mentre Arcigay continua ad essere l’associazione più nota; oserei definire Arcigay come una sigla di patrimonio pubblico, e quindi, anche hi non appartiene ad Arcigay deve preoccuparsi del fatto che stia in piedi e funzioni, perché è una rete di 50 circoli politici, 75 circoli ricreativi, e se questo non è un patrimonio… Se Arcigay non va bene, è un problema per tutti, perché è ‘unica associazione che ha una ramificazione su tutto il territorio nazionale. Rifarne una nuova è oggi impossibile. Io, personalmente, non ho condiviso le scelte fatte negli ultimi tre anni; c’è stata una gestione non collegiale; c’è stato un tentativo di far fuori tutte le forze migliori; non ho condiviso l’abbandono della battaglia sul Pacs; non ho condiviso delle parole d’ordine che mi sono sembrate off topic rispetto alle cose che dovremmo fare. Tutti questi errori ci hanno portato ad una situazione di stallo, tanto che di questo Congresso, nonostante ci sia una marea di gente, una presenza importante di noi tutti, i giornali non ne parlano affatto. Ormai sono in dissenso con l’associazione che ho contribuito a fondare. Spero che la nuova direzione che uscirà da questo Congresso sia in grado di rilanciare Arcigay che ha avuto momenti di gloria su certe battaglie.

Vanno riprese delle battaglie?
Sì, il Pacs ad esempio, che deve tornare ad essere uno degli obiettivi dell’associazione.

Ma Arcigay ora si batte per il matrimonio civile.
Io sono per il pluralismo degli istituti giuridici. Noi dobbiamo rivendicare intanto l’uguaglianza formale, quindi il diritto di accesso di tutti gli omosessuali agli istituti giuridici esistenti e allo stesso tempo l’esistenza di altri istituti giuridici, perché il matrimonio è un istituto molto impegnativo, molto invadente: regola tutti gli aspetti della vita di coppia. Se uno vuole invece un istituto diverso, magari per comodità, anche se poi il Pacs è un istituto rivoluzionario perché riconosce una cosa che non riconosce il matrimonio, la validità del legame affettivo anche di due persone che non coabitano; perché dobbiamo limitarci al riconoscimento dei conviventi? Anche due persone che si amano e non vivono insieme, non sono due persone che si aiutano in caso di bisogno? Forse, se noi diciamo pluralismo, qualcosa a casa riusciamo a portarla.

C’è diaspora nel movimento. Quale rapporto costruire con le altre organizzazioni?
Dobbiamo avere meno superbia e molta più umiltà da parte di Arcigay.

Al di là dei tuoi futuri impegni politici continuerai a stare in Arcigay. A seguirla?
Assolutamente sì. Io sto nei partiti per fare gli interessi del movimento, non viceversa.

Questo tuo nuovo ingresso nell’Italia dei Valori? Non credi più nella sinistra?
Intanto l’Idv si colloca nel campo della sinistra. La svolta di Di Pietro e del gruppo dirigente del’Italia dei Valori, da questo punto di vista mi pare netta. Se pensi che è stato messo, come responsabile del lavoro uno come Zipponi che faceva il responsabile del lavoro di Rifondazione Comunista, e considerato che la questione del lavoro è una delle questioni centrali: lavoro e diritti. Se tu, in due settori così rilevanti, ci metti due persone come Zipponi e Grillini, vuol dire che la svolta a sinistra è proprio marcata.

Ricordiamo che tu sei responsabile dei diritti civili nell’Idv.
Sì. Ultimamente, poi, buona parte della politica viene rubricata sotto la dicitura dei diritti civili e, sicuramente, l’elemento centrale di scontro con la chiesa cattolica è rubricato sotto la voce diritti civili. Quindi la svolta a sinistra c’è: sia nei programmi che negli uomini. Io ero un dirigente dei Ds e, secondo me, è stata un’idiozia sciogliere quel partito; tant’è che tutte le motivazioni di chi era contrario allo scioglimento di quel partito, si sono verificate puntualmente: le difficoltà che ha oggi il Pd stanno nelle critiche che chi, come me, non voleva la costruzione di quel partito, aveva detto che era un partito senza identità, senza anima. Dopo quello scioglimento, un po’ mi hanno preso in giro perché ho saltellato da un partito all’altro; però ho cercato di inseguire con coerenza, la laicità nelle formazioni politiche fuori dai Ds. Inseguendo la laicità son finito con i socialisti prima e ora con l’Idv. Nell’Idv si è aperto uno spazio e noi dobbiamo dialogare con questo partito, perché essere sostenuti da partiti anche grandi è un elemento fondamentale. In Parlamento, sono i partiti che votano le nostre cose.

Perché questa tua candidatura in una Regione così importante come l’Emilia Romagna?
Sarebbe bello, tra le altre cose, che la città di Bologna, la sua provincia, portasse nella Regione Emilia Romagna, nell’elezione del 28 e 29 marzo quello che ha fondato l’associazione Arcigay. Quindi, se l’elettorato vorrà, ci sarà questo risultato. La Regione è molto importante perché gestisce la sanità. Noi a Bologna e regione abbiamo fatto una battaglia che vorremmo estendere a tutto il territorio nazionale. Uno degli obiettivi è il consultorio autogestito, perché le persone non fanno il test, non vogliono essere riconosciuti. Allora dobbiamo essere noi ad aiutare queste persone. Se ci riusciamo in Emilia Romagna, probabilmente, riusciremo ad esportare nel resto del territorio questo tipo di intervento. Uno dei punti che mi è piaciuto nella relazione di Patanè è che Arcigay deve entrare a gamba tesa in uno dei settori che non è riuscito mai ad occuparsi: quello dell’assistenza alle persone. Alle associazioni omosessuali arrivano delle domande alle quali le associazioni non sono in grado di dare una risposta. Quando uno dice: mi sento solo, sono senza una casa, sto male, le associazioni devono poter dare una risposta. Altrimenti sono inutili; devono servire alla comunità. Se non riescono in questi intenti, sono inutili; vanno sciolte.

Un compito necessario e importante per Arcigay.
Il futuro dell’Arcigay si deve misurare anche in questo. Per questo io dico, è sbagliato identificare il successo o l’insuccesso di una associazione sulla base delle leggi che porta a casa. Il successo o l’insuccesso si deve calcolare soprattutto sulla quantità di servizi che noi dobbiamo riuscire ad implementare per la comunità. Poi, dobbiamo batterci per la laicità, per far tornare la laicità in Parlamento. L’Arcigay del futuro si giocherà la sua rilevanza, la sua importanza, e la sua utilità, aiutando il territorio; mettendo in atto i servizi. Quindi, la parola d’ordine è: servizi, servizi, e ancora servizi.

Buona campagna elettorale, Franco.
Grazie e speriamo tutti in una società migliore, anche col vostro e nostro aiuto.


Paolo Patanè. Intervista esclusiva al nuovo presidente nazionale di Arcigay

15 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

Arcigay, da oggi, apre una nuova pagina della sua storia, concluso il Congresso Nazionale di Perugia. Paolo Patanè traghetterà l’associazione fino al prossimo congresso insieme al nuovo segretario e alle nuove dirigenze che rappresenteranno Arcigay nel territorio. Probabilmente, a molti che non conoscono l’impegno militante, o chiosano su Arcigay per pura spura personale, Arcigay rappresenta il potere litigioso, la rappresentazione del nulla. Con i suoi peccati e le sue reali battaglie, l’organizzazione nata da una costola di Arci, è, nonostante tutti i limiti, una realtà che incide sul tessuto sociale e sulle battaglie passate e future. Senza di essa, senza i militanti di area Arcigay e delle altre associazioni, oggi potremmo biasimare meno il lavoro altrui, impegnati come saremmo, a scansare i tanti pericoli e le tante acrimonie che la realtà ci butterebbe addosso. Se le organizzazioni LGBT saranno forti col nostro appoggio, le vittorie saranno sicure. Altrimenti il lamento diventa un esercizio inutile e anche fastidioso.

Paolo, gli auguri miei personali e quelli di Queerblog, per questa tuo nuovo, importante, incarico. Da oggi, quale dovrà essere il primo impegno di Arcigay?
Grazie a te e a Queerblog per gli auguri che servono sempre. Il primo impegno sicuramente è un impegno morale verso questa associazione che ha vissuto un congresso molto complesso, ed è inutile nasconderselo. E che adesso ha bisogno di capire che la fase del confronto tra due mozioni diverse è un fatto inedito per la nostra storia. Questo ha creato un grande disorientamento in una associazione impreparata a questo tipo di confronti congressuali. Il primo impegno è dimostrare a noi stessi che confrontarsi tra due mozioni non significa spaccare l’associazione. Significa sottoporla ad un processo a un processo di crescita democratica. Dopodiché, chi amministra l’associazione di dialogo deve farlo per tutta l’associazione, non per una parte.

Un impegno e un intento importante visto come, a volte, questo Congresso non è riuscito a trovare convergenze comuni. Ma poi?
Quello detto prima è il primo impegno, importante. Sul piano politico, ovviamente, i nodi sono tantissimi; ci sono delle urgenze: attendiamo questa sentenza della Corte Costituzionale del 23 marzo (sulle istanze presentate da alcune coppie di fatto ndr.) e rispetto a questo bisogna immediatamente trovare un tavolo di incontro con le altre associazioni; immaginare delle iniziative e preparare anche la reazione del movimento a quella che sarà la sentenza della Corte. Qualunque essa sia; molto serenamente, consapevoli del fatto che, quando anche sarebbe negativa, non sarà la pietra tombale di nulla.

Con il gruppo della mozione minoritaria riuscirete a ricomporre un dialogo che serve a voi, a loro, a coloro che si sono allontanati come militanza dai movimenti e dalle battaglie per i diritti civili?
Con la cosiddetta “mozione minoritaria”, certamente, il dialogo è imprescindibile. Lo dicevo prima: noi dobbiamo ricostruire l’immagine di questa associazione come una entità unica in cui c’è una diversità di posizioni. Avere posizioni diverse non significa necessariamente che l’associazione sia necessariamente spaccata. Si deve superare quest’idea. È evidente che c’è un percorso da fare di dialogo, sicuramente interno, ma anche esterno. Questi conflitti sono stati, purtroppo, conflitti che hanno attraversato la dirigenza dell’associazione. Adesso noi dobbiamo, in qualche modo, rasserenare tutti, ricoinvolgere le socie e i soci e trasmettere l’idea che in Arcigay si sta per una grande passione.

Con le altre forme di associazionismo, con le altre sigle LGBT, riuscirete a trovare punti di incontro per scopi e battaglie comuni?
Questo come ben sai, visto che hai seguito in tutte le sue forme questo congresso, è uno dei nostri scopi principali. Per due buone ragioni, perché, noi abbiamo avuto occasione di dirlo in diverse occasioni, il fatto di non essere soli, di non essere la sola associazione l’interno del movimento è assolutamente un vantaggio non un problema. Io credo che Arcigay debba relazionarsi con le altre associazioni partendo da un principio: non dobbiamo fare tutti la stessa cosa; quello che conta è il comune obiettivo; poi ognuno ha la sua storia, i suoi percorsi, i suoi approcci, i suoi metodi, ed è persino una fortuna che sia così! Che tutti facciano la stessa cosa non è opportuno e non è utile, non è vantaggioso. È molto più interessante che i vada verso un’unica finalità, con modalità differenti.

Manderete avanti il progetto di confederazione?
Sicuramente sì. Sono anche dell’idea che lo si debba allargare e che il movimento debba cominciare a condividere dei temi specifici su cui imparare a coordinarsi, perché è questo che facilita la determinazione di un metodo, di una condivisione, di un criterio e che permette poi, concretamente, di proporsi come entità più unitaria possibile. Professare però l’unità in maniera astratta senza cimentarsi con delle situazioni e circostanze concrete, significa fare un discorso che rimane fine a se stesso. Incontrarsi un po’ più spesso, non basta una sola volta all’anno, perché quello produce poi una pletora di discorsi improduttivi. Bisogna cominciare a individuare dei gruppi di lavoro comuni. Vedremo quale sarà la disponibilità degli altri. Arcigay si vuole proporre come promotrice di questa unità.

Si può studiare una struttura dove le varie realtà dell’associazione portino avanti linguaggi e rivendicazioni comuni; che sia coesa nel momento in cui si va a dialogare con i legislatori?
Io penso proprio di sì. Guarda, noi siamo insufficienti, singolarmente, al di là delle dimensioni dell’articolazione territoriale che Arcigay può avere; su certi temi, se non si trova una strategia coordinata, che sia sull’omofobia, che sia su tutta la piattaforma rivendicativa che attiene il matrimonio civile, la diversificazione degli istituti famigliari, sull’omogenitorialità; che sia anche sulla questione dell’imminente sentenza della Corte Costituzionale. Insomma, se non si trovano dei tavoli coordinati, noi continueremo ad andare avanti con una serie di buone o discrete iniziative scollegate, che ciascuno assume legittimamente, ma che alla fine non sono utili. La società, i nostri interlocutori politici, non ha la percezione dio una strategia coordinata.

In questo senso, quale strategia si potrà mettere in campo per dialogare con quella politica, di destra e di sinistra, che potrebbe dovrebbe darci risultati concreti in termini legislativi?
È inutile prendersi in giro. Questa è una fase difficile; c’è un male della politica italiana nel quale anche noi siamo scivolati: quello della trappola delle fasi elettorali. Il sistema dei partiti si rivolge ai cittadini normalmente quando, nelle fasi elettorali, ha bisogno di ricevere un voto. Quella è la fase meno indicata per dialogare con la politica. Con la politica si dialoga a 360 gradi in tutti gli altri momenti. L’azione politica non può essere fatta solo nelle fasi elettorali, sarebbe veramente troppo poco. Cominciamo a preoccuparci di costruire la nostra agenda politica, non andiamo a pensare all’agenda politica dei partiti. Sicuramente capiremo che l’agenda politica di una associazione comporta l’individuazione di azioni che sono diverse da quelle che possono portare avanti i partiti. I partiti è logico che medino; una associazione sui diritti, non può mediare, perché i diritti devono essere presentati con una patente di insindacabilità, di non negoziabilità. Cominciamo a crearci una nostra identità politica come associazione, a consolidarla. Questo determina la nostra agenda politica.

Ci vuole, mi sembra di capire, un nuovo incontro con la politica e con la società.
Perfetto. Arcigay ha bisogno di mostrarsi un po’ più palpabile nella società. Non lo si è solo con le manifestazioni; si diventa papabili quando la società ti vede e con delle campagne che ti riportino a comunicare con la società civile che, per esempio, riaffermino la nostra identità di famiglie. Ti vede quando tu cominci a creare dei luoghi che con la loro stessa esistenza, segnalano l’insufficienza della politica: centri antiviolenza, comunità, cooperative sociali. I luoghi fisici sono luoghi che testimoniano la presenza di una associazione nella società; la capacità di quella associazione di offrire dei servizi e l’insufficienza dello Stato rispetto a certi temi. È una base forte su cui dialogare. Poi, essere contro la dipendenza dai partiti non significa non avere relazioni con i partiti. I Partiti sono degli interlocutori come tutti ma noi non dobbiamo inseguirli, ci vengano a cercare loro. Dopodiché, non si media per carriere personali, non si media per soluzioni e interessi privati. L’Associazione lavora solo ed esclusivamente per i diritti delle persone LGBT, che siano di Arcigay o no.

Ci vuole, anche in questo, un rafforzamento dell’associazione nel territorio?
Certo. Necessitiamo di un rafforzamento e di una articolazione territoriale, che pure si è raddoppiata negli ultimi cinque anni. Però necessitiamo di riempire di senso politico e strategico questa articolazione territoriale. Noi, poi, abbiamo una articolazione di circoli affiliati, importante, che sono delle tribune eccezionali, sicuramente da rivalutare, perché in quei luoghi si intercetta una parte della popolazione LGBT vastissima che non è interessata ai temi politici. Dobbiamo invertire questo trend! La nostra presenza deve risolvere i problemi, affrontare quelli che esistono, dia accoglienza e assistenza; sia una dimostrazione concreta della capacità sociale di questa nostra organizzazione: di dare delle risposte, di farsi carico di temi che però, attenzione, l’associazione non può porsi come solutrice totale, ma che segnalino l’insufficienza, la disattenzione, l’indifferenza delle istituzioni rispetto a certe cose. Penso all’assistenza alle persone sieropositive, un problema che ha una centralità assoluta.

Ai ragazzi che scappano o vengono buttati fuori di casa a causa della loro omosessualità; al bullismo dentro e fuori la scuola…
Questi sono temi che dobbiamo approfondire con tutti. C’è anche il problema delle transessuali con cui dobbiamo discutere e affrontare i loro problemi. A come fare in questo momento in cui nel paese c’è un’ondata di transfobia agghiacciante, terribile.

Tanti impegni, insomma, dentro e fuori Arcigay.
Questa associazione ha fatto i venticinque anni come associazione nazionale, anche questo è un aspetto su cui riflettere. Noi, effettivamente paghiamo, in modo reale, l’assenza di una comunità che c’è ma non si è consolidata. Abbiamo bisogno di fare un investimento su questo, e anche culturale. Una comunità si consolida quando si percepisce; che ha un passato. Troppa parte del mondo LGBT non ha la più pallida idea del suo passato; forse anche noi siamo stati carenti in questo. Trent’anni fa, due ragazzi, in Sicilia morirono, assassinati o suicidi, non si è mai saputo (il caso Giarre ndr.). Da questa violenza subìta è nato praticamente tutto. Allora, la rivoluzionarietà, non solo del rapporto omosessuale, della relazione affettiva omosessuale. Questa è una cosa su cui dobbiamo tornare a lavorare per restituire a questa comunità degli eroi in cui riconoscersi. Una comunità si costruisce anche così.


Paolo Patanè. Arcigay ha un nuovo presidente. Da un presidente-poeta a un presidente-fruttarolo.

15 febbraio 2010 Redazione Nessun commento
E così ieri si è consumato nella patria dei baci perugina il XIII^ Congresso Nazionale dell’Arcigay, definito da qualche fanatico bombardone propagandistico il “più importante appuntameto democratico e partecipativo dell’associazione”. E dopo il presidente-poeta, Aurelio Mancuso indaffarato nella ricerca di un sicuro ospizio, all’Arcigay Nazionale approda e dopo solo quattro anni di militanza, il presidente-fruttarolo, [...]

XIII Congresso Nazionale. Paolo Patanè, nuovo presidente di Arcigay

14 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

XIII Congresso Nazionale. Paolo Patanè, nuovo presidente di Arcigay

Paolo Patanè è il nuovo presidente nazionale di Arcigay. Segretario nazionale, in vece di Riccardo Gottardi è stato eletto Luca Trentini. Con loro si sono rinnovati anche gli altri organi direttivi e collegiali dell’associazione. Nulla di nuovo, quindi sotto il bel cielo freddo primaverile di Perugia. La mozione che portava le prime firme del neo presidente e del neo segretario nazionali, Fare Futuro, aveva una tale pletora di appoggio e consensi da non lasciare nessuna p0ssibilità di rivalsa della mozione concorrente.

Per tutta la giornata e la notte inoltrata scorsa, sono proseguite nel loro lavoro le varie commissioni che hanno fatto alcuni cambiamenti allo Statuto e si sono impegnate nelle varie discussioni e iniziative da prendere, sulla scuola, i giovani e altri temi che impegnerà Arcigay nei prossimi anni. Come è nelle corde di qualsivoglia Congresso, le diaspore non sono mancate; qualche incomprensione ha fatto temere il peggio, finché la saggezza di tutti non ha portato alla mediazione e a un riconosciuto risultato.

Stamane, una delle questioni che è riuscita a paralizzare il congresso ha riguardato proprio il presidente nazionale uscente, Aurelio Mancuso. Farlo o no, presidente onorario di Arcigay? In fondo, sussurravano in molti in sala, la cosa era toccata a Franco Grillini primi, e a Sergio Lo Giudice poi. Perché non Mancuso? La domanda per molti era ovvia, per altri no.

Così, a disputa non risolta, dalla presidenza prende la parola Aurelio Mancuso. Ha già gli occhi lucidi e le parole gli si smorzano in gola:

“È una questione che non mi interessa spero comunque la risolviate. Credo che a questo punto, da bravo militante, io debba abbandonare la presidenza per fare posto alla nuova dirigenza. Sono stati anni di dure battaglie, forse qualche cosa di buono abbiamo fatto; certamente abbiamo condotte battaglie che hanno dato risultati. Esco da questa sala con la convinzione di aver fatto il bene di Arcigay; di aver aiutato l’associazione. Ringrazio coloro che mi sono stati al fianco in questi anni, dai dirigenti all’ultimo della base di Arcigay. Grazie di cuore a tutti e che Arcigay possa continuare nel proprio cammino, aiutando tutte le persone LGBT che chiedono il nostro aiuto. Grazie a tutti”.

I delegati restano in piedi a salutarlo. Ci vuole anche questo in un Congresso Arcigay, un po’ di commozione.

Ora tocca alla nuova dirigenza, a Patanè, a Trentini. Tornate a fare grande Arcigay, senza dimenticare coloro che vi hanno preceduto. Buon lavoro.


Arcigay. Si è chiuso il congresso invocando il matrimonio gay, applaudendo la Binetti e promuovendo il Patanè presidente.

14 febbraio 2010 Redazione Nessun commento
Arcigay: richiediamo con forza il matrimonio gay e lesbico. Si conclude a Perugia il XIII Congresso nazionale. Standing ovation per l’approdo della Binetti all’UDC. Eletto il nuovo presidente Paolo Patanè. Si conclude oggi a Perugia il XIII Congresso nazionale di Arcigay, da 25 anni la maggiore Associazione lesbica e gay italiana, che conta più di 180.000 [...]

Arcigay Paolo Patanè nuovo presidente

14 febbraio 2010 admin Nessun commento

paolo patanè

Confermando i pronostici, nella duegiorni del congresso nazionale Arcigay a Perugia, Paolo Patanè succede ad Aurelio Mancuso alla Presidenza Nazionale di Arcigay.

Patanè già coordinatore regionale Arcigay Sicilia da tre anni e resposabile Salute nonchè firmatario (il primo) della mozione approvata Essere Futuro.
Al posto di Riccardo Gottardi come segretario nazionale arriva Luca Trentini.


Arcigay. Paolo Patanè eletto nuovo presidente.

14 febbraio 2010 admin Nessun commento

“I 7 anni passati con mia moglie sono stati gli anni più belli della mia vita. Ogni notte mi addormentavo tenendo la sua mano. Poi la nostra storia è finita perchè mi sono innamorato del mio migliore amico che frequentava casa nostra con la sua compagna”. Questo l’outing di Alessandro Cecchi Paone che si racconta a Domenica Cinque, rivolgendo un appello a quanti nel mondo dello spettacolo non hanno ancora fatto coming out.
“Ci sono anche molti conduttori omosessuali – ha detto intervistato da Barbara D’Urso – che fingono di essere eterosessuali, per vergogna o per un calcolo di opportunità, e entrano nelle vostre case tutti i giorni, parlando di religione e dell’importanza della famiglia tradizionale senza capire che ogni famiglia ha diritto di esistere, e ogni amore ha diritto di vivere”. “Vorrei parlare a Renato Zero – ha aggiunto – che per tutta la vita ha fatto soldi e fortuna mettendosi le piume e sculettando, cantando canzoni che inneggiano l’amore a tre, e si permette di dire che gli omosessuali sono come i down. Così dicendo, offende sia gli omosessuali sia i down”.
Poi critica un altro personaggio: “Un’altra persona alla quale mi rivolgo – continua – è Tiziano Ferro, del quale io non so nulla, ma che su molti siti e blog della comunità’ omosessuale, si dice che sia stato, o sia tutt’ora, il mio fidanzato segreto”. Un accenno anche a “Alessandra Borghese, una che si fa chiamare ‘principessa’ e che ultimamente sta andando giu’ pesante sulla dottrina morale e sessuale, ma io so che quando era a New York ha condotto una vita divertentissima, e che quando Daria Bignardi, in un’intervista, le chiese se fosse lesbica, io non mai capito cosa abbia risposto”.

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XIII Congresso Nazionale Arcigay. La cronaca in diretta.

13 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

Congresso Nazionale Arcigay

Sali e scendi scalini che portano dalla città alta alla sede del Congresso di Arcigay; ma Perugia è così carina da lasciarti trascinare da qualche splendido belvedere o da vicoli d’altri tempi. Ieri sera, ore quasi mattutine per molti congressisti, intenti nelle commissioni a parlare di questioni organizzative per quel che uscirà da questo Congresso, a discutere di Statuto, scuola e altri temi importanti per il buon funzionamento dell’associazione.

In sala si nota un’area giovane di Arcigay che fa pensare come l’associativismo non sia del tutto perduto e morto. Forse, con la loro aria più spavalda e fresca, la loro intemperanza da perdonare subito, rinfrescano certi grigiumi che hanno fatto il loro tempo. Sono loro i più attivi; quelli che riescono ad alzare la voce su qualche questione che riguarda l’organizzazione.

La mozione data per vincente; quella, per intenderci a firma Patanè, raccoglie consensi e applausi; mugugni e qualche voce grossa è destinata all’altra mozione. Ci spiega il presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo:


Congresso Nazionale ArcigayCongresso Nazionale ArcigayCongresso Nazionale ArcigayCongresso Nazionale Arcigay

“La mozione “Inarrestabile cambiamento si basa su una partecipazione maggiore della base associativa; “Essere futuro” fa invece un percorso contrario, ovvero decisioni verticistiche calate poi sul territorio. La nostra, che è un’associazione di volontariato, che ha bisogno di ascoltare è importante che ci sia una logica che va dal basso verso l’alto. Questo l’abbiamo visto anche nella politica, in Puglia, dove tutti presentavano candidati e quando hanno fatto una consultazione hanno visto che la base voleva altro. Noi chiediamo una maggiore partecipazione in Arcigay, dei Comitati, che lavorino stabilmente e possano prendere decisioni su commissioni importanti come la salute, i giovani, le donne, lo sport e sulle varie attività dell’associazione”.

Però, dalla lettura delle due mozioni, almeno nella prima parte vi trovate unanimi nel criticare una certa gestione di Arcigay. Oggi quali sono i contrasti maggiori qui a Perugia?
Nella precedente gestione sono state prese delle decisioni senza aver consultato la base. Per questo metodo, alcune persone della segreteria si sono dimesse e tante cose non sono andate bene.

Ad esempio?
Beh, manifestazioni convocate e non fatte; iniziative decise e poi cambiate all’ultimo momento; o la convocazione del Genova Pride, che poi è stata una manifestazione di grande successo, grazie al lavoro dei nostri amici del Comitato di Genova, ma è stata una decisione presa in solitaria. Non è giusto gettare ora tutte le responsabilità contro il presidente attuale di Arcigay, Aurelio Mancuso e il segretario Gottardi. C’è stato il tentativo di mettere un’associazione contro l’altra. Non si può neppure disconoscere il lavoro di molti di noi.


Congresso Nazionale ArcigayCongresso Nazionale ArcigayCongresso Nazionale ArcigayCongresso Nazionale Arcigay

Ci potrà essere un punto di incontro? Recuperare tutte quelle forze necessarie che si sono allontanate da Arcigay?
Se emergerà ancora una direzione verticistica che si discosterà dalla base, forse sarà più forte, ma avrà una base che non la segue. Io spero e dico che Arcigay uscirà vincente da questo Congresso, se uscirà unita; se avrà la capacità di assimilare tutte le energie che esistono nell’associazione. Qualcuno faccia un passo indietro e si valorizzino tutte le risorse e tutte le persone dell’associazione, senza contrapposizioni. Se le decisioni caleranno dall’alto, rischieremo di perdere molti volontari oggi qui in veste di delegati.

Mentre scriviamo, i lavori fervono, con le ovvie distinzioni tra le due mozioni che, si spera possano trovare un lavoro comune per non disperdere necessarie energie di Arcigay.

Pranzo e cena al secondo piano del Centro Congressi della Camera di Commercio. Augurandoci che la cena sia un po’ migliore delle patate crude assaggiate a pranzo. Chiederemo e daremo voce anche all’altra mozione. Che fatica, ragazzi. Ma meno male che Arcigay c’è.


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XIII Congresso Nazionale. Arcigay fa autocritica nelle due mozioni e cerca un futuro. Ecco cosa non va!

11 febbraio 2010 mario cirrito Nessun commento

XIII Congresso Nazionale. Arcigay fa autocritica  nelle due mozioni e cerca un futuro. Ecco cosa non va!

Perugia è una piccola, deliziosa città umbra. Da qui, ogni anno, parte una marcia che raccoglie qualche centinaio di persone che raggiungono, tra dolci pendii e casolari, Assisi. È la marcia per la Pace; la stessa che probabilmente servirà ai congressisti di Arcigay per uscire da un rinnovamento mancato; l’eccesso di burocrazia e poteri che l’ha allontanata da una certa militanza che è diventata solitaria e poco incisiva. Così, mentre l’Italia sta ancora attraversando una trasformazione che riguarda la politica ma anche le idee e le azioni dei cittadini, certi egoismi esaltati dalla Lega, una crisi economica che presto presenterà un conto salato, tutto a scapito dei più deboli; anche i diritti civili omosessuali sembrano aver preso una china in discesa, una frantumazione di tante battaglie che dovevano portare risultati e ci siamo ritrovati invece di fronte a nuove omofobie; a preti che intendono togliere un sacramento ai gay, a nuovi predicatori-psichiatri che inventano cure “riparatrici” contro l’omosessualità; ad una Babele di disinformazione e linguaggi che hanno fatto arretrare i movimenti.

Le due mozioni che si discuteranno a Perugia, iniziano entrambe con un’autocritica alla luce del presente e di tre anni in cui è stato impossibile lo svolgimento di una concreta azione politica. A dirlo non siamo noi, ma la mozione “Essere futuro”, presentata da Paolo Patanè, in quota presidente al posto di Mancuso e Luca Trentini che si candida a sostituire in segreteria nazionale Riccardo Gottardi.

“Arcigay è apparsa incapace di elaborare una strategia politica alternativa, idonea a produrre politica in condizioni di assoluta impraticabilità dei percorsi parlamentari. Abbiamo perduto l’occasione di approfondire le opportunità legate alla strategia giudiziaria per l’affermazione dei nostri diritti, e quelle legate ad un rinnovamento delle caratteristiche della nostra comunicazione, fino a perdere del tutto l’iniziativa sul tema delle unioni e del matrimonio civile. In generale è mancata la capacità di sperimentare modalità e strumenti innovativi di proposta politica, come ad esempio, le leggi di iniziativa popolare […] Il risultato è stato un cortocircuito dei meccanismi di analisi e decisione politica; l’incapacità di elaborare una strategia; l’apertura di una stagione di veleni interna; la perdita di senso di ruolo per il Consiglio nazionale e per la stessa Segreteria. Arcigay è rimasta paralizzata su se stessa, subendo una perdita di consenso; uno scollamento della base associativa”.

Non meno cruda, l’altra mozione: “Inarrestabile cambiamento” che cita prima una frase di Harvey Milk sulla speranza e Barack Obama, per poi immergersi sul riconoscimento degli errori, e da lì, possibilmente, ripartire.

“Alla importante capacità di progettazione finanziata troppo spesso non ha fatto seguito il pieno coinvolgimento attivo dei territori né una ricaduta solida e diffusa in termini di risorse. L’emergenza negli ultimi anni è diventata troppo spesso regola. abbiamo molte volte agito sull’onda delle emozioni, a scapito della strategia”.

Poi i toni si fanno più aspri e mordaci:

“È all’apparenza poco giustificabile la perenne precarietà economica dell’associazione a fronte di un sistema di tesseramento che - per quanto da riformare - produce importanti risorse, e a fronte di una riconosciuta e meritoria capacità di trovare nuovi canali di finanziamento […] Arcigay è un’associazione di persone, non è un’azienda e neppure un partito, in cui sono i vertici a dettare ordini. Arcigay è di tutti noi e tutti ne siamo coinvolti, tutti siamo chiamati a viverla, decidere e agire per essa”.

Nella prima mozione, parlando delle trascorse rappresentanze parlamentari, forti e presenti come quella di Franco Grillini, Silvestri, Luxuria, Titti De Simone e magari anche Vendola, si dice dell’azzeramento di tale rappresentanza, dimenticando che esiste una donna caparbia e in continua prima fila come la onorevole Anna Paola Concia che solitariamente sta facendo un lavoro egregio. Forse una dimenticanza. Speriamo!

I temi affrontati dalle due mozioni sono la chiave che potrebbe aprire una nuova stagione per Arcigay se, ai buoni propositi e alle discussioni congressuali, seguirà una linea di rottura definitiva con l’immobilismo e le polemiche a favore di un progetto capace di soluzioni concrete verso tutti gli omosessuali, le transessuali; anche se non possiedono una tessera.

Nelle 20 pagine di “Essere Futuro” si affronta il tema della laicità come chiave di volta della politica di Arcigay, del suo riposizionamento nel panorama politico nazionale, pensando che “la stagione degli apparentamenti partitici e dei rapporti esclusivi debba ritenersi assolutamente conclusa, perché storicamente infruttuosa e persino deleteria per le affermazioni delle istanze GLBT”. Come dar loro torto? Le delusioni sui DiCo, che poi sono diventati altro, e ancora altro fino a sparire; le accese discussioni sull’estensione della Legge Mancino e, qualche altro buon proposito parlamentare, son tutti stati affossati senza che né l’una né l’altra parte politica ricordasse la Costituzione come uguaglianza e libertà di tutti.

Un’apologia dei diritti, dice la mozione, senza soluzioni parziali, nel principio di uguaglianza in tutte le sue possibili manifestazioni.

Si passa poi ad un tema caro a molti di noi: essere lobby, compiere azioni di lobbying, che non siano appannaggio esclusivo della dirigenza, ma diventare un patrimonio di tutti i soci Arcigay. Ecco allora il bisogno di costruire sinergie con professionisti GLBT, per fare non solo azioni di lobby strategica ma anche una vera azione di life long learning centrale e decentrata a tutti i livelli.

Ancora un tema, a chi scrive molto caro da sempre, è la relazione con il movimento:

“Riconoscere che il Movimento non è solo Arcigay, non sminuisce il nostro ruolo […] Abbiamo smarrito le relazioni con tanta parte del Movimento, imboccando una strada che non conduce da nessuna parte […] Proponiamo la prosecuzione di un itinerario federativo fra le associazioni LGBT italiane, che si configuri come una vera e propria Confederazione e che sia il luogo del confronto, del dibattito e della sintesi del Movimento”.

La mozione “Inarrestabile cambiamento, per certi versi, sembra percorrere la medesima strada, mettendo al centro le persone e la comunità LGBT. E aggiungendo:

“Arcigay dovrà impegnarsi per fare rete anche con le aziende. Contrariamente a quanto avviene nel resto d’Europa, le grandi imprese non investono alcuna risorsa dedicata al sociale per le organizzazioni LGBT”.

A questo, aggiungono

“Deve essere recuperata l’esperienza della “Rete Donne” e valorizzare l’esperienza della “Rete giovani”, uno strumento in grado di mobilitare risorse dentro e fuori la comunità LGBT”.

Gli impegni si allargano poi ai migranti, ai disabili, allo sport. Le priorità restano quelle: laicità, parità di diritti, lotta all’omofobia, salute e prevenzione Hiv, movimento e valorizzazione del territorio.

Ci sono poi le questioni puramente di organizzazione e di struttura interna che, al momento poco potrebbero interessarci. Interessante, invece la conclusione della prima parte:

“Deve essere inaugurata una nuova stagione di trasparenza sulle spese, i costi e i risultati che assuma la piena e routinaria pubblicità interna come principio cardine, affinché il Consiglio Nazionale e i direttivi di comitato possano aver chiaro quanto l’associazione investe in termini economici […] Una nuova modalità di confronto e condivisione tra i vari territori sarà anche l’istituzione de “La Festa dell’Arcigay” che avrà un carattere itinerante e prevederà di base 7 giorni di iniziative, dibattiti, workshop, da realizzarsi con eventi di autofinanziamento e con il supporto di sponsor ed enti pubblici e privati”.

D’accordo, intanto iniziamo a mettere a posto Arcigay e le tante battaglie perse per strada. Alla prossima da Perugia.


Paolo Patanè (Arcigay) la protesta di Manuel e Francesco? Due ragazzi coraggiosi ma hanno scelto una modalità di lotta che non condivido.

13 gennaio 2010 admin Nessun commento

La senatrice Emma Bonino ha accusato un lieve malore mentre presiedeva la seduta del Senato impegnato nelle votazioni sul processo breve. La Bonino, candidata del Pd per le prossime elezioni regionali nel Lazio, si è alzata all’improvviso dai banchi della presidenza e ha abbandonato l’aula per recarsi nella vicina infermeria di Palazzo Madama. Qualche istante dopo è arrivato il presidente del Senato, Renato Schifani, a presiedere la seduta. Dopo essersi recata in infermeria, l’esponente radicale è tornata nei suoi uffici, accompagnata da Ignazio Marino, senatore del Pd e medico. Il personale dell’infermeria di Palazzo madama ha escluso ogni tipo di complicazione: si sarebbe trattato di un semplice abbassamento di pressione.

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Mille Chiamparino. Una campagna di Gay.it per il matrimonio

15 dicembre 2009 mario cirrito Nessun commento


Una bella iniziativa che ora necessita del sostegno di tutti: coppie e singoli, gay, lesbiche, bisessuali, transessuali. L’ha lanciata il portale gay più conosciuto in Italia, Gay.it che, dopo che il Sindaco di Torino ha annunciato di voler sposare simbolicamente due concittadine, ora chiede a tutte le coppie di scrivere ai propri sindaci per chiedere loro la celebrazione della propria unione. L’iniziativa si chiama Mille Chiamparino e così viene spiegata da Alessio De Giorgi:

“Chiediamo alle coppie gay e lesbiche delle altre città di chiedere altrettanto al loro Sindaco. Il gesto non ha alcun valore legale, come è ovvio, ma ne ha sicuramente uno culturale. La legge non prevede il matrimonio per le persone omosessuali, ma nulla vieta loro di celebrare una festa nuziale e nulla vieta che sia proprio la massima autorità cittadina a presenziare a tale cerimonia”.

Come sapete in questi mesi, forti dell’appoggio di organizzazioni come Certi Diritti, molte coppie di gay e di lesbiche hanno chiesto al loro Comune di poter accedere alle nozze civili. C’è stato chi, come il sindaco di Bologna, si è detto contrario e chi si è rimesso nelle mani del giudice, visto quel che recita la attuale legge. Ma la questione dei diritti e del riconoscimento delle coppie di fatto, è un tema caldo e sentito, nonostante il Parlamento non riesca mai a esaudire i desideri di migliaia di suoi cittadini.

Vladimir Luxuria ha dichiarato a Gay.it

“Mi auguro che saranno tanti i Sindaci coraggiosi che diranno una cosa semplice: l’amore non dovrà più non poter pronunciare il suo nome ma lo potrà fare anche davanti alla massima autorità della città. Sarà un ‘Sì’ alla visibilità, al coraggio, all’assunzione di responsabilità e all’amore”.

Da parte sua, Sergio Rovasio, segretario nazionale di Certi Diritti ha dichiarato:

“È importantissimo mobilitarsi come fate voi per abbattere queste assurde disuguaglianze. Vi ringraziamo perché date forza e speranza a centinaia di migliaia di coppie gay che potranno, una volta ricevuto il diniego, se lo vorranno, opporsi legalmente. Avranno il nostro sostegno informativo e aiuto tecnico. Quello che la classe politica si ostina a impedire occorre tentarlo con le vie legali per questo occorre sollecitare prima i propri Sindaci nella speranza che si muovano almeno loro”.

Sostegno all’iniziativa da parte di Fabio Canino, Franco Grillini e il candidato alla presidenza di Arcigay, Paolo Patanè, oltre ad altre organizzazioni glbt. Intanto una coppia di Savona, Francesco Zanardi e Manuel Incorvaia, ha preannunciato che dal prossimo 4 gennaio inizierà uno sciopero della fame se le istituzioni non interverranno con forza ed immediatezza contro un muro di pregiudizio e discriminazione ormai impensabile nel 2010.

Ora serve la mobilitazione di tutti, sperando che finalmente qualcosa si muova in questo paese. Qui potete compilare il form.

Foto | Gay.it