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Gli approfondimenti di Queerblog: uno Zero in omosessualità

Uno Zero in omosessualità

Renato Zero è un bravo artista; ha saputo coniugare musica e poesia accompagnando entrambi, nella luce del successo, con un intenso carisma personale, modellato nel tempo a misura dei suoi idolatranti fan. I suoi successi raccontano un mondo onirico, un dolore o una speranza, costruiti con meticolosa puntigliatura per ammaliare il pubblico, farlo proprio sul palcoscenico, identificarlo con l’artista. A me, salvo qualche brano, non è mai piaciuto; gli artisti spesso predicano bene e razzolano male. E Renato mi è parso, sempre più spesso un predicatore che esercita l’arte della musica popolare. Nulla di più! Nulla con l’arte altamente poetica alla De Andrè o Guccini, o persino Antonello Venditti.

Non mi sono mai neppure preoccupato della sua presunta o vera omosessualità, pensando ai tanti ragazzi gay che ogni giorno devono farci i conti con la loro condizione personale e sociale. Non mi piacerebbe neppure che un tipo come Renato Zero si ergesse a icona della nostra comunità, raccontasse il suo amore per i ragazzi, visto come ha trattato finora l’omosessualità. Il cantore dell’amore è lo stesso che cinque anni fa ci paragonò ai bambini down, riuscendo in un sol colpo a offendere categorie “delicate” dall’alto della sua “normalità”; che spiegò come un fervente papalino, che i preservativi erano “maligni”, e persino sull’aborto disse la sua. Contro, ovviamente.

Naturalmente tanta devozione non è mai passata inosservata da parte della chiesa, e così: cantate natalizie in Vaticano e fervide accoglienze. E lui: “Un tempo cantavo per un manipolo di disadattati e parlavo di depressione, disagio, paura di vivere, emarginazione”.

Uno Zero in omosessualitàNel 2006, visto che in tanti continuano ad insistere sulla sua presunta omosessualità, pare abbia dichiarato:

“Ho dichiarato di essere omosessuale per non svolgere il servizio militare, ma in realtà sono fatto di ben altra pasta”.

Zero smentisce poi di aver detto quella frase.

A me, come ad altri, è bastata una dichiarazione di Arcigay, anche se poi, chi lo ha fatto (il militare), racconta di bei “Pao Pao” di tondelliana memoria. Per Zero, se vera, quella resta la sua unica “rivelazione”, prima di fiondarsi a squarciagolare su Triangolo o Mi vendo.

Ora, viene fuori questa ennesima esternazione del re dei sorcini, quasi che l’omosessualità necessiti della sua presenza o della sua avversione. A 60 anni, e col successo confermato e lustro, Renato potrebbe continuare a deliziare i suoi fan – gay e non – con la sua musica; in fondo a chi piace, piace per la sua arte mica per quello che fa in privato.

A proposito dell’intervista rilasciata a Giancarlo Dotto per Diva e donna, Renato dice:

“Ma quando pensiamo a Totò pensiamo alla sua sessualità? Quando lo guardo e lo ammiro non mi chiedo se lui era omosessuale, eterosessuale o asessuato. Dietro la meraviglia di un talento, ma che me ne frega di accertare il sesso. Questa necessita oggi di voler alzar il tombino. Mi sembra una vendetta sociale. Che vogliono questi signori? Perché vogliono guardare nelle mutande degli altri? Perché le loro sono vuote”.

Probabilmente è come dice Zero; anzi lo è. Qualcuno recentemente ha fatto una disamina della questione, domandandosi se essere gay possa essere garanzia di successo. Si parte da Oscar Wilde e Pasolini per finire con Zero, Valerio Scanu, Mengoni e Marco Carta. Un esercizio di inutile affiliazione, visto che il quartetto smentisce, smentisce, smentisce. E poi, diffido tremendamente da chi esordisce dicendo di “non aver nulla contro i gay, anzi…”

Uno Zero in omosessualitàDiversamente, penso che anche nel mercato discografico, particolarmente quello italiano, c’è molta omofobia; paura che le fan abbandonino il proprio idolo perché gay o lesbica, come se il mercato fosse a solo appannaggio delle ragazzine. I gay non acquistano musica? Son tutti pirati informatici?

C’è che Renato Zero, omosessuale o no (ma chi se ne frega!) e un artista che per promuovere le proprie produzioni musicali allude alla sua aleatoria sessualità. E le polemiche, strano ma vero, vengono fuori solo in occasione di qualche suo tour o di uscita discografica. Non vi sembra un tantino sospetta?

Lasciate che Renato Zero sia eterosessuale, omosessuale, bisessuale, pansessuale, trisessuale. Lasciate che canti in Vaticano o nei musei. Di musica e artisti il mondo ne è pieno: mica c’è solo Renato Zero. Per fortuna!

Gli approfondimenti di Queerblog: uno Zero in omosessualità é stato pubblicato su queerblog alle 08:01 di mercoledì 28 luglio 2010.


Ricordando Sandro Penna, poeta omosessuale, prigioniero d’amore

Ricordando Sandro Penna, poeta omosessuale, prigioniero d'amore

Ecco, fanciullo, io ti ho portato a questo
luogo selvaggio, a notte, per che fare?
Non so. Non posso soffocare io questo
amore della vita. E sotto è il mare.
Lo varcherò. Conoscerò le genti
più disparate. Vedrò quanto è bella
la vita negli occhi di chi ha
quindici anni fanciullo, come te.

Si sa, ai poeti è inutile chiedere, fare domande, persino entrare nel loro lato oscuro frammentato di note o di racconti in versi. I poeti, dicono, se li porta via il mare schiumoso, in una parte dell’universo dove il silenzio è rotto dalle loro grida disperate o dai giochi dimenticati d’infanzia; dai versi poetici che scivolano sull’acqua, ingoiati da strane creature. Probabilmente è lì, Sandro Penna, con le sue liriche quasi appannate dal tempo, “dimenticate” perché spesso scomode, magari insane, piuttosto reali. Cantò amore di ragazzi, con ossessiva levità, scandalizzando ancora oggi una certa ipocrisia farcita a destra e a sinistra. Ma resta tra i più grandi poeti del Novecento. Un poeta omosessuale, non a caso.

Sandro Penna nasce a Perugia il 12 giugno 1906 in una famiglia borghese. La passione per la letteratura è Umberto Saba, altro omosessuale, a fargliela scoprire, anche negli incontri con altri poeti e letterati che eleggono a domicilio delle loro discussioni culturali il “Caffè Le Giubbe Rosse” di Firenze, per molti decenni rimasto luogo di ritrovo dell’intellighenzia fiorentina e della ciurma omosessuale che coniugava spensieratezza e commistione culturale. Penna vive la poesia come valore naturale, confortato da altri vati della cultura che via via conosce e che chiedono di conoscerlo. Pier Paolo Pasolini coniò per lui la cosiddetta “linea sabbiana”, che annoverava anche Giorgio Caproni e Attilio Bertolucci.

C’è però un fastidio che è più un astio da parte di molti critici letterari che accusano Penna di “troppa omosessualità” di cui infarcisce ogni sua poesia. Ma vi è altro, e più spinoso: in una intervista, Penna dichiara: “Io non sono omosessuale, sono pederasta”. Forse ha in mente le sue odi, o forse intendeva forzare i toni dispregiativi di quei tempi, per cui ogni omosessuale era pederasta, chissà! Nel centenario della sua nascita, ci fu un lungo dibattito proprio su questo. In un articolo pubblicato su Liberazione, Saverio Aversa, lamentava come la nostra cultura si fosse dimenticata di Sandro Penna a causa del contenuto omoerotico delle sue poesie. Qualcuno fece presente che i protagonisti di quelle poesie erano i fanciulli, chiese: Sandro Penna è veramente un poeta? Un artista? Un’intellettuale di sinistra? O un semplice maestrino dalle torbide passioni?

A rispondere fu il direttore Sansonetti che, dopo una lettera di un lettore, ribattè che allora occorrerebbe censurare il Mann di Morte a Venezia e Pasolini. Poesia scomoda quella di Penna, incursioni non facili in una terra che intende rimanere casta, che di certo va difesa, seppur stiamo parlando di poesia.

A leggerlo, nonostante la facile critica, in quelle poche righe che la sua penna verga sui giovincelli, Penna conserva sempre un vasto senso di pudore, che poi in molti gli riconoscono. Scrive:

Il problema sessuale
prende tutta la mia vita.
Sarà un bene o sarà un male
mi domando ad ogni uscita.

In realtà Sandro Penna è un poeta senza storia, uno che riesce a capire profondamente che certi temi e persone non hanno diritto di cittadinanza. Lo scopre nel ‘57, quando vince il Premio letterario Viareggio, ex equo con Alberto Moravia e Pasolini. Uno dei giurati gli si inveisce contro, dicendo che a premiare uno come lui ci si sarebbe “coperti di vergogna davanti a tutta l’Italia”. Intervistato, racconta triste della morte di un suo amato ragazzo, e viene immediatamente zittito. È Pasolini e Moravia che si alzano ad abbracciarlo.

L’Italia di quei tempi, certa Italia, non perdona a Penna di voler vivere la sua omosessualità così apertamente autocelebrata, persino senza sensi di colpa.

Oggi, Sandro Penna, è un esempio per molti novelli poeti, maestro di fantasia e solenne cultura.

In una lettera a lui indirizzata, così lo significava Pier Paolo Pasolini:

[…] La tua esclusione di te stesso da un mondo che del resto ti escludeva è stata una lunga ascesi, fatta di notti e di giorni, in cui si ride e si piange, come ingenui personaggi di opere romantiche senza né principio né fine, con le loro croci e le loro delizie: una lunga ascesi in cui, anziché pregare, hai cantato le forme del mondo lontano.

Sandro Penna si spegne a Roma il 21 gennaio 1977.

Oh nella notte il cane
O zelindo, non sa la tua notte
Poi fu una cosa povera
Quando gli aspetti del mondo lucevano
Qui è la cara città dove la notte
Scatenata dolcezza
Se trasalisce
Sono soli e legati
Straripa nell’umida notte in silenzio
Sul molo il vento soffia forte
Tu mi lasci
Un sogno di bellezza
Un uomo camminava sulla via.

Foto | Comune di Cagliari

Ricordando Sandro Penna, poeta omosessuale, prigioniero d'amore é stato pubblicato su queerblog alle 14:00 di domenica 13 giugno 2010.


Scandalo Marrazzo: Roberta muore da donna


A poche ore dalla pubblicazione del nostro post riguardante tutte le violenze omofobe registrate in Italia negli ultimi mesi la cronaca ci informava della morte di una transessuale. Si chiamava Roberta. Aveva solo 26 anni.

Nello stesso giorno in cui si è tolta la vita, impiccandosi nuda nel suo appartamento di Tor di Quinto, Natalie è stata gonfiata di botte da un cliente. Natalie è arrivata agli onori della cronaca a causa della sua amicizia intima con Piero Marrazzo.

Da quando si è scoperto che l’ex Governatore della Regione Lazio era solito frequentare prostitute sono già morte quattro persone. Uno spacciatore e tre donne transessuali diventate oggetto di lunghi e interminabili pomeriggi televisivi.

Probabilmente di quanto accade mesi fa a Roma non sapremo nulla per molti anni. In Italia funziona così. Ciò che non può essere censurato viene occultato per dei lunghi decenni. Non è un caso che la morte di Pier Paolo Pasolini, avvenuta nel 1975, sia messa in discussione solo oggi. Nel 2010.

Indignarci, nel frattempo, non serve. Possiamo, tutto al più, sperare che tutte queste persone possano riposare in pace. Possano, almeno da morte, essere considerate donne. E non uomini con una finta quarta in grado di stordire ogni giornalista che ancora non ha capito come si coniugano gli articoli riguardanti una persona transgender.

Roberta era una persona. Era una donna. Era transessuale. Scrivere o dire che nel suo caso è morto è un transessuale è sbagliato.

Scandalo Marrazzo: Roberta muore da donna é stato pubblicato su queerblog alle 08:00 di martedì 08 giugno 2010.


Gianni Vattimo: “Pasolini rappresenta la rivendicazione della diversità”

Continuare ad essere diversi, rivendicando nuovi diritti. Guardare alla storia, alla nostra storia, per capire non solo il tema dell’omosessualità, dei suoi desideri e speranze, ma anche chi, da omosessuale, guardò la politica, la cultura, la vita degli altri, con gli occhi di un profeta, con la scrittura e i pensieri. Necessitiamo di un passato mai da dimenticare se non vogliamo dimenticare noi stessi. In queste settimane, e lo sarà ancora o per sempre, si torna a parlare di Pier Paolo Pasolini, conosciuto a tanti, da molti dimenticato. Lo fa oggi un grande filosofo, omosessuale anch’egli, Gianni Vattimo, che di Pasolini professa nostalgia e verità fino a concludere che probabilmente quella tragedia consumata all’idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975 è presaga di una Italia che si prepara al peggio, togliendo la parola a chi aveva capito il male italiano.

“L’orizzonte di personale diversità [di Pasolini ndr] credo abbia avuto una forte influenza - dichiara Vattimo in una intervista -. Una diversità che non incontrò tanto l’ostilità della cultura collettiva, quanto per esempio quella “istituzionale” del Pci, dal quale è stato duramente discriminato. Penso anche che nel Pci Pasolini vedesse una delle forme di quella struttura istituzionalizzata in cui si poteva proiettare l’immagine dell’Italia del futuro, modernizzata e industrializzata, molto lontana dalla sua personale nostalgia di un mondo altro. Pasolini non sarebbe mai andato a un Gay Pride, ad esempio, e neppure avrebbe invocato le nozze gay. Oggi si rivendicano giustamente questi diritti e io personalmente vado al Gay Pride. Ma si è persa tutta la tensione legata al sentirsi esclusi, crocifissi”.

Ecco il cibo che oggi manca, a me, a voi, alla nostra comunità: “La tensione legata al sentirsi esclusi”. Per questo ed altro il sacrificio è stato compiuto e le verità dimenticate. Per questo ed altro, Pasolini torna sulla scena a cercare di parlare ancora di noi. Il Pasolini cattolico oggi sarebbe un credente senza fede, un’anima inquieta di fronte al “delitto” clericale sulla pedofilia; così come il Pasolini che in qualche maniera sentiamo più nostro, non si riconoscerebbe in questa esacerbata frammentazione di movimenti, di singoli, che hanno preso a prestito le altrui passate battaglie per camparci di rendita.

Due volte riaperto e due volte chiuso, il “mistero” sulla morte di Pasolini torna nuovamente, per tanto scomodo sia. Lo stesso avvocato Guido Calvi che da sempre difende la famiglia, afferma che ci sono nuovi elementi e testimonianze. Un filmato girato da Mario Martone nel 2005 dove Sergio Citti racconta il suo sopralluogo all’idroscalo di Ostia una decina di giorni dopo la morte di Pasolini. Nel suo racconto Citti fa sempre riferimento alle confidenze di un testimone – rimasto sempre anonimo – attraverso le quali emerge uno scenario completamente diverso da quello che portò Piero Pelosi in carcere. Non va neppure dimenticata l’interrogazione di Walter Veltroni, riguardo a delle affermazioni fatte da Marcello Dell’Utri su un capitolo “misterioso” e inedito del romanzo postumo di Pasolini “Petrolio”.

Si afferma che quella notte, non una ma due furono le auto presenti all’idroscalo, luogo dell’immolazione del poeta friulano. Lasciamo che altri si occupino di questo.

Per noi resta importante Pasolini, nella sua tragedia come nella sua cultura, e nella sua spiccata ragione a capire prima di altri il mondo dei vincitori e dei vinti.

“Pasolini rappresenta la rivendicazione della diversità come punto di vista profetico - dice ancora Vattimo -. Mentre oggi, paradossalmente, della diversità non si può parlare se non con una certa nostalgia. Non c’è nessuno, ormai, di così diverso da scandalizzare qualcuno. Recuperare almeno la nostalgia della tensione profetica pasoliniana oggi potrebbe ispirarci un atteggiamento diverso da quello dell’accettazione dell’ordine vigente”.

Altro uomo profetico, amico di Pasolini che con lui condivise la passione per la cultura, Davide Maria Turoldo, prete di un’altra Chiesa, scrisse:

E alla fine, al di là della tragedia, sono stato l’unico prete ai suoi funerali! Ho scritto anche la lettera alle due madri, alla madre di Pasolini e a quella dell’assassino di Pasolini. Si trova nel mio libro “Alle porte del bene e del male”, dove dico anche il mio giudizio sul cupo evento. […] Una presenza che io non ho mai dimenticato, un’amicizia di cui i onoro. E vedo anzi che, man mano che il tempo passa, avvengono due cose: la purificazione della figura di Pasolini, liberata da tutte le immondizie di cui è stata fatta carico in vita e soprattutto in morte, e la sua presenza che diventa sempre più obbligatoria in tutto il mondo della cultura.

Si è spesso detto della gravità della perdita di Pier Paolo Pasolini, perché di poeti ne nascono solo tre o quattro ogni secolo. Probabilmente meno! Strano che la sua vita sia stata spenta quella notte del ‘75 in un campo di calcio, lo sport che più amava.

Ricordiamo Pasolini, leggiamo i suoi libri, abbeveriamoci della sua cultura. Ci appartiene più di quanto oggi ci appare.

Foto | Fondazioneitalianelmondo


Riaperte le indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini


Alcuni esponenti politici italiani hanno un talento che sarebbe un peccato sottovalutare. Come distolgono loro il punto di vista dai problemi pochi altri riescono a farli. La settimana scorsa, mentre la Corte Costituzionale iniziava il proprio ragionamento sull’apertura del matrimonio alle coppie omosessuali, il Ministro della Giustizia ha deciso di occuparsi della morte di Pier Paolo Pasolini.

Accogliendo la richiesta di Walter Veltroni, che sul Corriere della Sera chiedeva la riapertura delle indagini, Angelino Alfano ha deciso di organizzarsi affinché si possa fare luce sulla morte del pensatore che ha, come molte altre storie italiane di quel periodo, delle zone d’ombra.

Per quanto possa essere lodevole il proposito è innegabile che sia utopistico. Altre vittime, come la cronaca ci ricorda spesso, aspettano che chi le ha uccise paghi per il crimine commesso. Impegnarsi in difesa di Pier Paolo Pasolini potrebbe ridimensionare le storie delle altre persone morte. Declassate per l’amministratore pubblico.

Se davvero il Ministro della Giustizia vuole fare qualcosa per onorare la morte del grande pensatore potrebbe impegnarsi insieme ai propri colleghi affinché di omofobia in Italia non si muoia più.


Giallo su “Petrolio” l’opera incompiuta di Pier Paolo Pasolini

Giallo su "Petrolio" l'opera incompiuta di Pier Paolo PasoliniDovremmo obbligarci a conservare la memoria storica di uomini e donne di cultura, di scienza, di letteratura e arti, che hanno parlato e vissuto un mondo dove la loro omosessualità era presente, conservata e trasparente. Uomini e donne come altri se non fosse che la loro arte, la loro cultura e scienza non li ponesse nell’olimpo dei grandi; di quegli uomini e di quelle donne che svelavano la loro e altrui vita in un magnifico e sorprendente racconto, irrinunciabile persino a quanti quella loro e altrui omosessualità era invisa, disprezzata, da macello. Pier Paolo Pasolini, era tra questi. Un uomo mite, quasi un tenero pargolo mai cresciuto per la sua dolcezza, ma grande, immenso, geniale, in un compendio dove il cinema, la letteratura, la poesia, la politica, l’arte, si ritrovavano a parlare per bocca di quest’uomo. E ogni volta era un miracolo, uno svelare le umane passioni, le nostre debolezze e le nostre meschinità. Sempre controcorrente Pasolini, ma lucido nel rappresentare il nostro Paese per quel che era, e in qualche modo è rimasto: Un Paese orribilmente sporco.

Di lui si torna a parlare, in questi giorni, a causa di un suo libro, l’ultimo, incompiuto:Petrolio. C’è un capitolo manoscritto, non inserito nel libro pubblicato postumo nel 1992 da Einaudi, di 70 pagine, che pare sia ricomparso nelle mani di un cultore di libri antichi, Marcello Dell’Utri, conosciuto ai tanti per altre vicende meno nobili. Dell’Utri, annuncia, in coda a una conferenza stampa di presentazione della Mostra del Libro Antico ai primi di marzo, che (probabilmente) verranno esposti i famigerati fogli di Petrolio. È una notizia forte e se ne occupano tutti i mass media. Poi cala il silenzio accompagnato dai se, dai forse, dai ma. Petrolio non è solamente un romanzo, tanto che Pasolini così lo spiega all’amico del cuore, Alberto Moravia:

“Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di “summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie. È un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia”.

Come in altri suoi scritti e indimenticabili editoriali pubblicati sul Corriere della Sera, anche in Petrolio, Pasolini avvisa che quella sua ultima opera, presaga di una fine crudele, narra quel che lui ha sempre fatto: la denuncia di un mondo oscuro, misterioso; il racconto di una Italia di intrighi e poteri: il caso Eni, la misteriosa morte di Mattei, un mondo politico-economico sporco e losco.

Le 70 pagine non spuntano fuori, tanto che, allarmato, Walter Veltroni porta il caso in Parlamento e allerta le forze dell’ordine:

“Se questo capitolo esiste, - chiede Veltroni - come è arrivato nelle mani di Dell’Utri? Chi lo ha portato via da casa Pasolini, chi lo ha consegnato a mani diverse di quelle della famiglia o dei curatori dell’opera di Pasolini? Ma se, come dice la famiglia, questo capitolo non esistesse, di cosa stiamo parlando?”.

Da lì il passo è breve, tanto da far ipotizzare allo stesso Veltroni: “Ci troviamo in una fattispecie di reato”. In Parlamento, legge quanto dichiarato da Dell’Utri, ovvero che quel capitolo “misterioso” avrebbe fatto luce sulla morte di Pasolini, su Cefis, sun Enrico Mattei e sull’Eni. Una pagina più che importante della storia del nostro Paese.

La questione finisce con l’investire il ministro della Cultura, Sandro Bondi, che dichiara:

“Sono interessato a capire, a fare luce sulla vita di uno dei più grandi intellettuali del nostro Paese, sulla sua vita drammatica e su degli aspetti ancora oscuri del nostro Paese. Dell’Utri mi ha confermato che effettivamente avrebbe letto un manoscritto di circa 70 pagine che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo”.

A noi di certo, come a tutti, interessa poter conoscere i “misteri” di quella Italia; e interessa da sempre conoscere la verità sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Ma è, da quel che vediamo, una speranza disperata. In un libro pubblicato da Garzanti nel 1977, curato da un’altra irrinunciabile amica di Pier Paolo, Laura Betti, (Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte) si legge:

“Che Pasolini è morto in una maniera intonata non già alla sua vita ma ai pregiudizi e alle convinzioni della società italiana; ossia non per colpa sua ma per colpa degli altri. In altri termini e per dirla con chiarezza definitiva: Pelosi e gli altri come lui sono stati il braccio che ha ucciso Pasolini; ma i mandanti del delitto sono una legione, in pratica l’intera società italiana”.

Anni fa, parlando con il senatore Guido Calvi, amico dello scrittore e difensore della famiglia Pasolini, per Gay.it, gli chiesi tra le altre cose, cosa era l’Italia dei tempi di Pasolini, del perché nell’inchiesta di Guido Salvini sull’eversione nera, si parlava di omosessualità usata come arma dall’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno. Trascrivo quei passi salienti.

Violenze che hanno toccato gangli dello Stato se, nell’inchiesta di Guido Salvini sull’eversione nera, si parla di omosessualità usata come arma dall’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno.
Certamente, basti pensare a quello che è successo nei Servizi che raccoglievano dossier sugli aspetti della sessualità di noti esponenti politici.

E ricattavano.
Erano i fascicoli Sifar che venivano utilizzati per ricatti politici.

Può entrarci ‘l’affaire’ Pasolini?
Credo proprio di sì, perché era questo il terreno culturale in cui nasceva quella violenza. Non dimentichiamo che Pasolini era attaccato da destra e da sinistra, solo che essendo il più grande intellettuale italiano del ‘900 reggeva benissimo la polemica.

Quali furono i maggiori errori nell’inchiesta. Si parlò di un carabiniere, Sansone, che fece dei nomi.
Errori se ne fecero a iosa, ma io non credo che si debba trovare nella piccola criminalità comune la risposta. Non si uccide Pier Paolo Pasolini così: potrebbe essere la mano armata ma, non vi è dubbio che il disegno era molto alto, se non addirittura istituzionale.

Ecco allora la necessita, quasi l’obbligo di vederci chiaro in tutta questa faccenda di Petrolio e della morte da passione e crocefissione di Pier Paolo Pasolini. La verità appartiene a tutti noi, omosessuali e non; appartiene ad un Paese che è stato e continua ad essere lacerato, dove la memoria storica stenta a sopravvivere e invece ci dovrebbe obbligare tutti a non smarrirla, a farla vivere per noi stessi e per i posteri. Senza storia, che siamo?


La solitudine di Pier Vittorio Tondelli

15 dicembre 2009 mario cirrito Nessun commento

Il 15 dicembre del 1991, nella casa dei suoi genitori, un modesto appartamento a Correggio, dove era nato, si spegneva Pier Vittorio Tondelli, scrittore, aedo dei vinti, cantore di una generazione marcata dal disagio e dall’incomprensione, omosessuale disincantato e generoso, cupo e sempre più solitario. Ne ricordiamo con affetto il grande scrittore italiano, nell’era di Magic Johnson e in quello terribile dei tanti falcidiati dall’aids. Pier è morto la sera di una domenica dopo che all’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, le fievoli speranze di una ripresa si erano dissolte come una candela che ha terminato il suo ossigeno.

Pochi sapevano della malattia del grande scrittore che mi ha onorato della sua amicizia. Lo aveva confidato ad un prete amico chiedendogli di tenere il segreto per sé. Erano anni in cui essere sieropositivi era vergogna che si tentava di coprire col silenzio della disperazione. Una disperazione solitaria, feroce, inguardabile. Da poco era uscito il suo ultimo romanzo – quasi un disperato racconto di sé – Camere separate, edito da Bompiani. Non lo si vedeva più in giro, qualcosa trapelava, si sussurrava ma speravamo in un miracolo impossibile o in una notizia divulgata male, che non riguardava Pier Vittorio.

Dicono che certe vite, certe culture, certi personaggi sono un dono divino perché inimitabili; nessun altro sarà capace di raggiungere le loro verità, la testimonianza che travalica ogni sensazionalismo, ogni conoscenza di noi stessi e degli altri. Pier è uno di questi, mai enfatico, quai pudico di tanta cultura e conoscenza da volersene quasi scusare.

Il suo esordio nel mondo letterario fu accompagnato dall’ipocrita censorialità di qualche giudice che condannò Altri libertini al rogo e al ritiro dalle librerie. “Luridamente blasfema”, fu la sentenza su quella prima magnifica opera di Tondelli. A prendere le distanze, qualche anno dopo, da quel giudizio blasfemo, quello sì, furono i padri gesuiti che su La Civiltà Cattolica, per la penna di padre Antonio Spadaro, scrissero:

Anche una stagione all’inferno come quella di un Tondelli può essere ricca di significato cristiano. Una chiave del sacro in Tondelli è legata proprio all’esperienza della sua omosessualità.

L’omosessualità di Tondelli non era quella di tanti di noi, forse più sguaiata, più libertina, desiderosa di mettersi in mostra per vincere le tante paure e accedere al riconoscimento. Pier era un mite, un ragazzo che amava raccontarsi attraverso i suoi libri, i suoi portentosi personaggi che danzavano come “pazze” nei suoi libri, celebrandone il divertimento in Pao Pao o diventando poesia e teatro in altri meravigliosi testi.

“Ogni testo è una piccola recita animata da esplosioni mediatiche, pause riflessive sul proprio mestiere, fulminei manifesti di poetica, crisi abbandoniche, orgogliose nostalgie. Attraverso il filtro della scrittura Tondelli raffigura la realtà in una successione rutilante di polaroid verbali, mentre il grandangolo del suo sguardo onnivoro accumula nell’inquadratura una miriade di eventi e di personaggi”.

Parole che non necessitano di altre parole, se non del rimpianto quelle appena dette da Enzo Golino, altro uomo di sapienza, amico di Pier, di Moravia e di Pasolini. Uomini di altro lignaggio, di tempi che speriamo vengano replicati.

Quando una volta gli chiesi cosa rappresentava la scrittura, rispose: “Penso che scrivere si il mio modo di cantare”. Ecco: il libro come spartito della vita e le parole come note da cantare. E poi la sua omosessualità.

Dopo averlo visto a Milano, una calda sera di settembre mi si materializza nella “pazza isola”, Ibiza. È lì per un reportage per L’Espresso. Beviamo qualcosa in un locale di una movida ancora fricchettona, dove come lui stesso poi scriverà:

“Tutti questi giovani li vedi la notte così affascinanti e il giorno dopo li scopri a sparecchiare i tavoli del ristorantino economico”.

Sono i primi sentori di un eccesso che arriverà da lì a poco, l’eccesso del travestimento, i locali come il Ku, il Glory’s, il Pacha, dove tutti appaiono per poi dileguarsi quando il sole sta marchiando di luce incandescente l’isla.

Ridevamo di piacere con Pier di tutta quella giostra del nulla e del tanto. I gay erano di casa, precursori come sempre di mode e divertimenti. Guardavamo quei corpi abbandonati all’esagerazione e ridevamo di noi stessi.

La scrittura era tutto per Tondelli e fece di tutto per glorificarla, metterla al servizio degli altri. Forse sapeva del poco tempo che gli rimaneva; o forse era insaziabile di quell’arte. Di quella voglia ne fece partecipi altri giovani. Nacque il progetto Under 25 organizzato da Transeuropa. Vennero fuori altre penne di giovani che meritavano la scrittura.

Poi il silenzio, il lento apparire del male e la voglia di restare solo. A Mario Fortunato, di ritorno da una vacanza in Tunisia, chiese di non cercarlo, di non chiamare i suoi genitori. Stava parecchio male ma non voleva che il silenzio.

Stavamo attraversando corridoi patinati di vite meravigliose: Pier Vittorio Tondelli, Mario Mieli, i primi passi dei movimenti omosessuali, le prime piazze, i gay camp di Felix Cossolo, i fervori teatrali di Ciro Cascina, di Paolo Poli. Non so se oggi quei corridoi sono ancora così patinati, di certo più solitari che qualche volta odorano anche di stantio.

Difficile dimenticare Pier Vittorio, come è difficile dimenticarsi di chi ha fatto cultura. Per caso omosessuale. Riprendere in mano un’opera di Tondelli è un esercizio quasi quotidiano da ripetere, per noi stessi e per ritrovare i corridoi di una sapienza dimenticata.

Tutti i libri di Pier Vittorio Tondelli:

  • Altri libertini (Feltrinelli)
  • Pao Pao (Feltrinelli)
  • Rimini (Bompiani)
  • Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta (Bompiani)
  • Biglietti per gli amici (Baskerville)
  • Canzoni (Leonardo)
  • Camere separate (Bompiani)

Altri libri sono stati curati da Tondelli in veste di editor.

Foto | Celestino Pantaleoni


Non scappo più. Ciri Ceccarini canta contro l’omofobia

25 novembre 2009 Robo Nessun commento

Non scappo più. Ciri Ceccarini canta contro l'omofobia

Il cantautore riminese Ciri Ceccarini ha scritto Non scappo più, canzone-manifesto contro l’omofobia, colonna sonora del Mei 2009 (Meeting delle Etichette Indipendenti) in programma a Faenza dal 27 al 29 novembre prossimi. Non scappo più racconta dal punto di vista delle persone gay la paura e l’ondata di aggressioni che si sono susseguite nei mesi scorsi (e una di queste aggressioni ha visto come vittime proprio Ciri Ceccarini e il compagno Daniele Priori).

Ciri Ceccarini, che nella composizione del brano è stato affiancato dal maestro Antonio Patanè, si è intrattenuto con noi di Queerblog per parlarci della sua canzone e un po’ più in generale di musica. Trovate l’intervista dopo il salto, mentre qui sotto potete ascoltare la canzone Non scappo più (grazie all’autore che ci ha permesso di pubblicarla).

Come nasce il tuo brano?
Mi piace pensare che Non scappo più sia nata ‘su commissione’, come quando si è a scuola e con quell’innocenza che caratterizza i bambini, ci si affida incondizionatamente alla maestra che ti dà un compito e tu devi portarlo a termine entro una scadenza. La maestra in questo caso è stato il clima politico e sociale che viviamo in questo periodo, mentre la scadenza coincide con il M.E.I. che si terrà a Faenza dal 27 al 29 Novembre, dove la canterò assieme a gli altri artisti che parteciperanno, sabato 28 novembre alle ore 21,30 nello spazio D della fiera, a Musica contro l’omofobia la manifestazione che sto organizzando come direttore artistico.

Non scappo più è la colonna sonora antiomofobia del MEI 2009: cosa pensi che possa fare la musica per combattere l’omofobia?
La musica non può cambiare il mondo, ce l’hanno insegnato loro malgrado i nostri ‘padri’ sessantottini, ormai per alcuni divenuti anche nonni. La musica può essere, però, la colonna sonora di un cambiamento, il testimone storico di un periodo, il veicolo sul quale far viaggiare pensieri e speranze di cambiamento. Ricordiamoci, però, che solo un insieme armonioso e onesto di donne e uomini, magari attraverso la buona politica, possono aspirare davvero a cambiare il mondo. Un contesto virtuoso in cui, anzitutto, ogni singolo uomo deve impegnarsi a trasformare in meglio il proprio microcosmo.

Da cosa non scappi più?
Sono stato ispirato dalle gag di Benny Hill; mi sono sempre schierato dalla sua parte, e per parallelismo ho voluto raccontare la storia di due ragazzi che per via del loro essere gay innamorati si trovano a dover scappare. Scappare da un giovane bullo che voleva tagliare la treccia di uno dei due a scuola, incontrando quindi la difficoltà di una coppia di adolescenti. Oppure essere costretti a scappare dal proprio vicino di casa, cosa che purtroppo è accaduta direttamente a me, che non vuole si parcheggi l’auto gay sotto casa e qui raccontare la difficoltà di vivere la quotidianità per una coppia gay e poi trovarsi scappare dal primo rustico nazistello che si scandalizza per un atto di tenerezza e non esita a impugnare il coltello. In generale ho voluto descrivere, con un pezzo musicalmente orecchiabile, la difficoltà di integrarsi e di sentirsi liberi. È bello, poi, se mi permetti che i due ragazzi scappano da queste difficoltà, perché è umano, ma poi alla fine trovano il coraggio e non scappano più, proprio come ho deciso di fare io.

Questa canzone, da ultimo, è stata scritta per tutti coloro che non trovano la forza o il coraggio o la spregiudicatezza o la naturalezza di affrontare i propri timori di coppia, e anche per tutti coloro che intendono, vogliono o credono di vietare, impedire o indebolire l’amore di una coppia gay o etero che sia. Infatti, che noi siamo quelli che vanno contro la famiglia cattolica lo dice solamente chi cerca lo scontro con la comunità gay, perché noi crediamo nel matrimonio cristiano ed è per questo che chiediamo un patto laico che dia uguali diritti alle ‘coppie diverse’ eppure uguali allo stesso tempo. Storie diverse per gente normale, come canta De André nel brano dedicato a Pasolini. La Chiesa, quindi, non dovrebbe sentirsi offesa. Porti avanti la sua legittima pastorale e lasci che il Parlamento di uno Stato laico quale è l’Italia legiferi liberamente e come ritiene più opportuno per il bene di tutti, senza differenze. Anche perché altrimenti non potremmo stupirci se in un futuro prossimo qualche mullah chieda di inserire passi e richiami ai dettami del Corano nei codici di una futura e non auspicabile Italia ostaggio delle religioni. Viva la laicità!

Ci potresti fare una tua personale classifica dei brani “gay” più belli?
Sono tutti al primo posto, perché li riascolto senza un ordine, in modalità ‘shuffle’: Wonderful life stupendo brano… I need a friend to make me happy… questo cantava Colin Vearnacombe, erano i Black. Adesso l’ha ripresa e reinterpretata Zucchero come simbolo musicale dei migliori Anni ’80. Grandissimo! Poi c’è Stranamore di Roberto Vecchioni, gay è la prima strofa del brano, in cui descrive l’amore che sta finendo, di una coppia gay, non so se è gay perché è cantata da un uomo, ma mi piace pensare che non sia stato un caso il titolo della canzone. Quindi metterei Dancing Queen che descrive la notte magicamente spensierata di un diciassettenne gay che va a ballare: scene di vita quotidiana insomma. Ancora, Sulla porta di Federico Salvatore, dove si parla con coraggioso struggimento della difficoltà di fare coming-out con una madre che non capisce… I migliori anni della nostra vita stupendo brano di Renato Zero, in cui descrive la storia di una coppia gay, che vive la sua quotidianità all’oscuro del mondo che non li capisce.

Sicuramente ce ne sono altre migliaia da raccontare, e altre migliaia che non conosco e non conoscerò mai, ad ogni modo l’importante è che se ne parli, perché la musica non potrà mai cambiare il mondo, ripeto, ma può certamente smuovere le coscienze della gente è questo è l’inizio di tutto.


Pier Paolo Pasolini a trentaquattro anni dalla morte

1 novembre 2009 Robo Nessun commento

Nella notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia Pier Paolo Pasolini veniva ucciso brutalmente. Considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo, Pasolini è ancora oggi di un’attualità sconcertante. Ne è prova questo spezzone di una trasmissione della Rai – dal titolo Pasolini e la forma della città – in cui l’intellettuale parla dell’omologazione che la cultura dominante vuole imporre.

Pasolini, in questo video, si trova su una spiaggia. Come nei pressi di una spiaggia è morto. Quasi un voler leggere nelle sue parole contro l’appiattimento culturale un testamento per noi oggi. E un invito a non lasciarsi omologare.


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